di don Rosario
(https://t.me/donRosarioMorrone) [Botros n.35 - Art. 19 Aprile 2025]
Questo mese, insolitamente, le pagine del nostro giornale non ospiteranno le voci dirette dei nostri amministratori. Non per mancanza di dialogo, ma per un desiderio di pausa e riflessione. Vogliamo fermarci, insieme a voi lettori, a meditare su cosa significhi veramente "fare politica" e "partecipare" alla vita della nostra comunità, qui, nel nostro tempo.
Che cos'è, in fondo, questa antica arte del vivere associato che chiamiamo politica, al di là delle cronache quotidiane e delle contese elettorali?
La politica si presenta a noi con un volto duplice, quasi giano bifronte.
Da un lato, essa incarna l'aspirazione più nobile dell'essere umano: organizzare la convivenza in vista del bene comune, quel tessuto di condizioni materiali e immateriali che permettono a ciascuno e a tutti di fiorire.
È la ricerca della giustizia, l'esercizio della responsabilità condivisa, il servizio disinteressato alla polis. È l'ideale alto di una comunità che si autogoverna con equità, competenza e visione.
Dall'altro lato, però, la politica si manifesta spesso come cruda lotta per il potere, come gestione della forza (kratos), come arena in cui interessi particolari si scontrano e cercano preminenza.
Talvolta, il meccanismo decisionale appare distante, opaco, influenzato da logiche economiche o da centri di potere che sfuggono al controllo locale, rischiando di ridurre l'amministrazione a mera esecuzione o, peggio, a "comitato d'affari" di forze invisibili.
In questa tensione si muove la figura del politico.
È una vocazione, un chiamato a dedicarsi con integrità e preparazione al bene collettivo, a mettere le proprie capacità al servizio degli altri, a mantenere una rotta morale anche nelle tempeste, attingendo forse a una speranza che trascende il successo immediato?
O è piuttosto un abile navigatore nelle correnti del potere, un costruttore di consenso, un mediatore di interessi la cui principale preoccupazione diviene, per forza di cose, il mantenimento della propria posizione all'interno di meccanismi complessi?
Forse la verità sta nell'accettare che chi sceglie questo impegno porta su di sé il peso di entrambe queste dimensioni, in un equilibrio difficile e mai definitivamente raggiunto.
E l'amministrare?
Non è semplice gestione burocratica. Amministrare la nostra comunità significa custodire le fondamenta stesse della nostra democrazia locale, fare in modo che le istituzioni – il Comune, i suoi uffici, i suoi servizi – siano percepite dai cittadini come una casa comune, uno strumento di libertà e di supporto, non come un ostacolo o un'entità estranea. Significa applicare quel principio prezioso di sussidiarietà, che invita a valorizzare le energie presenti nella società – associazioni, famiglie, gruppi – aiutandole a fare da sé, intervenendo solo dove necessario, senza soffocare ma sostenendo.
Significa avere uno sguardo attento ai bisogni di tutti, specialmente dei più fragili. Eppure, anche l'amministrare è vincolato a regole, bilanci, decisioni prese a livelli superiori, che possono rendere arduo tradurre l'ideale in pratica quotidiana.
Qui entra in gioco il cittadino.
Su di lui grava una responsabilità che è anche un diritto fondamentale: quella di partecipare.
Ma come?
Il voto è essenziale, ma non basta.
La partecipazione vera richiede formazione, desiderio di comprendere, capacità di analisi critica di fronte a un'informazione non sempre trasparente.
Richiede il coraggio del dialogo e del confronto, anche acceso ma costruttivo. Significa conoscere e saper utilizzare gli strumenti che la democrazia, pur con i suoi limiti, ci offre per far sentire la nostra voce, per chiedere conto, per proporre.
Significa praticare un ascolto attivo verso chi amministra, cercando di comprendere le ragioni, ma senza rinunciare a una vigilanza critica e costruttiva.
Superare la tentazione della sfiducia o dell'apatia – la sensazione che "tanto non cambia nulla" – è forse la sfida più grande. Richiede la pazienza di chi sa che i cambiamenti reali sono lenti e la competenza di chi vuole incidere davvero.
Infine, non possiamo ignorare la dimensione interiore dell'impegno politico. Le scelte politiche non nascono nel vuoto, ma da una coscienza, da un sistema di valori, da una visione del mondo.
Che questa visione sia ispirata da una fede religiosa, da una tradizione filosofica o da un profondo senso etico laico, essa funge da bussola. Figure di riferimento morale nella comunità – pensiamo, ad esempio, al ruolo che può svolgere un parroco o altri educatori – hanno il compito delicato ma cruciale non di indicare scelte partitiche, ma di formare le coscienze ai grandi principi: l'onestà, la giustizia, la solidarietà universale, la ricerca della pace, la dignità di ogni persona.
È questa formazione interiore, questo richiamo costante a ciò che ha valore duraturo, che può dare la forza di resistere alle lusinghe del potere fine a se stesso, ai compromessi al ribasso, e alimentare quella speranza tenace necessaria per continuare a costruire, giorno dopo giorno, la nostra casa comune.
La politica, vissuta nella nostra realtà locale, rimane dunque un terreno complesso, intriso di ideali altissimi e di concrete difficoltà, di nobili aspirazioni e di dure realtà. Ma proprio per questo essa ci interpella tutti.
Disinteressarsene significa lasciare che altri decidano per noi, impoverendo la nostra democrazia. Impegnarsi, ciascuno secondo le proprie possibilità e con spirito critico e costruttivo, rimane l'unica via per tentare, insieme, di colmare la distanza tra la piazza e il palazzo, tra l'ideale e il possibile.