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di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.27 - Art. 18 Settembre 2024]
 

Articolo 5 

Sociologia della conoscenza
Relazioni tra società e fonti


6.54  Le mie proposizioni fanno chiarezza in questo modo: colui che mi comprende, infine le riconosce sensate,
se è salito per esse – su di esse – oltre esse.
(Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che vi è salito).
Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo.

Ludwig Wittgenstein – T.L.P.



Oggi più che mai, in mondo globalizzato e fortemente liquido in tutte le sue caratteristiche sociali, politiche ed economiche, appare necessario cercare di stemperare o meglio diradare la cortina fumosa che permea le società. 


Partendo dai lavori di Bauman[1] sulla complessità sociale e sulla sua indeterminatezza, proviamo a ragionare su come e in quale direzione si sta muovendo la società, attraverso il tentativo di veicolare l’aspetto del sapere e della conoscenza in chiave evolutiva e che per molte culture rappresenta ancora un tabù. In un’epoca, come quella attuale, nella quale oltre ai pericoli tipici, consumismo, inquinamento, disumanità e solitudine, la sfida più importante che si presenta è quella di confrontarsi con la multiculturalità, con le diversità culturali (perché lo straniero è già presente da molto tempo, e non sparirà certo con i fantomatici blocchi navali). 


In questo panorama, il sapere e la conoscenza rappresentano le pietre miliari (esattamente come avveniva in passato, quando il ceppo piantato nel terreno rappresentava un simbolo per scandire le distanze lungo le vie pubbliche romane dal forte valore simbolico) della libertà. 


E’ proprio attraverso questo prisma – sapere-conoscenza-libertà – ci muoveremo. Non è un caso, che già Pasolini[2] aveva intuito non solo come senza conoscenza non vi era libertà (ma ancor più profondamente nella società politeista dei consumi, laddove trova genesi una nuova forma di schiavitù, inedita, subdola), ma che proprio grazie al paradosso della democrazia trova terreno fertile il fattore deviante della riduzione culturale, permettendo a quelli che potremmo definire dei veri e propri virus sociali, di devastare l’architettura garantista e solidale di uno stato, partendo proprio dall’ingenerare nelle coscienze il tarlo dell’inutilità della conoscenza e del sapere.[3]


Se nell’epoca del postmoderno persino la conoscenza può risultare liquida al pari della società, allora ci si rende conto di come proprio questa continua qualificazione di assenza di valori, di principi, di certezze e se vogliamo anche di ordine e sicurezza, altro non fa che generare una risposta sociale al contrario. In sostanza, se tutto appare fluido e inconsistente, la reazione naturale, ovvia, è quella di richiedere appunto più ordine, più disciplina, più restrizioni. 


In questo la paura dell’altro, del diverso dal noi rappresenta il carburante. L’alieno è in serto senso, non l’omino grigio rappresentato da Hollywood, bensì ogni cosa che genera paure, incertezze e fragilità. Purtroppo, la società liquida è un dato di fatto ormai, solo se si riparte dalla curiosità, dalla ricerca, dal sapere, solo se si riaffondano le radici nell’amore per cultura è possibile una risalita sociale. 


In passato, poter frequentare una scuola o avere un educatore era privilegio delle classi aristocratiche, e fin qui ovviamente per i “padroni” (soprattutto formati da proprietari terrieri) andava per il meglio, cultura solo a beneficio dei ricchi e con la massa idealmente pensata e voluta suddita e sottomessa. Successivamente, dopo l’avvento dell’illuminismo, la società ha iniziato a mutare la propria forma, grazie alle conquiste civili, sociali e giuridiche. 


L’avvento dello stato di diritto con i suoi principi fondamentali ha allargato la platea dei fruitori dell’istruzione, aprendo la strada alla possibilità che fette sempre maggiori di popolazioni potessero avere accesso al sapere ed alla conoscenza. L’allargamento dei beneficiari del sapere ha determinato una consapevolezza critica massiva, e quella che oggi viene identificata con quella definizione dell’egemonia culturale popolare, ma che in realtà rappresenta invece una conquista civile molto più complessa e ampia. 


Questo mutamento sociale ha poi generato una contro reazione, come brillantemente e schiettamente descritta dallo storico Alessandro Barbero, in sostanza… sono iniziati prima i tentativi di smantellare l’idea che cultura equivalesse a coscienza critica, sostenendo che in Italia vi fossero troppo laureati (in realtà la media è tra le più basse d’Europa), poi si è iniziato a sostenere che in fondo, occorreva far lavorare gli studenti dei licei, perché la scuola non prepara alle attività lavorative, e non si è pronti per l’ingresso nel mercato del lavoro, cosi ci si è inventati l’ingegnoso quanto subdolo strumento dell’alternanza “scuola lavoro” (premesso che nella stragrande maggioranza dei casi gli studenti non fanno alcuna esperienza legata al proprio profilo curriculare da studente, essendo solo un meccanismo di sfruttamento di manodopera a basso costo a vantaggio del potere datoriale (i padroni, termine arcaico ma veritiero[4]) per mansioni che poco o nulla hanno a che fare con la formazione on the job. 


Anzi, non sono pochi i casi di ragazzini vittime di incidenti mortali sul lavoro, o perché non formati prima dell’ingresso in fabbrica[5], o perché alcuni padroni (che non devono essere disturbati nella loro business) pensano bene di eliminare i dispositivi di protezione dai macchinari perché si possa produrre di più e velocemente, salvo poi avere le tragedie a cui assistiamo[6]. 


Eppure la nostra Costituzione pone all’art. 34 due principi generali (eguaglianza all’accesso alla scuola e il diritto all’istruzione) che afferiscono al mondo della cultura, perché per quanto forte possa essere la curiosità umana verso il sapere e la ricerca, essa non è mai scontata in termini di possibile accesso[7]. Il nostro costituente invero, ben conscio della delicatezza e allo stesso tempo importanza della cultura ha voluto consolidare i due principi richiamati come esplicazione e applicazione dell’eguaglianza “formale e sostanziale” contenuta nell’art.3 Cost., è stato in un certo qual modo, un voler dare un riconoscimento rafforzato ad un diritto che la storia ci insegna mai socialmente certo.


 Fanno rabbrividire alcuni articoli che puntualmente vedono la luce su qualche quotidiano nazionale…, laddove si arriva ad affermare in modo aberrante che è opportuno togliere i libri alle donne, cosi che esse possano fare figli…, l’articolo in questione apparso su “Libero” è del 2011[8], ma le stesse idee girano ancora oggi in un certo ambito dell’arena politica. Quindi cultura equivale a pericolo per il potere, e non mancano mai tentativi maldestri di smantellarne le fondamenta. 


Non è un caso che Karl Popper riteneva che per quanto possa essere alta la fame di conoscenza, e per quanto l’essere umano possa progredire grazie ad essa, si tratterà perennemente di un sapere limitato se rapportato alla smisurata produzione dell’ignoranza[9]. Ed è paradossale come il potere si smarchi e si spersonalizzi, grazie al fatto che coloro che detengono il potere mancano di conoscenze e di converso coloro che le possiedono non hanno il potere (il pensiero è di Mark Twain). 


Al di la delle culture, il vero nucleo centrale da cui si diramano conoscenza e sapere è la libertà. Un concetto tanto blasonato quanto fragile in ogni parte del pianeta, persino nelle democrazie cd mature, per non citare i paesi dove la libertà è assente o mutilata. L’esempio dell’Afghanistan dei talebani è emblematico. Dopo il ritorno al potere dei talebani, la segregazione sociale e la stratificazione sociale tra i sessi è diventata aberrante quanto assurda. 


Prima con le suddivisioni delle classi scolastiche tra maschi e femmine, poi con il divieto di frequentare le università imposto alle donne, e ora addirittura e giunto anche il divieto di parlare in pubblico, di uscire, di socializzare. Una ghettizzazione quella femminile che trova nella grassa ignoranza di teocrazie paramilitari la genesi. Meno cultura, meno conoscenza, meno sapere. 


Un motto frutto delle politiche degli stati egemoni, perché la geopolitica permea i disastri sociali, politici, culturali di gran parte dei paesi del pianeta ed è chiaro che si sia tornato alle sfere d’influenza delle cd superpotenze a scapito delle popolazioni degli stati satelliti.


Non basta quindi la semplice curiosità per alimentare la conoscenza, il sapere, ma occorre un valore cardine alla base della convivenza civile dei popoli, la libertà. Senza di essa nessuna comunità potrebbe accedere alla cultura, solo in quelli che vengono identificati come ordinamenti che hanno alla base un’architettura costituzionale laica, garantista e pluralista possono incardinare un sapere “erga omnes”. 


La cultura rappresenta quindi l’arma per liberarsi dalla schiavitù dell’ignoranza, non solo vista come possibilità del non conoscere, ma soprattutto come volontà soggettiva prima e sociale poi di superarla. Insegnare l’amore per il sapere forse rappresenta una possibilità di superamento di quello che può essere drammaticamente inserito come la deriva liquida della conoscenza, una disaffezione massiva verso il sapere, questo effetto risulta provocato dalle dinamiche sociali virtuali, la schiavitù da internet (usato non come strumento di ricerca ma banalmente come piattaforma sulla quale si muovono i social) potremmo dire resa cruenta e subdola dall’utilizzo dei social. 


Rimarco questo aspetto poiché esso è fortemente legato alla gestione del potere, avendo comunque sempre presente che la cultura fine a se stessa non è utile all’umanità, essa infatti si riduce a mero nozionismo. La conoscenza, la cultura, hanno senso solo se l’uomo mette in pratica il sapere, sia esso tecnico che umanistico e come ebbe a sostenere Camilleri, non basta leggere, ma occorre capire; 


“Capire però è un lusso che non tutti possono permettersi”.


Oggi più che mai, la comunicazione è fatta di notizie tagliate e ricucite, smontate e rimontate a seconda dell’obbiettivo che il potere vuole raggiungere, ed invero riuscire a rintracciare una comunicazione realistica ed obbiettiva che abbia l’interesse pubblico collettivo alla base, è diventata una cosa ardua per non dire quasi impossibile.


Se poi affondiamo anche solo leggermente lo sguardo sul potere o meglio sulla sua devianza in relazione alla cultura, alla conoscenza, al sapere, allora comprendiamo del perché della desertificazione socio-culturale a cui assistiamo. Se a capo di uno dei dicasteri più importanti, appunto quello culturale, viene posto a guidarlo, uno che ritiene che Cristoforo Colombo scoprì le Americhe grazie alle teorie di Galileo Galilei (che non era nemmeno nato) abbiamo uno dei tanti riscontri del come il potere curva a proprio vantaggio (e per garantirsi una sua continuità), anche le istituzioni. 


Non è un caso che quando si parla di ignoranza, la stessa viene distinta in attiva, passiva e strategica. Quest’ultima è quella voluta dal potere, dolosa e indirizzata a piegare con la produzione di segreti l’oscurantismo che ne deriva. Possiamo quindi operare una distinzione, tra una sociologia della conoscenza ed una sociologia dell’ignoranza, perché ogni forma di conoscenza ha sicuramente una forma di ignoranza. 


Persino nella letteratura questa dicotomia pervade la storia di personaggi veri o presunti, storicamente il “Visconte dimezzato”[10] ne rappresenta l’esatta ricostruzione tra due facce umane, il bene e il male, il potere e il dialogo, l’arbitrio e i limiti. Oggi ci rimane l’oscena quanto assurda perseveranza del potere[11] di mentire, sempre e ad ogni costo, persino davanti a fatti palesi, questo è forse il sogno di ogni lupo.., avere un branco di pecore credulone e convinte che non toccherà nessuna di loro.        


     

[1] Zigmunt Bauman, https://rivistedigitali.erickson.it/educazione-interculturale/archivio/vol-16-n-1/zygmunt-bauman-e-il-bisogno-di-educazione-interculturale/ 

[2] Massimo Recalcati, I tabù del mondo, Einaudi, 2017.

[3] Alessandro Barbero, https://www.facebook.com/sinistraitalianaSI/videos/alessandro-barbero-sullalternanza-scuola-lavoro/476562967311175/ 

[4] Edoardo Ghera, Diritto del lavoro, Giappichelli, 2023. 

[5] https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/05/04/alternanza-scuola-lavoro-il-governo-crea-un-fondo-per-risarcire-le-famiglie-dei-ragazzi-morti-rete-studenti-mette-in-conto-altri-casi/7149818/ 

[6] https://www.orizzontescuola.it/pcto-18-morti-e-quasi-300mila-infortuni-dal-2017-ad-oggi-valditara-occorre-tutelare-di-piu-gli-studenti/ 

[7] Roberto Bin, Giovanni Pitruzzella, Diritto Costituzionale, Giappichelli, 2024.

[8] https://www.qualcosadisinistra.it/2011/11/30/libero-togliete-i-libri-alle-donne-e-torneranno-a-far-figli/ 

[9] Peter Burke, Ignoranza. Una storia globale, Raffaello Cortina Editore, 2023. 

[10] Italo Calvino, Il visconte dimezzato, Mondadori, 2021.

[11] Gianfranco Pasquino, Prima lezione di Scienza politica, Laterza, 2008. 

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