di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.32- Art. 18 Gennaio 2025]
Quintiliano e la formazione a scuola
Partiamo dai dati. Il Censis, nel suo Rapporto di quest'anno numero 58, ci offre un quadro per nulla confortante per quanto riguarda il nostro sistema scolastico: uno studente su due delle superiori, il 43%, non raggiunge il traguardo di apprendimento in italiano e il 47,5% in matematica. Non va meglio alle medie: qui il 40% non raggiunge il traguardo in italiano, il 44% in matematica. Non è tutto. Un italiano su tre non conosce l'anno dell'Unità d'Italia e nemmeno quello della nascita della Costituzione; uno su tre non sa dire chi è Giuseppe Mazzini e uno su due non sa quando è scoppiata la Rivoluzione francese.
Se questa è la situazione, commenta argutamente A. Polito, "non c'è da meravigliarsi troppo degli stereotipi e pregiudizi, per cui il 20% crede che gli ebrei dominino il mondo e il 15% l'omosessualità sia una malattia genetica" (Corriere della sera, 7 dicembre 2024, p. 24).
Aggiungiamo, inoltre, i gravi episodi di violenza di qualche mese fa che hanno avuto come protagonisti giovani adolescenti. Crescono gli istinti suicidari, le forme di disturbo dell'alimentazione, le risse tra gli adolescenti, le vittime di bullismo e cyberbullismo. Questo per dire che, come molti sostengono, ci troviamo davanti ad una vera e propria 'emergenza educativa' e la scuola, luogo di istruzione e formazione, deve prendere atto della sua specifica missione in questo contesto problematico.
La cura delle relazioni
La scuola come "agenzia educativa", che vuole offrire ai giovani solidi percorsi e credibili itinerari di maturazione umana, perché siano pronti ad affrontare il loro futuro con coraggio e speranza, deve farsi carico delle sfide che oggi il presente impone. Iniziative e progetti, curriculari ed extracurriculari, sono tutti validi per rendere efficace un'offerta formativa. Si fa attenzione alle varie metodologie e si valorizza l'utilizzo della tecnologia per pratiche didattiche innovative. Il tutto per facilitare lo studio delle discipline, cercando di agevolare l'acquisizione delle conoscenze e sviluppare così abilità e competenze. Vengono messe in campo strategie per favorire dinamiche di inclusione per studenti con disabilità; altre strategie sono finalizzate per la prevenzione e il contrasto alle forme di violenza tra i giovani. Insomma, non mancano interventi che hanno la loro indubbia importanza, perché la scuola sia in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni ed alle esigenze degli alunni, per conseguire standard educativi di qualità.
Riteniamo però altrettanto fondamentale quella cura delle relazioni, che è decisiva nei rapporti tra le varie figure che operano nella scuola, e che contribuisce notevolmente al suo successo formativo. In effetti, ogni istituzione o realtà aggregativa, perché funzioni, deve porre al centro dell'attenzione le relazioni umane, ovvero quei rapporti interpersonali, che, grosso modo, vanno a configurarsi in una duplice forma: possono essere finalizzati al rispetto, alla stima, alla promozione dell'altro, oppure all'affermazione personale, all'indifferenza, all'esclusione dell'altro. La scuola, presidio dei valori umani, non solo insegnati ma anche vissuti, con l'impegno di tutti, rappresenta quella "palestra" dove impariamo a prenderci cura dell'altro, perché sia riconosciuto nel suo indubbio valore. Questo crea un ambiente sereno e un clima 'ricettivo', che sono fondamentali per predisporre gli alunni all'apprendimento e per motivarli in un fruttuoso percorso di educazione.
In famiglia
Questo processo però non deve iniziare a scuola, ma in famiglia. È convinto di questo Quintiliano, un autore vissuto a Roma nel I sec. d. C. La sua opera Institutio oratoria, sulla formazione del perfetto oratore, propone utili consigli. Lo scrittore ha intuito quanto la moderna psicologia ha ampiamente confermato, e cioè l'importanza determinante che hanno, nella formazione del bambino, i primi anni di vita, le prime esperienze affettive, i primi apprendimenti. Per essere certi di questo, l'autore nel I libro, invita a considerare la "natura" della mente, che è ritenuta di origine divina (origo animi caelestis creditur).
Le potenzialità della nostra mente, se non verranno messe nelle condizioni di fruttare, la responsabilità è degli adulti. Scrive Quintiliano: "Nei ragazzi brilla la speranza (elucet spem) di moltissime potenzialità: se poi essa durante la crescita si spegne, evidentemente è mancata non la natura, bensì l'attenzione (curam) degli adulti" (I, 1, 2). Egli paragona la mente del bambino appena nato ad un vaso, la prima sostanza che toccherà le sue pareti ancora vergini lo impregnerà del suo odore e lascerà una traccia permanente. Quindi, enormi sono le responsabilità delle figure genitoriali o della nutrice che sono le persone con cui il bambino viene a contatto, con cui instaura legami affettivi. Quello che chiede Quintiliano ai genitori è di nutrire speranza, "la più alta speranza" (spem optimam), questo perché i figli siano oggetto di cura e attenzione costanti.
A scuola
Lo stesso atteggiamento deve avere il magister a scuola, con alcune caratteristiche presentate nel II libro. Quintiliano, mettendo in risalto le qualità umane e professionali del maestro, non si sofferma principalmente sulle competenze, che comunque deve possedere nelle singole discipline, ma predilige alcune doti e abilità che devono essere alla base dell'azione didattica. Innanzitutto, egli deve assumere i sentimenti di un padre nei confronti degli alunni (sumat parentis erga discipulos suos animum) nel compito di provvedere alla loro crescita intellettiva, morale ed umana. Ponendosi come modello, il maestro non deve avere "vizi" (nec habeat vitia), ma non deve neanche tollerarli (nec ferat). La sua "severità" (austeritas) non sia "arcigna" (tristis); così la sua "cordialità" (comitas) non sia "eccessiva" (dissoluta), perché non generino negli allievi rispettivamente "antipatia" (odium) e "mancanza di rispetto" (contemptus).
Parli molto frequentemente (plurimus ei sermo sit) di ciò che è onesto e di ciò che è bene, perché quanto più spesso ammonirà, tanto più raramente punirà. Quando corregge i compiti, con i voti non sia troppo "stretto" (malignus) o "largo" (effusus), perché un'eccessiva severità di giudizio suscita insofferenza verso lo studio (taedium laboris), un eccesso di lodi, invece, potrebbe produrre un'eccessiva "sicurezza" (securitatem) del proprio valore. Quando corregge gli errori non si dimostri "aspro" (acerbus) e offenda il meno possibile, perché è proprio questo atteggiamento che fa fuggire molti dal proposito di studiare. Solo un maestro autorevole, se ben educati gli alunni (si modo recte sunt instituti), conclude Quintiliano, può guadagnarsi la stima e il rispetto.
Istruzione e formazione
La vita scolastica, quindi, offre varie occasioni per rendere effettiva l'educazione come formazione della personalità dei giovani. È necessario, però, che negli ambienti scolastici si diffonda potentemente quella ricerca genuina del bene altrui. Solo se diventa dominante la logica del servizio, per cui il più grande si mette a disposizione del più piccolo e lo spirito di collaborazione supera ogni forma di individualismo, le relazioni ritrovano il loro giusto senso e viene restituito alle diverse professioni coinvolte nel mondo scolastico autorevolezza e credibilità.
In questo contesto di solidarietà si possono creare quelle condizioni che favoriscono negli alunni la docilità a farsi guidare sia nei processi di apprendimento e sia nella conoscenza di se stessi, tappa fondamentale per la conquista del proprio mondo interiore. La scuola, infatti, si presenta come un itinerario formativo che aiuta il discente alla graduale e progressiva scoperta di sé, della propria interiorità: ovvero conoscere se stessi con i propri bisogni, desideri, aspirazioni.
Nella conoscenza di se stessi, con le risorse e le debolezze, le possibilità e i limiti, si indica ai ragazzi la strada per raggiungere, con pazienza e fiducia, quell'autonomia e libertà, che, opportunamente epurate le spinte autoreferenziali ed egocentriche, sono il segno della maturità personale. I nostri giovani potranno così essere protagonisti del progresso della civile e umana convivenza, e non più vittime del contesto familiare, sociale, culturale, che condanna ad atteggiamenti passivi, all'assunzione acritica di modelli e stili di vita, in una parola, ad esistenze non pienamente realizzate.