di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.37 - Art. 15 Giugno 2025]
La terra ferita (dall'uomo)
Premessa
Vi è da molte parti una visione segmentata e frammentata del territorio, o meglio e forse, è il caso di parlare del pianeta terra, in perfetta sintonia con la società liquida di Bauman. Invero, l’errore di prospettiva che generalmente si fa è quello di considerare la terra in una dimensione geografica, o al massimo geopolitica, omettendo di considerarla in una ottica ontologica[1]. L’era che stiamo attraversando, definita “antropocene”, occupa in realtà nella linea del tempo e sotto il profilo storico una frazione molto piccola (circa 200 anni), escludendo ovviamente tutto il processo evolutivo (dagli australopitechi sino diciamo al tipo erectus o sapiens sapiens), quasi insignificante se rapportato alle altre ere terrestri.
Eppure, in una frazione temporale minimale (ultimi due secoli), l’uomo è riuscito a provocare una quantità di danni (molti dei quali irreversibili) di tale entità, che saranno necessari millenni dopo l’estinzione umana perché il pianeta ristabilisca la sua naturale identità. Non penso si possa dubitare che l’accelerazione tecnica tumultuosa (che decorre dalla rivoluzione industriale sino ad oggi), unita alla cecità intellettiva umana accecata verso il massimo profitto, unita ad un capitalismo sfrenato che pervade l’intero sistema sociale planetario, non possa non collocare la curva di danneggiamento del pianeta verso un punto di non ritorno.
Gli indici ci sono tutti, chiari ed inequivocabili, eppure tra nazionalismi esasperati, conflitti costruiti ad arte per la grande soddisfazione delle lobby delle armi, crisi della politica quale strumento di sintesi sociale, autoritarismi securitari, sfruttamento smisurato ed esasperato delle risorse, non si può non condividere la lucida e drammatica denuncia delle organizzazioni internazionali indipendenti, per le quali non conta più l’uomo come essere umano come portatore di soggettività giuridica, centro d’imputazione di diritti e di doveri, o meglio, non conta più la società collettiva, ma si sta costruendo un modello sociale per pochi ( i detentori del potere finanziario/economico, sempre più potenti e sempre più ristretti), e la terra con sue ferite e le sue reazioni sta cercando di frenarci, nella vana speranza, che l’umano comprenda la devastazione che sta provocando.
L’aspetto ambientale
Il rapporto tra ambiente e società è sempre stato particolarmente controverso, ma è negli ultimi due secoli che esso assume una valenza imponente. Il rispetto della terra è strettamente legato alle variabili economiche dominanti, quindi al capitalismo. Forse è opportuno precisare che non è il capitalismo in se il vero problema, ma il principio di responsabilità, molto caro ad Hans Jonas[2]. Infatti, non mancano casi nei quali il capitale e il suo utilizzo assume contorni etici, sia verso la forza lavoro che verso l’ambiente esterno (fa storia e non solo manualistica in Italia quella di Adriano Olivetti). L’impatto sociale che l’uomo impone al territorio risulta marchiato invece da interessi che poco o nulla hanno a che fare con l’ecologia umana, anzi, lo sfruttamento inesorabile delle risorse sembra non conoscere freni e limiti (dalle trivellazioni sotto costa, allo sfregio dei parchi eolici, in Calabria si assiste ormai da anni ad una vera e propria colonizzazione di impianti montani e collinari e ci si appresta persino a quelli acquatici). Nel continente Americano, in particolare in quello centrale e meridionale, da alcuni anni si sta diffondendo una tipologia di ricerca molto interessante che ha “nell’estrattivismo” (il termine non è solo descrittivo ma ricco di significato perché traduce in una sola parola la bestialità umana rispetto alla natura) uno dei principali pilastri di ricerca multidisciplinare nel rapporto uomo/terra. E’ già da qualche decennio che l’America latina produce progetti innovativi e distanti, rispetto soprattutto alle concezioni occidentali e continentali.
L’idea di inserire nelle Costituzioni giuridiche formali la “madre terra”, intesa come soggetto naturalmente portatore di diritti e di soggettività, ha prodotto due concetti molto dibattuti, e allo stesso tempo innovativi, il Buen vivir e la Pachamama[3]. E’ questo un affondo nella sociologia aborigena, laddove la terra viene considerata come appunto una madre, una visione biocentrica, con l’obbiettivo di demercatizzare la natura. Non si tratta più di considerare l’equazione letterale “meno Mercato e più Stato”, bensì “più comunità, più beni comuni”[4]. Edgar Morin, tra l’altro in uno dei suoi tanti interventi, lo espresse chiaramente, la scienza è stata trasformata in tecno-scienza al servizio della valorizzazione capitalistica, e il pensiero ecologico disturba ed infastidisce l’enorme circo produttivo delle grandi piattaforme commerciali (tipo Amazon, Shein, etc.,). Il concetto stesso di sviluppo sostenibile ci appare oggi come una scatola vuota, con l’ipocrisia economica lanciata verso la crescita; Ma crescita di chi? Di cosa? Crescita sino a dove?
Pochi stati egemoni bruciano l’intero patrimonio di risorse terrestri in nome di una parola vuota di significato per l’umanità, ma pregna di dollari per i potentati globali. La curvatura che l’egemonia economica/finanziaria ha imposto al pianeta assume contorni drammatici e grotteschi, negazionismo di ogni effetto collaterale sulla vita del pianeta, deforestazioni massive (si pensi al polmone amazzonico), liquefazione di intere popolazioni indigene che hanno visto eroso il proprio territorio, la propria cultura, il loro stile di vita[5]. L’emblema del disastro ecologico è tutto sintetizzato nella plastica, ormai presente ovunque, in ogni latitudine e profondità, e ovviamente persino nella catena alimentare di ogni essere vivente.
Vita e territorio sono intimamente connessi, le relazioni sociali stesse sono alla base del modello, ma grandi velocità e grandi menzogne producono una mancata decolonizzazione del futuro, il presente con le sue contraddizioni (diseguaglianze sociali drammatiche, segmentazione delle classi sociali, impunità verticistica diffusa, legislazioni egocentriche), restituiscono un quadro (non solo in Italia) desolante, è sufficiente ascoltare le nefandezze prodotte da una politica ignorante e negazionista per rendersi conto di come il potere abbia assuefatto la collettività ad ogni genere di barbarie (massacri di civili in fila per un pezzo di pane, o l’assurda considerazione della propria superiorità come popolo rispetto ad un altro (la questione palestinese ne è un tragico esempio, con migliaia di civili sterminati dolosamente o affamati e spinti in un posto che in realtà nessuno ancora conosce, e che forse nemmeno è ipotizzato se non con slogan vuoti e propagandistici, un collutorio insomma), ma la storia, quella vera, quella storica e non storiografica, racconta, parla, tramanda, e condanna.
Si comprende quindi, come in questo marasma sia particolarmente difficile orientare l’uomo verso l’interesse collettivo, vi è alla base un orientamento distorto, quando i pochi contano più dei molti, quando i ricchi polarizzano gli interessi e accumulano ricchezze, l’intero pianeta ne soffre, se solo si pensa che una delle ultime “missioni” (termine improprio perché non di missione scientifica si tratta ma di mero piacere da ricchi) di Blue Origin, (azienda privata di Jeff Bezos fondatore di Amazon, avente come business il turismo spaziale), ha lanciato in orbita bassa 7 donne (attrici, cantanti, influencer, etc.) per un volo di pochi minuti (11) che nulla ha di scientifico. Il volo ha prodotto qualcosa come 75 tonnellate di CO2 (un prezzo salatissimo per l’ambiente). Ed è indiscutibile che questo non ha nulla in termini di conquista civile femminile, di emancipazione, di leaderschip, ma rappresenta solo il soddisfacimento di biechi vezzi da super ricchi. La contraddizione drammatica risiede proprio in queste trovate, laddove consumo e ricchezza si fondano, e nel mentre interi paesi non hanno neppure le risorse economiche per il soddisfacimento dei bisogni primari, per non parlare di sanità o istruzione.
Non siamo così lontani da quella descrizione di liquefazione sociale molto cara a Bauman, alla base vi è la negazione della responsabilità quale criterio etico, e la mancata soddisfazione delle istanze di giustizia sociale[6] ne rappresentano il paradigma. Manca ancora il primo “Noi” nella storia umana (in quella divina c’è già stato), l’individualismo esasperato ha assunto i caratteri totalizzanti, la deriva politica, la crisi d’identità e di rappresentanza delle democrazie di oggi hanno ragioni in anni pregressi, nulla di quello che accade è frutto di interventi divini, soprattutto se basati sull’iniquità e lo sfruttamento, anzi, trovano nell’uomo il principale artefice e responsabile.
Improvvisamente ci si rende conto che il potere viene gestito mediante la comunicazione, e attraverso di essa che si mescolano le carte, si nega qualunque cosa, anche la devastazione climatica, non sembra ci siano più freni inibitori alle pulsioni umane distruttive, siamo in una piena guerra mondiale a pezzi, eppure i media catalizzano l’attenzione su falsi problemi costruiti ad arte per distogliere l’attenzione su quelle che sono le reali esigenze della collettività. Non importa quanto petrolio si brucia, quanti gradi di temperatura gli oceani registrano in aumento, quante popolazioni subiscono un’evaporazione sociale, c’è sempre tempo di alternare e alterare la notizia di un disastro ambientale, di crimini di guerra, con notizie frivole e prive di qualsivoglia utilità sociale (gossip basico), non utili nemmeno per alleggerire l’informazione reale e drammatica.
Come si può quindi assumere scientemente posizioni folli? Ciò è possibile solo attraverso il negazionismo, vecchio e sempre attuale strumento utilizzato sulle masse, che vengono veicolate e polarizzate su un like, su uno slogan, e sembra quasi che le politiche pubbliche non abbiamo più importanza e significato reale per i cittadini, disinteressati e accecati da un abbassamento culturale senza precedenti, motivo per il quale accade che una proposta legislativa innovativa equa e sostenibile, venga boicottata semplicemente perché qualche potentato dica che è inutile, i social sono colmi di questi esempi, non è un caso che l’aspetto culturale, di coscienza critica di un popolo o meglio la sua mancanza si possa riassumere pacificamente e tristemente in (sintetizza bene Umberto Galimberti) “l’ignoranza si lascia affascinare dagli slogan”.
[1] Giorgio Osti, Sociologia del territorio, Il Mulino, 2010.
[2] Hans Jonas, Il principio di responsabilità, Einaudi, 2009.
[3] Lucio Pegoraro, Angelo Rinella, Sistemi costituzionali, Giappichelli, 2020.
[4] Gianfranco Franz, L’umanità ad un bivio, Mimesis, 2022.
[5] Laura Corradi, Il silenzio della terra, sociologia postcoloniale, realtà aborigene e l’importanza del luogo, Mimesis, 2014.
[6] Giuseppina Conte, Tesi di dottorato in filosofia del diritto, Il pianeta sociale come nuovo spazio nei diritti umani in Zigmunt Bauman, 2011. http://www.fedoa.unina.it/8615/1/conte_giuseppina_24.pdf