di Giuseppe Morrone
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.27 - Art. 18 Settembre 2024]
Attualità dei Classici
L' Antigone di Sofocle secondo J. Lacan e P. Ricoeur
Antigone è una delle figure più intense e commentate della tragedia greca. Il celebre dramma di Sofocle, rappresentato ad Atene nel 442 a. C., nei secoli ha avuto grande fortuna. Una prova evidente sono le tante interpretazioni. Proponiamo qui quelle di due autori significativi del panorama culturale novecentesco: J. Lacan e P. Ricoeur. Ovvero psicoanalisi ed ermeneutica filosofica alle prese con la vicenda dell’eroina tebana.
Due personalità che hanno avuto un rapporto controverso. Motivo del contendere: l’interpretazione di Freud e della psicoanalisi. L’uscita di un fondamentale studio Dell’interpretazione. Saggio su Freud (1965) provocò una serie di dibattiti che causarono un certo ostracismo di Ricoeur dalla scena filosofica francese per molti anni. Numerosi psicoanalisti delegittimarono l’impresa ricoeuriana, parlando di una interpretazione filosofica della psicoanalisi. Tra questi J. Lacan, influente autore di un originale rinnovamento del freudismo di stampo chiaramente antiumanistico, che, da un lato, criticò la visione ricoeuriana della psicoanalisi ridotta ad ermeneutica, dall’altro, rifiutò la concezione antropologica di Ricoeur, a suo parere, eccessivamente cartesiana e fenomenologica, ancora legata al primato della coscienza. L’idea dell’unità edificante della condizione umana – sosteneva Lacan – era giudicata una “scandalosa menzogna”. Dopo Freud, secondo lo psicanalista francese, non sarebbe più possibile una filosofia umanistica di tipo tradizionale, logocentrica, basata sull’autopossesso consapevole di sé e delle proprie facoltà.
Al di là delle posizioni di questi due pensatori, a noi interessa, nei limiti di un articolo, evidenziare alcune prospettive circa la valorizzazione di un testo fondamentale della cultura classica, grazie alla potente forza evocativa e alla provvida ricchezza di significati che porta con sé. La tragedia racconta di Antigone che vuole dare la sepoltura al fratello Polinice, come impongono i doveri della pietà familiare, opponendosi all’editto del re di Tebe. Creonte, infatti, considera Polinice un traditore della patria. Antigone, scoperta mentre si accinge a coprire di terra il cadavere, viene trascinata davanti al re. La fanciulla riafferma, incrollabile, la giustezza delle sue azioni, che affondano le radici nelle leggi non scritte (ἄγραπτα νόμιμα) dei legami di sangue più forti di quelle umane. Antigone è condannata a morte, nonostante le suppliche rivolte a Creonte dal figlio Emone, suo promesso sposo. Quando il re, infine, decide di liberarla è ormai troppo tardi: la giovane si è tolta la vita e così faranno anche Emone e la moglie di Creonte, Euridice. Annichilito dalla disperazione, il re di Tebe resta solo e invoca su di sé la morte.
L’interpretazione di J. Lacan, proposta nel Seminario VII, intitolato l’etica della psicoanalisi, parte dalla nota lettura di Hegel, che sottolineava l’opposizione irriducibile di due leggi rappresentate dai due protagonisti: quella universale della polis (Creonte) e quella singolare del legame familiare (Antigone). Mentre Hegel insisteva nel mostrare l’assenza di flessibilità dialettica in questo scontro dilemmatico tra le due leggi, che vogliono essere entrambe assolute, Lacan sposta l’attenzione sull’atteggiamento interiore di Antigone: la sua inflessibilità che trova nel desiderio la forza e la motivazione di andare fino in fondo nella sua decisione. In quanto figura estrema del desiderio, ella non cede, non dubita. È una giovane donna, dalle parvenze fragili, che però si presenta capace di assumere tutte le conseguenze delle sue decisioni. La ragazza di Tebe non retrocede rispetto al proprio desiderio e non difende l’interesse particolare della propria vita. Il suo moto è animato da un amore per il fratello che non conosce limiti, nemmeno quello della morte. In questo senso, come afferma Lacan, è una figura dello “sconfinamento”: il carattere assoluto e puro del desiderio causa il passaggio della morte nella vita.
Se Lacan insiste nel sottolineare il carattere deciso e solitario di Antigone (il Coro non esita a definirla ὠμός, ovvero “qualcosa di non civilizzato”, “crudo”), non è forse per mostrarci che quando è in gioco il nostro desiderio, siamo sempre confrontati con le conseguenze dei nostri atti? Non accade, come per Antigone, di essere esposti al rischio dello sconfinamento, al rischio di andare incontro alla morte? È questo il destino che Sofocle assegna alla sua eroina: non cedere sul suo desiderio, non indietreggiare sulla propria verità, comporta per Antigone la condanna a essere sepolta viva.
Ella ci insegna che gli esseri umani sono esseri di desiderio e non esseri che si limitano a sopravvivere. Esistono queste figure oggi? Il libro di Barbara Stefanelli, finalista al Premio letterario Caccuri (Love harder. Le ragazze iraniane camminano davanti a noi, Solferino 2023), racconta le storie di alcune giovani coraggiose e ribelli, che hanno lottato per la libertà e per i propri diritti, perdendo tragicamente la vita. In queste donne è il desiderio che anima le loro azioni, le rende impavide contro torture e persecuzioni, e che procura, a sé e agli altri, un senso di orgogliosa fierezza e sentimenti di intima gratificazione. La madre della sedicenne Nika Shakarami, uccisa durante una protesta a Theheran, dice: «sono felice che mia figlia sia caduta per una causa che sentiva sua» (p.31); Marjane Satrapi, regista e sceneggiatrice, afferma che le donne iraniane «sanno quello che vogliono e sanno usare le parole per esprimere desideri considerati inammissibili, non temono di mettersi alla testa dei cortei» (p. 33); nel diario di Parnian, studentessa universitaria, si leggono queste parole: «Noi, semplicemente, non vogliamo più essere invisibili. Desideriamo essere gente normale, non vogliamo essere sottomesse» (p. 50).
L’opera di Sofocle ha un valore emblematico per il suo carattere di tragicità, determinato dal conflitto tra due valori: l’amore fraterno (Antigone) e l’amor patrio (Creonte). Su questo aspetto si sofferma P. Ricoeur nel IX Studio di Sé come un altro. Secondo il filosofo francese, il dramma sofocleo manifesta il carattere complesso e misterioso dell’agire umano. Quindi, la tragedia non può essere ridotta a pura manifestazione dell’irrazionale o all’espressione dell’inconscio. Qui è evidente la distanza rispetto all’interpretazione dei miti secondo la psicoanalisi di Freud e Lacan. Il dramma, invece, proprio perché mostra la complessità dell’agire umano, sollecita l’uomo ad essere sempre più consapevole delle sue capacità per esercitare la saggezza pratica nelle situazioni di oggettivo conflitto di doveri. Ovvero la persona è in grado, nelle circostanze in cui i valori confliggono, di saper trovare le corrette soluzioni se la presenza dell’altro assume un significato assoluto. Il volto dell’altro è portatore di un senso nuovo, che obbliga l’intelligenza a trovare le misure adatte alla realtà, superando l’oggettiva situazione di conflitto di coscienze. Anche la legge stessa trova la sua forza e il suo fondamento in questa saggezza, che deve costituire l’orizzonte etico, così prezioso per la deliberazione e la realizzazione della giustizia come equità.
Rileggendo il dramma con gli occhi di Ricoeur, ciò che colpisce, in definitiva, è il fallimento di una ragione che pretende di essere universale anche nelle questioni pratiche, ergendosi come ragione totalitaria, che tenta di eliminare qualsiasi elemento di conflittualità, mostrandosi incapace di mettersi in ascolto dell’altro. La tragedia, infatti, denuncia la rigidità e la ristrettezza di vedute dei protagonisti, chiusi nel loro approccio alla realtà. Essi, infatti, difendono con ragioni anche valide, ma incapaci di capire il punto di vista dell’altro; essi mancano di empatia e per questo lo scontro non può che arrivare al suo tragico epilogo.
In positivo il dramma sofocleo propone la necessita di riscoprire la flessibilità come caratteristica fondamentale della ragione pratica: tale flessibilità si esprime nella capacità di riconoscere la complessità della situazione e di apprezzare il punto di vista dell’altro, anch’egli portatore di una saggezza e di una verità in situazione, non assoluta, ma necessaria per una equilibrata e giusta decisione per il bene proprio, dell'altro e della comunità.
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