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di Jan Domenico Puccio
(https://t.me/jandomenico) [Botros n.36 - Art. 16 Maggio 2025] 

Tra razionalità e riti scaramantici



Lo sport è da sempre sinonimo di disciplina, allenamento, tecnica e strategia. Tuttavia, accanto a questi elementi razionali, esiste un lato più misterioso e irrazionale che accompagna molti atleti: la superstizione. Riti, gesti scaramantici, oggetti portafortuna e credenze magiche sono parte integrante della vita di numerosi sportivi, indipendentemente dallo sport praticato o dal livello agonistico. Perché accade questo? Quale ruolo gioca la superstizione nel mondo sportivo?


Ebbene sì, anche i campioni dello sport non si affidano solamente al loro talento per vincere, ma prima di affrontare un incontro compiono rituali e gesti scaramantici nella speranza che possano aiutare la loro performance.

Della serie: non è vero, ma ci credo, ne troviamo davvero tanti esempi, da Michael Jordan a Sebastian Vettel, da Valentino Rossi a Rafa Nadal, da Cristiano Ronaldo a Diego Armando Maradona.


Ognuno ha il suo piccolo rito, spesso legato anche alla religione. Molti atleti alzano gli occhi al cielo prima del via, affidandosi a Dio: tra questi i cattolici Kaká e Radamel Falcao, o i musulmani Karim Benzema e Paul Pogba.


I primi gesti scaramantici dei calciatori risalgono già agli anni Ottanta. Quando ancora non ci si scaldava in campo, Antonio Cabrini e Marco Tardelli erano soliti entrare in borghese un’ora prima della partita per posare cento lire sul dischetto del rigore. Claudio Gentile, invece, promise di tagliarsi i baffi solo in caso di finale ai Mondiali di Spagna '82, e così fece.


Cristiano Ronaldo si taglia i capelli prima di ogni partita, anche se gioca ogni tre giorni. Johan Cruijff, invece, dava due pugni in pancia al suo portiere e sputava la gomma da masticare nella metà campo avversaria.

Ai Mondiali del 1998, il francese Laurent Blanc baciava la testa del portiere Barthez prima di ogni partita: gesto che non poté compiere in finale perché squalificato, e tutta la Francia tremò. Maradona, ancora, baciava il massaggiatore del Napoli e entrava in campo saltellando sul suo magico piede sinistro.


Ma non sono solo i calciatori ad affidarsi a gesti scaramantici. Michael Jordan giocava con i calzoncini dell’università del North Carolina sotto quelli ufficiali dei Bulls. Steph Curry indossa i calzini al rovescio, mentre LeBron James lancia il borotalco in aria tre volte prima dell’inizio di ogni match.


Nel mondo dei motori, Sebastian Vettel porta una medaglietta di San Cristoforo nella scarpa, Valentino Rossi è legatissimo al numero 46, mentre Marco Lucchinelli vinse un mondiale indossando camicia e cravatta sotto la tuta da gara.


Nel tennis, il re indiscusso della scaramanzia è Rafa Nadal: si sistema le spalline, tocca il naso, mette in ordine le bottigliette con l’etichetta sempre rivolta verso il campo, e ha una sequenza precisa di gesti prima del servizio. Anche Roger Federer aveva le sue manie: portava con sé otto racchette e otto bottigliette d’acqua, in omaggio al suo numero preferito.

Perfino Jannik Sinner, all'inizio della sua carriera, chiedeva di riservargli sempre la stessa pallina dopo un grande punto. Col tempo ha abbandonato questa abitudine, forse rendendosi conto che il talento supera qualsiasi scaramanzia.


Tutti questi gesti, apparentemente privi di logica, hanno un effetto psicologico preciso: rafforzano la concentrazione, creano routine mentali rassicuranti e danno l’illusione di poter controllare il destino. In contesti dove l’ansia da prestazione è altissima, sentirsi protetti anche da una piccola abitudine può fare la differenza.


La psicologia dello sport riconosce in parte l’utilità di queste abitudini: possono creare una routine mentale positiva, rafforzare la concentrazione e la sicurezza. Tuttavia, quando la superstizione diventa ossessione, può trasformarsi in un ostacolo, rendendo l’atleta dipendente da gesti che, se non compiuti, creano insicurezza o ansia.


Esistono diversi tipi di approcci alla superstizione. Il mio preferito è quello del kicker Adam Vinatieri, probabilmente il miglior interprete nel suo ruolo di tutta la storia della National Football League:

    “Io sono superstizioso sulla superstizione. Se dopo una partita giocata particolarmente bene mi accorgo di aver indossato un particolare paio di calzini, mi assicuro di buttarli via una volta tornato a casa. In questo modo, non potendo indossarli più, evito di creare un ancoraggio tra la mia prestazione e un oggetto a cui potrei, anche inconsciamente, associare un’idea di portafortuna. Non voglio permettere a me stesso di sentire il bisogno di affidarmi ad una superstizione, perché la considero una forma di debolezza mentale che ti promette un illusorio sostegno, mentre in realtà conduce soltanto all’insicurezza personale.“

Adam Vinatieri


Alla fine dei conti, la presenza della superstizione e della magia nello sport ci ricorda che, anche in un contesto altamente competitivo e razionale, l’essere umano resta legato alle sue emozioni, paure e speranze. I riti sportivi, pur non avendo alcun fondamento scientifico, svolgono un ruolo psicologico importante: aiutano a gestire lo stress, a sentirsi più sicuri e a mantenere il controllo. In fondo, forse è proprio questo equilibrio tra corpo, mente e un pizzico di magia che rende lo sport così affascinante.


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