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di Giovanna Moscato
https://t.me/Giovymos [Botros n.33 - Art. 26 Febbraio 2024] 

"Lacrime di sale" di Pietro Bartolo e Lidia Tilotta 


Parlare di migrazioni significa ripercorrere la storia dell'umanità, perché non c'è stato periodo durante il quale non si siano verificati movimenti di popoli verso altre terre, fossero essi spontanei o indotti da situazioni di guerra o di calamità, o da persecuzioni. In fondo, l'umanità si è diffusa in tutto il globo grazie ai movimenti migratori, là dove non c'era più spazio per espandersi occorreva trovare un luogo abitabile nel quale far crescere la propria progenie. 


Ogni spostamento è stato caratterizzato nella maggior parte dei casi dalla sofferenza di dover abbandonare la terra natia, i luoghi noti, gli affetti più cari per mettere radici in una terra non sempre ospitale. Oggi il fenomeno migratorio , lungi dall'arrestarsi, è sempre più caratterizzato da situazioni di profondo dolore, di perdite di vite, di precarietà e discriminazione. Luogo di continue transizioni, ma anche luogo che accoglie nel suo grembo migliaia di vite, è il Mediterraneo, attraversato dalle cosiddette carrette del mare, piccole imbarcazioni di fortuna che trasportano centinaia di persone provenienti da paesi martoriati come l'Africa, il Pakistan, il Bangladesh. 


Questa umanità sofferente è al centro del saggio scritto da Pietro Bartolo  e Lidia Tilotta dal titolo "Lacrime di sale". Nessuna opera narra meglio di questo testo l'orrore vissuto dai migranti durante la traversata del Mediterraneo e il successivo naufragio a Lampedusa. Bartolo narra le storie di cui lui stesso è stato testimone in quanto a Lampedusa ha svolto la sua professione di medico  e in occasione di questi naufragi ha prestato il suo soccorso alle vittime, uomini, donne e soprattutto bambini, bambini indifesi che molto spesso hanno visto morire sotto i loro occhi i propri cari. 


Bartolo ha raccolto le loro testimonianze e attraverso il suo testo ha fatto sì che ognuno di noi venisse a conoscenza della realtà dei fatti abbandonando gli stereotipi e guardando ai migranti come persone che soffrono delle pene infernali, che mettono a repentaglio la propria vita per avere qualcosa che è un diritto di tutti, anche di chi ha la sfortuna di vivere in un paese povero, o scosso da guerre continue, il diritto ad una vita sicura. 

"È gelida l'acqua. Mi entra nelle ossa. Non riesco a liberare la stazza dall'acqua. Uso tutta la mia forza e la mia agilità ma la lancia resta piena. E cado. Ho paura. È notte fonda e fa freddo. Siamo a quaranta miglia da Lampedusa e, se non riesco a farmi sentire subito, mi lasceranno qui e sarà la fine. Non voglio morire così. Non a sedici anni. Il panico sta per impadronirsi di me e comincio a urlare con quanto fiato ho in gola, cercando di rimanere a galla e di non farmi trascinare giù da questo mare che ci consente di sopravvivere ma che può anche decidere di abbandonarci per sempre. "Patri" urlo. "Patri." 

Lui è al timone e non mi sente. La fine si avvicina, penso. Poi qualcosa accade... Ciò che non potevo sapere allora è che non solo quella notte sarebbe rimasta per sempre impressa nella mia mente ma che la mia esistenza sarebbe stata segnata da un mare che restituisce corpi e vite e che sarebbe toccato proprio a me salvare quelle vite e toccare per ultimo quei corpi." 


Bartolo racconta nel testo un episodio della sua vita occorsogli quando era poco più che bambino, per uno strano scherzo del destino anche lui si è trovato nello stesso pericolo di vita in cui si sarebbero trovati anni dopo gli stessi migranti che lui avrebbe soccorso a Lampedusa. 


Quante volte il medico di Lampedusa ha provato dolore nel vedere i poveri corpi galleggianti nelle acque, abbandonati e inermi, o quando ha curato queste persone ferite nel corpo e nell'anima cercando di dare un piccolo conforto. Straziante è il racconto del lungo viaggio caratterizzato da rischi continui, da periodi di permanenza nelle carceri della Libia, dall'orrore di perdere per strada i propri congiunti uccisi dagli stenti o dalle torture. A volte le storie si concludono con una nuova speranza di ricongiungimento con i propri cari che molto spesso vivono in altre nazioni. 


Tanti nomi riempiono la memoria di Bartolo: Yasmin, che partorisce Gift circondata dall'affetto delle donne di Lampedusa; Hassan, che per tutto il viaggio porta sulle spalle il fratello paralizzato; Omar, che non riesce a dimenticare; Faduma che, per crescerli, ha dovuto separarsi dai suoi sette figli; Jerusalem, a cui i trafficanti di uomini hanno rubato la spensieratezza; Kebrat, miracolosamente strappata alla morte; e poi Sama e il suo gatto, Mustafà e la piccola Favour.


Assolutamente straordinaria è l'umanità di Bartolo che partecipa totalmente al dolore delle persone che soccorre, per lui e per i lampedusani non si tratta di numeri, di gente senza volto, ma di uomini, donne e bambini che hanno una storia terribile alle spalle, che portano dentro l'anima i segni indelebili di ciò che hanno vissuto. Bartolo trae la sua forza proprio dalla gente della sua isola che, in modo esemplare presta il proprio aiuto ai sopravvissuti.


 "Ed è per questo che oggi, nel fare il mio lavoro in queste condizioni, ho bisogno del sostegno dei lampedusani. Perché spesso, quando lo sconforto sta per prendere il sopravvento, sono loro a darmi carica ed energia."


Bartolo racconta di un padre siriano che non si dà pace, per non essere riuscito a salvare uno dei suoi figli. Una volta caduto in mare, l'uomo aveva cercato di trattenere entrambi i bambini, ma quando ha compreso che rischiavano di andare a fondo tutti, per salvare almeno uno dei due figli aveva lasciato andare l'altro, poco prima che i soccorsi arrivassero.


"Sono nei miei incubi ricorrenti quelle scarpette, proprio come le catenine, le collanine e i braccialetti dei corpicini che mi è toccato esaminare, uno per uno, senza tregua. Uno per uno tirati fuori da quegli orribili sacchi verdi."  


E sono forse questi i momenti più tragici vissuti da Bartolo, quelli in cui deve passare in rassegna i corpi dei bimbi . Non c'è mai fine all'orrore, fino a quando varrà  la frase "Homo homini lupus"?


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