Redazione
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.36 - Art. 16 Maggio 2025]
Con la morte di papa Francesco, avvenuta il 21 aprile scorso, si è aperta per la Chiesa Cattolica quella fase di transizione chiamata “sede vacante”.
Le settimane che hanno preceduto la nuova elezione sono state caratterizzate dai vari e scontati interrogativi: il nuovo papa sarebbe stato in continuità con il compianto Francesco? Progressista o conservatore? Italiano o straniero?
L’8 maggio scorso, in soli due giorni di scrutini, il conclave, riunito nella Cappella Sistina, ha eletto il nuovo papa, il cardinale Robert Francis Prevost, Leone XIV.
Quali prospettive future avrà la chiesa cattolico-cristiana con il nuovo pontificato?
Lo abbiamo chiesto al nostro parroco, don Rosario Morrone, e leggete cosa ci ha detto:
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Un dialogo serale sulle Sfide Papali
Ieri sera, mentre il silenzio avvolgeva la canonica, ho avuto una visita del tutto inaspettata. D'un tratto, mi son trovato davanti Socrate, proprio lui, uno dei filosofi che più hanno illuminato e, diciamocelo, "scombussolato" la mia gioventù con le sue domande penetranti. Non c'è stato bisogno di presentazioni, era come se ci conoscessimo da sempre.
Mi ha guardato con quel suo solito fare, un misto di arguzia e profonda serietà.
Socrate: Buonasera a te, don Rosario. Vengo a disturbare la tua quiete serale perché un pensiero mi attanaglia e so che tu, con la tua esperienza e la tua franchezza, potrai aiutarmi a dipanarlo. Si parla molto, anche dove ora mi trovo, di questo nuovo Papa che avete, Leone XIV. E la mia curiosità, sai, è inestinguibile. Vorrei capire da te, che vivi nel cuore di queste vicende, quali sono secondo te le vere, grandi sfide che dovrà affrontare.
don Rosario: Socrate, amico mio, che sorpresa vederti qui! Ma le tue domande sono sempre state uno stimolo prezioso. E se devo "spiattellarti", come si dice dalle mie parti, ciò che il cuore e la ragione mi suggeriscono riguardo alle prove che attendono Papa Leone XIV, allora ascolta bene, perché il cammino è irto, ma pieno di possibili svolte luminose.
Prima di tutto, c'è la sfida di far sì che quel bel concetto di "camminare insieme", la sinodalità di cui tanto si parla, non resti una bella parola nei documenti, ma diventi vita pulsante nelle nostre parrocchie, nelle diocesi. Immagina, Socrate, consigli pastorali dove laici, donne, giovani, non siano solo lì per alzare la mano e dire "sì", ma per pensare, proporre, decidere davvero insieme ai pastori. È ora che il Popolo di Dio smetta di essere spettatore e diventi protagonista.
E parlando di protagonismo, come non pensare immediatamente alle donne? Per secoli hanno portato avanti la fede con una forza incredibile, spesso silenziosa. Non è forse giunto il tempo, per giustizia e per fedeltà al Vangelo stesso, di chiederci seriamente se quella porta che conduce all'altare, al diaconato, al presbiterato, non debba essere finalmente aperta anche a loro? È un debito storico, Socrate, un soffitto di cristallo che attende di essere infranto.
Poi, c'è una ferita che ancora sanguina e che chiede una cura radicale: gli abusi. Qui non ci possono essere mezze misure: tolleranza zero assoluta, trasparenza totale, mettere le vittime al primo posto, risarcirle, e sradicare quella terribile cultura del silenzio che ha permesso che l'orrore si ripetesse. La Chiesa deve tornare ad essere, senza ombra di dubbio, un luogo sicuro.
E la figura stessa del Papa, Socrate? Anche lì c'è da lavorare. Siamo ancora legati all'idea di un Papa-monarca, quasi un sovrano assoluto? Io credo che i tempi siano maturi per una "conversione" del papato verso un modello più fraterno, più collegiale, dove il Papa sia davvero il "servo dei servi di Dio", che ascolta e condivide il peso delle decisioni con i suoi fratelli vescovi e con tutto il popolo. Una Chiesa meno piramide e più cerchio.
Affrontiamo poi la questione dei preti. In tante parti del mondo mancano, e le comunità restano senza la consolazione dei sacramenti, soprattutto dell'Eucaristia. Non dovremmo avere il coraggio di esplorare strade come quella dei "viri probati", uomini sposati, maturi nella fede, che potrebbero essere ordinati? E non sarebbe più autentico se il celibato, un dono grande per la Chiesa, diventasse una scelta libera e consapevole, anziché un obbligo per tutti i sacerdoti di rito latino? La priorità, credo, è nutrire il popolo di Dio.
E il nostro rapporto con il mondo, con le altre fedi, con gli altri cristiani? Papa Leone XIV è chiamato ad essere un Papa del "poliedro", come si dice oggi: capace di vedere la bellezza e la verità in ogni faccia, di costruire ponti con tutte le religioni, di lavorare per l'unità dei cristiani non cercando di annullare le differenze, ma valorizzandole come una ricchezza. Unità nella diversità, Socrate, questa è la chiave in un mondo così frammentato.
C'è poi il grande capitolo della morale, soprattutto quella sessuale. Per troppo tempo abbiamo parlato forse più di norme che di persone, più di divieti che di amore. È tempo di una riflessione profonda, senza paura, che sappia accogliere e accompagnare ogni persona, con la sua storia, le sue fatiche, i suoi amori – penso ai divorziati risposati, alle persone omosessuali, a tutte le famiglie. Dobbiamo passare dalla fredda applicazione della legge all'abbraccio della misericordia, mettendo la persona al centro.
E perché tutto questo non resti solo un bel sogno, anche le leggi della Chiesa, il Diritto Canonico, dovranno essere riviste, per mettersi davvero al servizio della vita, della missione, della misericordia, e non diventare una gabbia che soffoca lo Spirito.
Tutto questo, Socrate, converge verso un'unica, grande visione: quella di una Chiesa veramente inclusiva, una casa dalle porte sempre aperte, dove nessuno, e dico nessuno, si senta escluso, giudicato, o indegno. Dai più poveri, dai "crocifissi" della storia – che devono essere sempre al centro del nostro cuore e delle nostre azioni, altrimenti che Vangelo annunciamo? – fino a chi si sente ai margini per le sue scelte di vita, come le persone LGBTQ+. Tutti hanno diritto a un posto alla tavola del Signore.
Infine, in un mondo che brucia di guerre e divisioni, il Papa non può che essere un apostolo instancabile della pace e del dialogo, un mediatore che non si stanca mai di cercare strade di riconciliazione. E, insieme alla pace tra gli uomini, la pace con il creato: la difesa della nostra casa comune, l'ambiente, è una sfida spirituale e morale che non possiamo più rimandare.
Ecco, amico mio, queste sono, a mio umile parere, le vere, grandi sfide. Un lavoro immenso, che richiede fede, coraggio e una grande capacità di sognare la Chiesa che Gesù ha voluto. Un vero programma per una "primavera" che speriamo possa continuare a fiorire.
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Il primo papa “venuto dalla fine del mondo”
Se è vero che “del futur non v’è certezza” sappiamo invece quello che è stato il pontificato di papa Francesco.
Primo papa latinoamericano – i cardinali sono venuti a prendermi “quasi alla fine del mondo”, disse con un sorriso – il primo gesuita e il primo a scegliere il nome di Francesco, in onore al poverello di Assisi.
Fin dall’inizio ha messo al centro del suo magistero la “chiesa povera per i poveri”;
ha riformato le strutture vaticane per renderle più trasparenti e ha promosso una cultura dell’accoglienza versi i migranti, i rifugiati e gli emarginati.
Con l’enciclica “Laudato si’” del 2015 ci ha aperto gli occhi su un mondo ferito. Non solo le foreste che bruciano, i mari inquinati, le città soffocate, ma anche i cuori svuotati dal consumo e dall’indifferenza. Ci ha ricordato che “tutto è connesso”: l’ambiente, la giustizia sociale, il destino dei poveri e dei futuri. Ha parlato con la voce dei profeti, dicendoci che la terra non è una miniera da sfruttare, ma una casa comune da custodire. E ci ha chiesto una conversione ecologica, che parte dallo stile di vita di ciascuno di noi.
Ha promosso una decentralizzazione del potere nella Chiesa, incoraggiando le conferenze episcopali a svolgere un ruolo più attivo.
Ha avviato una riforma della Curia romana con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium (2022) basata su missione evangelizzatrice, sinodalità e trasparenza.
Ha compiuto gesti storici di riconciliazione e dialogo con l’Islam, l’ebraismo e le chiese ortodosse. E’ stato il primo papa a visitare l’Iraq (2021) portando un messaggio di speranza e dialogo in una terra segnata dalla guerra.
Pur restando fedele alla dottrina, ha promosso una pastorale della misericordia iniziata formalmente con il Giubileo straordinario della Misericordia nell’anno 2015/2016. I suoi messaggi: accompagnare più che giudicare.
In tal senso ha anche affrontato temi come la comunione ai divorziati risposati, l’accoglienza delle persone LGBTQ+, l’abuso di potere e i crimini nella Chiesa con coraggio e apertura.
Ben presto ci ha abituati ad un linguaggio diretto, spesso informale. Ha rinunciato ai palazzi vaticani scegliendo la residenza Santa Marta come sua dimora.
Ma Papa Francesco non si è limitato a indicare strade: ha camminato con noi.
Con il Sinodo sulla sinodalità, ha scommesso su una Chiesa che si mette in ascolto. Una Chiesa che non impone, ma dialoga. Che non si chiude nelle mura della dottrina, ma si lascia interrogare dalla vita
Ha dato voce alle periferie, alle donne, ai giovani, ai lontani.
Ha infranto la solitudine del clericalismo e ha proposto una Chiesa che cammina insieme, dove ogni battezzato ha dignità, parola e responsabilità. Una Chiesa che non si arroga la verità, ma la cerca insieme allo Spirito.
Essendo un processo ancora in corso, non tutte le istanze hanno portato cambiamenti immediati, ma il Sinodo ha aperto un processo di trasformazione lenta ma profonda.
Nel cuore del suo pontificato, c’è stato il suo sguardo sulla famiglia. Non come un’ideale irraggiungibile, ma come una realtà fatta di amore, fragilità, speranza e sfide quotidiane.
Con Amoris Laetitia, esortazione apostolica del 2016, ha mostrato che la misericordia non è una scorciatoia, ma il volto più autentico della verità.
Ha accolto chi è caduto, chi è stato ferito, chi si sente escluso, indicando una Chiesa madre più che giudice, accompagnatrice più che controllore.
Ha restituito dignità a tante storie spezzate, aiutando la Chiesa a diventare ospedale da campo per le relazioni umane.
Come si può immaginare, alcuni settori della chiesa hanno criticato Amoris Laetitia per presunti “cedimenti” dottrinali. Tuttavia, molti pastori e teologi lo hanno letto come un testo di grande profondità spirituale, capace di integrare giustizia e misericordia.
E ora che il cammino terreno di Papa Francesco si è compiuto, non ci lascia un’eredità da custodire in una teca, ma una missione da continuare.
Laudato si’ ci spinge a lottare per un mondo più giusto e sostenibile.
La sinodalità ci invita a una Chiesa aperta e fraterna.
L’amore concreto verso ogni famiglia ci chiede di essere testimoni di una misericordia che salva.
Papa Francesco ha vissuto da discepolo, ha guidato come fratello e ci ha amati come padre.
Che il suo ricordo resti vivo, non solo nei monumenti, ma nei gesti quotidiani di chi sceglie la tenerezza invece del potere, il dialogo invece del giudizio, la croce dell’amore invece della sedia del comando.