di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.35 - Art. 19 Aprile 2025]
Hobby e dintorni
Premessa
Gli hobby, rappresentano socialmente un fenomeno relativamente moderno, probabilmente si delineano, almeno allo stato embrionale, con la rivoluzione industriale, laddove inizia a strutturarsi una frattura del tempo di vita, tra lavoro e spazi vitali diciamo “privati”.
Certo non si può parlare già di bilancio (life balance), del tempo inteso come rapporto tra orario lavorativo e orario del tempo libero, ma sicuramente è con la strutturazione industriale che gli hobby vengono lentamente alla ribalta. Si tratta di un fenomeno sociale, e per dirla con Durkheim di un fatto sociale che riguarda gli individui[1]. Che si tratti di fenomeno sociale è indiscutibile, anche perché abbraccia e attraversa trasversalmente l’intero panorama di una società, dallo sport alla cultura, dalla cucina al viaggiare, e non va escluso nemmeno quel particolare elemento definito “ozio creativo”[2], che nulla ha ovviamente a che fare con il fare nulla o con il non fare, anzi, esso è relativo ad una migliore e più efficace gestione del tempo, del proprio tempo, quello umano.
Sorgono delle domande, gli hobby hanno una utilità sociale oltre che individuale? E soprattutto, sono alla portata di tutti indistintamente? I quesiti non sono pensati per dare risposte, bensì riflessioni, la prima è legata all’impatto sociale degli hobby, la seconda afferisce invece da un lato alla stratificazione sociale, e dall’altro all’interno della stessa nel considerarne la valenza legata alla ricchezza e a come essa plasmi o caratterizzi le classi sociali.
Nei sistemi produttivi del secolo scorso, il modello sociale era indubbiamente posizionato almeno inizialmente sul paradigma Tayloristico, “tempi e metodi”, poco spazio era riservato ai bisogni dei lavoratori (qui intesi come parte attiva, produttiva), il tutto veniva introdotto verso l’efficienza massima dei fattori produttivi, nessuno si poneva il problema del tempo libero, perché spesso non ve ne era disponibile…, e se anche nel corso degli anni l’attenzione verso il fattore umano è sicuramente cresciuto, non possono celarsi le immani resistenze del capitalismo liberista e neoliberista ad una migliore e più umana organizzazione del lavoro e dei processi produttivi[3].
Se diamo infatti un uno sguardo a qualche dato in chiave comparativa, scopriamo per esempio che in Germania si lavora millequattrocento ore all’anno con un tasso di occupazione che arriva al 69%, mentre in Italia ci attestiamo sulle milleottocento ore annui con un tasso occupazionale del 58% di occupati. Questa differenza quantitativa è anche una differenza qualitativa del modo di vivere. Infatti, se da una parte si garantisce una migliore e più equa suddivisione del lavoro (si lavora meno individualmente, ma si coinvolgono più persone nel processo con una redistribuzione dei redditi più allargata), dall’altro si apre la strada una visione del rapporto vita lavorativa/vita privata decisamente più equo.
Proprio la possibilità di avere spazi di vita privata liberi, determina a sua volta l’opportunità di curare degli hobby, che poi altro non sono che modi di utilizzare il proprio tempo di vita non lavorativo, e che a loro volta creano non solo il riempimento del tempo, ma anche una indubbia crescita sociale, sia come singolo che come collettività. Vi è un inganno in realtà, quello relativo al “lavoro”, in particolare al suo significato, siamo passati da una società rurale ad una industriale e oggi ad una post industriale, continuiamo ad utilizzare sempre lo stesso termine in modo univoco, ma nella sostanza tutto è cambiato, e con esso anche le possibilità di fare altro.., andare oltre il lavoro. Ometterò volutamente una mera elencazione per tipi degli hobby, sarebbe praticamente inutile, poiché la società che è organismo vivente, ne accresce continuamente i tipi e li rende dei veri e propri prodotti per consumo.
Qui si apre un’altra parentesi, quella consumistica, perché anche gli hobby si consumano esattamente come qualsiasi prodotto acquistabile al supermercato o sulle piattaforme on line. La società moderna, anzi post moderna, liquida direbbe Bauman, rende indefinite anche queste attività, le rende in una parola prodotto, cotto e mangiato, immediatamente fruibile nonché difficilmente distinguibile dal consumatore stesso. Gli ultimi anni poi, quelli contestuali alla sindemia da Covid, hanno sdoganato il lavoro da remoto (certo non per tutti, ma per quella grande fetta di lavoratori dei servizi ha indubbiamente rappresentato una radicale modifica del senso stesso del lavoro e di converso del tempo libero e di come utilizzarlo), determinando la rottura degli spazi tradizionali lavorativi (ufficio/colleghi/relazioni). Provocatoriamente potremmo pensare agli hobby come delle conquiste?
O sono semplicemente e banalmente dei vezzi borghesi? Anche qui vanno fatte dei distinguo perché non solo avere degli hobby dipende dal tempo libero a disposizione (non solo quantitativo ma anche e soprattutto qualitativo), ma indubbiamente anche dalla stratificazione sociale. E se oggi il concetto stesso di classe sociale appare fluido su chi vi si possa identificare (non solo i proletari di un tempo, ma anche il ceto impiegatizio, quello cd medio, che risulta letteralmente spazzato via), è indubbio che l’appartenenza alla classe economicamente più svantaggiata determina minori possibilità di accedere agli hobby o meglio ad un ventaglio di hobby qualitativamente importanti.
E’ certo infatti, che i livelli reddituali, l’occupazione, l’habitat, ci danno un riscontro su chi e come si accede ad essi, e per molta parte della società, alcuni di essi non sono nemmeno lontanamente raggiungibili o meglio fruibili (salvo quelli cd basici). Esemplificando, forse anche banalmente estremizzando, ma proprio per poter fornire l’immagine, se l’hobby di riferimento è volare, o semplicemente poter praticare anche uno sport particolare, risulta inverosimile accedervi se non si dispone di adeguati mezzi finanziari, prova ne è che i dati Istat registrano cifre imponenti sulla povertà (la povertà assoluta censita è di 5,7 milioni di soggetti[4]). Eppur vero che se tutti o quasi possono utilizzare una bici per un’uscita nel fine settimana, non tutti possono avere il tempo utile per poterlo fare, o ancora meglio, una cosa e avere la possibilità di una bici in carbonio altra e averne una di tipo basico, e cosi via.
Questa virata su chi e sul come si possano identificare le attività hobbistiche relative ad una data popolazione, o meglio ad una classe sociale, ci apre la prospettiva di analisi molto cara a Goblot[5]. Il sociologo francese, affina il concetto di identificazione di classe sociale, e a differenza dei marxisti che puntano l’attenzione sul possesso del capitale che determina a sua volta lo spartiacque tra classe dominante e classe dominata, egli si sofferma sull’utilizzo delle risorse finanziarie. In sostanza non conta il mero possesso del capitale (o meglio non solo), ma l’uso che se ne fa. Emerge quindi la parte simbolica del capitalismo che impatta sulla stratificazione. L’utilizzo ne determina l’accesso a determinate sfere di appartenenza (circoli, club, salotti, etc.). In questo caso, l’esempio forse più classico è la moda, l’abbigliamento, l’indossare alcuni capi pregiati sancisce un’appartenenza simbolica ad una classe.
Oppure la morale o la formazione scolastica, il gusto estetico, si creano due sfere di influenza, da un lato la barriera, che divide appunto le classi, dall’altro il livello che assembra tutti coloro che fanno parte di quella classe. In sostanza, la divisione in classi è dettata oltre che da aspetti strutturali (il capitale statico), da elementi simbolici culturali (la versione dinamica del capitale). A dire il vero, gli hobby sono correlati al fattore tempo oltre che alla variabile economica, il tempo individuale di ognuno, che ovviamente è strettamente correlato all’organizzazione strutturale della società. Tutto è scandito temporalmente, non è un caso che le scelte di vita di ognuno in realtà dipendono da variabili complesse, e non sempre sono decisioni autonome ma indotte dal sistema.
Sulla questione del fattore tempo o meglio del rapporto tra tempo e valore[6] si apre una spiegazione che non può non riguardare i sistemi organizzativi (produttivi in senso stretto e di servizi) intesi in senso lato siano essi privati che pubblici. L’organizzazione flessibile del tempo di lavoro apre ad una duplice miglioria organizzativa, da un lato una migliore performance di lavoro (orari ridotti si conformano alla maggiore tolleranza e produttività del lavoratore), dall’altro innegabili sono i vantaggi della cd performance cd sociale (maggiore tempo libero = più spazi vitali).
Il vecchio ma veritiero detto “lavorare per vivere e non vivere per lavorare”, assume qui una valenza notevole, ma non sempre risulta possibile, anzi il paradigma è decisamente ostacolato. Nelle società antiche, laddove ancora vi erano gli schiavi che lavoravano, essi non avevano alcun diritto, erano cose, oggetti a disposizione del padrone, il quale ne decideva anche la vita e la morte oltre allo sfruttamento. Nel medioevo si assiste ad un parziale smarcamento, gli schiavi cedono il posto ai servi della gleba (chiamati anche villani o rustici), i quali pur non essendo più in stato di schiavitù non potevano comunque scegliere se lasciare un latifondo, essi in senso lato appartenevano al feudatario.
E’ con la rivoluzione industriale che si ha la frattura sociale, i braccianti divengono quelli che Marx chiamerà i proletari, liberi di accettare un lavoro o di andarsene, ma con la controparte altrettanto libera di sottopagarli, licenziarli, di sfruttarli. In queste epoche non c’è spazio per gli hobby, essi sono infatti una conquista che si materializzerà anni dopo. Nelle società il tempo libero e il suo uso, rappresenta un potente indicatore della qualità della vita della popolazione. Esso ha un valore soggettivo in quanto contiene quel tempo che ognuno è libero di utilizzare in modo più opportuno, dallo svago al risposo, dai viaggi ad altre attività. L’aspetto importante da declinare è la libertà soggettiva, almeno in via di principio, libertà di utilizzare senza coercizioni quel lasso di tempo che è anche spazio, di vita sociale soprattutto. L’uso del tempo libero non prescinde dalle capacità economiche, anzi ne è determinato.
Più risulta elevato il reddito e la qualità dell’impiego, maggiore spazio acquista il tempo libero da dedicare agli hobby, e se poi ci si focalizza sulla questione di genere, anche qui, su questo campo emerge che la percentuale di tempo libero è minore per le donne rispetto agli uomini. Un aspetto interessante è quindi l’appartenenza a determinati gruppi sociali (tralasciamo l’appartenenza alla classe che richiederebbe e meriterebbe altri spazi di approfondimento), far parte di un gruppo “benestante” determina qualitativamente la possibilità di fruire in misura maggiore di attività libere proattive e culturalmente evolute, anche in campo si denotano dunque, la presenza di diseguaglianze sociali[7] ancora lontane dall’essere calmierate, a dimostrazione che la società con le sue frammentazioni inique esiste e ha carattere strutturale.
[1] Nico Bortoletto, Tempo libero, loisir e gioco. Alcuni elementi di analisi, https://elearning.unite.it/pluginfile.php/213191/mod_resource/content/1/TL%20loisir%20gioco%20Bortoletto.pdf
[2] Domenico De Masi, Ozio creativo, Rizzoli, 2022.
[3] Domenico De Masi, Conversazioni sul futuro, Paperfirst, 2024.
[4] Istat, povertà assoluta 2024, https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/10/REPORT_POVERTA_2023.pdf
[5] Edmond Goblot, La barriera e il livello, Studio sociologico sulla borghesia francese moderna, a cura di Francesco Pirone, Mimesis, 2019.
[6] Romano Cappellari, Il tempo e il valore, Flessibilità e gestione dell’orario di lavoro, Utet, 2002.
[7] Tania Cappadozzi, Manuela Michelini, Laura Cialdea, Diseguaglianze nell’uso del tempo libero tra i gruppi sociali, https://www.rivista.sis-statistica.org/cms/?p=501