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di Giuseppe Morrone 

(https://t.me/BotrosGiornale) [Botros n.26 - Art. 10 Luglio 2024] 

Attualità dei Classici

Seneca e l’autoformazione


I classici, che nell’antichità hanno animato il dibattito culturale nei diversi periodi storici, continuano ad avere ancora oggi una fertile vitalità; malgrado la cosiddetta cancel culture, riconoscibile in una esplicita politica di abolizione degli autori greci e latini in alcune università americane. 


Il valore di un’opera d’arte dipende non solo dalle qualità artistiche, tipiche del genere letterario, ma anche dalla capacità di parlare all’uomo moderno, di favorire l’autoconsapevolezza e di dare ulteriori significati al proprio agire, proponendo quelle ragioni che interrogano e spronano a riflettere per una ricerca di senso più autentico. 


In tempi di “questione morale” dominante, poi, la cultura umanistica rappresenta un antidoto efficace da cui trarre spunti di riflessione.

E a proposito di morale, la scelta non poteva non cadere su Seneca, politico e filosofo vissuto a Roma nel I secolo d. C. Nelle sue Epistulae morales ad Lucilium, vengono impartiti insegnamenti circa un’efficace opera di educazione mirata a coinvolgere il destinatario, rendendolo protagonista, Lucilio Iuniore appunto, governatore della Sicilia. 

In questa raccolta di lettere, infatti, l’Autore espone i suoi suggerimenti per la crescita morale, intesa come capacità di essere se stessi, padroni delle proprie azioni e così, in definitiva, realizzare un’esistenza felice e gratificante. 

È questo il senso delle parole iniziali rivolte all’allievo: «o mio Lucilio, rivendica a te il possesso di te stesso» (mi Lucilii, vindica te tibi, I,1). Quel vindica, coniugato al modo imperativo, alle orecchie di un romano doveva risultare particolarmente espressivo. Infatti, vindicare è un verbo che attiene al lessico giuridico relativo all’affrancamento degli schiavi. Lucilio, come un servo liberato, deve recuperare la proprietà di se stesso, la propria indipendenza spirituale. 

Per Seneca questo percorso di formazione mira progressivamente alla libertà da influenze emotive e passionali, da falsi valori e timori, da vuote illusioni e ambizioni, perché solo e unicamente il bene, riconosciuto come vincolante nella sua oggettività, deve suscitare l’obbligo di aderirvi.

Nell’epistola 47, il filosofo di Cordova, opera un affondo, toccando un tema delicato. A volte, la nostra religiosità, invece di essere causa di libertà e di crescita, può rivelarsi un ostacolo. 

Tenendo presente il principio della capacità di autodeterminazione, Seneca invita Lucilio a perseverare sulla strada giusta che porta alla “buona mente” (Facis rem optimam et tibi salutarem si, ut scribis, perseveras ire ad bonam mentem): la bona mens può essere intesa come felicità, perché in uno stato di totale indipendenza dalle passioni, il saggio non è alterato da preoccupazioni e ansie. La sua mente non è turbata, sa valutare correttamente e sa prendere da sé le giuste decisioni. 

Questa condizione può essere conseguita con le proprie forze. Viene considerato stolto chi, pur potendola ottenere da sé, invece la chiede ad un dio (stultum est optare, cum possis a te impetrare). Non bisogna rivolgere le nostre preghiere ai simulacri, ai dipinti, alle statue della divinità. Scrive Seneca con un tocco di ironia: «Non occorre alzare le mani al cielo o scongiurare il sacrestano che ci lasci avvicinare alle orecchie della statua (ad aurem simulacri), quasi potessimo trovare più ascolto (quasi magis exaudiri possimus)». 

Viene sottolineata qui la vanità dei formalismi, delle abitudini superstiziose, della religione popolare che ci allontanano dalla vera esperienza religiosa, come spiega successivamente. Segue, infatti, una tra le più note sententiae che esprimono la teologia senecana: «dio è presso di te, è con te, è dentro di te» (prope est a te deus, tecum est, intus est). 

Di passaggio, notiamo qui la visione teologica senecana che, fondandosi su una visione stoica, si avvicina ad una concezione di tipo panteistica, che successivamente sarà ripresa e riproposta.

Solo l’essere umano, quindi, si scopre possessore di qualità particolari che lo rendono unico. Vive in lui uno spirito sacro (spiritus sacer) che è osservatore e custode delle nostre azioni buone o cattive. 

Vale la pena riportare le parole del filosofo: sacer intra nos sedet spiritus, malorum bonorumque nostrorum observator et custos. È quella dimensione profonda e interiore, potremmo dire la coscienza, che non è solo consapevolezza, ma anche capacità di valutare e giudicare (ius-dicere) le proprie azioni (coscienza morale). 

Questa tradizione, che continua la concezione socratica del demone buono (δαίμων), è stata ripresa e rilanciata dal Cristianesimo. Da Agostino, che propone l’interiorità come luogo di incontro con se stessi e con la verità (Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas), fino al Concilio Vaticano II. 

In Gaudium et spes 16 si legge: «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro».


Nell’ottica della Rivelazione cristiana, quindi, potremmo dire che lo spiritus sacer diventa la “voce” della propria coscienza, uno spazio che non ci appartiene totalmente, in cui irrompe la presenza di un Altro, garanzia di certezza e verità, che aiuta a capire cosa è bene e cosa è male, ricordando che il bene va fatto e il male va evitato (bonum faciendum malum vitandum). 

Qui, nel “sacrario” della propria interiorità, è il punto di incontro tra il divino e l’umano, che nelle azioni concrete risplende quando realizziamo ciò che è bene. 

Solo tramite la coscienza viviamo quell’autentica esperienza religiosa e umana. Notiamo, en passant, che questa concezione è stata ribadita come risposta alla lettura ermeneutica dei cosiddetti “maestri del sospetto” (Marx, Freud e Nietzsche), che, negando ogni riferimento alla trascendenza, risolvono tutto nella sfera dell’umano, della storia e della cultura. 

L’esito di questa operazione è la chiusura immanentistica che penalizza quella ricerca di senso profondo che è legittima esigenza dello spirito umano.

Tornando a Seneca e al suo principio di autoformazione, guidato dallo spiritus sacer che alberga in ognuno di noi, resta di capitale importanza la capacità di autoeducazione, con cui diventiamo protagonisti nel nostro itinerario di crescita. 

La coscienza, non mera esecutrice di regole o precetti, ma luogo dove si esercita la pratica dell’analisi e della valutazione, deve essere curata perché la persona si lasci determinare dal bene e perché nelle proprie decisioni e comportamenti riconosca se stessa. Si può anche sbagliare. L’importante è capire (prendere coscienza) che quegli atti sbagliati sono riconducibili ad una immaturità morale. Una formazione umana (e cristiana) dovrebbe attenzionare queste istanze dell’individuo, perché sia messo in grado di agire consapevolmente e responsabilmente.

 Accompagnare ogni percorso di educazione, ispirato alla pratica dell’autoformazione e, quindi, dell’autonomia, fondata sulla possibilità del discernimento morale (scegliere il bene ed evitare il male), significa agevolare quella reale maturità che rende padroni di sé e adulti, in grado di gestire ogni paura, perché, come dice sempre Gaudium et spes, obbedire alla propria coscienza rappresenta «la dignità stessa dell’uomo e secondo questa egli sarà giudicato».

˙✧˖°🦊 ༘ ⋆。˚ᓚᘏᗢ.°˖⋆ 𓃗 .°˖⋆ִֶָ𓂃 ࣪ ִֶָ🐇་༘࿐⋆˚🦋༘⋆


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