Raccolta di leggende e credenze dell'Alta Valtellina
a cura di Maria Pietrogiovanna
Valfurva, 27 giugno 1998
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Leggende di Bormio e dell'Alta Valtellina: raccolta di leggende e credenze
a cura di Maria Pietrogiovanna
Valfurva, 27 giugno 1998
Il sottofondo culturale delle leggende di fantasmi, di spiriti, di morti che ritornano nei posti dove vissero, di processioni e di messe di morti, di konfinà e di eretici è quello dell'ortodossia cattolica, della fede in Dio e nella lotta tra Dio (principio del bene) ed il diavolo (principe del male) e ancora della credenza nell'immortalità dell'anima.
Tali leggende sono ispirate dalla convinzione che le anime dei morti, ogni tanto, lascino la pace dell'eternità per ritornare tra la gente e nei luoghi della loro vita.
Sono soprattutto le buie notti incombenti sui villaggi che, secondo le narrazioni popolari, si popolano al tocco della mezzanotte di lunghe processioni di morti vaganti, di spiriti di morti che prendono la loro forma terrena e si accostano ai luoghi della loro esistenza, mentre qua e là si accendono lumi misteriosi e fiammelle e, ancora, si odono lamenti, grida, canti e preghiere.
I "por mòrt" ed i "car mòrt" sono invocati in ogni circostanza dolorosa della vita. Per propiziarseli e per non eccitarne la gelosia ed il dispetto, si danno ai morti aggettivi lusinghieri quali povero, caro e buono.
Il montanaro teme i morti, così come si impaurisce di fronte a tutto ciò che fa parte dell'aldilà, ossia egli ha paura di quel mondo che sfugge alla sua percezione sensoriale e di cui non comprende né l'essenza né l'estensione. Egli sa solo quello che la religione gli insegna: dopo la morte vi è un'esistenza di premio o castigo, a seconda delle azioni che si sono compiute durante la vita.
Ovunque, in Valtellina si narrano leggende sulla paura dei morti. Ad esempio, a Bormio è nata la leggenda della giovane morta di terrore nel cimitero dopo una scommessa.
Importante è la preghiera dei vivi per i morti: in questo modo si riescono a scacciare i morti che incutono timore, ad invocare ed ottenere l'aiuto dei morti e, altresì, si aiutano i morti del purgatorio nel loro percorso di purificazione per salire in cielo. Quando la legna cigola sul focolare 'per vento che va via', si crede che le anime del purgatorio si lamentino ed abbiano bisogno "de ben", cioè di messe di suffragio per avere requie.
I morti fanno anche dei piacevoli scherzi, come tirare i piedi nel letto durante la notte.
Le persone morte spesso mandano un "avìs", ossia un preavviso della propria morte a persone lontane. È accaduto ciò, tra gli altri, al becchino di Bormio che ricevette l'avìs da una cognata, ad una bambina di tre anni che venne preavvisata dal nonno e ad un tale di Bormio che fu avvisato da una zia, mentre l'ostessa di Bormio ebbe l'avìs da Baròn di Semogo.
I morti aiutano e proteggono i vivi. Non c'è anima di cristiano o vita di animale che non venga raccomandata alla protezione dei defunti. Per esempio, ogni volta che una grave fatica incombe oppure un lavoro difficile assilla, è sufficiente invocare i morti ed essi aiutano. In Valfurva vi è il seguente detto: "I por mort i protegen al bestiam kontra ogni malor". Si crede, inoltre, che, quando un vivo prende il volo per l'aldilà, incontra subito uno stuolo di congiunti che lo rasserenano e gli fanno festa.
Spiriti di morti e fantasmi vagano un po' dappertutto in Valtellina. A Bormio nella casa dei nobili Alberti, il fantasma della Dama Bianca risale dai sotterranei ed è portatrice di sventura oppure, secondo un'altra leggenda, la donna reca in mano delle antiche pergamene, sulle quali sono scritte le indicazioni per ritrovare un tesoro nascosto.
Come la Dama Bianca, altri morti appaiono per indicare dei tesori nascosti.
All'interno della torre campanaria della Bajona a Bormio, si aggiravano ogni notte le anime dannate di una dama tradita e traditrice e di un paggio mosso dall'ingordigia, finché tre uomini del luogo, tra cui l'arciprete, non li liberarono dal loro tormento con l'aiuto dei morti. Da quel giorno la Bajona non dondolò e non gemette più, mentre il fondo della torre riassunse il proprio aspetto normale.
Sulla Geisterspitz, vicino a Bormio, vaga sia il fantasma del selvaggio cavaliere errante, che trascina con sé nei precipizi chiunque incontri da solo nella notte, sia il fantasma del pastore Juzerle, crudele in quanto lasciò morire il suo gregge (questa leggenda fa comprendere il valore che il montanaro attribuisce al gregge). Una variante di questa seconda leggenda vuole che la Cima degli Spiriti prenda il nome dal fantasma di un pastore di nome Bortolo, costretto ad espiare su tale montagna, correndo follemente senza fine sull'orlo dei crepacci, la crudeltà dimostrata in vita verso gli animali.
In una zona non precisata della Valtellina, si racconta la leggenda dello spirito che spostò il cippo di granito, posto a segnare il confine della proprietà (questa leggenda fa capire che la terra così come i diritti di passaggio, d'acqua e di pascolo sono in Valtellina legge inviolabile).
Lo spirito di Cirillo il Moro, contrabbandiere che per sfuggire ad un doganiere saltò sopra un seracco e ne venne inghiottito, veglia sulla propria via ed il contrabbandiere che la percorre sa che è salvato dall'anima di Cirillo (quest'altra leggenda è importante in quanto tratta del contrabbando che, in Valtellina ed in Valchiavenna, fu per molto tempo fonte di vita).
A Bormio ad un giovane "pradèir" apparve un fantasma incappucciato e, sempre nella stessa località, vaga pure il fantasma di una gentildonna infedele.
In tutta la Valtellina errano i fantasmi di persone morte durante battaglie, imboscate e calamità. Nelle leggende di fantasmi un posto particolare è, inoltre, occupato dalle anime dei giustiziati.
Nella Val di Fraele la sera della Festa dei Santi del 1935, il montanaro Castrin assistette ad uno spettacolo incredibile: gli spiriti dei comandanti degli opposti eserciti, che si affrontarono nella cruentissima battaglia di Fraele del 31 ottobre 1635, si riunirono sul sagrato della chiesa per ringraziare il Signore del perdono ottenuto e per chiedere che i vivi non offendessero ulteriormente quei monti con l'allagamento dell'intera valle al fine di creare gli attuali bacini idroelettrici.
Numerose sono poi le leggende riguardanti processioni e messe di morti.
Ci sono due tipi di processioni di morti: una processione di spiriti pii, felici e vestiti di bianco ed un'altra di dannati vestiti di colore rosso cupo.
Processioni di morti e di spiriti puri vestiti di bianco avvengono a Premadio; in Val di Livigno si vede una strana processione di spiriti felici vestiti di bianco e salmodianti; anime bisognose di preghiere compongono la processione di morti che va di notte tra Tola e Cepina ed ognuna di esse reca in mano una candela accesa.
Vi sono anche processioni macabre formate da fantasmi di persone che, golose in vita, da morte sono costrette a brucare l'erba rada dei pascoli aridi oppure a divorare sassi, rupi, muschi, vermi e qualsiasi cosa le circondi.
Si narrano anche leggende di fantasmi che si trasformano in oggetti (per esempio fantasmi che appaiono ai viandanti e si tramutano in insensibili rocce), in animali o ancora in esseri meravigliosi.
In Valfurva l'anima di un avaro, trasformata in serpente, fu vista da un carbonaio d'Uzza.
Gli spiriti a volte si trasformano in fiammelle, le quali scientificamente altro non sono che i fuochi fatui prodotti dalle esalazioni delle tombe.
In Valdidentro i morti tornano a difendere, così come fecero durante la propria vita, i boschi, i prati ed i pascoli, mentre sulla Reit i defunti stanno in eterno ritti, dentro custodie d'alabastro, a difesa della montagna.
Sempre in Valdidentro tre valligiani, dopo la propria morte, ritornano a vivere nella propria valle che tanto amarono in vita.
Sempre sulla Reit, una croce ricorda la tragica morte di un bambino di Oga nel giugno del 1911. Quando, lassù il vento soffia tra i mughi del bosco del Mago e poi si smorza tra gemiti e singulti, pare la voce del "marcin" (bambino) che invoca.
In Valfurva si credeva che molte anime del Purgatorio soffrivano il loro supplizio sui ghiacciai eterni delle vette della valle e Irene, una vecchina sola di Madonna dei Monti, visse l'ultimo periodo della propria vita pregando per queste anime.
Il Martinelli accenna a delle leggende che rimandano ad una religiosità più pagana. Difatti, su certe vette, tra cui il Gran Zebrù ci sarebbero gli spiriti degli uomini buoni. Lì vicino al sole, adorando quest'astro celeste, essi godono una certa beatitudine, in attesa di essere ammessi poi nel paradiso del sole. Sul Cevedale, invece, abiterebbero le anime delle donne buone in palazzi sotterranei, riposando su tenero muschio. Le loro vesti sono bianche come la neve ed i loro capelli sono ornati di fiori.
I konfinà, nella credenza popolare, sono le anime dei defunti che condussero una vista scapestrata e peccaminosa, inosservanti delle leggi religiose e morali e, nel contempo, astuti raggiratori delle leggi civili. Queste anime sono condannate ("per misciòn di Dio"), per un certo periodo, ad essere confinate nei luoghi più orribili e solitari delle montagne. Si confinano per "toj fòra di bàit", ossia per toglierne fuori di casa e tenerne lontano lo spirito maligno.
I konfinà vengono sottoposti ad una specie di legge del contrappasso: generalmente, nei luoghi dove sono confinati, sono condannati a picchiare continuamente con pesanti mazze di ferro. Luoghi di confino sono la Val Vitelli, il Piano d'Asta (Quarta Cantoniera dello Stelvio), la Val d'Uzza, i boschi di Pezzel; anche in un'abitazione di Combo a Bormio batte la mazza il vecchio padrone di casa che era un malfattore; pure sul monte delle Mine in Val di Livigno, c'è confinata un'anima che batte la mazza; altro luogo di confino è la casa Zuccola-Settomini a Bormio.
A Bormio i confinati sono costretti a picchiare sulle rocce; sulla Reit, invece, essi sono condannati a scavare l'oro che tanto amarono in vita. Sul Pizzo Bianco in Valdidentro nei giorni di mercoledì, venerdì e sabato all'inizio delle Quattro Tempora, durante la notte convengono tutte le anime dei confinati.
Per non far scoprire il proprio luogo di confino, i konfinà possono gettare sassi e macigni su chi si avvicina (per non essere colpiti dai massi è sufficiente fare un segno di croce).
Essi possono essersi purificati trasportando un sasso enorme in un determinato punto oppure portare sulle spalle un sacco d'oro che vanno a vuotare dentro un'immensa voragine o, ancora, raccogliere grandi secchi d'oro stillante goccia a goccia dalle rocce e, quando il secchio è colmo, faticosamente portarlo in alto e vuotarlo in voragini senza fondo.
A S.Caterina Valfurva un konfinà cammina, dà pedate e poi scompare, mentre in Valdidentro c'è un confinato bizzarro che entra nelle baite e le mette a soqquadro, divertendosi in questo modo.
Il peccato di eresia era considerato il peggiore ed il più grave. L'eretico non era né con Dio né con il Diavolo. Confinata in un luogo orrido fino al Giudizio Universale, l'anima dell'eretico si reincarna nel corpo di un porcello, di un cavallo, di una capra, di un lupo o di un orso vagabondi, mai in quello di un agnello o di un bue o di un asino. A volte questi animali non si sentono, ma si odono.
Questa forma di metempsicosi degli spiriti maligni negli animali è comune a tutta la valle: il prete Z. ... di Bormio si era trasformato in un cane; il becchino di Bormio fu assalito da un cane; una donna cadde invece svenuta, perché raggiunta da un maiale. Anche a S.Nicolò Valfurva fu vista un'anima sotto forma di maiale, mentre l'eretico di Mondadizza Kuertùr è trasformato in orso. Lèl, un eretico di Sondalo è tramutato in cavallo e, difatti, nei pressi del Ponte del Diavolo un inquietante cavallo, che si sente ma non si vede, scalpita sugli speroni rocciosi e trascina catene in una baita. Il Conte Diavolo a Bormio è trasformato in orso bruno e, proprio nella zona in cui fu trucidato, precisamente sul Dos di Cepina, s'aggira solitario un terribile orso bruno piagato che urla, maledicendo la specie umana. Per di più, non si può transitare a mezzanotte sul Ponte del Diavolo, perché un grosso maiale s'impenna sulle zampe, grugnendo minaccioso.
In Valdidentro, gli eretici in attesa del perdono di Dio errano per l'aria su bianchi cavalli nelle notti di tempesta ed il montanaro, che ode il vento fischiare sinistro fra le rupi scoscese e vede le cime degli abeti e dei pini agitarsi in lamenti, mormora sommesso e spaurito: "È la caccia selvaggia". Il vento che fischia è interpretato, altresì, come il lamento delle anime dannate costrette a peregrinare eternamente sulle pendici più alte dei monti circostanti.
Nella tetra gola di Mine a Livigno sarebbero confinate le anime di chi fu 'inviso a Dio e al nemico suo'. Le anime hanno incise sulla fronte sette P e sono grave di grossi sacchi contenenti le loro colpe. Per secoli e secoli salgono la valle fino a quando giungono in cima, dove il piacevole scenario le ingannerà e le farà credere di essere giunte nel paradiso terrestre, facendo così dimenticare alle anime di proseguire per il Paradiso. Tutto ciò è possibile grazie ai buoni livignaschi, sempre pronti ai suffragi, alla pietà, al perdono, ma non alla dimenticanza.
Quando c'era ancora il sagrato attorno alla chiesa grande, due giovani fidanzati, per dar prova del loro coraggio, fecero una scommessa. "Tu vai - disse il giovane - e pianti il fuso in un luogo qualunque del sagrato. Io poi andrò a vedere". La giovane andò e piantò il fuso, ma in quell'istante improvvisamente morì ("morir de morte seka"). Nel piantare in terra il fuso, questo si era impigliato nel grembiale della giovane donna. Ella, sentendosi tirar giù sulla tomba, aveva creduto che fossero stati i morti ed era morta di terrore. Il superstizioso terrore dei morti ("stremizi") l'aveva sul colpo irrigidita lì.
Vidal Baungarden di Bormio, una notte durante il sonno, ebbe una carezza da una mano morbida di una donna. In quell'istante moriva una sua cognata in Svizzera ed egli seppe dire l'ora precisa in cui ella era deceduta.
Una bambina di tre anni una notte si svegliò alle undici e trenta e disse che il nonno voleva andare in paradiso. Si risvegliò al tocco della mezzanotte, dicendo che il nonno era andato in paradiso e l'aveva invitata a seguirlo. Il nonno era spirato proprio a mezzanotte.
Un tale venne svegliato una notte da un forte rumore nella cucina, come se tutte le suppellettili fossero cadute per terra. Andò a vedere, ma era tutto a posto. Nel frattempo udì un lamento ripetuto per tre volte ed accompagnato da tre colpi di verga nelle pareti della camera. Nessuno all'infuori di lui aveva udito niente. Seppe poi che, quella medesima notte ed alla stessa ora, era morta una sua zia, alla quale egli era molto affezionato e che negli ultimi momenti gli aveva mandato un avìs.
Baròn di Semogo, negoziante in bestiame ed uomo fortissimo, un giorno contava in una vecchia osteria di Bormio una pila di marenghi d'oro. L'ostessa lo avvertì di essere più guardingo e prudente. Egli, in tono di sfida, rispose che non aveva paura di nessuno. Una notte l'ostessa sentì nella stanza una "trabakolàda" di scranne e sgabelli. Corse dentro a vedere, ma non trovò nessuno e tutto era a posto. Quella medesima notte a quella stessa ora, Baròn veniva ucciso nel bresciano da dei ladri con una tremenda bastonata sulla testa.
Un tizio, andando con il suo bestiame presso la chiesa di San Gallo, incontrò un amico morto da mesi. Il morto disse all'amico ancora vivo che presto anche quest'ultimo avrebbe saputo cosa si prova quando si muore, poiché due giorni dopo egli sarebbe venuto a prenderlo. L'uomo se ne tornò a casa turbato. Raccontò ai congiunti l'accaduto ed espose le proprie volontà circa i beni che lasciava. Ebbe una lunga conversazione con il sacerdote che conosceva da anni, poi uscì e si sedette sulla soglia della propria casa in attesa. All'ora indicata si sentì mancare e, reclinando il capo contro la spalla della porta, spirò.
Ogni volta che una grave fatica o un lavoro difficile sono compiuti facilmente, i poveri morti hanno aiutato. Un contadino trasportava fieno con la slitta, quando questa si rovesciò. Egli, però, riuscì senza troppa fatica e da solo a raddrizzarla, benché essa fosse molto pesante: era stato l'aiuto invisibile dei morti.
Quando una bestia si trova a pascolare in un luogo pericoloso o si ammala gravemente, ancora se una mucca ha un parto difficile, si invoca l'aiuto dei morti. Per ottenere la guarigione, a volte si suole anche far dire delle messe propiziatorie ai propri defunti.
In Valfurva vi è il seguente detto: "I por mort i protegen al bestiam kontra ogni malor". Infatti, a S.Antonio Valfurva un prete fece attaccare, sull'uscio di una casa posta di fianco alla nuova chiesa (ricostruita dopo l'incendio del 1899), un cartello incitante i contadini a fare elemosina di grano. Il ricavo doveva servire per la chiesa in costruzione, in cambio il cartello assicurava, oltre le più grandi benedizioni del cielo, che i poveri morti avrebbero protetto il bestiame dei contadini da ogni malore.
Attorno alle rovine della casa dei nobilissimi Alberti si intrecciano delle leggende. La casa era ancora nella sua fiorente ricchezza, allorché, fantasma implacato di chissà quale dramma, risaliva la Dama Bianca dai profondi sotterranei per andare con passo d'ombra, cauta ed improvvisa, di stanza in stanza, muta annunciatrice d'una non lontana sventura.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DELLA DAMA BIANCA
La Dama Bianca usciva dal regno dell'ombra, tutta avvolta in bianchi veli, agitando misteriosamente delle antiche pergamene su cui erano scritte le indicazioni per ritrovare il tesoro nascosto.
• VARIANTE B: LA LEGGENDA DELLA DAMA BIANCA
A Bormio una dama bianca, agitando misteriose carte al lume di una torcia, cerca in un profondo sotterraneo il "suo tesoro", ma appena ode un calpestio giù per la lunga scala di pietra, la torcia si spegne e la dama svanisce.
Una donna comparve ad una servetta e, senza parlare, batté con la mano tre colpi nella cupola della stufa (pigna). Fatta abbattere la stufa, fu trovato molto denaro nascosto nella cupola. La donna, apparsa alla servetta, era un'anima del purgatorio che non poteva andare in paradiso fino a quando non fosse stato scoperto il denaro nascosto.
Nel 1862, ad una giovane quindicenne di Bormio comparivano anime defunte ed ombre misteriose, le quali le insegnavano che, se si fosse scavato vicino alla chiesa di S. Sebastiano, si sarebbero trovati un ingentissimo tesoro ed un'altra magnifica chiesa, da tempo immemorabile sepolta. Iniziati gli scavi, però, si scoprì che gli spiriti altro non erano che due buontemponi del paese.
La Bajona è la campana di Bormio, il cui rintocco potente, udito in tutte le vallate, serviva come richiamo per le genti ogni qualvolta si fosse reso necessario. E', dunque, naturale che attorno alla Bajona siano fiorite tante fantasie, storie e leggende.
Una mattina della fine di novembre di tanto tempo fa, un boscaiolo di Bormio saliva per l'erta del Santellon per recarsi al Bosco del Mago a predisporre della legna per far carbone. Non erano ancora le quattro e l'Ave Maria sarebbe suonata dopo un paio d'ore. L'uomo era appena sopra le ultime case del borgo e camminava forse da un quarto d'ora, quando giunto ad una svolta, si fermò, come era sua abitudine, presso un muretto a secco per prendere fiato. Mentre guardava in giù per curiosare, lo sguardo gli cadde sulla torre e subito sulla grande Bajona. Sicuramente essa oscillava e, nello stesso istante, il boscaiolo percepì dei suoni flebili, simili a gemiti, senza che il batacchio della campana percuotesse l'orlo. Il fatto era strano e pauroso, ma anche assolutamente vero. L'uomo riprese il cammino, ma ad un tratto avvenne un altro episodio inesplicabile e terribile: non riusciva più a proseguire, impedito da una forza potente la quale pareva concentrarsi, come un muro invisibile, contro il suo petto. Simulando una sorta di svogliatezza, il bormino riprese il cammino del ritorno per accertarsi decisamente di quanto gli stava succedendo. A balzi, in pochi minuti, rifece il sentiero, entrò nel borgo e raggiunse la porta di una baita che allora formava tutto un grosso agglomerato con la torre e la sua campana. Attraverso un percorso difficoltoso raggiunse un pertugio rettangolare che alto s'apriva nel grosso muro della torre. Volgendo il capo all'insù vide la Bajona gemere e dondolare. Volse allora lo sguardo all'ingiù e proprio in quell'istante una luce rossastra e vivissima si accese nel profondo lontanissimo e gli giunse una risata terrificante. Il boscaiolo stette come impietrito alla visione e, per quanti sforzi facesse, non riusciva a muoversi di lì, finché l'improvviso tocco dell'Ave venne dal campanile poco lontano. La visione si spense, la Bajona zittì, il dondolio cessò all'istante e l'uomo si sentì improvvisamente liberato dall'incredibile avventura. Dopo aver lavorato tutto il giorno, l'uomo rientrò al borgo ma, ancora turbato, non si recò a casa. Andò difilato all'osteria dove incontrò il dottor P., uomo istruito e saggio, a cui raccontò l'accaduto. Venne l'inverno ed il dottor P., una mattina andando come al solito a caccia di buonissima ora, salì per il sentiero del Santellon. L'ora era la stessa, la luna anche, il cielo pure. Il dottore pensò a quello che gli aveva raccontato l'amico boscaiolo, ridendoci anche sopra. Ma, presso il muretto a secco alla svolta, gli avvenne di fermarsi per non poter più proseguire. Rendendosi conto che non era un fatto naturale, ritornò sui suoi passi deciso a vederci chiaro nella Bajona che dondolava, mandandogli un gemito ben distinto. Rifece l'itinerario già fatto dal suo amico boscaiolo e giunse al pertugio: qui impietrì alla vista della scena nel fondo profondissimo, mentre sopra la Bajona dondolava e gemeva. Anche lui fu liberato dal tocco dell'Ave. Rinchiusosi nella sua biblioteca cercò di trovare una soluzione logica e razionale all'accaduto, ma non vi riuscì. Passato un po' di tempo, il dottore P. e l'amico boscaiolo si recarono dall'arciprete S., il quale prese tempo per trovare una soluzione. Sfogliò e lesse una buona parte della biblioteca. Alla fine una soluzione, non naturale, la trovò. Chiamò gli altri due e fece loro una lunga esposizione di certi fatti avvenuti nel contado circa duecento anni prima. Venne la primavera e la Settimana Santa. Nel giorno del Passio, dopo l'Ave della sera, nessuna anima viva era più per i vicoli del borgo. Allora don S., il dottore P. ed il boscaiolo come d'accordo si trovarono in sacrestia. Il prete tolse da un loculo nel muro alcuni oggetti sacri e li infilò sotto la sua tonaca all'altezza del petto. Tutti e tre se ne andarono per l'itinerario della ben nota baita, accompagnati dall'aiuto dei morti, che sapevano il loro segreto e vegliavano su di essi, affinché tutto si adempisse come i tre vivi avevano stabilito. Sopra di loro la Bajona dondolava e gemeva, mentre sotto di loro nel profondo la visione orribile si ripeté ai tre che però non impietrirono: le anime dei morti bene vegliavano e partecipavano. In fondo all'abisso vagava una bellissima dama in veste nuziale settecentesca e il breve spazio rinchiudeva lo sconfinato suo furore ed il dolore immenso per essere stata, a un tempo, tradita e traditrice. Rideva lì vicino il suo carceriere d'un riso di sarcasmo e di vendetta. L'orgogliosissima donna era piegata finalmente ed era in suo potere. Ma, sebbene vinta, non era ancora domata; ella cercava invano un pertugio, salendo e ridiscendendo per il maledetto abisso, mentre lo scudiero con la fiaccola che disegnava ombre paurose sulle pareti la seguiva cercando di calmarla, già ammirando le sue bellissime fattezze. Ai loro piedi grossi mucchi d'oro riflettevano la tragica rabbia senza sosta. Forse sospinti l'uno dall'ingordigia e l'altra dal rimorso, ogni notte essi si trovavano lì nell'abisso stretto, benché un implacabile odio li dividesse, e, ogni qualvolta il paggio stava per ghermire la dama, un grido pauroso e una sghignazzata sinistra facevano gemere e dondolare la Bajona. I tre uomini si inginocchiarono, mentre il prete tolse dalla sua tasca sul petto gli oggetti sacri. Poi fece alcuni segni verso l'altro e verso l'abisso, recitò una preghiera e accennò al gesto della benedizione. Videro allora distintamente i due volti, capirono chi furono, li videro per un attimo e poi dal profondo venne un sospiro lungo che si spense in un 'Così sia'. Nello stesso istante scomparvero i mucchi d'oro e la Bajona cessò improvvisa di dondolare e gemere. Oggi l'antica Bajona più non geme, più non ha dondolii misteriosi e da quel dì il pozzo è tornato all'aspetto normale.
Un cavaliere selvaggio errava sulla Cima degli Spiriti e per i nevai dell'Ortles. Era un cavaliere armato che invitava chiunque incontrasse a seguirlo per i precipizi e per i crepacci, nei quali egli coll'ospite precipitava nella notte fonda. Non si conosce il motivo che spingeva il cavaliere nel suo tragico andare. I valtellinesi posero croci e cappellette ai bivi montani, quasi a soccorso dei viandanti in caso di eventuali sinistri incontri ed inviti.
Il pastore Juzerle, pigro ed infingardo, forse usufruì dei pascoli su cui non aveva diritto o lasciò smarrire le greggi ed il bestiame. Adesso la sua anima tormentata erra tutte le notti sui picchi più scoscesi e giunge sempre alla montagna Video de Tuckett, che da allora si chiama Geisterspitz.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL PASTORE CRUDELE
Sulla Cima degli Spiriti e sul Cristallo, un uomo appare e scompare tra la tormenta sul sommo della montagna, si butta a capofitto nel baratro, ma prima che il crepaccio lo inghiotta, una raffica lo riporta in cresta. E' il pastore che ha infierito sulla mandria a lui affidata e che cercherà invano di porre fine al suo tormento, gettandosi nell'abisso. In questa leggenda predomina il senso della suprema giustizia.
• VARIANTE B: LA LEGGENDA DEL PASTORE CRUDELE
Coloro che hanno già percorso la Val Zebrù, avranno certamente notato lassù, nel cielo sopra il monte Cristallo, una strana nube con la sagoma di un pastore che il vento si diverte a scaraventare nel crepaccio della montagna. Prima che il crepaccio la inghiotta, una raffica violenta in senso contrario, simile ad una frustata, riporta la nuvola sulla cresta, sbatacchiandola avanti ed indietro, incurante dei suoi lamenti. La nube altro non è che lo spirito di Bortolo, il pastore crudele, che da vivo infierì sugli animali e che sta ora scontando questa terribile pena. In una delle ultime contrade della bellissima Val Zebrù viveva in una baita mezza diroccata, che a prima vista pareva disabitata tale era lo stato di incuria e di abbandono in cui si trovava, il pastore Bortolo. Il suo volto era cupo, tanto che sembrava minacciare un temporale da un momento all'altro o peggio ancora un terremoto, quando per un nonnulla incominciava a lanciare contro chiunque gli capitasse a tiro tutto quello che gli veniva tra le mani. Quando si scatenava, sembrava la furia personificata e gli animali ne facevano quasi sempre le spese. Li trattava male, dava loro poco da mangiare, ma in cambio molte bastonate, così che ogni tanto qualcuna di queste bestie si ammalava o moriva. Non risparmiava nemmeno il cane che lo seguiva così per abitudine, fino ad una sera in cui questo fuggì e non fu più visto. Bortolo rimase, pertanto, ancor più solo e, non avendo il cane da prendere a calci, egli iniziò a sfogarsi sulle poche pignatte che aveva in casa, sugli sgabelli o sulle povere mucche. A volte, qualcuno aveva pietà di lui e cercava di avvicinarlo, ma in cambio riceveva solo sgarberie. La solitudine di Bortolo si accentuò maggiormente e costui infieriva sempre di più sulle povere bestie, ormai ridotte pelle e ossa. Ma un giorno "en fulet" (un folletto), amico degli animali, prese le sembianze di un caprone e si sdraiò davanti alla porta della stalla, impedendo al pastore di entrare; questi, infuriato come al solito, si armò di bastone e giù botte! Ma come per incanto il caprone svanì nel nulla e si trasformò in un vortice freddo ed impetuoso. Sollevò da terra Bortolo ed incominciò a sbatterlo di qua e là, in una folle corsa senza fine, sull'orlo dei crepacci del monte Cristallo e della cima che da questa vicenda prese il nome di Cima degli Spiriti.
Lo spirito di un morto che da vivo spostò il cippo di granito collocato a segnare il confine di proprietà, defraudando il vicino, è condannato ogni notte a ritornare sul posto e scavare, ma non gli riesce, però, di riportare il confine nel punto originario. Lo spirito dovrà ritornare in eterno il giorno successivo, mentre prodigiosamente con l'alba lo scavo compiuto si colma e la zolla diventa intatta.
Un giovane "pradèir" fischiettava allegro, mentre saliva per la fienagione prima dell'Ave Maria da Bormio a Poz da l'Acqua, allorché si vide accanto la sagoma grigia di un incappucciato. "Passi da nulla, impercettibili, presso i tremanti dell'uomo vivo. Intorno un silenzio abissale. Bastò un Deo Gratias perché l'allucinante visione si dissolvesse".
Una gentildonna di Bormio erra ancor oggi, sotto le spoglie di un pauroso fantasma senza pace, nella dimora che la vide sposa infedele. Si intravede talora il suo volto spettrale in fondo agli specchi dalle luci verdastre e s'ode il suo gemere di stanza in stanza. È vestita di uno splendido abito a fiori, che fruscia di notte lungo i loggiati di un tetro lucernario di palazzotto bormiese.
Gervas aveva ottenuto il pascolo e tutte le sue ricchezze grazie ad un libriccino, lasciatogli da una strega. Dopo la sua morte, l'uomo fu costretto a passare la stagione cattiva, cioè dal venti settembre fino al nuovo equinozio, nella sua baita sotto forma di un serpente che, come poté osservare un curioso, sulla pietra del focolare si scaldava davanti e di dietro, ravvivava il fuoco e brontolava con la voce di Gervas Tognin.
Le valli valtellinesi sono anguste ed avare per gli abitanti, i quali, non potendo trarre nemmeno il sufficiente per poter vivere dalla coltivazione delle proprie terre, spendono più di una notte, attraversando gli accidentati confini, per un poco di zucchero, di caffè, per la mamma, per la famiglia. Sovente accade che, al mattino, i doganieri rivedano nei campi, al lavoro paziente, i medesimi che sfuggirono, come scoiattoli, poco prima dell'alba...
E lavorano così come se la notte l'avessero divinamente trascorsa, mentre l'han consumata in gita forzata, sudando, rischiando la pleura e sfidando il precipizio. Le vie percorse da questa povera gente sono sentieri della miseria e del coraggio, percorsi da gente eroica e pacifica, povera e dignitosa, che non chiede ed è pronta alla carità. È la lassù c'è anche la via aerea di Cirillo il Moro. Cirillo, pure, era una persona onesta, anche se dedita al contrabbando. Una sera lo Sgarba, un doganiere (finanziere), lo seguì. Cirillo continuò la sua strada, ma venne un temporale. Mentre il doganiere gli diceva di fermarsi, Cirillo, dopo aver indicato allo Sgarba il luogo adatto per sostare aspettando la fine del temporale, gli rispose che la legge è lassù, dietro il cielo, e saltò, quindi, sul lastrone di neve sottostante come aveva sempre saltato. L'acqua, però, aveva inzuppato i bordi pensili del seracco che si aprì e si chiuse sopra di lui. Lo Sgarba stette un'ora, due ore in quella nicchia e poi svenne. Non seppe mai quanto tempo passò, gli parve però di vedere Cirillo andar su come un arcangelo, di croda in croda, di cresta in cresta. Gli parve di esser preso da lui per i capelli e posto in luogo sicuro. Sognò che gli sorrideva e diceva: "Da questa parte ... da questa parte". Alla fine, quando il sole lo risvegliò, si ritrovò in fondo al ghiaione. Sul lastrone nevoso vide il piccolo sacco di Cirillo. Il finanziere scese, raccolse il sacco e lo portò alla madre del contrabbandiere morto. Da allora, quando uno Sgarba od uno Spallone percorrono quella via e vengon meno, si sa che sono presi per i capelli e tratti in salvo dall'anima onesta di Cirillo.
Nella magnifica terra di Bormio, i monti ed i fenomeni atmosferici sono sempre l'oggetto delle considerazioni degli abitanti sul tempo che farà. Sono l'argomento dei loro discorsi e le cause principali delle loro pene e delle loro gioie. Ci sono molti tra gli abitanti che fan da guida e l'essere stato guida, anche una sola volta, è un fatto che ciascuno ostenta assai volentieri. Così faceva, tanti e tanti anni fa, anche Bepin il Trombonin, un uomo rustico, convinto della bontà di tutte le creature, semplice, paziente e resistente. La montagna lo stregava, gli faceva dimenticare i lavori nei campi, tutte le cose preziose agli uomini e le loro feste. Aveva un particolarissimo amore per il Thurwieser, del quale aveva fatto personale conoscenza da giovane durante la guerra. Bepin definiva quel corno a piramide bianco-nero, che si eleva accecante nell'azzurrità del cielo, il suo palazzo incantato. Lui avrebbe voluto vivere sempre lassù, in quel ricovero scavato nella roccia, a sei, sette metri sotto la cima, dal quale si intravede una breve cornice rocciosa che sporge a mo' di tettoia, quando non c'è su neve. Voleva che tutti conoscessero quella sua straordinaria magnifica via, quella sua aerea dimora. Spiegava come se l'era procurata, quando si faceva la guerra lassù. Ma coll'andare delle stagioni, il pensiero di quella sua dimora finì per riempirgli tutta la mente e per creargli lunghi tormenti. Un giorno ebbe un'allucinante intuizione su una singolare via nota a lui solo e partì verso la montagna, mentre iniziava a nevicare. Bepin si rese conto nel camminare che mai gli era avvenuto nulla di simile, non aveva mai visto un cielo così e non sentiva né fame né stanchezza. Ad un tratto si trovò in vetta senza accorgersi e subito riconobbe il luogo, ma nello stesso tempo non riconobbe più se stesso. Voleva piantare la piccozza, voleva prendere il sacco, se li cercò lì intorno senza sapere che ne avesse fatto. Qualcosa era avvenuto in lui di straordinario. Gli pareva di essere trasparente e, toccandosi il corpo, gli pareva d'essere stato improvvisamente smaterializzato. Proprio allora davanti a sé e sopra di sé, l'arco del cielo ancora una volta mutò d'incanto: lentamente si diffusero fasci di luce variopinta. Non vedeva giù la valle come tutte le altre volte. Si sentì chiamare per nome da più voci che gli erano note, fin da quando era stato lassù per le prime volte: le riconobbe tutte una per una, anche quella del Giacinto. Rispose loro, le chiamò per nome e poi volteggiò con esse come una piuma intorno al suo palazzo incantato pieno di luci, del quale si sentiva finalmente assoluto padrone, dal quale non sarebbe mai più disceso. È trascorso tanto tempo da quella memorabile ascensione e fu dopo di allora che sempre si scorge, intorno alla cima del Thurwieser, una nuvola a corona rosea e diafana con gli orli sfrangiati come l'ala di un angelo. Quando poi il tempo sta mutando, la nuvola scompare e si trasforma in un benigno folletto che sussurra agli incauti ed agli inesperti la via per ritornare a casa. Alcuni testimoniano anche d'essersi trovati appiccicati come pipistrelli irrigiditi e di aver udito la voce del Trombonin, d'essere stati da quella voce rincorati e guidati. Voce umile ed onesta come fu lui, che dava tutto senza nulla chiedere, se non il diritto al possesso del suo fiabesco palazzo incantato.
Nel 1635 a Livigno, in particolar modo attorno al camposanto, si affrontarono l'esercito imperiale condotto dal Ferramonte e le truppe francesi del duca di Rohan, condotte da Frezeliere ed aiutate dai livignaschi. Quest'ultimi, in numero molto minore, ricorsero ad uno stratagemma. Travestiti coi camici bianchi dei confratelli occuparono il sagrato della chiesa. I tedeschi, appena li videro, in preda al più superstizioso terrore si diedero alla fuga ed i furbi francesi rimasero padroni del campo. Questo episodio viene raccontato spesso dai vecchi di Livigno, convinti come gli imperiali, che coloro che combatterono vestiti di bianco attorno al cimitero, fossero proprio i "mort". Ci fu, quindi, una collaborazione di lotta dei morti di Livigno con i francesi.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEI MORTI CHE COMBATTONO
La tradizione popolare racconta una versione più religiosa e patriottica: contro gli invasori franco-svizzeri ed imperiali, sempre stranieri predatori della valle, insorsero i morti livignaschi, tanto più sdegnati dalla profanazione e dall'oltraggio recato ai luoghi sacri. Gli stranieri si ritirarono e la valle di Livigno fu libera. Questa versione segnerebbe, dunque, il ridestarsi dello spirito nazionale di indipendenza.
Castrin era un montanaro, cacciatore e pastore, estremo conoscitore della natura che trascorreva da maggio a ottobre i suoi giorni nell'altipiano della Val di Fraele, nella sua baita delle Presure. Nel 1935 (già la parte bassa della valle era stata allagata dopo la costruzione della prima diga di Cancano), ormai sessantaseienne, Castrin decise di trascorrere la Festa dei Santi nella sua baita, invece di tornare a valle a Pedenosso. Dopo aver sbrigato le faccende in stalla, si recò all'osteria della Luisa. Qui rimase fino ad un'ora alla mezzanotte. Rientrato nella sua baita ed entrato in cucina, dispose sul tavolo un vaso pieno d'acqua pulita e fresca, perché in quella notte i morti vengono a visitare i loro abitati e, essendo assetati per le fatiche del viaggio dall'aldilà, bevono. Si udiva solo un vento strano sibilare, mentre saliva una stranissima nebbia. Da essa Castrin vide venire avanti verso S.Giacomo una turba di ombre terrose, aleggianti appena sopra i mughi ed i pascoli. Udì uno scalpitar di cavalli accorrere dalle varie valli circostanti e vide una turba di fanti correre per i sentieri con scalpori e grida, agitanti picche, alabarde, mazze ferrate, schioppi, mentre si sentiva un fragore di macigni precipitanti e di schianti e tonfi tra gli sterpi secchi dei rododendri. Improvvisamente il Pian di S.Giacomo si schiarì: tantissimi lumini s'accesero nelle varie baite, tante fiammelle arsero lì per lì sulle cime dei mughi e su per i costoni e la luna apparve dal Pettini. Castrin era terrificato ed impietrito di fronte a tale spettacolo. Gli sembrò, addirittura, di sentire parlare le bestie nelle stalle. Poi vide un folto gruppo di soldati sul sagrato della chiesa e riconobbe le divise austriache, francesi e delle Leghe retiche. Un cavaliere si fece avanti e, postosi di fronte agli altri, prese la parola. Era il francese Duca di Rohan che, per ragioni di grado ed età, assumeva l'onore di compiere con gli altri (ossia il Barone di Fernamond, il Colonnello Giorgio Jenatsch e Don Eusebio Robustelli, che guidò austriaci e spagnoli attraverso i valichi) nel luogo, in cui commisero trecento anni prima tante nefandezze (31/10/1635: battaglia di Fraele combattuta da una parte dai francesi guidati dal Duca di Rohan e dalle Leghe Retiche guidate dal Colonnello Jenatsch e dall'altra dagli austriaci e dagli spagnoli guidati dal Barone di Fernamond - vittoria dei francesi e dei grigioni - le 80 case di Fraele furono incendiate e distrutte) un atto di penitenza e di omaggio verso la valle che oltraggiarono con rapine, sangue e fuoco. Insieme ringraziarono il Signore per il perdono e per la pace ottenuti e, sapendo che presto un'acqua livida e piatta avrebbe coperto quel piano, lo pregarono perché illuminasse quei vivi affinché la loro scienza e loro fame d'oro non offendessero ulteriormente quei monti.
La tradizione racconta che presso la chiesa di San Gallo, in tempi antichissimi, esisteva un convento e che, di notte, si vedeva una strana processione di morti passare, salmodiando, dalla chiesa sino alla gran croce allora esistente in quel di Molina. Erano vestiti di bianco: segno di salvezza. Infatti, i dannati vestono coloro rosso cupo.
Un pastore vide entrare in una baita la luna e diventò matto.
Un rumore sordo viene dal fondo della Val Federia, portato dal vento. Sono forse le onde del rivo, ancor vivo sotto la spessa coltre azzurrina, che raccontano la leggenda del monte Cassone e di quelle strane processioni di spiriti felici, vestiti di bianco e salmodianti sotto la luna.
Una processione di fantasmi va di notte tra Tola e Cepina e ciascun spettro reca in mano una candela accesa. Una vecchia si trovò una volta su quella strada e fu pregata da uno di essi, affinché gli accendesse il lume, spentosi improvvisamente, certo per qualche soffio maligno. La donna tardò a soddisfare quella domanda ed il corteo passò velocemente. Con quella misteriosa candela in mano, ella non ebbe più pace in tutto il giorno, fino a quando il più vecchio del paese le suggerì di attendere la fantastica schiera, tenendosi un gatto nero davanti ed il riacceso lume pronto nella destra. Ed ecco la notte seguente, la vecchia distinse tra gli altri il suo morto, in quanto trascinava al piede una lunga e pesante catena: il castigo per aver fatto spegnere la propria candela. Doveva soffrire molto, perché strappò la candela di mano alla donna con molta impazienza. Questi morti sono i più bisognosi di preghiera.
Nunziatina di S.Antonio Morignone una sera al Sass dei Mort (sasso su cui venivano appoggiate le bare durante il tragitto verso il luogo di sepoltura), dove aveva lasciato una fascina di legna divenuta misteriosamente inamovibile come se gli sterpi secchi fossero stati di piombo o legati al macigno, udì una voce insistente chiederle di accendere la candela che si era spenta. La donna capì, dunque, che l'impossibilità di sollevare la fascina era in realtà un segnale: sicuramente qualcuno nel mondo di là le chiedeva aiuto. Nunziatina tornò a casa, pregando i morti. Consigliatasi con un saggio del paese ritornò sul luogo con un cero acceso e attese la processione degli spiriti salmodianti. Da questi si staccò una figura che allungò la sua mano diafana sulla fiamma della candela di Nunziata. All'improvviso vide tante fiammelle che salivano lungo il sentiero verso S.Bartolomeo e quell'anima, cui lei aveva acceso la fiammella, disse: "Dio ti benedica, Nunziatina!". La donna sollevò la propria fascina, che le parve leggerissima, e tornò a casa. Quando Nunziatina si sentì vicino a morire, mandò a chiamare il giovane prete che si attenne a tutte le disposizioni: una lampada avrebbe dovuto ardere di fiamma bella e pulita sempre al Sass dei Mort. Quando si svolsero le esequie della Nunziata, tutto il paese partecipò alle onoranze: il corteo, come al solito, sostò al Sass, prima di giungere a S.Bartolomeo. Il giovane prete, voltatosi, si accorse che, per ogni cero portato da un fedele, vedeva due fiammelle. Si sovvenne allora della Comunione dei Santi. Questa leggenda sottolinea l'importanza della preghiera dei vivi per i morti.
Il carbonaio d'Uzza aveva visto scendere dalla montagna di Sclaneira un serpente che teneva in bocca una pietra lucente. Questi la depose, si cibò d'erba, poi ripresa la pietra, tornò in su. Il carbonaio aspettò di nuovo il serpente e, quando questo depose il suo prezioso carico per potersi cibare, l'uomo ricoprì la pietra di carbone. Più tardi ritornò a guardarla: era un diamante. Il serpente era un'anima in pena, l'anima di un avaraccio che non mollava con facilità il denaro.
• LA LEGGENDA DELLO SPIRITO DELLA VALVERDE (Valverde, ossia Valfurva)
Mentre Laura fuggiva inseguita dallo Spirito della Valverde, si ricordò di quel lunghissimo serpente che scende ogni tanto da Sclaneira con una lucente pietra nella bocca.
Sulle scocche molleggiate, imbottite e rivestite di cuoio lucido o di pelle con pelo, stanno sedute, scamiciate o intabarrate, le anime di Massimo, di Pietro, di Arcangelo, di Cesare, impegnati anche da morti nella difesa dei boschi, prati e pascoli.
Lassù sotto la parete della Reit i morti della valle stanno dentro custodie d'alabastro e restano in eterno ritti a difesa della montagna.
Gli spiriti di Bertoldo, Veglin e Geni Martol, tre abitanti della Valdidentro, continuano a risiedere nelle case e nei luoghi che li videro trascorrere, con alterne vicende, la propria vita terrena.
Dopo l'Ave della sera è l'ora che gli spiriti dei morti vegliano presso le porte delle case.
Sulla Reit, precisamente al Pian delle Scandole, una croce ricorda la tragica morte di un bambino di Oga nel giugno del 1911. Quando, lassù il vento soffia tra i mughi del bosco del Mago e poi si smorza tra gemiti e singulti, pare la voce del "marcin" (bambino) che invoca.
Irene era una vecchietta piccina e magra che viveva sempre sola, ché i suoi cari erano tutti morti, al limite della vegetazione a Madonna dei Monti, lassù dove i larici sono contorti e nani. Indosso aveva sempre una lunga gonna di panno nero a pieghe, sulle spalle una corta mantellina di lana lavorata ad uncinetto, in capo un fazzoletto nero a frange e la si vedeva sempre con un libro di preghiere in mano ed un ramoscello di ginepro. Una domenica la vecchina tornava dalla chiesa. Le parole del parroco sulla morte e sull'inferno l'avevano turbata e ricordò di aver udito narrare, quand'era bambina, che molte anime del Purgatorio soffrivano il loro supplizio sui ghiacciai eterni delle vette sopra di lei, vicine alla sua dimora. Rammentò, pure, vecchie storie di konfinà, di povere ombre sospinte e torturate per lunghi anni su per il vallone di Uzza, su per il Confinale, torturate dal vento glaciale. Irene rivide le immagini delle cappellette sacre e provò paura: la sua baita le parve mal situata, così alta e lontana dai vivi. Non avrebbero potuto forse quelle anime tormentate scendere da quelle altissime balze livide di ghiaccio? Nel frattempo la donna pensava anche che non vi era nessuna creatura viva che avrebbe sentito la sua mancanza dopo la propria morte. In quel momento uno strano viandante dalla statura ben fatta e dallo sguardo grave la raggiunse sul sentiero. Irene pensò che l'uomo non poteva essere altri che l'eremita Zebrusius e gli confidò la sua pena. Costui disse alla vecchina che non era sola, ma che viveva fra molti compagni e, sollevandole il viso verso l'alto, Zebrusius le ordinò di fissare la montagna sopra di lei. Irene fissò i nevai dalla Cima degli Spiriti alla vetta del Tresero. Dapprima ella non vide nulla, poi le parve di scorgere un movimento nelle parti più alte e scoscese: del bianco si muoveva sul bianco. Quello che aveva scambiato per nebbie, per riflessi azzurrini di ghiaccio, erano folle di anime purganti che scontavano la loro pena nel gelo eterno. Dunque gli antenati avevano ragione, pensò Irene: lassù i morti soffrivano angosce e pene per purgare le loro anime da ogni macchia di peccato. Molti di essi erano avvolti in lunghe tuniche bianche, ma tutti avevano i piedi nudi ed il capo scoperto, ed erano innumerevoli, quasi danzanti, e tutti però avevano i piedi feriti e sanguinanti per le punte aguzze del ghiaccio e delle rocce. Si stringevano gli uni agli altri in cerca di calore e subito si separavano atterriti dal reciproco freddo mortale dei loro corpi, da cui parevano emanare le nebbie gelide ed i venti che impedivano alle nevi di sciogliersi. Non tutti si muovevano, alcuni restavano immobili; assiderati e tremanti o curvi sotto grevi e trasparenti pesi e così dovevano essere da anni e anni, perché solo il loro busto emergeva dal ghiaccio e dalla neve accumulati intorno a loro. Irene vide anche donzelle e garzoni che non serbavano nei volti traccia di gioventù e gaiezza, tuttavia pareva che si trastullassero ancora, ma i loro piedi cercavano, contro il loro volere, le punte più aguzze di ghiaccio e di roccia. Quando la mano dello strano viandante ricadde dal suo mento, la vecchia non vide che sterminati campi di neve candidi e luminosi: gli sprazzi azzurrini non provenivano da corpi gelati, ed erano fiocchi di neve che turbinavano più in alto ancora e non anime sospinte dal vento. Dopo quell'inverno, tutte le sere la donna non fece altro che pensare al soccorso delle anime erranti sui ghiacci: ogni mattina ridiscendeva alla chiesa del villaggio e niente e nessuno le impedivano di correre all'altare e pregare con calore, mentre alla sera nella sua baita recitava le preghiere e cantava i salmi. Lasciava la porta aperta e, inginocchiata nella penombra alla luce di due candele, tendeva l'orecchio e pregava. La vecchietta non tardava a sentir camminare. Sul ghiaccio udiva dei gemiti e dei passi striscianti, li udiva avvicinarsi adagio, adagio fino a fermarsi tremando presso i legni della baita, come se non osassero entrare. Irene continuava a pregare, finché non udiva più né passi, né sospiri, e allora le pareva che tutta la sua piccola stanza fosse stipata di quelle creature che avrebbero voluto abbattere i muri e sollevare il tetto per aver più posto intorno alle preghiere della vecchietta. E così, finché Irene visse, ella continuò ad occuparsi dei morti. All'antivigilia di Natale di quell'inverno, la vecchina fu trovata morta e venne seppellita la mattina presto di Natale. Pochi assistettero alla cerimonia e senza particolari manifestazioni di dolore dei presenti. Ma mentre le prime palate di terra scendevano sulla cassa entrò nel cimitero lo strano forestiero ed ai presenti indicò con la mano le cime nevose. Il Sindaco ed i rari presenti videro il Tresero, il Zebrù, il Sobretta tingersi all'improvviso di color rosa come per un fuoco di felicità. Videro per l'arco del cielo passare una processione di fiammelle gialle simili alle innumeri candele accese dalla vecchietta. Poi lo strano forestiero scomparve e con esso svanì la visione indescrivibile del corteo d'anime luminose aleggianti sulle vette.
Il Gran Zebrù (considerato il punto in cui aveva fine la Terra) veniva chiamato il "castello degli spiriti buoni", in quando si credeva che lì vi fossero gli spiriti degli uomini buoni. Questi, lassù vicino al sole, adorando quest'astro celeste, godono una certa beatitudine, in attesa di essere ammessi poi nel paradiso del sole. Spirito principe del castello è Johannes Zebrusius, cavaliere medievale sfortunato in amore e morto eremita lassù. Il significato del toponimo Zebrù sembra avvalorare questa credenza. Difatti, il termine deriverebbe dal celtico "se", che dovrebbe significare "spirito buono", e "bru", abbreviazione di "brugh", che indicherebbe un luogo sicuro come una roccaforte, per cui il toponimo viene ad assumere il significato di "castello degli spiriti".
Sul Cevedale, che si trova in prossimità del Gran Zebrù, abitano le anime delle donne buone, in palazzi sotterranei, ove riposano su tenero muschio. Hanno vesti bianche come la neve ed i loro capelli sono ornati di fiori.
I confinati erano le anime dei defunti che condussero una vita scapestrata e peccaminosa e che venivano, per un certo tempo, condannate "per misciòn di Dio" ad essere confinate nei luoghi più orridi e più solitari delle montagne. Si confinavano per "toj fora di bàit" e tenerne lontano lo spirito maligno. Gaudenzio P. di Combo è condannato in cantina a picchiare continuamente con una pesante mazza di ferro, che gli deve essere rinnovata ogni sette anni. Altri vecchi bormini (al vèc P. ..., al vèc C. ...) sono confinati in Val Vitelli e nel Piano d'Asta (Quarta Cantoniera). Tra questi c'è anche un vecchio prete Z. ..., confinato sulla Vedretta del Giogo dello Stelvio. Nel Vallon di Uzza, nel Vallon del Braulio e nei boschi di Pezzel, i confinati raccolgono grandi secchi d'oro, stillante goccia a goccia dalle rocce, e, quando il secchio è colmo, faticosamente lo portano in alto e lo vuotano in voragini senza fondo.
In Val d'Uzza erano confinati B. ... di S.Antonio Valfurva e R. ... della Madonna dei Monti. Venivano confinati dai religiosi e dai preti sulla Reit a cavar l'oro "parké i fecìòn tanta balosada" (perché fecero tante bricconate), come afferma il capraio Marco Granaroli, novantenne che raccontò il fatto. Uno di "Forba" (Valfurva) era salito alla cava del gesso a Mofè (Val d'Uzza) e trovò una mazza di ferro di cinque o sei pesi (1 peso è uguale a 8 kg). Fece per alzarla, ma non era capace. In quel mentre sentì una voce misteriosa ed irata che gli diceva di lasciar stare la mazza dove si trovava. Quel tale pensò di tornare a riprenderla l'indomani e di caricarla sul carro, ma il giorno successivo la mazza era scomparsa. Erano stati R. ... o B. ... a portarla via.
Quando B. ... morì, nella cassa non si trovò più il corpo, perché era stato portato via dal diavolo.
Laura, inseguita dallo Spirito della Valverde, in preda al terrore si sovvenne dei konfinà, che "per permiscion de Dio" sono obbligati a rimanere nei luoghi solitari e selvaggi dei suoi monti. Sapeva che avevano condotto vita peccaminosa e che erano stati condannati a vivere per sempre dentro i baratri delle rupi ferrigne "per toi for de baita". Le parve di udire il batter massiccio e cupo delle loro mazze contro le rocce.
I konfinà erano povere ombre sospinte e torturate per lunghi anni su per il vallone di Uzza, su per il Confinale, torturate dal vento glaciale.
Un vecchio del mandamento di Bormio, nel 1848, sentì con le sue orecchie picchiare senza posa i confinati in Val Vitelli. Erano in dodici e, tra di loro, c'era anche il famoso botanico Martino Anzi. Tutti erano forniti di corde per un'escursione sui ghiacciai.
Poco dopo mezzogiorno "l'é l'ora che i Konfinà nel Pian dell'Asta - i van su a far slavinar".
Sul Monte Mine presso la Steblina, luogo famoso per tregende, è confinata un'anima che batte la mazza di ferro. Il teschio di questo confinato, anche se viene rimosso dal luogo ove fu relegato, torna a ritrovarsi sempre nel luogo primitivo, riportato colà da forze misteriose.
La volpe, assai malconcia nelle zampe in quanto ferita dalla falce di Bepin de la Pipa, fu costretta a fuggire e s'infilò su per la valle verso la Steblina, dove le ossa di chi lassù muore devono essere lasciate, perché se vengono tolte di là, subito vi tornano per forze misteriose, condannate alle pietraie spente fuor del tempo.
Le anime purganti nella Valle delle Mine intervennero per smuovere i livignaschi dalla loro posizione e per spingerli verso la conclusione della pace perenne con gli abitanti di Davos, facendo udire il loro lamento grave, accompagnato da colpi sordi.
Don Gaudenzio è confinato nella casa Zuccola-Settomini e batte la mazza nei sotterranei. La mazza gli deve essere rinnovata ogni 7 anni. Don Gaudenzio era un antico signore che, secondo il popolo implacabile giustiziere di chi visse contro le leggi di Dio, fu portato laggiù, appena morto, direttamente dal diavolo.
I konfinà sulla Reit sono condannati a scavare l'oro che amarono troppo in vita, per una giusta legge di contrappasso. Quell'oro, però, non può più destare febbre in alcuno. Infatti, i maghet della Valfurva lo fanno scomparire, scatenando temporali e bufere, e travolgono con le frane anche l'oro della Reit nel torrente Frodolfo, che lo trascina lontano. I maghet, con i loro dispetti, salvano i confinati d'Uzza dalla febbre dell'oro.
Nelle notti di tempesta, i confinati nel bormiese non si vedono, ma si odono i loro lamenti ed il loro picchiare con le mazze sulle rocce, che al mattino appaiono scheggiate di recente.
Un calzolaio di Bormio racconta di aver visto un konfinà che cammina e dà pedate. Di questo konfinà si vede l'ombra e poi scompare.
Un confinato della Valdidentro si riconforta della triste sorte, prendendosi spassi molto curiosi. Per esempio, entra talora in una baita dispersa e si mette a gettare i poveri mobili fuori nel prato attiguo. Nulla è valso finora a frenare le bizzarrie di questo spirito, a cui la condanna non ha tolto il buonumore.
Il Viola non vuol vedere e non vuol sentire le bufere imperversanti sulle asperità del Pizzo Bianco nei giorni di mercoledì, venerdì e sabato all'inizio delle Quattro Tempora. Lassù in quelle notti, dopo l'Ave della sera e fino a quella del mattino, convengono tutte le anime confinate negli orridi anfratti per aver prevaricato in vita. Esse mandano un murmure iroso e sordo, l'eco di quel sabba si ripercuote dagli avvallamenti ai dossi. Quelle anime vanno come pallidi spettri, vantando le colpe, maledicendo le pene con voci alte e rabbiose o, cosa nefanda, parlando con sembianza di bestie: sono volpi, volponi, caproni putenti, porci immondi, cagne impudiche, martore assetate di sangue, serpenti squamosi con lingua biforcuta ardente che fan tregenda, tutti proferendo parole perverse.
Il prete Z. ..., che morì in fama di liberale, fu visto per parecchio tempo sotto forma di cane. Il beccamorto di Bormio fu, una notte di luna, assalito da un cagnolone grande come una pecora bergamasca: "L'era un'anima persa!". Una femminetta cadde una sera svenuta sulla soglia di casa, dove era stata raggiunta da un maialetto che le era corso incontro grugnendo festosamente.
Una volta, il "monich" (sagrestano) di S.Nicolò volle andare a trovare la morosa a Premadio, anche se era già tardi, piovigginava e, per di più, suo zio era contrario a tale visita. L'innamorato, giunto al ponte d'Uzza, si imbatté in un maiale fermo in mezzo alla strada. Impaurito si fece il segno della croce ed il porco sparì. La bestia era un eretico trasformato in maiale.
• LA LEGGENDA DELLO SPIRITO DELLA VALVERDE (Valverde, ossia Valfurva)
Laura, fuggendo inseguita dallo Spirito della Valverde, si ricordò del porco che avrebbe potuto impedirle il passo sul ponte. Attraversò il Frodolfo, saltando da un macigno all'altro, per evitare il ponte, dove poteva esserci sotto quel tale che sempre sta in quei luoghi ed ulula sinistramente.
Kuertur, eretico, si ammazzò precipitando in un burrone, mentre tagliava legna in un bosco. Quando alcuni andarono in cerca dello scomparso, incontrarono sul posto un terribile orso: era Kuertur, confinato in Val de Rez (Palù) e trasformato in orso.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DI QUERTUR (Sondalo)
Il Quertur, spirito inquieto, si aggira nei boschi di Sondalo senza testa e, quando è scoperto, si butta nell'Adda con grande rabbia.
Lel è un sondalino confinato al Ponte del Diavolo in Val Fin (nel 1987 la frana del Monte Coppetto ha provocato una trasformazione radicale della fisionomia della zona). Molti giurano di aver visto il Lel, trasformato in un cavallo nero sprizzante scintille, galoppare di notte su e giù per la valle. Altri lo hanno sentito battere con la mazza di ferro. Un finanziere lo vide e gli chiese cosa facesse là. Il Lel rispose che era confinato e raccontò all'uomo un po' della propria vita ereticale, chiedendo, infine, al finanziere il favore di far celebrare cento messe per lui. In questo modo l'eretico avrebbe ottenuto la libertà. Ufficiate le messe, il Lel non fu più visto né udito.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL LEL SONDALINO, ERETICO CONFINATO AL PONTE DEL DIAVOLO
A mezzanotte in punto, per la strada della Serra nel buio, si odono i colpi di una mazza ferrata che sembra abbattere muri invisibili e chi picchia non risponde al richiamo che gli si lancia. Nel cupo silenzio la montagna barcolla, scossa dal terremoto. Dalla terra si leva un vento gagliardo, mentre con un frastuono terribile la montagna si squarcia. Si apre una fenditura profonda e, nel contempo, le rocce precipitano in frantumi. Dalla cavità si liberano fiamme e fumo e l'aria è investita da un acre odore di zolfo. In alto, la luna si spegne ed il terreno all'intorno sussulta. Le fiamme coprono entrambi i capi del declivio e si levano fino al cielo. Ecco un nero cavallo balza fuori dalla montagna aperta, scivolando sicuro in mezzo alle fiamme. Sull'orlo del precipizio si drizza sulle zampe posteriori e nitrisce contro il cielo, percuotendo le rocce con gli zoccoli. Con un alto grido si lancia a capofitto verso la valle. Senza più sosta, per sette volte percorre l'intera valle da cima a fondo, velocissimo. Finalmente il cavallo, giunto in cima alla costa, si lancia nel vuoto a testa all'ingiù. Il bosco ritorna muto e l'aria è attraversata come da un tuono. Il grande cavallo viene scaraventato nell'Adda ed il fuoco si raduna, chiudendosi in un pallone incandescente che segue il cavallo nell'acqua. Un tuono ripercorre l'aria e la terra di nuovo sussulta. L'Adda ribolle per un tratto ed il suo letto si inaridisce. Gli ontani, piegati sulla corrente, si levano improvvisamente scheletriti. Sotto il fuoco, il terreno si spalanca ad inghiottire il cavallo e di nuovo riprendono a spandersi le bianche schiume. Ogni cosa ritorna tranquilla e la tempesta si placa. La notte successiva, alla stessa ora, tutto si ripeterà da capo, inesorabilmente. Coloro che sono costretti a transitare per la strada della Serra, quando scorre l'ora più oscura, si pentano del loro ritardo, se non si sono fatti imporre il segno della croce.
A volte gli eretici si trasformano in animali che non si vedono, ma che si fanno sentire, come l'inquietante cavallo che scalpita sugli speroni rocciosi e trascina catene in una certa baita presso il Ponte del Diavolo.
Non si può transitare sul Ponte del Diavolo a mezzanotte, perché un grosso maiale s'impenna sulle zampe grugnendo minaccioso.
Il Conte Galeano Lechi (Conte Diavolo) fu assassinato ed il suo cadavere fu calato nel fiume Adda. Il cadavere ritornò a galla, ma vi fu rituffato dentro. L'Adda, più pietosa degli uomini, spinse innanzi quel corpo fino a Boffetto, dove una mano caritatevole lo raccolse e lo seppellì. Intanto si era già diffusa la leggenda che per il bormiese si aggirava l'anima del Conte Diavolo sotto forma di orso bruno costretto, per espiare le proprie colpe, a vagare sui monti di Bormio in una ricerca ansiosa di un po' di pace.
Sul Dos di Cepina si aggira solitario un terribile orso bruno piagato che urla, maledicendo la specie umana.
Alcuni infelici, fantasmi che non hanno ancora avuto il perdono di Dio, errano nell'aria su bianchi cavalli, nelle notti di procella. Il montanaro, che ode i venti fischiare, dice che è la caccia selvaggia.
Quando dalle baite si udiva il vento fischiare sui monti circostanti, si pensava che quel suono era il lamento delle anime dannate, costrette a peregrinare eternamente sulle pendici e sui dirupi più alti, per espiare le proprie colpe.
Nel buio degli orridi pietrosi della tetra gola delle Mine sarebbero confinate le anime di chi fu 'inviso a Dio ed al nemico suo'. Le anime hanno incise sulla fronte sette P e sono gravate alla schiena e sul petto di grossi sacchi contenenti le loro colpe. Esse salgono sudando arse per la sete, quando il gelo le sferza, e rabbrividiscono, quando il sole torrido le scotta. Salgono per i gradoni della valle che si fa più aperta e chiara, a mano a mano che i sentieri diventano meno erti e spinosi. Quando quelle anime saranno giunte, dopo secoli e secoli, alla testata dell'altura, ai limiti delle nevi, detergeranno la fronte dai segni della penitenza nelle limpide acque del laghetto delle Mine e quelle ombre vane diverranno subitamente traslucide nell'aspetto. Davanti ad esse apparirà un vastissimo dilettevole scenario. Tanto vago ed ampio è il paesaggio ch'esse crederanno d'essere giunte nel paradiso terrestre e si scorderanno di proseguire per il Paradiso. Tutto ciò per opera dei buoni Livignaschi sempre pronti ai suffragi, alla pietà, al perdono, ma non alla dimenticanza.