di Francesco Caliò
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.26 - Art. 10 Luglio 2024]
...Tra immaginario e realtà...
Premessa
Il rapporto tra l’uomo e gli animali ha origini antiche, inizialmente in chiave prettamente utilitaristica, si pensi ai cani con finalità di protezione per esempio, o ai gatti come deterrente contro i ratti. La fidelizzazione in questi casi e in quei periodi storici, trovava la sua ratio proprio nell’utilità che l’uomo traeva da questi animali. Successivamente, si è fatta strada un’idea domestica degli animali, sia come mera compagnia, sia come parte integrante della vita degli umani che ne acquisivano la presenza nelle loro abitazioni, finendo con modalità estremizzanti a voler rincorrere un’umanizzazione degli animali che tende di fatto a snaturare gli animali stessi, e con non poche criticità per chi pone questo tipo di comportamento.
L’umanizzazione degli animali finisce per danneggiare gli animali stessi con problematiche che si ripercuotono anche sugli uomini. Non mancano stravaganti video sui social che ritraggono un gatto o altro animale che discutono con un altro simile con dialoghi surreali…, definendo il padrone il “mio umano”, sono tutti esempi di come il contesto sociale si orienta in questo particolare ambito, con una tendenza sociale sempre più marcata verso fenomeni estremi, che in realtà nulla ha a che vedere con il rispetto degli animali ma che ne costituiscono un effetto di puro narcisismo dilagante.
Nel fare questo brevissimo percorso, non toccheremo gli aspetti classici e tipici del rapporto uomo/animale, già ampiamente trattato da altri discipline, ma si cercherà di fare un piccolo focus che afferisce più ad aspetti di sociologia economica e dei processi culturali.
Gli animali atipici
Esiste ed insiste oggi, un fenomeno molto particolare, non proprio limitato, che è legato alla particolare considerazione di qualificare come animali domestici anche specie “inusuali” (termine improprio), che a dire il vero tanto domestici non sono. Pensiamo a coloro i quali possiedono nelle proprie abitazioni rettili o felini per esempio, qui l’uomo si spinge oltre il confine naturale, possedere un puma o un pitone non è come avere un gatto che gira per il giardino o per le stanze, qui si alza il livello di pericolosità per l’uomo stesso, poiché si trasferisce un animale selvatico predatore, in un ambiente per lui innaturale, questo esempio può essere ripetuto per tutte le specie definite atipiche (rettili, anfibi, felini, etc.,).
E’ forse il concetto di possesso che determina questa deriva, una sorte di autoaffermazione nel contesto sociale, legata più ad una immagine che si vuole trasferire all’esterno che al legame con l’animale (legame che in molti casi è completamente assente, prova ne è che spesso gli animali in oggetto vengono abbandonati quando raggiungono dimensioni adulte e non appaiono più gestibili tra le mura domestiche).
La tendenza ad antropizzare gli animali selvatici porta in se un’anomalia sistemica, quella di pretendere di considerare anche specie selvatiche come domestiche[1], ma allo stesso tempo configura un’espressione di potere in un determinato contesto sociale, un po’ come avveniva in passato, laddove alcuni sovrani (re, imperatori, sultani, etc.,) usavamo avere al guinzaglio leoni, tigri, o altre specie, proprio per affermare il potere sui sudditi.
Lo sfruttamento degli animali come cibo massivo, il caso food for profit, ovvero il consumo/sfruttamento
Interessante e meritevole di divulgazione nonché di approfondimento è il rapporto che ha l’uomo con gli animali in chiave consumistica. In questo settore, si ha la sensazione che il capitalismo spinto al massimo profitto non abbia nessuna remora o rispetto per la natura. Le inchieste giornalistiche indipendenti tracciano una realtà molto cruda, che denota la totale assenza di etica e rispetto per gli animali. I processi industriali che sottostanno alla produzione di cibo sono tutti orientati per massimizzare il profitto a scapito sia della salute umana che del trattamento etico degli animali.
I macelli massivi per esempio hanno quasi sempre situazioni fuori controllo, sia per le condizioni igienico sanitarie, sia per l’utilizzo massivo di antibiotici sugli animali finendo per renderli inefficaci con l’altissimo rischio di generare agenti patogeni[2]. Spesso, gli animali pervengono presso i macelli in condizioni devastanti (malati, malnutriti, sofferenti, confinati in spazi ridottissimi) e anche negli allevamenti le condizioni non sono incoraggianti.
La società capitalistica e consumistica in questo ambito denota una crudeltà e una totale declinazione al consumismo di inaudita violenza. Ma d’altronde quello che l’uomo è divenuto grazie al capitalismo è palese, è l’essere umano stesso ad essere considerato in maniera fluida, con le lobby che intrecciano rapporti con il sistema politico per la gestione del mercato delle carni[3].
Che il consumismo sia alla base del processo non vi è ormai alcun dubbio, e non è solo una questione legata al cibo, ma anche di utilizzo di alcune parti del corpo degli animali per il settore legato all’abbigliamento o alla creazione di oggetti di valore da immettere sul mercato (si pensi alla stragi di elefanti per asportare loro le zanne di avorio, o alle pellicce dei procioni, o ancora alla mattanza delle balene per il loro grasso da cui ricavare olio, etc.
Uomo e animale nell’esperienza circense
Gli animali, sono stati e ancora oggi sono utilizzati nei circhi, invero si tratta di spettacoli che hanno radici storiche antiche, vi sono testimonianze già nelle epoche classiche sull’utilizzo degli animali come elementi da utilizzare per divertire la folla o i pochi nobili che assistevano agli spettacoli.
Anche in questo caso, in passato erano gli animali feroci che rappresentavano l’attrazione, in genere in combattimenti, o tra animali stessi, o in lotta contro l’uomo. L’utilizzo degli animali nei circhi veri e propri ha invece origini più recenti (primi anni del 1800)[4], come modello di spettacolo itinerante conosce per tutto il 900 uno sviluppo notevole in tutta Europa, mentre oggi si assiste ad una fase di chiusura del ciclo vitale di queste entità, rimangono infatti poche realtà circensi ancora operative. L’ultima evoluzione del fenomeno circense è quello legato all’utilizzo della tecnologia, con ologrammi che ricreano animali in movimento e con effetti visivi che non fanno rimpiangere gli animali in carne ed ossa.
L’utilizzo di aree protette come i parchi naturali o gli zoo rappresentano una modalità alternativa per lasciare in libertà animali che altrimenti sarebbero condannati a vita ad esperienze innaturali.
L’utilizzo degli animali nei test sperimentali…
Vi è poi, un altro aspetto che lega l’uomo agli animali, ed è quello cd sperimentale. Gli animali, o meglio dire alcune specie vengono utilizzate dai laboratori per test di reazione a farmaci o a cure sperimentali prima che si possa passare a stadi successivi, e che vedono successivamente direttamente interessato l’uomo. Anche qui, vi è un problema etico, non sono poche le denunce delle associazioni animaliste che segnalano un uso abnorme e spropositato degli animali per testare farmaci[5].
Qui abbiamo ancora una volta un predominio delle multinazionali del farmaco che per ottenere le certificazioni delle agenzia nazionali e internazionali sull’idoneità farmaceutica del principio attivo foraggiano economicamente laboratori privati creati appositamente per la sperimentazione. Persino l’industria cosmetica è pesantemente coinvolta nella vivisezione di animali per la produzione di prodotti cosmetici (che sia uno schampoo o una protezione solare, o un acido), non sono mancati nemmeno gli esperimenti delle case automobilistiche sull’inalazione dei gas di scarico dei motori diesel[6], sia sugli animali che sugli esseri umani.
La quadratura che ne esce, è una struttura economica nettamente a trazione capitalistica, spinta solo dal profitto sempre ed ad ogni costo con un progressivo degrado socioculturale, civile e politico. Questo non vuol dire che i test non soprattutto chimici non vadano fatti, ma che anche in questo settore sarebbe fortemente auspicabile una responsabilità sociale delle lobby farmaceutiche, che allo stato appare piuttosto assente, spinte solo ed esclusivamente da logiche economiche e di mercato, perché è bene ricordarlo, il “farma-business” è uno dei più importanti in termini di fatturato[7].
Antropologia e diversità culturale nel rapporto uomo/animale
Non vi è dubbio però, che al di la di quelle che possono essere considerate delle vere e proprie patologie del sistema, il rapporto uomo/animale ha anche una forte caratterizzazione culturale. Questo approccio, che afferisce sia al rapporto tra uomini e animali in senso stretto (rapporto relazionale), sia alla questione dell’animale come cibo ed elemento di sostentamento, e poi di non secondaria importanza la questione religiosa, sia passata (per gli Egizi per esempio molti animali erano delle divinità) che nel presente (per gli Indù le mucche sono sacre).
E’ sufficiente spostarsi di latitudine per rendersi conto di come siano sostanzialmente e profondamente diverse le idee degli essere umani sul rapporto con gli animali. L’alimentazione ne è un esempio, ciò che considerato commestibile in Europa, non lo è in Asia. In Giappone per esempio sono ghiotti di delfini, nel sud est asiatico consumano normalmente rettili, i mussulmani ritengono impura la carne suina, in Cina la mattanza riguarda i cani con una manifestazione chiamata il festival di Yulin[8] (che ricorre ogni anno nel mese di Giugno), e cosi via proseguendo per etnie.
Va sottolineato però che questa diversità culturale abbraccia tutte le declinazioni uomo/animale, non solo quella alimentare[9] ma anche quelle relative alle relazioni cd affettive.
Conclusioni
Eppure, anche l’uomo è un animale, certo sociale, ma pur sempre animale, e la scienza che ne studia i rapporti (zooantropologia) cerca di delimitarne i confini ancora non molto chiari. L’evoluzione delle specie animali (tra cui anche l’uomo) va di pari passo in senso complessivo e sistemico. E’ recente la scoperta scientifica fatta da un team di ricercatori, che hanno potuto osservare un orango curarsi in autonomia una ferita alla guancia utilizzando erbe medicinali, prima masticandole e poi semplicemente spalmandole sulla lacerazione. Questo significa che anche i primati praticano l’automedicazione[10], e ironicamente i ricercatori hanno ribattezzato l’animale “dottor orango”.
L’evoluzione delle specie animali (compreso l’uomo) è ancora in piena fase proiettiva, siamo nella cd era antropocene, ma ad essere in discussione a causa del comportamento umano non è l’evoluzione, la sopravvivenza di tutte le specie, e l’animale uomo, ne è il primo artefice e responsabile.
Note
[1] Anna Sustersic, Come possiamo convivere con gli animali selvatici?, file:///C:/Users/acc400023/Downloads/come-possiamo-convivere-con-gli-animali-selvatici.pdf , Zanichelli, aule di scienze, 2022.
[2] John Robbins, La Food Revolution, edizioni Sonda, 2016.
[3] Giulia Innocenzi, Pablo D’ambrosi, Food for profit, https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Food-for-Profit-041590e3-5fc8-4950-ad5c-a39f16fd35ae.html
[4] Margherita Zizi, Il circo, in Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/circo_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/
[5] Vanna Brocca, Sperimentazione animale e scienza: come tramonta un falso mito, Il Fatto quotidiano, 25 Settembre 2013, https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/25/sperimentazione-animale-e-scienza-come-tramonta-falso-mito/723474/
[6] Il caso Wolkswagen, https://www.wallstreetitalia.com/volkswagen-ancora-nei-guai-scandalo-su-test-con-animali/
[7] Iona Heath, Contro il mercato della salute, Nadotti, 2016.
[8] https://www.frammentirivista.it/festival-yulin-cina-cani-cultura/ .
[9] Ernesta Cerulli, Tra uomo e animale, Dedalo edizioni, 1991.
[10] https://www.lidentita.it/lorango-si-cura-da-solo-la-prima-scimmia-che-fa-automedicazione/
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