di Angelins
(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.26 - Art. 10 Luglio 2024]
Articolo 3
Amici o Nemici
Dapprima il rapporto uomo animale fu dominato dalla paura, forse da entrambe le parti. L’uomo tentò di difendersi rifugiandosi in caverne difese dal fuoco, poi sulle palafitte; in seguito costruì armi, per cacciare animali e più avanti nel tempo ne addomesticò, per farsi aiutare nei lavori dei campi.
Per millenni l’uomo ha nutrito diffidenza averso alcuni predatori, poi ha imparato ad addomesticarli.
Col trascorrere degli anni, il rapporto tra uomini e animali è cambiato: l’essere umano ha scoperto progressivamente potenzialità degli animali e le ha sfruttate per la sua nutrizione, esperimenti scientifici, ammaestramenti per spettacolo.
L’uomo ha sperimentato che anche gli animali sono dotati, oltre ad istinti di conservazione, sono dotati di una certa intelligenza e capacità di avvertire sofferenza, piacere, sentimenti come la fedeltà.
L’uomo ha iniziato allora ad aprire la porta della propria casa ad animali, che prima erano tenuti fuori dalle abitazioni.
Progressivamente alcuni animali, cani e gatti, sono entrati nella vita quotidiana familiare: già nel 1620 erano diffusi i pet, animali domestici o addomesticati.
Con l’avvento della propaganda delle varie associazioni animaliste si è fatto sempre più spazio ai pet, da tenere in casa e da considerare come componenti familiari.
L’uomo ha stabilito relazioni sempre più forti e stabili con gli animali, anche se la caccia continua ad essere uno spot praticato e per gli esperimenti scientifici, non si cessa di usare gli animali come cavie.
Per comprendere quali dimensioni hanno assunto oggi la difesa e l’amore per gli animali, riportiamo alcune notizie tratte da articoli specialisti.
Oggi i pet incontrano una grandissima popolarità.
In Italia nel 2018 si contavano circa 60 milioni di animali domestici, in particolare pesci (circa 30 milioni), cani e gatti (circa 15 milioni in tutto) e uccelli (circa 13 milioni).
Il mondo del petcare, ossia della cura e dell’allevamento degli amici pet, è un vero e proprio business in cui nascono a volte trovate al limite dell’incredibile.
Esistono hotel di lusso in cui anche il cane o il gatto di casa, possono trascorrere una vacanza da nababbi, con giochi, pet sitter, addirittura massaggi e menu elaborati appositamente.
Il legame tra padrone e animale domestico, del resto, può essere davvero fortissimo.
Lo dimostra una singolare vicenda avvenuta nel 2018 a Milano, quando un anziano 90enne alla sua morte ha lasciato l’eredità al suo cane.
Tor, questo il nome dell’animale, un giorno aveva salvato il padrone colto da un malore, abbaiando e richiamando così l’attenzione dei vicini.
L’uomo non dimenticò mai l’episodio e il cagnolino si è ritrovato erede universale di un patrimonio da circa un milione di euro, con testamento regolamentare redatto con la consulenza di un avvocato.
Attraverso un esecutore testamentario, un amico del 90enne, la somma viene impiegata per le esigenze di Tor.
Alla morte del cane, il rimanente sarà devoluto ad alcune associazioni che si occupano degli animali.
Si sta diffondendo a dismisura anche il fenomeno di clonazione di alcuni animali; cosa che lascia sbigottiti perché nel mondo ce ne sono abbastanza.
Ad esempio in Cina un’azienda, la Sinogene, si è specializzata in questo ambito proponendo la clonazione di gatti, cani e cavalli.
Gli scienziati prelevano alcune cellule dall’animale morto, che deve essere stato conservato a basse temperature, innestandole in ovuli congelati della stessa specie. Successivamente si avvia una gravidanza con madre surrogata.
I prezzi? Non esattamente alla portata di tutti.
L’imprenditore Huang Yu, ad esempio, ha pagato il corrispettivo di 30.000 euro per ottenere un clone di Garlic, il suo amato gatto.
Un miliardario americano ha investito addirittura 5 milioni di dollari per far clonare la sua cagnetta da un centro specializzato del Texas.
E in America esistono due società che indicano come ragione sociale la clonazione di animali domestici.
È importante sottolineare che questo processo non riproduce esattamente l’amico a quattro zampe, ma ne genera un esemplare molto simile. (Ugo Cirilli)
Davanti a certe esagerazioni si rimane dubbiosi e si giunge ad una conclusione sconcertante: l’uomo ama l’animale più del suo simile.
Il lascito di un’eredità fantasmagorica ad un cane fa sorgere una domanda: Come mai ad un cane e non a bambini, che muoiono di fame o sono gravemente malati?
E’ vero che si contano a migliaia le storie di cani soprattutto, fedeli e capaci di interventi straordinari nei confronti dei padroni, ma si verificano anche casi in cui cani hanno assalito e causato la morte di padroni, bambini o di altri cani, per difendere il proprio territorio o per gelosia.
Esistono problemi gravi generati dal proliferare di cinghiali, gabbiani ad esempio, che causano incidenti e danni gravi a persone e a cose.
Forse, certe esagerazioni si verificano perché nell’umanità non crescono la gratitudine, la sincerità, e tra gli animali e l’uomo si?
Forse perché l’animale non ha bisogno di avere continuamente conferme e non è alla ricerca di successi e beni materiali?
Certo c’è da riflettere molto sul rapporto uomo animale e l’uomo che, forse dovrebbe tornare a vivere in semplicità e non tentare anche di corrompere l’animale stesso coprendolo di cose di cui non ha bisogno (alberghi di lusso, gioielli, pasti elaborati) rischiando di rendere gli animali simili agli uomini negli aspetti più deleteri.
Gli animali sono intelligenti?
L'intelligenza è un po' come l'istinto: la gente comune sa di che si tratta, mentre gli studiosi non riescono a mettersi d'accordo. Il motivo è semplice.
Gli studiosi vogliono definizioni precise, che descrivano concetti inequivocabili e che consentano misurazioni comparabili. Il che è quasi impossibile, trattandosi di fenomeni compositi, oltretutto tra loro interdipendenti.
Partiamo allora dalla sapienza popolare, per cui l'intelligenza è la capacità di capire, di ragionare, di trarre logiche conclusioni che servano a risolvere problemi sia pratici che teorici.
Quanto all'istinto, si potrebbe definire come l'intelligenza della specie, quell'insieme di risposte prefabbricate che vengono sparate fuori al momento giusto, indipendentemente dall'esperienza individuale, ma che pure servono a risolvere problemi. A stare al mondo, in definitiva.
Ebbene, non c'è specie animale che, se ci rifacciamo alle definizioni "popolari" appena date, non possieda almeno una briciola di intelligenza o di comportamento istintivo.
Se affrontiamo il problema in un'ottica evolutiva e adattativa, istinto e intelligenza sono complementari perché se cresce l'una cala l'altro, e viceversa. Le specie più ricche di intelligenza sono povere di istinti, quelle ricche di istinti hanno minori capacità intellettive, ed il motivo è facilmente comprensibile.
Gli istinti, essendo risposte prefabbricate, funzionano nelle specie adattate in un ambiente stabile, perché in questo caso i problemi sono quasi sempre gli stessi. Meglio dunque ereditare le soluzioni per via genetica.
Le specie che vivono in ambienti mutevoli, o che sono colonizzatrici, devono invece essere preparate a risolvere sempre problemi nuovi e, in questo caso, gli istinti servono meno.
Il che non significa solo essere capaci di apprendere, ma anche avere curiosità, sapere come usare ciò che si è appreso, fare collegamenti, esperimenti mentali e così via (l'intelligenza è un fenomeno composito).
Per fare un esempio: al koala, che si nutre solo di foglie di eucalipti, non serve assaggiare ogni tipo di foglie per sapere cosa è commestibile, mentre i ratti, che mangiano un po' di tutto, non solo devono assaggiare ogni alimento, ma devono anche imparare a evitare i veleni.
Sembrerebbe tutto chiaro, ma non è così. Perché anche il koala ha bisogno di un'esperienza, che inizia e si conclude già mentre beve il latte materno, che profuma di eucaliptolo.
È sufficiente ciò a indirizzare il suo monotono comportamento alimentare. Ma uno scienziato può ancora definirlo istintivo quel comportamento? Ecco la difficoltà delle definizioni.
E anche il ratto, pur apparentemente così libero di comportarsi come vuole, non è privo di istruzioni genetiche. A parte il fatto che le sue tendenze esploratorie, le sue capacità di apprendimento, sono trasmesse geneticamente, anche la diabolica capacità di riconoscere, a posteriori, i veleni, segue tragitti comportamentali che sono innati.
Dunque perfino le qualità intellettive si ereditano, anche se poi lo sviluppo e l'esperienza possono (o meno) fortificarle.
Ho scritto che praticamente ogni animale può possedere un briciolo di intelligenza. Già certi protozoi sono in grado di apprendere a evitare uno stimolo fastidioso.
Forse soltanto i parassiti interni (il verme solitario), vivendo in un ambiente più d'ogni altro stabile e prevedibile, sono privi di capacità di apprendimento.
Ogni specie, a ogni modo, ha sviluppato capacità diverse, a seconda delle necessità che il suo stile di vita esige.
Danilo Mainardi
Professore Emerito di Ecologia comportamentale
Università Ca' Foscari di Venezia
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Curiosità
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