di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.38 - Art. 16 Luglio 2025]
IL SATYRICON E LA MORALE SESSUALE
A Petronio Arbitro è stato attribuito il Satyricon, un’opera narrativa, mista di prosa e di versi. La testimonianza dello storico Tacito, contenuta negli Annales (XVI, 18), ha permesso di collocare l’opera nel I secolo d. C e di individuare l’autore. Si tratta di un personaggio in vista nella corte di Nerone, definito “arbitro del buon gusto” (elegantiae arbiter). Odiato dal prefetto del pretorio Tigellino, venne accusato di far parte della congiura dei Pisoni, che nel 65 era stata stroncata nel sangue dal principe e Petronio fu costretto a darsi la morte. L’opera ha avuto grande fortuna nel tempo. Si pensi al film Satyricon di Pasolini (1969), liberamente ispirato al romanzo. Per quanto riguarda l’influsso sul mondo letterario, ricordo la monografia (Petronio e il romanzo moderno. La fortuna del Satyricon attraverso i secoli, La Nuova Italia, Firenze 1993) del mio professore di Letteratura latina, Donato Gagliardi, docente all’università di Napoli “Federico II”, a cui devo la scoperta di un ‘pezzo’ importante della nostra storia letteraria.
Vicenda e arte raffinata
La vicenda è narrata in prima persona da un giovane di nome Encolpio, che rievoca le avventure e le peripezie di un viaggio, compiuto in compagnia di Gìtone, un bellissimo giovinetto, conteso in amore da un terzo personaggio, Ascilto. Tra litigi, viaggi (a Crotone scroccano pranzi e regali), banchetti (celebre la cena a casa del liberto Trimalcione) e inserti letterari in versi (la caduta di Troia e il bellum civile tra Cesare e Pompeo) nel romanzo è dominante l’argomento erotico e licenzioso. Petronio però non si prefigge alcun fine morale o moralistico, ma soltanto il divertimento del suo pubblico: le famiglie aristocratiche romane e i nobili frequentatori della corte neroniana. Un divertimento (lusus) presentato con un’arte raffinatissima, che gli permette di raccontare gli eventi scabrosi dell’esperienza sessuale dei protagonisti, senza scadere nella volgarità (finalizzata all’eccitamento sensuale) e senza formulare giudizi di condanna. La sua ‘oscenità’ è sempre mediata da un’arguta intelligenza e da un’avvertita forma letteraria. Una scelta che corrisponde all’impostazione generale del Satyricon, aperta alla rappresentazione libera e spregiudicata di tutti gli aspetti della realtà e al tempo stesso stilisticamente curata ed elegante. In un passo, l’autore sembra essere cosciente di ciò, quando afferma: «Perché mi guardate con la fronte aggrottata, o Catoni, e condannate un’opera di franchezza nuova (novae simplicitatis opus)? Vi ride la grazia non severa del parlar schietto (sermonis puri non tristis gratia ridet), e quel che fa la gente candidamente la lingua racconta. Infatti, chi gli amplessi, chi le gioie di Venere non conosce? Chi vieta alle membra di accendersi in un tiepido letto? Anche il padre del vero, Epicuro, sapiente maestro, lo prescrisse, e disse che questo è della vita il fine» (Satyricon, 132, 15).
Il realismo petroniano
Sospendendo per un momento le nostre categorie di giudizio e immergendoci nel contesto sociale della Roma di quel tempo, Petronio rivendica il diritto a una trattazione schietta e disinibita delle pratiche sessuali di contro alla gretta ipocrisia dei ‘Catoni’ di sempre. Il rilievo preminente dato al sesso viene giustificato appellandosi alla dottrina epicurea del piacere come scopo supremo; l’espressione nova simplicitas indica l’atteggiamento di sincerità e schiettezza nuova rispetto alle consuetudini letterarie, con cui viene descritta la vita vera della gente comune (quod facit populus). Petronio, dunque, farebbe esplicita professione di realismo e indicherebbe con l’espressione puri sermonis gratia i pregi stilistici della sua opera, scritta in una lingua semplice e naturale, adeguata agli argomenti “umili”, ma insieme elegante e piacevole. Però quella domanda retorica “chi gli amplessi, chi le gioie di Venere non conosce? Chi vieta alle membra di accendersi in un tiepido letto?” è un inno alla naturalità dell’esperienza umana, inclusa la sessualità. Petronio sottolinea come questi aspetti siano intrinseci alla vita di ognuno, rendendo ipocrita o futile il tentativo di nasconderli o condannarli. Oggi, in un’era di maggior apertura, ma ancora con sacche di moralismo, questa frase risuona ancora potente. Quante discussioni ancora esistono sulla rappresentazione del corpo, della sessualità, delle diverse forme di amore e relazione. Petronio sembra dirci: siamo umani, con i nostri desideri e le nostre passioni, e negarlo è negare una parte di noi stessi.
Storicità della morale
Tornando, infatti, ai nostri giorni e considerando l’ampio arco di storia che ci separa da Petronio, in cui ha avuto un forte peso il pensiero cristiano (ordine divino, immutabile e universale, legato alla legge naturale) unito alla mentalità giuridica romana (con enfasi sull’oggettività, universalità, certezza della norma), la sessualità è ricondotta ad una visione morale rigida e statica, con particolare attenzione agli atti giudicati in linea o meno (e quindi leciti o illeciti) con l’ordine morale oggettivo stabilito da Dio e valido per sempre. Invece, da un rapido confronto con la citazione di Petronio e con riferimenti alla sottostante cultura, salta subito all’occhio un elemento: la morale ha un carattere costitutivamente storico. Ovvero i sistemi etici, i valori e le norme di comportamento (inclusi quelli legati alla sessualità) non sono eterni e immutabili, ma si formano e si evolvono e a volte decadono all’interno di specifici periodi storici e contesti sociali. Per esempio, sulla base dell’attuale significato della sessualità, intesa come relazionalità e non solo come facoltà procreativa, forse potrebbe essere ripensata la condanna del bacio e dell’emozione sessuale come peccato mortale (cf. DS 2060). Il Satyricon ci immerge in quel mondo romano, dove la morale sessuale è molto diversa da quella cristiana. La sessualità, nelle varie forme in cui viene descritta, non è intrinsecamente peccato in senso religioso. Mancando un’unica autorità divina con precetti monoteistici rigidi sulla sessualità, la visione era più fluida e plurale, seppur con regole legate alla società patriarcale.
Morale sessuale e Catechismo
Nell’esposizione ufficiale della dottrina della Chiesa cattolica, contenuta nel Catechismo e poi sostenuta nei vari documenti del Magistero papale, la sessualità è ordinata secondo il disegno/volontà di Dio, primariamente orientata alla procreazione e all’unione coniugale tra uomo e donna, all’interno del matrimonio. Molte forme di espressione sessuale (prematrimoniale, extraconiugale, omosessuale, masturbazione) sono considerate peccati, in quanto “disordinate” rispetto al piano divino. In generale, vengono considerati “atti intrinsecamente e gravemente disordinati” (CCC 2351 - 2357). La morale cristiana, infatti, ha posto il matrimonio monogamo ed eterosessuale come l’unico ‘luogo’ legittimo per l’espressione sessuale, primariamente per la procreazione e l’unione dei coniugi. Ha introdotto e rinforzato il concetto di peccato sessuale come “offesa a Dio” e alla natura umana. Questo ha generato una cultura della colpa e del giudizio morale molto forte. La pretesa di immutabilità dei propri insegnamenti, perché fondati su verità eterne, pone la Chiesa in un contesto lontano dall’esperienza comune della gente, poco propensa a capire istanze e problemi della contemporaneità, e generalmente poco incline al dialogo con le scienze. Se la morale della Chiesa non ammette (o ammette con grande fatica e lentezza) cambiamenti significativi, le altre concezioni morali, elaborate in altri contesti sociali e culturali, ci mostrano, invece, che tali cambiamenti sono avvenuti e avvengono.
Ripensamento della morale sessuale cristiana
Urge, quindi, un confronto con le scienze storiche e umane per un ripensamento della posizione dottrinale della Chiesa, perché sia superata una posizione rigida e statica della morale che risulta incomprensibile alla mentalità dei più. Se le norme morali hanno come riferimento la Scrittura e la Tradizione, bisogna vedere, innanzitutto, come queste vengono usate. Ci sentiamo di condividere la posizione del teologo X. Thevenot, che, procedendo all’esame di alcune “situazioni sessuali specifiche” (rapporti genitali precoci, coabitazione giovanile, omosessualità, contraccezione, aborto), suggerisce di evitare una concezione metodologica di tipo “deduttivo”, che consiste nell’elaborare la riflessione etica, partendo da pericopi bibliche o da estratti della Tradizione, che trattino esplicitamente del problema sottoposto ad esame. «Ad esempio, se si studia la questione dell’omosessualità, - argomenta lo studioso - si cercheranno nella Scrittura tutti i passi che parlano di rapporti genitali unisessuati e si concluderà con una massiccia condanna di chi li pratica. Per parecchie ragioni, nella riflessione etica un metodo del genere non può che portare ad errori o a vicoli ciechi» (X. Thevenot, «Situazioni sessuali specifiche», in B. Lauret – F. Refoulé (edd.), Iniziazione alla pratica della teologia, vol. IV, Morale, Queriniana, Brescia 1986, 459). L’autore, inoltre, riconosce anche un metodo “induttivo”, seguendo le scienze umane, che consente una lettura più approfondita del comportamento sessuale. Il rischio però che corre il moralista è quello di rinchiudersi nella sola analisi della “singolarità”, dimenticando “l’universalità” della Parola di Dio, indirizzata a tutti gli uomini, usando «la constatazione scientifica, e principalmente la statistica, come fonte unica e incoffessata di normatività etica». Inevitabile lo sbocco nel “situazionismo”. Thevenot, invece, cercando di armonizzare le acquisizioni della Scrittura, della Tradizione e delle scienze umane (utili per una comprensione più profonda dello sviluppo e dell’identità sessuale) propone come criterio di discernimento etico sulle varie situazioni sessuali “il senso dell’umanizzazione”, così come viene presentato e promosso dal Vangelo.
Dire questo significa proporre la carità, radicale e totale, come principio ispiratore delle norme e del comportamento, che favorisce la condizione autenticamente umana della persona. Se mi sta a cuore il bene dell’altro, da amare come fratello, non posso discriminarlo in base alla propria inclinazione sessuale. Se parliamo di diritti che tutelano valori umani, come la libertà, la dignità e la giustizia, bisogna poi riconoscerli, per esempio, alle coppie omosessuali, quando desiderano vivere le relazioni come tutte le coppie. L’amore e il rispetto devono essere i criteri guida per la formulazione delle norme, non il sesso biologico o l’orientamento, che generano distinzioni, differenze, esclusioni e, quindi, ingiustizie. Pertanto, data la crescente comprensione della diversità degli orientamenti sessuali e delle identità di genere, una morale sessuale contemporanea deve essere pienamente inclusiva. Ciò significa accettare e valorizzare le persone LGBTQIA+ come espressioni legittime della sessualità umana, rigettando qualsiasi forma di discriminazione o pregiudizio. In sintesi, una morale sessuale oggi non può essere un elenco di divieti imposti da un’unica tradizione. Si tratta di passare da una morale della proibizione a una morale della promozione della vita, dell’amore e della dignità umana in tutte le sue espressioni. Perché, come ci insegna Petronio, bisogna guardare la realtà e saperla raccontare senza ipocrisie e moralismi, riconducibili a visioni ideologiche che ci allontanano dall’esperienza umana e ci rendono sempre più estranei al mondo, sempre più globalizzato, multietnico e multireligioso.