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di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.37 - Art. 15 Giugno 2025]
 


“Γνῶθι σεαυτόν” e la sfida di dirigere se stessi
B. Lonergan e la forma rinnovata del precetto delfico



La massima ‘Conosci te stesso’, incisa in greco sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, nel corso del tempo, ha assunto vari significati. Anticamente gli uomini venivano esortati a indagare nelle profondità della propria anima, riconoscendo la condizione mortale e la loro limitatezza. Nel Prometeo incatenato di Eschilo, Oceano, parlando del nuovo ordine imposto da Zeus, ammonisce così Prometeo: «… voglio darti il consiglio migliore, anche se tu sei già astuto. Devi sempre sapere chi sei (γίγνωσκε σαυτὸν) e adattarti alle regole nuove: perché nuovo è questo tiranno che domina tra gli dèi» (Prometeo incatenato, 307 e sgg.). Anche nell’Iliade gli eroi vengono invitati a ‘stare al proprio posto’, a conoscere i propri limiti, per non cadere nel peccato di hybris (‘superbia’, ‘tracotanza’, ‘violenza’). Apollo rimprovera Diomede («Tidide, bada! Allontanati, e non pretendere d’avere mente pari agli dei» V, 440-441), in quanto, come rammenta lo stesso dio a Poseidone, gli uomini non sono altro che «dei miseri mortali che, come le foglie, ora fioriscono in pieno splendore, mangiando i frutti del campo, e fra poco imputridiscono esanimi» (XXI, 463-466). 


Con Platone e il Neoplatonismo, il precetto delfico si carica di ulteriori significati: la conoscenza della propria anima è la via privilegiata per scoprire la realtà divina che è in noi. Anche S. Agostino, alla luce della fede cristiana, approfondisce questa impostazione con le celebri parole: «Noli foras ire, redi in te ipsum, in interiore homine habitat veritas» («Non andare fuori, rientra in te stesso, la verità abita nell’intimo dell’uomo»). Per S. Tommaso, nel Medioevo e con la ripresa del pensiero aristotelico, fondendolo con le esigenze della rivelazione biblica, la conoscenza di se stessi, attraverso l’attività dell’anima razionale, è lo strumento per raggiungere Dio, vero bene e felicità autentica.


Lonergan fra tradizione e rinnovamento

In questo rapido schizzo, è evidente come la filosofia ha avuto un ruolo importante per la riflessione su questioni cruciali circa l’uomo e il suo destino. Oggi, però, questa disciplina sembra smarrita, in un’epoca definita ‘post-moderna’, segnata dalla caduta della metafisica e dalla frammentazione dei saperi, in cui si assiste alla specializzazione delle singole scienze, incapaci di dialogare per un comune impegno finalizzato ad una scienza dell’uomo. Proprio in questo contesto, in cui si parla di ‘pensiero debole’, è necessario credere nelle capacità della mente umana di proporre un pensiero ‘forte’, in grado di offrire ragioni solide e convincenti per dire l’umano in termini di crescita, maturazione e vita autentica. Questa è stata la sfida di Bernard Lonergan (1904-1984), gesuita canadese, filosofo e teologo, noto soprattutto per due importanti opere: Insight (1957) e Metodo in teologia (1972). Studente, prima, e professore, poi, alla Pontificia Università Gregoriana, Lonergan ha insegnato a Montreal, Boston e Toronto. 


Negli anni Settanta, la rivista Time gli ha dedicato una copertina, definendolo «uno dei più raffinati pensatori del ventesimo secolo». Che dire del suo pensiero? L’uomo è stato al centro della sua riflessione. La via dell’interiorità, il ‘conosci te stesso’ della filosofia greca antica, è stata la strada maestra che ha condotto lo studioso ad offrire contributi illuminanti in diversi campi del sapere (filosofia, teologia, psicologia, economia), rappresentando per la cultura contemporanea, grazie al suo genio speculativo, un valido interlocutore. In lui si trova una sintesi del pensiero di Agostino e soprattutto di Tommaso, tentando di situarsi in modo critico e creativo nel nuovo periodo storico-culturale. Ubbidendo al motto di Leone XIII, «vetera novis augere et perficere» («accrescere e perfezionare le cose antiche con le nuove»), e inserendosi nel solco del rinnovamento della Chiesa, auspicato dal Concilio Vaticano II, il suo sforzo ha prodotto un pensiero teologico aperto al dialogo con le altre scienze, offrendo un esempio di come valorizzare le acquisizioni della tradizione, coniugandole con le istanze della modernità.


La svolta antropologica: un nuovo conosci te stesso

Insight, pertanto, nasce con il tentativo di trasporre le fondamentali intellezioni filosofiche di Tommaso nella cultura contemporanea. In quest’opera il gesuita canadese realizza una radicale “svolta antropologica” e propone un nuovo “conosci te stesso”. Dal primato della metafisica e della logica, si passa così al prevalere dell’esigenza critica e del controllo metodologico. La base ultima di riferimento non sono più i principi della metafisica, ma quella operativa del dinamismo intenzionale della coscienza: ogni uomo, quando conosce, decide e ama, segue delle operazioni invarianti e fisse, che, se non sono riconosciute e, quindi, non controllate, possono deformare la coscienza e compromettere il vivere autenticamente umano. Lonergan è convinto che la mente è diretta da alcuni ‘precetti trascendentali’, che appartengono a tutti e che sono operativi nella nostra esperienza quotidiana. 


Si tratta di quattro livelli distinti, ma interconnessi: 1. Esperire: la semplice ricezione dei dati sensoriali. Siamo consapevoli di vedere, sentire, toccare…; 2. Comprendere (Insight). Questo è il momento chiave. È l’atto di afferrare il significato, la relazione o la soluzione ad un problema nei dati esperiti. È il momento in cui esclamiamo “Ah, ecco!” È quando un’idea si illumina nella mente e abbiamo capito qualcosa; 3. Giudicare. L’insight di per sé non è ancora conoscenza. Lonergan sottolinea che abbiamo bisogno di un atto successivo: il giudizio. Questo è l’atto di riflettere criticamente sull’insight e determinare se questo è vero o falso, se la nostra comprensione è corretta; 4. Decidere/Responsabilizzarsi: una volta che abbiamo giudicato qualcosa come vero o buono, siamo chiamati ad un ulteriore livello di operatività: la decisione e la responsabilità. Questo è il livello dell’azione, della scelta etica, della moralità. E qui che rispondiamo alla domanda: “Che cosa dovrei fare?”; “È bene agire in questo modo?”


L’auto-appropriazione

Per Lonergan, l’auto-appropriazione è il processo di scoperta della struttura invariante di queste operazioni, che sono universali e normative. Non si tratta di imparare dall’esterno come funziona la conoscenza, ma di scoprirlo in se stessi, sperimentando attivamente questi processi. Quando si diventa consapevoli di come si conosce, si giudica e si decide, si acquisisce una base per la propria metodologia e si diventa autentici conoscitori e agenti morali. Ma cos’è che ostacola una previa corretta conoscenza e un successivo auto-controllo per ciò che è bene? Perché il fallimento nelle nostre azioni? Lonergan è convinto che questa struttura non viene esercitata correttamente per via dei cosiddetti bias (‘distorsioni’, ‘preconcetti’), che possono impedire il processo di auto-appropriazione e portare all’in-autenticità. 


Questi bias interessano un gruppo, una cultura, una mentalità. Neutralizzare queste distorsioni, radicate come pre-giudizi, è il cammino verso l’autenticità come singolo e comunità. Si capisce allora che l’apprendimento non deve essere considerato come l’acquisizione di un corpo statico di conoscenze, ma come un processo continuo di crescita e auto-trascendenza. Nelle istituzioni finalizzate all’istruzione e alla formazione, come la scuola, bisognerebbe facilitare questo processo, aiutando gli studenti a superare i propri bias, che ostacolano la vera comprensione e una crescita equilibrata. Quando una persona si appropria dei propri atti di esperire, comprendere, giudicate e decidere, diventa consapevole di come funziona la propria mente e di come si forma la propria conoscenza. Questa consapevolezza è la chiave per la padronanza di sé. Sapere come si conosce e come si arriva a un giudizio rende il soggetto meno incline a farsi ingannare, meno vulnerabile ai bias e più capace di valutare criticamente le informazioni e le situazioni.

 

Qualche esempio

I casi di femminicidio, di cui la cronaca in questi ultimi giorni ci racconta anche di giovanissimi che arrivano ad uccidere, perché incapaci di accettare un rifiuto sentimentale, mettono in questione la capacità del soggetto di riconoscere e controllare sentimenti ed emozioni che, se non correttamente capiti, portano a comportamenti violenti. In molti casi di omicidio passionale, per esempio, l’aggressore agisce in preda ad un’interpretazione distorta della realtà. C’è un rifiuto di avere un insight (comprensione) autentico sulla situazione e sulla relazione. 


Spesso, si percepisce la vittima come una proprietà, o la sua decisione di allontanarsi come un affronto insopportabile. Il giudizio che ne consegue è altrettanto viziato: «Lei mi ha lasciato, quindi mi ha tolto valore. Merita una punizione o la mia vendetta!». Questa non è una valutazione razionale della verità o della giustizia, ma una distorsione cognitiva, guidata da bias profondi. Qui è coinvolta la dimensione affettiva. Sentimenti come la gelosia, la rabbia, la possessività, il risentimento, la tristezza, non vengono minimamente compresi né gestiti. Anziché essere riconosciuti come ‘dati’, che richiedono discernimento, essi diventano ‘forze’ travolgenti che monopolizzano la coscienza, ne oscurano altre vie di uscita, che permetterebbero soluzioni razionali, adeguate alla realtà e ispirate dai valori autentici. La reazione impulsiva e distruttiva è traccia di quella immaturità affettiva, che è segno di in-autenticità. L’aggressore fallisce nel processo di auto-trascendenza. Invece di elevarsi oltre i propri impulsi egoistici, si richiude in una logica distorta, frutto di un mancato lavorio e discernimento interiore, che lo porta a distruggere l’altro e, in ultima analisi, anche se stesso. Il dinamismo intenzionale della coscienza e il processo di sviluppo della propria capacità conoscitiva e critica sono bloccati, con esiti negativi circa la maturazione del soggetto autenticamente umano.


Nella proposta lonerganiana, dunque, è presentato l’obbiettivo di un fondamentale processo di auto-comprensione e auto-trascendenza, che ha i caratteri di una singolare esperienza intellettuale, di un decisivo accrescimento/intensificazione della propria consapevolezza, che si manifesta nella capacità di dirigere le proprie azioni verso ciò che è conosciuto come autentico valore in sé. Nell’apprendere i propri dinamismi coscienziali, infatti, l’uomo può verificare la sua crescita, sia quella intellettuale che quella morale. Il rinnovato precetto delfico, nel tempo attuale, si rivela utile e fruttuoso per proporre soluzioni credibili alle problematiche che oggi viviamo.

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