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di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.36 - Art. 16 Maggio 2025]
 

Magia e Superstizione, 

un viaggio nell'Evoluzione umana


C'è stato un tempo, un tempo lunghissimo nella storia della nostra specie, in cui il mondo si presentava ai nostri antenati come un sipario misterioso e imprevedibile.
Il tuono che rimbombava nel cielo, la malattia che spegneva un sorriso, il raccolto che fioriva rigoglioso o marciva senza ragione apparente: erano eventi potenti, a volte terrificanti, che chiedevano a gran voce una spiegazione.
Ma gli strumenti per comprendere, per analizzare, per sapere nel senso in cui lo intendiamo oggi, erano ancora rudimentali, quasi inesistenti.

 

In questa vasta e fertile terra di "non conoscenza" – che potremmo definire, con la dovuta cautela storica, una forma primordiale di ignoranza rispetto ai meccanismi profondi che regolano la realtà – l'essere umano ha iniziato a tessere le prime trame del suo pensiero esplicativo.
Non potendo contare su microscopi, formule matematiche o esperimenti controllati, ha osservato, intuito e, soprattutto, immaginato.
E da questa urgenza di dare un nome e una causa alle cose sono nate, tra le prime manifestazioni del pensiero organizzato al di fuori della pura sopravvivenza, la magia e la superstizione.

 

Pensiamoci: la magia, nel suo senso più antico, non era forse un tentativo di stabilire un nesso tra azioni umane (rituali, incantesimi, preghiere specifiche) e risultati nel mondo esterno?
Un modo per sentirsi meno in balia degli eventi, per illudersi di poter influenzare il corso della natura, della fortuna, della salute?
Era una proto-scienza del desiderio, un tentativo di applicare una logica di causa-effetto, sebbene basata su connessioni simboliche o immaginarie anziché empiricamente verificabili.

 

La superstizione, dal canto suo, emergeva spesso come l'altra faccia della stessa medaglia: l'identificazione di presagi, di segni fortunati o nefasti, di azioni da evitare per non incorrere nell'ira di forze invisibili o nel capriccio del destino.
Era un sistema di allerta, un tentativo di leggere il futuro nel presente, di navigare un mondo pericoloso seguendo mappe disegnate dalla paura e dall'esperienza aneddotica, non dalla comprensione razionale.

 

Queste credenze non erano solo "errori" di valutazione; erano profondamente funzionali.
Offrivano conforto psicologico di fronte all'incertezza, creavano coesione sociale attraverso riti e miti condivisi, fornivano un quadro morale (spesso ciò che era "sfortunato" coincideva con ciò che era socialmente dannoso).
Erano, a loro modo, espressioni di una sapienza ancestrale, un modo per l'uomo di abitare il mondo e di dare un senso alla propria esistenza, ai trionfi e alle tragedie, in un'epoca in cui le risposte della scienza erano ancora millenni nel futuro.

 

E così, per lunghissimo tempo, magia e superstizione hanno accompagnato l'evoluzione umana, plasmando culture, ispirando arte, dettando comportamenti.
Sono state le prime grandi narrazioni universali, i primi tentativi filosofici di rispondere ai "perché" fondamentali dell'esistenza, sebbene con un linguaggio simbolico e irrazionale ai nostri occhi moderni.

 

Ma il cammino dell'umanità non si è fermato.
Lentamente, faticosamente, con innumerevoli sforzi e intuizioni geniali, abbiamo iniziato a sviluppare un diverso tipo di conoscenza: quella basata sull'osservazione sistematica, sulla verifica sperimentale, sulla formulazione di leggi e teorie che potessero essere messe alla prova.
È nata la scienza, con il suo rigore, la sua umiltà di fronte ai fatti, la sua straordinaria capacità di svelare i meccanismi più intimi dell'universo, dal movimento degli astri alla complessità del corpo umano.

 

Questo progresso scientifico, che ha illuminato angoli un tempo oscuri e fornito spiegazioni verificabili per fenomeni che prima potevano apparire solo "magici" o frutto del caso, rappresenta uno dei traguardi più alti dell'intelligenza e della perseveranza umana.
Abbiamo imparato a curare malattie un tempo mortali, a prevedere (in parte) i fenomeni naturali, a comprendere le leggi che governano la materia e l'energia.
Abbiamo, in sostanza, ridotto drasticamente quello spazio di "ignoranza" che un tempo rendeva magia e superstizione le uniche bussole disponibili.

 

Ed è qui che si pone la grande questione per noi, uomini e donne del XXI secolo.
Se la nascita di magia e superstizione fu una risposta comprensibile e, in un certo senso, necessaria in un'epoca di profonda incertezza e mancanza di strumenti conoscitivi, la loro persistenza diffusa oggi, nell'era della genomica, dell'astrofisica, delle neuroscienze, ci interroga profondamente.

 

Credere ancora, in modo acritico e totalizzante, a talune forme di magia o superstizione come autentiche forze che determinano il nostro destino o spiegano i fenomeni del mondo, significa in qualche modo voltare le spalle a quel faticoso e glorioso cammino di conoscenza che la nostra specie ha intrapreso.
Non rende pienamente ragione all'immenso patrimonio di sapere che abbiamo costruito, alla capacità di discernimento critico che abbiamo affinato.

 

Non si tratta di negare il fascino del mistero, il potere del simbolo, la ricchezza del folklore che da queste credenze hanno avuto origine e che continuano ad alimentare la nostra cultura, l'arte, persino la nostra psicologia individuale.
Ma è fondamentale riconoscere la distinzione tra l'analisi culturale di un fenomeno storico e la sua adozione come sistema di credenze valido per interpretare la realtà attuale.

 

La magia e la superstizione sono state tappe del nostro viaggio evolutivo, risposte a un mondo sconosciuto.
Oggi, armati degli strumenti della scienza e del pensiero critico, abbiamo la responsabilità e l'opportunità di affrontare il mondo con una consapevolezza diversa, una consapevolezza che, pur non negando la complessità e i misteri ancora insoluti, si fonda sulla ragione e sull'evidenza.
Riconoscere il valore storico-culturale di magia e superstizione è un atto di sapienza; persistere nell'usarle come chiave di lettura della realtà contemporanea, forse, è un'occasione perduta per onorare il meglio del nostro ingegno.

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