di Angelins
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.37 - Art. 15 Giugno 2025]
Breve indagine sui Cambiamenti Climatici
Le Origini della Scienza del Clima (XIX Secolo)
La comprensione del cambiamento climatico nasce nel 1800. Il fisico francese Joseph Fourier fu il primo a teorizzare l'effetto serra, osservando che i gas atmosferici intrappolano calore. Successivamente, la scienziata Eunice Newton Foote (1856) e il fisico John Tyndall (1860) identificarono sperimentalmente l'anidride carbonica (CO2) e il vapore acqueo come i principali gas responsabili di questo fenomeno.
Nel 1896, Svante Arrhenius sviluppò il primo modello climatico, calcolando l'impatto di un raddoppio della CO2 atmosferica sulle temperature globali e collegandolo, per la prima volta, all'uso di combustibili fossili della Rivoluzione Industriale.
L'Evoluzione nel '900 e la Svolta Tecnologica
Negli anni '30, Guy Callendar confermò un aumento sia delle temperature globali che della CO2 atmosferica, collegando i due fenomeni.
La percezione del fenomeno cambiò radicalmente negli anni '50, quando scienziati come Gilbert Plass e Roger Revelle lanciarono i primi avvertimenti sui rischi del riscaldamento globale.
Le misurazioni sistematiche della CO2 iniziarono con la "Curva di Keeling", che da allora documenta in modo inequivocabile l'aumento della sua concentrazione.
Gli anni '60 videro l'avvento dei modelli computerizzati, come quello di Manabe e Wetherald, e dei satelliti (Nimbus III, 1969), che rivoluzionarono la raccolta dati.
Lo studio delle carote di ghiaccio ha poi fornito prove paleoclimatiche cruciali, mostrando che i livelli attuali di CO2 sono senza precedenti negli ultimi 800.000 anni.
Le Cause Principali dei Cambiamenti Climatici
La causa predominante è l'effetto serra, potenziato dalle attività umane. Le principali fonti di emissioni di gas serra (come CO2, metano, ossido di azoto) sono:
● Attività industriale e combustibili fossili: La combustione di carbone, petrolio e gas.
● Deforestazione: La riduzione della capacità della Terra di assorbire CO2.
● Agricoltura e allevamento: Le emissioni di metano dal bestiame e di ossido di azoto dai fertilizzanti.
Stili di vita: Un consumo eccessivo di risorse che richiede un'elevata produzione di energia.
Lo scudo dell’ozono
Nella zona più alta dell’atmosfera si trova uno strato di ozono (ozonosfera) che assorbe i raggi solari ultravioletti (UV-C) pericolosi per la salute dei viventi. Viene protetta come uno scudo, la superficie terrestre che altrimenti verrebbe raggiunta da radiazioni dannose.
Effetto serra
Una parte dei raggi del sole non raggiunge la superficie terrestre o viene riflessa (frecce gialle). Altri raggi invece, dopo aver colpito la superficie, rimangono intrappolati nell’atmosfera provocando un aumento della temperatura degli strati più bassi dell’atmosfera (troposfera) e riscaldando il pianeta (frecce rosse).
Conseguenze Attuali e Future
Gli effetti del cambiamento climatico sono già tangibili e diffusi:
● Conseguenze naturali: Aumento delle temperature medie e degli eventi meteorologici estremi (ondate di calore, siccità, incendi, alluvioni), innalzamento del livello del mare e scioglimento dei ghiacciai. Il 2023 è stato dichiarato l'anno più caldo mai registrato.
● Minacce sociali e sanitarie: Rischi per la salute, carestie alimentari e idriche, e pericoli per le popolazioni più vulnerabili.
● Impatto economico: Danni a settori chiave come agricoltura, turismo, energia e rischi per edifici e infrastrutture.
● Perdita di biodiversità: Molte specie rischiano l'estinzione a causa della rapida alterazione dei loro habitat.
Il crescente allarme scientifico e la preoccupazione mondiale per i cambiamenti climatici hanno portato a una serie di accordi internazionali:
● 1987 - Protocollo di Montreal: Per la protezione dello strato di ozono.
● 1988 - Creazione dell'IPCC: L'ente scientifico di riferimento per il clima.
● 1997 - Protocollo di Kyoto: Il primo trattato con obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati.
● 2015 - Accordo di Parigi: Ha esteso l'impegno a quasi 200 paesi con l'obiettivo di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali.
La soluzione più accreditata è una drastica e rapida riduzione delle emissioni.
L'Unione Europea punta a una riduzione del 55% entro il 2030 e alla neutralità climatica (zero emissioni nette) entro il 2050.
Anche i singoli cittadini possono contribuire adottando stili di vita più sostenibili (efficienza energetica, mobilità sostenibile, riduzione dei consumi).
Tipping point climatici: cosa sono e perché sono importanti
Il termine tipping point, che in italiano, letteralmente, si tradurrebbe punto di ribaltamento o punto di svolta.
Qualcuno lo definisce anche punto critico, ma nel parlare quotidiano, semplice e comunicativo in italiano appunto si usa il termine punto di non ritorno
Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), un punto di non ritorno è «una soglia critica oltre la quale un sistema si riorganizza, spesso in modo brusco e/o irreversibile».
Possiamo immaginare il tipping point come un pallone fermo in una conca: lì è stabile, anche se lo spingi un po’, torna sempre al punto precedente. Ma se continuiamo a spingerlo e supera un certo punto in cima a un dosso, il pallone non tornerà più indietro: rotolerà in un’altra conca, in un nuovo equilibrio molto diverso dal primo.
Quel punto in cima è il tipping point, il punto di non ritorno: una volta superato, il cambiamento è rapido, drastico e spesso irreversibile. È così che funzionano molti sistemi naturali, incluso il clima.
Il monitoraggio del sangue di tutta la popolazione alessandrina assediata dal polo chimico di Spinetta Marengo, perché sarebbe la “pistola fumante” che inchioderebbe Solvay: costringendola a fermare all’istante le produzioni inquinanti.
Diventerebbe prova regina, prova certa e conclusiva del crimine sanitario. Lo diventerebbe addirittura per i più testardi negazionisti che hanno respinto l’evidenza di ben otto indagini epidemiologiche precedenti, a tacere di tutte le indagini ambientali dell’Arpa.
Qualcuno la pensa diversamente ed afferma che le azioni dell’uomo non influiscono molto sui cambiamenti climatici.
“In base a ricerche ormai datate, che evidenziavano una tendenza alla diminuzione negli anni del rapporto 13C/12C, la comunità scientifica dava per certa l’origine antropica dell’aumento della CO2 nell’atmosfera.
Tale correlazione era ritenuta così significativa che veniva definita “la pistola fumante”, in quanto, senza ombra di dubbio, consentiva di svelare al mondo intero l’unico, vero colpevole del riscaldamento climatico: l’uomo! E su questa certezza scientifica (che è un controsenso in termini), si sono basare le politiche di “decarbonizzazione”.
Secondo la recente pubblicazione scientifica di Demetris Koutsoyiannis (Sci 2024, 6(1), 17) [1], in base ai recenti dati isotopici strumentali del carbonio degli ultimi 40 anni, non si possono individuare dei contributi significativi antropici all’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera.
La nuova ricerca ha esaminato i dati isotopici di quattro siti di osservazione (Polo Sud, Mauna Loa, Barrow, La Jolla, considerati “globali” nella loro copertura), e i risultati indicano che non esiste alcun modello isotopico coerente con un’impronta digitale umana.
Ned Nikolov, Ph.D, non solo distrugge la narrazione della decarbonizzazione, ma pone seri dubbi sulla correttezza e imparzialità dell’IPCC.
Secondo questo nuovo studio, gli ultimi 200 anni di riscaldamento globale sono associati al declino della copertura nuvolosa, che determina una diminuzione dell’albedo (albedo: frazione di energia del Sole riflessa dalla Terra, in gran parte dipendente dalla copertura nuvolosa n.d.a.).
La diminuzione della copertura nuvolosa può essere collegata ai ruoli dominanti di forze esterne (vulcaniche, solari e oceaniche, ovviamente non dipendenti dall’uomo). La ricostruzione indica che la tendenza al declino della copertura nuvolosa è in corso da oltre 200 anni.
Secondo questa ricerca, i dati di un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) suggeriscono che la tendenza al riscaldamento della Terra negli ultimi due decenni potrebbe non essere attribuibile all’attività umana.
Ebbene sì, non avete letto male! Gli esperti che hanno analizzato il rapporto indicano, come causa dell’aumento delle temperature globali, i cambiamenti dell’albedo del pianeta. (da Carlo MacKay)
Il WWF non condivide e denuncia