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di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.31- Art. 15 Dicembre 2024] 


Ippocrate: Padre della medicina moderna


È l'isola di Kos il luogo che diede i natali, intorno al 460 a. C., a questo importante personaggio, al quale va ricondotta la fondazione di una scuola di medicina, in cui riconosciamo la nascita della scienza medica moderna. Ippocrate, dopo aver lasciato la sua patria, iniziò un lungo pellegrinaggio nelle numerose altre città e regioni del mondo antico, che conobbero il suo nome e la sua arte. Morì a Larissa, in Tessaglia, tra il 375 ed il 355 a.C. 


La leggenda narra che sulla sua tomba c'era sempre uno sciame d'api, il cui miele aveva virtù terapeutiche. Un vero e proprio culto di Ippocrate nacque dopo la sua morte. Sotto il suo nome ci è stato tramandato il Corpus Hippocraticum, una collezione di circa settanta opere, composte nel corso di vari secoli e aggregate tra di loro in un'epoca imprecisata. L'attribuzione dei singoli scritti è estremamente complessa: alcuni sono riconducibili al celebre medico, mentre altri derivano sicuramente dall'influenza che egli ebbe nei secoli successivi. Noto è il Giuramento, che prescrive i doveri morali e stabilisce un codice di comportamento; oggi viene proclamato dai medici all'inizio della loro professione.


Medicina scientifica e moderna


Quello che vogliamo evidenziare è che nell'arte medica antica (V e IV sec a. C) assistiamo ad un significativo sviluppo: da una visione magico-superstiziosa, con una forte caratterizzazione religiosa, si passa ad un approccio scientifico, contrassegnato dall'osservazione diretta della realtà e dall'interpretazione di sintomi, con spiegazione razionale della malattia e adeguamento di nuove cure e nuove terapie. Ippocrate insegnava che la malattia non è riconducibile ad un intervento divino, come si poteva credere fino a quel tempo. Egli diffuse, infatti, il principio che la malattia ha una causa naturale. 


Si iniziò, dunque, a dare alle malattie una spiegazione, una terapia ed una possibile guarigione. Per fare ciò, il medico seguiva un vero e proprio metodo: 


1. Innanzitutto, l'osservazione dei malati condotta con una ricerca attenta sulle abitudini del paziente, che può venire solo dall'ascolto delle sue narrazioni (anamnesi= ἀνάμνησις, dal verbo ἀναμιμνήσκω "io ricordo"), e sulle manifestazioni dei sintomi (τεκμήρια);

2. Segue poi la decifrazione dei sintomi, che diventano segni (σημεῖα). I segni acquisiti formeranno una sorta di "banca dati", accuratamente selezionati attraverso un processo di diagnosi, ovvero la "selezione dei segni", in cui viene separato quello che non è significante e accade per caso da quello che consente comprensione, tanto delle cause quanto degli sviluppi futuri della malattia.

3. Si passa, infine, alla cura/terapia (ϑεραπεία) e alla prognosi (πρόγνωσις "previsione"). Il concetto di prognosi è fondamentale per tutta la medicina ippocratica, tanto che a esso è dedicato un intero trattato (il Prognostico) tra quelli che la critica antica assegna personalmente a Ippocrate.


La malattia "sacra"


Nessuna malattia è provocata da cause magiche o religiose. Tutte derivano da ragioni naturali. La medicina ippocratica riteneva, infatti, che qualsiasi manifestazione morbosa dovesse essere affrontata razionalmente. Celebre è la discussione sull'epilessia (affrontata nel trattato De morbo sacro), chiamata, appunto, all'epoca, "malattia sacra", perché ritenuta di origine divina e quindi non curabile con mezzi naturali. 


Secondo l'autore, invece, l'appello alla divinità sarebbe solo un modo per mascherare l'ignoranza ed esimersi dalla ricerca delle vere cause. L'epilessia (dal greco ἐπιληψία, dal verbo ἐπιλαμβάνω, 'colgo di sorpresa'), invece, sappiamo che è una sindrome neurologica complessa, caratterizzata dal periodico ripetersi di manifestazioni psicofisiche improvvise, quali sospensione o perdita della coscienza, stato confusionale, movimenti automatici e, nelle forme più gravi, convulsioni muscolari, dilatazione delle pupille, cianosi del volto, emissione di bava ecc. 


Le credenze popolari ne attribuivano la causa ad un assalto di demoni, che prendevano possesso del corpo del malato e gli procuravano una temporanea perdita delle facoltà mentali. Davanti ad essa, la cura tradizionale consisteva nel cacciare con esorcismi il demone dal corpo del malato. A tale spiegazione superstiziosa, riconducibile ad una sostanziale ignoranza, l'autore oppone una tesi laica: la malattia sacra non è più sacra, perché deriva da un disturbo del cervello: "Circa il male cosiddetto sacro questa è la realtà. (…) 


Ha struttura naturale e cause razionali: gli uomini tuttavia lo ritennero in qualche modo opera divina per inesperienza e stupore, giacché per nessun verso somiglia alle altre. E tale carattere divino viene confermato per la difficoltà che essi hanno a comprenderlo, mentre poi risulta negato per la facilità del metodo terapeutico col quale curano, poiché è con purificazioni e incantesimi che essi curano". (De morbo sacro, 1-2). 


Più avanti, si mostra severo verso coloro che curavano secondo metodi tradizionali e che, appunto, per ignoranza attribuivano questa malattia alla divinità: "In verità io ritengo che i primi a conferire carattere sacro a questa malattia siano stati uomini quali ancor oggi ve ne sono, maghi (μάγοι) e purificatori (καθαρταί) e ciarlatani (ἀγύρται) e impostori (ἀλαζόνες), tutti che pretendono d'essere estremamente devoti e di veder più lontano. Costoro dunque presero il divino a riparo e pretesto della propria sprovvedutezza - giacché non sapevano con quale terapia potessero dar giovamento -, e affinché la propria totale ignoranza non fosse manifesta, asserirono che questo male era sacro" (De morbo sacro, 1-2).


L'ossessione del diavolo

Ancora oggi resiste la credenza nelle possessioni diaboliche e nell'esistenza di satana, come autore del male, che, in alcuni casi, inquieta la vita dei credenti. E quel che più colpisce è che non se ne parla in modo chiaro. Non è il caso del teologo e biblista A. Maggi. Attraverso un approccio esegetico e storico-ermeneutico dei testi sacri, lo studioso ha descritto l'origine di questi racconti intorno alle figure di satana/diavolo e dei demòni. 


Questo ultimo termine, per esempio, nasce quando tra il III e il II sec. a.C. la Bibbia venne tradotta dalla lingua ebraica a quella greca. I traduttori, in una cultura teologicamente più evoluta, si imbatterono in residui della mitologia babilonese assorbita dagli ebrei nei due secoli nei quali Israele fece parte dell'impero persiano, e tradussero con "demòni" quegli esseri intermedi tra il divino e l'umano quali erano, tra gli altri, le sirene (metà donna e metà uccello) e i sàtiri (la rappresentazione iconografica del diavolo, essere metà capra e metà uomo, si rifà proprio ai sàtiri, in particolare alle raffigurazioni del dio Pan). 


Per quanto riguarda il termine satana, nella Bibbia ebraica con la parola sātān, (avversario/nemico), tradotta in greco con diàbolos (διάβολος), si indicano sia figure simboliche che persone concrete, come Davide, di cui i Filistei dicono "Non venga con noi in guerra, perché non diventi nostro avversario (sātān) durante il combattimento" (1 Sam 29,4). 


Come figura simbolica, "il satana" svolge un ruolo importante nel Libro di Giobbe, dove non compare come nome proprio, ma sempre come una funzione, che era quella di sovrintendente al servizio di Dio per accusare al suo cospetto i peccatori. 


La funzione del satana, di accusare gli uomini dinanzi a Dio per poter infliggere loro il castigo divino, tramonta definitivamente con Gesù, che presenta un Dio diverso da quello della religione: non è vero che Dio premia i buoni e castiga i malvagi, ma a tutti offre incondizionatamente il suo amore, "perché egli è benevolo verso gli ingrati e malvagi" (Lc 6,35).  Per questo Gesù, come effetto della sua predicazione, può annunciare "Vedevo il satana cadere dal cielo come una folgore" (Lc 10,18). 


La funzione del satana, di accusatore degli uomini, viene meno con un Dio che non castiga ma che ama anche i peccatori, e il diavolo viene così espulso dalla corte divina ("È stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte", Ap 12,10). Urge una seria e aggiornata formazione cristiana in questo senso, perché sia liberante il messaggio evangelico e perché sia adulta la fede dei credenti.

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