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di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.36 - Art. 16 Maggio 2025]
 

L'essere superstiziosi come fatto sociale

 

La superstizione, il magico, l’indecifrabile, ha radici lontane nel tempo, sicuramente arcaiche, la stessa storia umana è colma di culture popolari, riti, credenze, che affondano trasversalmente anche se in maniera diversificata un po’ tutte le società, sia passate che presenti. Si tratta di un fenomeno dai contorni misti, da relegare sia nell’antropologia culturale che nelle altre discipline sociali e umanistiche. Proveremo a dare cuna curvatura sociologica di questa “fenomenologia” che rimanda ai limiti stessi dell’essere umano, in particolare a tutto ciò che l’uomo non può spiegare se non attribuendo ad esso un significato non scientifico[1].


Superstizione e magia viaggiano su binari paralleli, e la gestualità stessa che accompagna tali pratiche assumono contorni grotteschi e allo stesso tempo surreali. E se è pur vero che questi fenomeni hanno rimandi antichi, e altrettanto vero che nemmeno la società moderna o post moderna fondata sull’iper-tecnica[2] è riuscita a scalfirne la portata. Si possono avere due errori di metodo nell’approcciarsi all’analisi dei fenomeni in oggetto, il primo è rappresentato da fatto di voler tentare di decifrare i fenomeni con il metodo rigorosamente scientifico, il secondo è quello legato alla considerazione del credere o non credere come paradigma di paragone tra coloro i quali sostengono che tutto debba essere vagliato con gli occhi della scienza e chi invece ritiene alcuni rituali, gesti, pratiche, abbiano effettivamente una qualche forma di potere tutelante oggettivo. E’ interessante notare comunque, come anche oggi, pur vivendo in contesti complessi e con l’ausilio di tecnologie avanzate, l’essere scaramantico pervade una buona fetta della società. 


Possedere una nuova auto avanzata tecnologicamente non esime il proprietario di dotarsi di amuleti, oggetti e vari strumentari a difesa della propria incolumità o del mezzo stesso. Non è così difficile riscontrare la presenza di cornetti rossi appesi allo specchietto retrovisore, toppe di sale o ferri di cavallo appesi all’esterno delle abitazioni, che sono allo stesso tempo dotate di impianti di video sorveglianza, e per allargare in campo non possiamo non considerare l’infelice visione dei gatti neri che tagliano la strada (con tanto di gesto scaramantico piuttosto teatrale da parte dell’umano che si vede suo malgrado intercettato dal valico del felino), come dire che c’è né per tutti i gusti. Resta inciso però che i fenomeni hanno una valenza di “fatto sociale”[3], prova ne è la loro ampia diffusione in varie epoche storiche. Si ipotizza infatti che siano stati i Neanderthal a praticare la prima credenza superstiziosa, laddove iniziarono a seppellire i defunti collocando accanto ai loro corpi oggetti e cibo da portare nell’altra vita, prima i defunti venivano abbandonati.


Il potere (inteso in senso ampio) indiscutibilmente trae beneficio da codeste credenze, si rafforza proprio grazie alla loro diffusione. Alcuni autori[4] ritengono che la superstizione e la magia abbiano sicuramente un effetto su almeno quattro tipi di istituzioni, il governo, la famiglia, la proprietà privata e persino il matrimonio. Le civiltà pervengono ad uno sviluppo a stadi, da quelli inferiori a quelli superiori, processo che avviene attraverso tre momenti, magia, superstizione e scienza, con il superamento totale delle prime due. In realtà le cose appaiano molto più complesse, ed in effetti, il rapporto tra i tre fattori è piuttosto osmotico, e per quanto possa apparire come un ossimoro, la separazione non è affatto scontata. Proprio il timore reverenziale del tabù permette di tenere coese le componenti sociali, e attraverso le pulsioni irrazionali umane si perviene ad una maggiore integrazione sociale. Queste teorie costituiscono delle vere e proprie pietre miliari dell’antropologia culturale, e affondano le radici nelle ricerche nei primi anni del secolo scorso. Esse hanno dato vita anche a neologismi, prima come tentativo di affrancare l’indecifrabile dallo scientifico e poi come etichettatura fenomenologica. 


Così si è passati, dall’utilizzo generico della parola magia a paradigmi fumosi e allargati, come nuove religiosità, religione popolare, spiritualità alternative, conoscenza esoterica, pseudo scienza, etc. Anche qui, l’evaporazione della società ha quindi prodotto i suoi effetti, l’indeterminatezza dei nostri tempi si realizza persino sulle pratiche legate a superstizioni o magie, in un miscuglio di attività tra il sacro e il profano, tra lo scientifico e il paranormale, tra la ragione e l’idiozia, tra il reale e il virtuale. Non stupisca quindi nemmeno che accada per esempio, che al ministero della salute, venga invitato un astrologo per intervenire su argomenti di oncologia medica, se questa sia follia o putrefazione cerebrale poco o nulla importa. Qui, in realtà la magia o la superstizione poco hanno a che vedere, se non la parentela folkloristica con l’astrologia.


L’essere superstiziosi è diventato un fatto naturale in una società liquida, un modo di essere, i social amplificano il fenomeno, infatti esso non si è affatto contratto, anzi ha allargato il suo ambito, il suo orizzonte. La caratterizzazione sociale di questo modo di essere assume contorni che vanno oltre l’ambito soggettivo individuale (psicologico), si realizza infatti un costrutto sociale inquinato da credenze oggettivate, saldamente ancorate persino in coloro i quali dovrebbero esserne immuni, vuoi per l’appartenenza alle comunità scientifiche (come dire non è vero ma ci credo), vuoi perché la pratica religiosa primaria (per i credenti) non dovrebbe lasciare spazio ad interpretazioni che non siano quelli derivanti dal proprio credo religioso. Seppur Bauman[5] non affronta direttamente la questione, occorre comunque ribadire che proprio nella società liquida l’essere superstiziosi rappresenta una sorta di tentativo irrazionale di fuggire dalle paure dell’incertezza postmoderna. Persino la cultura appare sbriciolata e ridotta a consumo, più preoccupata dell’offerta che del contenuto, in questo contesto non stupisce allora che gli individui utilizzano gli strumenti che più sono a portata di mano, le credenze a pratiche magiche o a superstizioni, sono un tentativo maldestro di esorcizzare l’evaporazione sociale, la perdita di elementi fondanti, di punti di riferimento. In alcuni casi esse rappresentano persino l’ultimo baluardo, l’ultima barriera che pone di fronte l’individuo con una malattia degenerativa. 


Come dire, non mi resta altro da fare, mi affido al mago, o ad un oggetto, un amuleto, con risultati che sono sempre ovviamente nefasti. Scatta un meccanismo legato alla disperazione umana, quello di giocarsi ogni possibilità, anche la più impensabile e irrazionale, quella che può rappresentare l’ultima ancora di salvezza. E sin qui sul soggetto passivo, il fruitore, l’utilizzatore o meglio il consumatore di scaramanzie. Ma vi sono dall’altra parte in modo antagonistico i cd produttori di magie, di superstizioni, di scaramanzie, coloro i quali privi di ogni barlume di coscienza sociale e civica, mettono in scena dei meccanismi fraudolenti con l’unico scopo di impadronirsi di quel che ancora rimane nelle tasche di persone che non hanno più alcuna altra alternativa vitale. La cronaca giornalistica è purtroppo colma di casistiche ai confini della fantascienza, maghi predittivi, tutelativi, protettivi, guaritori, si, persino guaritori da patologie degenerative, salvo poi trovarsi a leggere sui quotidiani il triste epilogo delle vicende. 


Il senso stesso del concetto di civiltà umana d’altronde sembra essere evaporato, e non è sufficiente finalizzare il fenomeno sul terreno della non istruzione, occorre una quadratura più ampia, la verità (il termine è relativo) è che siamo di fronte ad un fatto sociale e culturale che si spinge in ogni ambito dell’organizzazione (qui il termine organizzazione è inteso in senso molto allargato, racchiudendo non solo le classiche organizzazioni sociali, ma anche quelle istituzionali e persino quelle che si pongono ai confini della legalità costituzionale), penetra il vissuto umano che non è un caso è fortemente rintracciabile nella letteratura. Si ha invero, solo l’imbarazzo della scelta, chi non ricorda “La patente”[6], uno splendido racconto di Pirandello pubblicato nel 1911, che spinge la sua forza al di la della letteratura, traccia infatti uno spaccato sociale sulle credenze e superstizioni, qualificazioni sociali che determinano effetti non certamente positivi sulla vita del personaggio (l’aspirante patentato iettatore), che cerca proprio attraverso una condanna da parte di giudici, appunto la patente, il sigillo di ciò che gli altri vedono e gli attribuiscono. Si realizza l’effetto specchio, finendo per farne un vero e proprio mestiere acclamato e auto qualificante, come dire se mi vedete cosi, sarò questo, una forma di risarcimento sociale, una reazione ad una imputazione negativa e dispregiativa che come accade nella realtà provoca effetti devastanti sull’individuo e sulla sua famiglia. 


Uno dei tanti casi accaduto in passato fu quello di Mia Martini, additata da molti suoi colleghi e dal mondo dello spettacolo in genere di essere portatrice di sfortuna, questa vicenda paradossale e dolorosa descrive perfettamente quello che in sociologia viene inquadrato all’interno della cornice della devianza, la diffamazione, che, oltre a costituire un reato, quindi penalmente rilevante, assume i contorni di una sentenza collettiva, un imprinting ovviamente funesto. E’ molto interessante osservare, come i gruppi sociali stessi, traggono attraverso l’utilizzo dei pregiudizi[7], dei veri e propri giudizi di valore, provocando direttamente o indirettamente effetti sulla qualità della vita del destinatario del marchio infamante.


Il fenomeno difatti non presenta particolari differenze nelle società, il meccanismo è molto simile in vari contesti territoriali, locali, nazionali, ed esterni. La prassi di funzionamento è la medesima, la motivazione scatenante invece può essere diversa, quest’ultima è legata a svariate sensibilità, culturali, religiose e socio economica. Nel sud Italia[8] e in Calabria in particolare esiste quello che viene definito come il rito “dell’affascino”[9], un rituale posto in essere da persone generalmente anziane che con la loro pratica allontanano la sventura o l’invidia. Una pratica trasmessa oralmente, un meccanismo di recitazione di preghiere attraverso le quali si perviene persino ad identificare se l’autore dell’affascino sia maschio oppure femmina. Siamo anche di fronte a tentativi di esorcizzare le difficoltà della vita, il perché va tutto storto deve essere ricondotto a qualcosa che lo spieghi, lo giustifichi, e se questo non è possibile razionalmente, allora il contesto sociale ha pronto un menù completo, e spesso purtroppo non è a prezzi modici, anzi tutt’altro. 


Forse un giorno, ci accorgeremo per esempio, che una malattia arriva non perché qualcuno l’ha veicolata con anatemi, ma perché l’uomo (o meglio quella parte ristretta di umanità che consuma tutte le risorse a discapito del 80% della popolazione mondiale) sta consumando e rendendo invivibile il pianeta con tutti gli effetti che ciò produce sulla salute di ogni forma di vita, l’estrattivismo capitalista e neoliberista oligarchico, quello si che detiene poteri, e non sono né magici né divini ma aberranti e privi di qualsiasi pudore.

 


[1] Cleto Corposanto, Non sono superstizioso, lo dico per scaramanzia, 2022. https://it.linkedin.com/pulse/non-sono-prestigioso-lo-dico-per-scaramanzia-cleto-corposanto

[2] Hans Jonas, Il principio di responsabilità, un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, 2009.

[3] Vincenzo Cesareo, Il fatto sociale di E. Durkheim, in Sociologia teoria e problemi, Vita e pensieri, 2006.

[4]G. Frazer, L’avvocato de diavolo, il ruolo della superstizione nelle società umane, Donzelli, 1996.

[5] Zigmunt Bauman, Per tutti i gusti, Laterza, 2016.

[6] Romano Luperini, Pirandello, La patente, Laterza, 2015,

[7] Maurizio Bonolis, Carmelo Lombardo, Sociologia degli stati mentali, Franco Angeli, 2022.

[8] Ernesto De Martino, Sud e magia, Donzelli, 2005.

[9] Angela Maria Malatacca, L’affascino non è vero ma ci credo, https://agiresocialenews.it/laffascino-non-e-vero-ma-ci-credo/, 2025.


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