di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.29 - Art. 19 Ottobre 2024]
Attualità dei Classici
LA MEDICINA NELL'ANTICA GRECIA: DA SUPERSTIZIONE A SCIENZA
Il contributo di Alcmeone di Crotone e di Ippocrate di Kos
La storia della medicina greca è, insieme, una storia delle idee di salute e malattia, delle pratiche di cura, della religione; una storia archeologica dei luoghi e degli strumenti utilizzati per ottenere la guarigione. Lo studio dei testi medici antichi offre, dunque, una prospettiva di indagine ampia e articolata sulla civiltà greca, circoscritta alla fase arcaica e a quella classica (secoli VIII-IV a. C.), in cui è possibile vedere come la cultura greca si sia relazionata con i temi della sofferenza del corpo, della malattia, della cura e della morte.
In questo periodo è possibile individuare un passaggio fondamentale nella medicina, gravido di significati per l’evoluzione di questa scienza: dal carattere magico, superstizioso e religioso al carattere scientifico, rappresentando così l’inizio di una medicina empirica e razionale, priva di qualsiasi elemento magico o religioso. Importante, in questo senso, il ruolo di Alcmeone e Ippocrate, che vedremo nelle prossime uscite di Botros. Qui ci concentriamo sulla prima fase della medicina antica, con particolare importanza data al corpo e caratterizzata dalla fusione di aspetti religiosi, magici e superstiziosi.
Carattere magico
Nell’età arcaica, la medicina è molto più di una tecnica di guarigione. Le pratiche mediche rimandano a tradizioni magiche. Alcuni esempi possono essere tratti dalle due opere di Omero. Celebri erano quelle esercitate da Macaone e Podalirio, medici nel campo acheo, figli del dio della medicina Asclepio. Di Macaone si dice che «non ha pari / nel cavar dardi dalle piaghe, e spargerle / di balsamiche stille» (Iliade XI, 690).
Ulisse, ferito da un cinghiale, viene curato con “cantilene magiche”: «Subito i figli d’Autolico curavano Ulisse, la piaga d’Ulisse glorioso, divino, fasciarono sapientemente col canto magico il sangue nero fermarono» (Odissea XIX, 455-458). Questa fase della medicina, in cui la guarigione assumeva un carattere miracoloso, non va semplicemente considerata come una superstizione; in realtà, la conoscenza delle erbe e dei rimedi era un sapere antichissimo. Essa si fondava su una pratica magica ed empirica, non priva peraltro di efficacia; vale come esempio la parola phármakon (φάρμακον), che significa “cura” e insieme “veleno”. E ogni farmaco ha proprio questa doppia natura. Infatti, ciò che distingue il “veleno” dalla “cura” è la quantità della sostanza che si assume.
Responsabilità divina della malattia e della salute
Coerentemente con le altre civiltà, anche quella greca, a proposito delle malattie e della salute, ricorre a teorie che coinvolgono forze soprannaturali e interventi divini. È Apollo che diffonde la peste nel campo acheo durante la guerra di Troia: «Il figlio di Zeus e Latona fece nascere un morbo letale (νοῦσον κακήν)» (Iliade, I v10). Sarà poi lo stesso Apollo che esaudirà la preghiera di Crise, debellando il morbo: «Ascoltami, Arco d’argento, (…) ora di nuovo, dunque, compimi questo voto: ormai lontano dai Danai respingi il flagello umiliante (λοιγὸν ἄμυνον)» (Iliade I, vv 451-456). Ciò spiega perché Apollo viene chiamato anche Sminteo (σμίνϑος =topo), epiteto attestato nella Troade, che vuol dire «signore dei ratti», con la doppia accezione di «mandante dei ratti», ma anche di «colui che li scaccia». Il ruolo dei topi, come propaganda dell’epidemia, era noto già ad Omero. In realtà, oggi è stato dimostrato che i veri vettori della peste sono i parassiti (pidocchi e pulci) e non i roditori stessi.
Il santuario di Epidauro e il rito dell’incubazione
Tra i figli di Apollo, celebri per la medicina, è annoverato Asclepio. Venerato anche a Roma col nome latinizzato Aesculapius. Ad Epidauro, nel Peloponneso, esisteva un famoso santuario a lui dedicato, un moderno centro di salute e benessere. Qui si trova il teatro (360 a.C.) dedicato al dio della medicina, ritenuto il miglior teatro greco per acustica ed estetica. Al centro del santuario c’era il tempio di Asclepio con ábaton (ἄβατον), dove avveniva il rito dell’incubazione (ἐγκοίμησις).
Le stele di Epidauro, risalenti alla seconda metà del IV sec. a. C., rappresentano l’esempio più celebre di iamata (ἴαματα = guarigioni) o sanationes, ovvero epigrafi che descrivono guarigioni più o meno clamorose attribuite all’intervento della divinità. Redatti dal personale dei santuari di Asclepio, gli ἴαματα di Epidauro si articolano in circa settanta brevi narrazioni e formano le cosiddette Cronache di Epidauro. Pausania ci informa che ai suoi tempi erano ancora visibili sei stele in dialetto dorico che registravano i nomi dei pazienti, le malattie e le modalità delle guarigioni: i pellegrini cioè si coricavano al suo interno, sperando di ricevere in sogno l’aiuto del dio. Si accedeva in seguito a un’offerta, un sacrificio (spesso di un gallo, in quanto “annunciatore del giorno nascente”, metafora della luce che rischiara le tenebre). Nel portico d’incubazione i pellegrini trascorrevano la notte in attesa di esser liberati dai loro mali o nella speranza che il dio apparisse loro in sogno per suggerire i giusti trattamenti terapeutici.
Cronache di Epidauro
Le Cronache di Epidauro, compilate dal clero locale, raccolgono le storie narrate sulle tavolette votive e descrivono l’apparizione del dio ai dormienti e la guarigione ricevuta. Questi brevi racconti tendono ad accentuare l’aspetto prodigioso delle vicende, che conservano però un sapore di vita vissuta. Di Ambrosia di Atene, malata ad un occhio, ad esempio, si legge che «giunse supplice al dio e mentre attraversava il tempio schernì alcune delle dediche come assurde e impossibili: zoppi e ciechi risanati solo per aver fatto un sogno! Postasi a dormire, vide un sogno (ὂναρ ἰδεῖν): le parve che il dio le stesse accanto al suo capo e dicesse: “ti guarirò, ma come ricompensa dovrai dedicare nel tempio una porcella d’argento a ricordo della tua stoltezza”. Detto questo le aprì le palpebre e versò un farmaco nell’occhio malato. Fattosi giorno, uscì guarita dal tempio» (Guarigione, VI. Trad. G. Guidorizzi).
Si parla di Eschine che «si arrampicò su un albero per spiare dentro il santuario, ma caduto dall’albero sopra alcuni sterpi si trafisse gli occhi: era malconcio e cieco, ma venne a dormire nel tempio e fu risanato» (Guarigione, XI. Trad. G. Guidorizzi). Un tal Eraio di Mitilene «non aveva i capelli sul capo, ma una barba foltissima; poiché si vergognava ed era deriso dagli altri, venne a dormire nel tempio, e il dio avendogli unta la testa con un farmaco gli fece ricrescere i capelli» (Guarigione, XIX. Trad. G. Guidorizzi). Un certo Cafisia, malato a un piede, «scherniva le guarigioni di Asclepio: “il dio mente quando dice di guarire gli zoppi: se avesse avuto questo potere, perché non risanò Efesto?” Ma il dio non mancò di castigare la sua tracotanza: infatti, mentre stava cavalcando, Cafisia fu disarcionato dal suo purosangue e cadde così da spezzarsi un piede. Così fu portato al tempio e in seguito, dopo molte suppliche, il dio lo guarì» (Guarigione, XXXI. Trad. G. Guidorizzi).
La conoscenza anatomica del corpo
Nella tradizione antica il corpo è il bene che l’uomo ha di più prezioso. Per gli eroi omerici il corpo è tutt’uno con il principio vitale, l’anima/ψυχή (psyché). Quando con la morte l’energia vitale si disperde, l’anima disgiunta dal corpo è solo un’ombra, un fantasma inconsistente che rimpiange in eterno la vita, perché al corpo sono legati tutti i valori dell’eroe (bellezza, valore, gloria, onore). La conoscenza anatomica, non fisiologica, del corpo era molto sviluppata.
È sempre Omero che ce ne dà testimonianza. Non essendo l’Iliade uno scritto medico, i riferimenti anatomici del testo si limitano, ovviamente, ad accenni brevi, dai quali non si può ricavare quanto era esattamente noto circa il loro funzionamento. Si trova un cenno al collo, quando Ettore è colpito a morte da Achille: «da parte a parte il delicato collo (δι՚αὐχένος) passò la punta… (XXII, 327-329)»; Allo scheletro osseo della testa si fa riferimento quando Antiloco uccide Echepolo.
Il riferimento è all’osso frontale: «… nella fronte (ἐν μετώπῳ) si conficcò, penetrò dentro l’osso la punta di bronzo» (IV, 460-461); Riferimenti ai rapporti della cavità buccale con la base dell’encefalo si trovano nell’episodio della morte del troiano Erimante per mano del cretese Idomeneo «…alla bocca (κατὰ στόμα) col crudele bronzo colpì; la bronzea lancia attraverso passò sotto l’encefalo, ruppe le bianche ossa; saltarono via i denti, si riempirono entrambi di sangue gli occhi…» (XVI, 345-349); Riferimenti al torace (στῆθος), come bersaglio delle armi, ricorrono molto spesso per la relativa ampiezza della sua superficie. L’area toracica più spesso menzionata è la regione mammaria, lì Aiace Telamonio colpisce Simoesio: «… al petto (στῆθος), presso la mammella (παρὰ μαζόν) destra; da parte a parte attraverso la spalla (δι՚ὦμου) la bronzea lancia passò…» (IV, 480-482); Ma anche alcuni organi interni del torace risultano noti.
Toante di Etolia uccide il tracio Piroo: «…il fuggitivo colpì colla lancia al petto sopra la mammella, penetrò nel polmone (ἐν πνεύμονι) il bronzo» (IV, 527-528); Il cuore (καρδία), col suo movimento ritmico, è menzionato nell’episodio della morte di Alcatoo, figlio di Esiete e cognato di Enea: «… in mezzo al petto lo ferì colla lancia l’eroe Idomeneo, ruppe attorno la corazza bronzea, che a lui lontano dal corpo teneva la morte; ma allora essa mandò uno schianto, squarciata dall’asta, risuonò egli cadendo, l’asta nel cuore (ἐν κραδίῃ) era piantata, che palpitante l’impugnatura faceva oscillare della lancia…» (XIII, 438-444); Il fegato (ἧπαρ) risulta ben attestato: « … con la spada lo ferì al fegato (καθ՚ ἧπαρ); fuori il fegato scivolò e nero sangue da questo la veste riempì…» (XX, 469-471).