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di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.33- Art. 26 Febbraio 2025] 


Omero e la xenía
Quando l'ospitalità è sacra


Il ricordo della drammatica vicenda di Cutro, consumatasi la notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, ci offre ancora una volta l'occasione per riflettere sul tragico destino delle persone che, per varie ragioni, decidono di abbandonare le loro terre e cercare qui un futuro certo. Il sacrificio di coloro che hanno perso la vita (il bilancio drammatico è di 94 morti e 11 dispersi) deve seriamente scuotere le nostre coscienze, per capire se vogliamo davvero un mondo dal volto umano e una civiltà degna di questo nome. Il nostro Occidente progredito, ma ideologizzato, sta mostrando tutta la sua incapacità a gestire il problema dei flussi migratori. Vengono adottate soluzioni precarie (vedi il caso Albania), che non hanno la forza per far fronte ad una complessa e intricata questione geopolitica, intesa non come semplice emergenza ma come fenomeno epocale. 


Bisognerebbe pensare a grandi piani economici per aiutare quei Paesi, da cui i migranti partono, colpiti da crisi, guerre, povertà, malattie; oppure realizzare corridoi umanitari, per consentire loro di viaggiare liberamente e in sicurezza. Occorrerebbe controllare, responsabilizzando i governi, quanti speculano sugli immigrati, creando un giro di affari che attrae anche le nostre mafie. Il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, infatti, è uno dei principali e più remunerativi business: grazie a strette e illegali alleanze, le organizzazioni criminali straniere ed italiane collaborano, indirizzando i migranti verso la prostituzione, lo spaccio ed attività di caporalato. 


Il ruolo della politica

Serve una politica autorevole. È necessaria una convergenza tra i vari partiti e movimenti perché favoriscano soluzioni intelligenti di ampio respiro, nel rispetto di quei principi e valori che sono a fondamento della nostra civiltà. Questo è un impegno arduo e urgente: gli ideali dell'Occidente democratico ed avanzato devono essere riscoperti e attualizzati. L'inclusività, l'accoglienza, la solidarietà, la giustizia, la libertà, la dignità sono principi che rendono civile un Paese e la politica deve sempre difendere e promuovere. 


La politica raggiunge la sua piena realizzazione se è animata da un radicale altruismo, fino a mettere tutti nelle condizioni di vivere dignitosamente. La verità è che gli stranieri non li vogliamo, perché dobbiamo salvaguardare - si dice - identità e sicurezza nazionali. In realtà, abbiamo paura di ospitare e accogliere queste persone, perché destabilizzano equilibri politico-sociali e compromettono, sotto sotto, anche tanti buoni interessi. E questa mentalità trova spazio anche nel sentire comune. Provate a leggere sui social, trovate uno spaccato della nostra società insensibile e sorda ai valori dell'umana pietà: una mentalità razzista e cinica, arroccata nelle proprie convinzioni ("è una questione di principio", si sente dire), resistente ai cambiamenti. Una mentalità che gli abili politici sanno astutamente gestire per fare incetta di voti. Ingrediente costitutivo del populismo, infatti, è la strumentalizzazione delle paure e dei bisogni della gente a scopo di consenso.


La xenía e il vangelo

Eppure nella nostra cultura antica, che costituisce l'humus su cui è sorta la civiltà occidentale, si trovano solidi valori per saper assumere comportamenti corretti e adottare misure adeguate. Il concetto di xenía, ovvero l'ospitalità sacra riservata agli stranieri, è centrale, per esempio, nell'Odissea di Omero. Il termine xénos (in greco ξένος) ha una sfumatura di significato ampio, che indica concetti divergenti come "straniero/nemico", oppure "ospite/amico". Nel VI libro del poema, si racconta di Nausicaa, spinta da Atena in sogno ad andare al fiume a lavare i panni con le sue ancelle, che trova Ulisse naufrago e lo accoglie con gentilezza, conducendolo a suo padre, il re Alcinoo. 


Mentre le ragazze giocano con la palla, le loro grida svegliano Ulisse. Egli esce dal bosco, coprendosi con un ramo, e si avvicina supplicando aiuto. Le parole dell'eroe tradiscono ansia: 'Ahimè! In quale terra sono giunto? Sono tra uomini violenti, selvaggi, senza giustizia o sono presso uomini ospitali (φιλόξεινοι) e timorati degli dèi?' (vv 191-192). La risposta di Nausicaa, invece, rincuora e placa la preoccupazione dell'eroe: Straniero (…) ora che sei giunto alla nostra terra, alla nostra città né panno ti mancherà, né altra cosa quanto giusto ottenga il povero che supplica (vv 199-200). E alle fanciulle, che spaventate alla vista di Ulisse si erano allontanate, dice: Fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista di un uomo? Forse un nemico credete che sia? (…) Ma questi è un misero naufrago, che c'è capitato, e dobbiamo prendercene cura: vengono tutti da Zeus gli ospiti (ξεῖνοί) e i poveri, e un dono, anche piccolo, è caro (vv 206-208). 


Il gesto dell'accoglienza e la cura da destinare allo straniero, perché sotto la protezione di Zeus, rappresentano ciò che è giusto, ciò che ha valore e deve essere custodito e tramandato. La tradizione cristiana, infatti, recuperando il pensiero pagano, ha dato un ulteriore senso, perché nel povero, nello straniero, nell'indifeso si è identificato Dio stesso, secondo quanto viene detto da Gesù: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? (…) In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me (Mt 25, 35-40).


Formazione cristiana

Ma il nostro cristianesimo dov'è andato a finire? Se il vangelo è a servizio dell'uomo, in qualsiasi condizione versi, dovremmo essere concordi e uniti, noi cristiani. Invece, ti trovi credenti, convintamente praticanti, che sostengono partiti che apertamente dichiarano posizioni che con il vangelo non hanno nulla a che spartire. Sul tema in questione, per esempio, non abbiamo sempre sentito slogan del tipo "porti chiusi", "sono tutti terroristi", "prima gli italiani", "ci tolgono il lavoro"? Esponenti della destra hanno sbandierato ai quattro venti una visione politica chiara: applicare i respingimenti e scoraggiare quanto più possibile l'arrivo di immigrati in Italia. È una scelta che è riconducibile ad un'ideologia nazionalista e sovranista, egemone oggi in Europa e non solo. Trump, in questi giorni, sta attuando politiche di rimpatrio per immigrati irregolari negli Stati Uniti, nella sostanziale indifferenza generale. Anche qui il problema è la scarsa formazione. In quanto credenti, ignoriamo gli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa, che dovrebbe animare la nostra partecipazione alla vita politica. Purtroppo, la conclusione amara è che essere cristiani, oggi, è diventata un'etichetta, che ha i suoi buoni vantaggi, anche in politica, ma che stride fortemente con quanto riusciamo a fare per le persone immigrate, perché incapaci di realizzare quell'annuncio di salvezza e di bene contenuto nel vangelo. Allora, un sano sussulto di indignazione dovrebbe provocare un radicale cambiamento del nostro modo di pensare, gretto e ipocrita, per rispetto di quei morti e per quell'umanità che ci accomuna tutti e ci rende fratelli.

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