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di Angelins
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.34 - Art. 18 Marzo 2025]
 

Storia della paternità


Il termine padre deriva dal latino pater; indica il nome del capofamiglia, ma in origine e per molto tempo, il ruolo biologico del padre non è stato riconosciuto con lo stesso significato che gli diamo oggi. 


Nella preistoria non si aveva consapevolezza, infatti, della relazione tra unione sessuale, gravidanza e parto.

Si pensava che la fecondazione della donna fosse un fenomeno naturale.  

Secondo molti studiosi la scoperta di questo legame avvenne solo tra il 5000 e il 4000 a.C, si scoprì il legame tra atto sessuale e fecondazione.


Per molto tempo ancora è la madre ad avere un'importanza preminente nella famiglia. 

Più che il padre, era la figura di uno zio, fratello della madre, ad acquistare maggiore autorità: era lui a gestire i rapporti con i nipoti e ad aver un ruolo autorevole presso di essi.

Solo tra il 1500 e l'800 a.C.) la figura del padre si rivestì di autorità assoluta; egli divenne l'unico responsabile delle azioni di moglie e figli di fronte alla legge e alla società. 


Da questo momento la paternità è riconosciuta e diventa sempre più forte, più importante fino ai nostri tempi. 

Basta fare un excursus negli anni e nelle varie civiltà per comprendere questa realtà.


In tutte le leggi più antiche - quelle sumeriche, assire, babilonesi, ittite, egiziane ed ebree- si trovano disposizioni che riconoscono al padre la responsabilità di una chiara funzione educativa.

Il figlio appare completamente sottomesso al padre e duramente punito se si ribella.


Nell'antica Grecia 

il dominio della figura paterna era totale -anche la scelta del nome spettava a lui - e donne e minori in quanto visti entrambi come un pericolo per la supremazia del capofamiglia. 


Nella famiglia patriarcale la madre si occupava del figlio per i primi anni; intorno ai sette anni, era compito del padre intervenire nell'educazione del figlio, sia direttamente, sia attraverso un maestro.

Il padre dominava in tutto: decideva sui matrimoni dei figli tenuti all' ubbidienza e alla sottomissione.


Tuttavia i padri greci non vedevano nei propri figli solamente una minaccia: erano sicuramente molto severi, ma amavano i propri figli anche se erano severi e non dimostravano loro l'affetto.


La perdita di un figlio rappresentava un avvenimento doloroso. 

Famoso è l'episodio che riguarda il grande politico ateniese Pericle (495 ca. a.C. - 429 a.C.). Egli fu visto piangere una sola volta: quando morì il suo ultimo figlio legittimo.


Nell'antica Roma 

il rapporto padre-figlio si fondava su due pilastri: quella del pater familias e quella della conseguente patria potestas.


La familia era intesa come "società familiare" e comprendeva tutte le persone, che vivevano sotto la protezione del pater familias nella stessa casa: quindi non solo la moglie e i figli ma anche parenti, schiavi ed eventuali altri bambini nati dai rapporti con le schiave.

Il pater familias era addirittura sacerdote nella propria casa: compiva sacrifici agli dèi della casa, i lares familiares, assicurando la loro protezione all'interno dell'ambiente domestico.


Il pater familias aveva il diritto di esercitare la legge all'interno della sua famiglia esattamente come un uomo di legge: giudicava e decideva pene e sanzioni non solo per reati commessi in famiglia, ma anche per quelli pubblici.


Il potere giuridico del pater familias si esercitava in quattro diritti fondamentali:

  • lo ius exponendi: il diritto di esporre i figli neonati.

 Il pater familias poteva infatti decidere se tenere il figlio e riconoscerlo, o liberarsene, facendolo esporre nelle pubbliche discariche o sui gradini di un tempio.

  • lo ius vendendi: il diritto di vendere il figlio all'estero per semplice lucro. 

  • lo ius noxae dandi: il diritto del padre a cedere ad altri un figlio per liberarsi delle conseguenze giudiziarie di un atto illecito commesso dal padre. 

  • lo ius vitae et necis: il diritto del padre di vita e di morte sul figlio. In realtà pare che tale diritto non sia stato esercitato molto spesso e che sia rimasto in vigore solo per una parte della storia di Roma.

Era insomma un padre-padrone.


Nel Medioevo 

il padre continuò ad essere a tutti gli effetti pater familias come in età romana; i figli erano sottoposti all'autorità del padre anche quando si sposavano ed abitavano per conto loro.

Era sempre il padre a decidere su di ogni cosa ed anche sul futuro matrimoniale dei figli, per i quali sceglieva i partner, la festa di nozza, fino a decidere la rottura del matrimonio e del divorzio.


Nel Cinquecento 

continuò il rafforzamento della patria potestà: il potere di decisione infatti era anche in questo secolo nelle mani del maschio capofamiglia, al quale sia la moglie sia i figli erano completamente subordinati.

Si riteneva normale che i figli seguissero le orme paterne nella scelta del lavoro, ma poteva accadere che un figlio imparasse un altro mestiere con il consenso paterno. 


Lo dimostra l'esempio del padre di Giotto, che mandava il figlio a pascolare le pecore e quando si scoprì che suo figlio disegnava benissimo anche con una pietra appuntita, lo affidò a Cimabue perché gli insegnasse l'arte del pittore. 


Nel Seicento 

i figli, soprattutto le femmine, dovevano ancora sottostare al volere del genitore. 


Filosofi e pedagogisti -Locke ad esempio-, però, iniziarono a diffondere il concetto del rispetto per la personalità del bambino, sostenendo che l'educazione non doveva essere più severa e basata su rimproveri e punizioni.


Nel Settecento 

l'autorità paterna iniziò a subire cambiamenti.

Il padre cominciò a lasciare al figlio libertà di scelta. Ad esempio lo stesso Montesquieu nel parlare dei figli affermava: "Sono vissuto con i miei figli come con degli amici - e rivolgendosi al figlio diceva - figlio mio, sarai quello che sceglierai d'essere"


Una piccola svolta si verificò nell'Ottocento.


La famiglia borghese si trovò al centro di un cambiamento, che avrà ripercussioni notevoli sulla futura concezione della paternità: venne rivalutata la figura della madre responsabile dell'educazione morale dei figli.


L' attenzione per l'infanzia si fece più forte e fiorirono trattati di educazione e pedagogia. 


Purtroppo durante la Restaurazione, si fece un passo indietro con il ripristino dell'ancien régime, che provocò il ritorno al vecchio sistema sociale e familiare, per cui si rinsaldò la posizione del padre, soprattutto nell'impero austro-ungarico ed in Inghilterra. 


Con la rivoluzione industriale, iniziò un processo di profonda trasformazione sociale, che muterà per sempre il legame padre-figlio in Europa.

Da questo momento in poi si potrà dire "c'era una volta il padre".


Si sfaldò la famiglia patriarcale, ci si avviò verso la svalutazione della figura paterna a favore di quella materna.


Il padre, di solito, lavorava nelle fabbriche e si allontanava tutto il giorno dalla famiglia, per cui il suo posto era preso dalla moglie, che si prendeva cura dei figli e della gestione della casa, guadagnando molto in autorità.


Nei primi anni del Novecento 

si rafforzò la figura autoritaria del padre, al quale si doveva cieca obbedienza ed assoluto rispetto.


Ma la vera rivoluzione nella concezione della figura paterna avvenne proprio negli anni a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento ad opera di Sigmund Freud.

Freud ritenne il padre la figura più importante, per il giovane o per l'uomo adulto, che si identificavano completamente in lui.


Negli anni del cosiddetto "boom economico" la donna impersonava la regina della casa, mentre il marito lavora duramente, per garantire ai suoi familiari un dignitoso tenore di vita. 


Non c'è dubbio che la parola del padre in famiglia era ancora importante perché assicurava il sostentamento della famiglia, ma cominciò a crescere il matriarcato. 


Oggi

Alla luce del cambiamento contemporaneo, la figura paterna sembra vivere un momento di "crisi" nella sua autorità tradizionale. 

Il sistema patriarcale subisce un forte calo e si registra un disorientamento dell'identità maschile; la famiglia assume una struttura paritaria.


Le donne sono sempre più presenti nel mondo del lavoro, guadagnano e non dipendono totalmente dall'uomo.

Gli uomini, invece, si sono avvicinati emotivamente alla dimensione familiare.


Lo studioso Charmet nota tra i nuovi genitori, due fenomeni nascenti: una paternalizzazione della madre ed una maternalizzazione del padre; non c'è più il modello Ottocentesco di padre autoritario, ma si è passati a una figura confusiva, denominata da molti studiosi, "mammo", che instaura con i figli una presenza empatico-affettiva caratterizzata da aspetti emotivi prima che normativi, producendo una maggiore capacità di ascolto e vicinanza. Per tale motivo molti ricercatori definiscono tale situazione come "paradosso del padre", ossia un'ambivalenza nei comportamenti maschili, che consiste nell'essere dolce e amorevole in famiglia, tanto quanto una madre.


In effetti questo paradosso non esiste, perché un padre affettuoso, disponibile, sempre pronto a collaborare con figli e moglie, diventa realmente la colonna della famiglia fondata sull'amore, sulla comprensione, sulla condivisione, sulla corresponsabilità.


Dividere con la moglie la cura dei figli, anche quando sono piccolissimi, e, in molti casi, anche la gestione della casa, è altamente educativo, in quanto tutto questo è - soprattutto per i figli maschi - esempio di riconoscimento e di rispetto della dignità della donna. 


La definizione di padre-mammo, è oggi da molti psicologi ritenuta inappropriata, perché sembrerebbe sottolineare la perdita della dignità paterna. 

Essere aperto con i figli non significa perdere la propria autorevolezza. 


Vuol dire, invece, acquistare, presso la famiglia, vera stima -non quella imposta -, riconoscere la parità tra uomo e donna e contribuire a creare un ambiente familiare sereno, com'è giusto che sia.


L'autorità rigida del passato non è più concepibile nella nostra epoca: rischierebbe di fare solo guai.  


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