di Angelins
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.26 - Art. 10 Luglio 2024]
La scelta di tornare
Chi lascia la propria terra, sogna sempre di tornarci.
I luoghi dove siamo cresciuti, ci modellano ed influiscono sul nostro essere, contribuendo a renderci quelli che siamo.
Nei luoghi natii, che hanno un valore affettivo unico, affondano le nostre radici stabili, dove ci sentiamo al sicuro, a casa.
“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
C. Pavese
I luoghi dove siamo cresciuti lasciano un’impronta indelebile ed influiscono sul nostro essere, contribuendo a renderci quelli che siamo.
In qualsiasi parte del mondo ci troviamo, non riusciamo a dimenticare le nostre origini. Sono queste a definire la nostra identità e ci consentono di raggiungere il traguardo prefissato e di costruire un nuovo percorso di vita, una nuova avventura.
Nella nuova realtà, che forse ci ha dato l’opportunità di crearci una posizione, di realizzarci, tuttavia, non riusciamo a dimenticare il paese d’origine.
La nostalgia – oggetto dell'ultimo lavoro di Vito Teti, Nostalgia: antropologia di un sentimento del presente (Marietti 1820, Bologna, 2020) – ha a che vedere con uno spaesamento, con un sentirsi altrove, nel posto sbagliato, ma che non ha a che vedere in primo luogo con lo spazio. Essa, invece, è, per così dire, una malattia del tempo, della coscienza del proprio passato, dello scolorire inevitabile della propria esistenza. Non solamente i vecchi sentono nostalgia, anzi.
È quello che è accaduto a Saverio Strati: nato nel 1924 a Sant’Agata del Bianco, un piccolo paese di fronte al mare Jonio, sulla punta estrema della Calabria.
Strati è stato un grande uomo e un immenso scrittore. Ha raccontato Calabria e calabresi. Scritto capolavori, vinto il Campiello, e anche pianto. Contadino e muratore. Calabrese affetto dal demone della narrazione, emigrante” -così lo definisce Giusy Staropoli Calafati, scrittrice e candidata al Premio Strega, che ha avuto la fortuna di incontrarlo, conoscerlo, leggerlo.
Ella ne riporta i pensieri e i sentimenti nel suo libro La terra del ritorno, nel quale Strati si rivolge a Tascia, il protagonista del libro della Calafati, con queste parole, che racchiudono il senso di un ritorno per scelta nel paese natio.
«…io sono andato via da qui, quando ero giovane come voi – dice Strati – Abbastanza giovane, incosciente e sognatore. Con sogni dentro la valigia e niente panni, e ora torno con panni e neanche un sogno. La distanza dalla mia casa, mi ha torturato giorno dopo giorno, e quando torno, non essere riconosciuto, significa morire. E può secondo te un uomo morire più volte? Certo che può. Io muoio ogni volta che torno. Guardami Tascia, io sono morto. Morto dentro. Ma pur sempre morto.
"Questo vecchio professore, questo misconosciuto Saverio Strati torna al principiare di stagione tutti gli anni. Torna per spiegare alla terra che non mi riconosce più, che non ho mai smesso di caricarmi la responsabilità del suo destino sopra il groppone. Sono partito povero e povero ci torno a chiedere perdono a mia madre, a mio padre e alla mia casa. Sta tutto scritto nei miei libri, quelli per i quali sono partito, gli stessi con i quali a questa terra mi sono riconsegnato.» (...)
« Battetevi per la terra con l’intelligenza, la conoscenza, la cultura. Imparate a leggere e scrivere e insegnatelo agli altri. Mandate a scuola i vostri figli e pretendete che conoscano la propria terra. La studino in ogni parte in considerazione dei nuovi sviluppi che la avvaloreranno. Quanto al carbone, non lasciatevi trascinare in certe idee balorde. Lassù ci hanno sempre considerato peggio dei porci, morti di fame. Senza il Sud, ricordatevelo ragazzi, nessuna Italia è fatta.»
Straordinarie parole, che fanno comprendere quello che sente un emigrato, anche quando raggiunge un certo livello di benessere, o di notorietà e quando tornando, trova tutto cambiato in bene o in male, non può fare a meno di coltivare sempre quella nostalgia e il rimpianto di non essere rimasto.
Eppure Strati aveva avuto successo, i suoi libri sono stati tradotti e conosciuti in tutto il mondo; egli ha viaggiato in largo e in lungo, ha conosciuto persone straordinarie, ha vissuto in realtà migliori di quella di Sant’Agata, ha ricevuto molti riconoscimenti, ma in tutti i suoi numerosissimi libri, parla dei suoi luoghi e della sua gente umile, di poveri “terroni”, di lavoratori che cercano uno spazio dignitoso e un tempo non nemico per la loro vita e per quella delle loro famiglie.
La sua letteratura è un’analisi sincera, realistica della vita dei calabresi, ma riesce a farla con un amore così profondo e doloroso da farla diventare letteratura di interesse nazionale, letta e studiata anche all’estero.
Nel suo cuore la nostalgia ha scavato solchi profondi, ferite mai rimarginate e forse in quel suo ultimo ritorno, sognava di poter essere utile alla sua terra, pur sapendo di non poter far rivivere il passato ormai sbiadito, di cui Strati si sente dolorosamente orfano.
Quella rivoluzione, quel cambiamento che avrebbe voluto realizzare nel suo paese, tuttavia, lo ha fatto con i suoi libri meravigliosi, con cui conquista il cuore di tutti coloro che lo leggono.
Strati non è stato l’unico a tornare con il corpo e con la mente nella terra d’origine.
Ecco il racconto di altri italiani che sono tornati nel proprio Paese per scelta e non solo per nostalgia.
Ascoltiamo direttamente dalle loro parole, i motivi per cui hanno scelto di tornare nella terra d’origine.
Il racconto di Giovanni Landi
“Nella mia vita ho vissuto più all’estero che in Italia, passando da Germania, Stati Uniti, Francia, Spagna. Certo, i problemi qui non mancano, ma anche all’estero ce ne sono, e tanti, anche in ambito lavorativo”.
Giovanni Landi, 52 anni, originario di Bologna, è laureato in filosofia anche se ha sempre lavorato in aziende e multinazionali nel settore dell’hi-tech e delle energie rinnovabili.
Dal 2021 è rientrato in Italia insieme a sua moglie e suo figlio, ed è felice della scelta.
“L’idea che all’estero tutto funzioni sempre meglio è francamente irricevibile”, spiega.
Per Giovanni gli italiani all’estero “si sono sempre distinti, grazie anche alla flessibilità mentale che ci permette di gestire ambienti eterogenei, con una capacità di ascolto superiore ai tedeschi o anche ai francesi”. Certo, l’Italia non è un paradiso, tra “la pesantezza della burocrazia” e le difficoltà dei cittadini “a far valere i propri diritti”.
“Ad ogni ritorno ho visto il Paese migliorato, e ho sempre trovato difficile capire gli italiani che si lamentavano pensando che all’estero tutto fosse sempre e comunque migliore. Quando ero molto giovane – continua Giovanni – anche io la pensavo così, ma col tempo, l’età e forse anche l’esperienza ho imparato ad apprezzare tante cose dell’Italia che non sempre appaiono o sono considerate nelle statistiche sulla qualità della vita”.
Quando parla della vita a Monaco di Baviera, Giovanni usa le parole “monotona, noiosa” per descrivere la sua ultima esperienza e ritiene che neppure Berlino sia affascinante.
In Italia si può “essere turisti anche ogni weekend”.
A Monaco si possono fare gite fuori porta, “ma la campagna intorno è desolatamente uguale in tutte le direzioni: le prime volte è bello e spaesante, poi ci si stanca”.
Le differenze valgono anche per gli stipendi.
Ci sono Paesi in cui si guadagna di più, “ma ce ne sono anche dove si guadagna meno. A Monaco gli stipendi sono mediamente più alti, ma il costo della vita lo è altrettanto, come accade a Londra”.
“Non è vero che in Italia le tasse siano più alte in assoluto che in altri Paesi. La Germania ha una tassazione (tra Irpef e contributi) più alta dell’Italia, e il servizio sanitario nazionale non è allo stesso livello. Senza una assicurazione privata i tempi di attesa sono più lunghi, e medici ed ospedali non sono migliori dei nostri”.
Il ritorno per scelta di Luca Mastella
Ho girato oltre 30 Paesi. Ho studiato in Canada, Francia e Sud Corea e lavorato in Romania, Filippine e Australia, ma alla fine ho deciso di rientrare per aprire la mia azienda, che volevo nascesse in Italia”.
Luca Mastella ha 34 anni ed è originario di Ferrara.
È rientrato a Milano nel marzo del 2019 per lanciare la sua startup, dal titolo “Learnn”, una piattaforma di e-learning che ha un modello di business simile a Netflix. Il posto fisso?
“I giovani sono sempre più alla ricerca di libertà e indipendenza, preferendo mettersi in proprio, anche se – avvisa – può essere molto difficile farlo”.
Luca era un giocatore professionista di basket, della squadra di Forlì in serie B1, dall’alto del suo metro e 92 centimetri e di ruolo guardia. Dopo l’infortunio al tendine d’Achille, si laurea in economia all’università e poi, nel 2013, partire per andare all’estero, per frequentare un master in Canada, Francia e Sud Corea nel settore del business.
Dopo aver lavorato in multinazionali in varie parti del mondo, dopo sette anni decide di rientrare a Milano per lavorare a un progetto tutto suo.
Fonda una piattaforma, senza cercare investimenti iniziali e gestendo tutto da remoto, perché “le persone migliori non si trovano tutte in un’unica città, soprattutto dopo il covid”. sentivo il desiderio di tornare e di cambiare tutto questo, di partire da solo, di fare errori e di crescere”.
Una settimana prima del lancio, c’è stato l’arrivo del Covid (“l’errore più comune è quello di partire sentendosi perfetti”, sorride). Tutto, così, viene posticipato al termine del primo lockdown.
I corsi, i software, i testi, nei primi mesi gli strumenti sono fatti in casa: sono sei i corsi disponibili e pochi gli iscritti. Oggi il team conta 12 persone, tra marketing, contenuti, videomaker e sviluppatori, e una banca video di oltre 220 corsi a disposizione di 120.000 professionisti che vogliono specializzarsi.
Aprire una startup in Italia per Luca significa accettare la sfida verso il proprio Paese. Per ora non c’è nessuna intenzione di ripartire, perché c’è tantissimo da fare qui. Come ogni italiano andato all’estero, poi, Luca si porta dietro la consapevolezza di quanto sia “fantastico” il suo Paese rispetto agli altri, ma tiene in considerazione anche tutto quello che non funziona. “Amo l’Italia e riconosco tutto quello che mi ha dato, ma non per questo la vedo senza difetti”, aggiunge.
Il consiglio che si sente di dare, oggi, ad un giovane in Italia è quello di fare un’esperienza all’estero di 3-5 anni e poi decidere se tornare a portare le proprie competenze nel proprio Paese. Anche perché non esiste il lavoro perfetto o quello ideale. C’è da costruirselo con le proprie competenze, giorno dopo giorno:
“Non bisogna aver paura di partire – continua –. Anzi, è bene sapere che le persone cui spesso ci ispiriamo o che tendiamo a emulare hanno attraversato difficoltà a volte più grandi delle nostre, sono partiti da un punto molto più basso rispetto al posto che oggi occupano”.
Notizie tratte da un articolo inchiesta di Raffaele Nappi
Marco Landi è nato a Chianciano, in Toscana, che decise di lasciare diversi anni fa per trovare la sua strada professionale. “Un giovane toscano partiva dal suo paesino con in mano solo una valigia contenente i valori che gli aveva trasmesso la famiglia”. Così si descrive e si rivede Landi, nell’intervista a StartupItalia!, in quel momento della sua vita che lo ha portato fino a Cupertino, per entrare nel 1993 in Apple ed essere, tra il 1996 e il 1997, il Chief Operating Officer.
Al suo arrivo, Steve Jobs non c’era e aveva fondato Next ma fu Marco Landi, assieme a tutti gli altri dirigenti, a volerlo di nuovo in squadra.
Ebbe anche la fortuna di conoscere Guy Kawasaki, il più noto evangelist a livello mondiale e il primo di Apple.
Marco Landi è, poi, tornato in Italia, per dedicarsi ad aiutare giovani che, con le loro idee d’impresa, vogliono sfondare in un contesto difficile, di cui tutti enfatizzano la creatività e l’ingegnosità come caratteri distintivi ma in cui, “se vuoi cercare un po’ di soldi per crescere e non hai un buon network, è molto difficile sopravvivere”, dice.
Torno in Italia e creo una piattaforma di formazione per talenti digitali.
Lavorava per Google, a Dublino, ma ha deciso di lasciare tutto, posto a tempo indeterminato e carriera avviata in una delle big tech più ambite, per tornare in Italia e creare qui la sua impresa.
Così Antonio Tresca, 32 anni, di Benevento, ha lanciato DigitalDojo, una piattaforma online per la formazione e la selezione di talenti digitali.
«Le aziende hanno una difficoltà estrema a trovarli. Ed è paradossale in un Paese che ha la disoccupazione giovanile oltre il 30% e dove ci sono 135mila posti vacanti (per colpa del digital mismatch)». Da qui l’idea.
Anni fa Antonio ci aveva raccontato la sua esperienza in Google, iniziata in Polonia, e la sua vita da globetrotter. Laurea in Bocconi a Milano, studi in Olanda e all’Università di Pechino, dopo un’esperienza in Nestlè, era stato assunto da Big G, prima a Breslavia, poi a Dublino, come Global Program Lead.
«Coordinavo il team che si occupava di dare supporto alla community di inserzionisti, ma avevo voglia di avviare la mia attività imprenditoriale e di cimentarmi in una nuova sfida professionale. Ho iniziato con due obiettivi: raggiungere l’indipendenza finanziaria e poter viaggiare senza vincoli di orari e luoghi».
Insieme al fratello Giovanni, Antonio avvia prima WebGas, che offre consulenza in media buying e pubblicità online alle aziende. Poi lancia DigitalDojo, nel 2020.
«Ho scelto l’Italia perché è il mio Paese e perché voglio dare il mio piccolo contributo, anche se le difficoltà non mancano. Trovare consulenti e collaboratori con le giuste competenze è una di queste».
DigitalDojo cerca di risolvere il problema nel settore digital. Offre corsi (anche gratuiti) su machine learning, copywriting, Google Ads, Data Analysis, programmazione con Python, e molti altri.
«L’offerta nasce da un dialogo costante con le aziende. Analizziamo le loro necessità e cerchiamo di dare una risposta. Scegliamo docenti che abbiano maturato esperienze professionali o accademiche significative. Tra i nostri “Sensei”, c’è chi ha lavorato in Maserati, Amazon, FCA, Microsoft, Pirelli».
«È una palestra virtuale che dà alle aziende gli strumenti per interagire con i talenti digitali, selezionare candidati (già formati) oppure strutturare percorsi di formazione per l’onboarding e il reskilling della propria forza lavoro. Siamo ancora agli inizi ma i primi risultati, con oltre 500 studenti, sono promettenti» conclude Antonio.
Redazione Millionaire
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