di Francesco Viscomi
(https://t.me/francesco_vis) [Botros n.33 - Art. 26 Febbraio 2025]
I ragazzi e Immigrazione
Molte volte, quando si pensa ai migranti, non si prende in considerazione la moltitudine di ragazzi che arrivano dalle coste africane e medio-orientali, infatti, la prima immagine che ci viene in mente quando pensiamo al tema, è quella degli adulti.
In tutto il mondo i minorenni costretti ad allontanarsi dal proprio luogo d'origine sono circa 12 milioni.
Nel 2016 i minori sbarcati in Italia sono stati circa ventottomila, di cui circa ventiduemila non accompagnati, e quasi tutte le settimane arrivano barconi sulle coste italiane.
Molte volte sono proprio i ragazzi quelli che partono alla ricerca di un futuro migliore e, in alcuni casi, di un lavoro ben retribuito.
Molti adolescenti e bambini sono lontani dalla propria famiglia e magari non sono più in contatto con i loro parenti, per un motivo o per un altro.
Molti vengono qui, da soli, forse perché sono i più giovani, quindi hanno più forza fisica e di conseguenza possono generare più profitto o forse perché i genitori e i fratelli più grandi sono consci della loro situazione, quindi si rassegnano e cercano di "salvare il salvabile".
La stragrande maggioranza di essi è maschio e ha tra i sedici e i diciassette anni.
Da parte dei ragazzi europei, che sono quelli che maggiormente vengono a contatto con questo fenomeno, i sentimenti verso i migranti, che siano o che non siano loro coetanei, sono molteplici.
In base alla mia esperienza, posso dire che alcuni covano all'interno di sé stessi, sentimenti di rifiuto verso lo straniero, altri sono indifferenti, altri sono pronti ad accogliere dal primo momento e altri ancora, prima non si fidano molto di coloro che vengono nelle nostre terre, poi, diventando confidenti di essi, allargano la propria mente e ne iniziano anche ad apprezzare gli usi, la lingua, la cultura e i costumi.
Tutti questi sono comportamenti tipici non solo dei ragazzi, ma anche degli adulti.
L'ultimo citato, secondo me è del tutto normale: è normale che quando conosciamo una persona che va a rompere gli equilibri della nostra vita ordinaria, "contaminandola" con cose nuove, lontane dalle nostre, si possa provare un senso di disagio e di imbarazzo.
Vi ricordate quando i nostri antenati andavano da giovani verso il Nord Italia, gli Stati Uniti o la Germania a cercare lavoro?
Quegli anni, a primo acchito, sembrano terminati, ma non è così.
Ancora oggi molti giovani, soprattutto del Mezzogiorno, migrano verso il nord, verso gli altri Paesi europei e verso il continente americano.
Se tempo fa, i ragazzi andavano via quasi esclusivamente per trovare un lavoro prettamente manuale, oggi, quelli che "evadono" dalle proprie realtà, lo fanno principalmente per studiare, laurearsi e poi lavorare in grandi aziende milanesi, piemontesi, inglesi, americane o tedesche, che cercano personale specializzato e competente per produrre il più possibile.
Di certo non "scappano" con dei barconi, non compiono viaggi pericolosi in balia delle onde e non rischiano di morire durante il tragitto.
Questo fenomeno è conosciuto come "fuga di cervelli", colpisce l'Italia dagli ultimi anni del secolo scorso ed è in continuo aumento.
Nell'ultimo decennio circa 182 mila laureati hanno lasciato l'Italia e 117 mila meridionali sono emigrati verso il settentrione.
Attualmente circa seicentomila laureati italiani lavorano in trentasei paesi esteri, circa il 6% di tutti i laureati italiani.
Nel 2018 il 40% delle persone che hanno lasciato l'Italia, rientrava nella fascia tra i diciotto e i trentaquattro anni d'età.
Gli effetti di questo problema non sono da sottovalutare, infatti a causa della fuga di cervelli vengono a mancare innovazione, sviluppo e intraprendenza.
Si stima che l'emigrazione dei laureati italiani negli ultimi anni, sia costata 10,6 miliardi di euro.
Questo fa capire che i fenomeni migratori dei giovani non sono assolutamente lontani da noi, sia nel tempo sia nello spazio, ma che a volte essi avvengono sotto il nostro naso, senza che noi ce ne accorgiamo.