Raccolta di leggende e credenze dell'Alta Valtellina
a cura di Maria Pietrogiovanna
Valfurva, 27 giugno 1998
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Leggende di Bormio e dell'Alta Valtellina: raccolta di leggende e credenze
a cura di Maria Pietrogiovanna
Valfurva, 27 giugno 1998
Le leggende di luoghi e di persone servono spesso per fornire la spiegazione dell'esistenza di una collina o di un dirupo oppure del serpeggiare di un fiume nel paesaggio. Per di più, esse sono legate alla toponomastica del luogo. In alcuni casi vi si ritrovano anche i caratteri delle leggende di tipo mitologico.
Molte volte il montanaro con la sua fantasia, per spiegare la formazione di qualche montagna dalle forme bizzarre, immagina strani racconti di colpe e di tremendi castighi. Ad esempio, il Mot de Nona, un monte presso Sondalo, porta questo nome perché si narra che su di esso venne trovato in primavera, scioltasi la neve, il corpicino della pastorella Dorotea, scomparsa l'inverno precedente.
Molto ricorrente in questo tipo di leggenda è il tema della Giustizia Punitiva. Difatti, l'incendio della casa Alberti, quando essa era abitata dal Conte Lechi, vide l'intervento della Giustizia Punitiva per punire i nobili che si trattenevano in balli licenziosi ed in trastulli "edificanti" con l'intervento di Belzebù in persona, attillato come un damerino.
Origini fantasiose vengono attribuite alle Guglie del Ghiacciaio dei Forni, al Lago Bianco ed al Lago Nero, ad una roccia del Monte Reit, ad uno sperone della Cima degli Spiriti ed alla frana del Sant in Valfurva; ancora al Monte Dosdè, al torrente Viola ed alla fenditura del Sass de Scegn in Valdidentro; infine, ad una cascata e a delle impronte in Valdisotto.
I macigni situati attorno ai laghetti della Val Viola, invece, vennero posti lì dagli abitanti selvaggi, che vivevano in quei luoghi inospitali, su ordine del gigante Dosdè.
A Livigno, il Baitel de la Luna viene così detto in quanto l'astro si avvicinò a questa casa per indicare al pastore, che vi alloggiava, l'entrata di una grotta abitata da esseri strani.
Un esempio significativo di queste leggende delle origini è quella che narra la nascita della Valtellina: anticamente le acque coprivano la Valtellina, perché il mare si spingeva dentro la terra retica e solo le cime dei monti emergevano dai flutti come isole. Forse la formazione della Valtellina risale all'epoca del diluvio universale.
Pure l'origine dei nomi di due frazioni della Valfurva trova delle spiegazioni fantasiose.
Le leggende storiche sono innestate su fatti realmente accaduti e personaggi esistiti. Di conseguenza esse costituiscono spesso un valido aiuto per gli studiosi nella ricostruzione della storia di un territorio.
Ad Isolaccia si narra la leggenda della battaglia combattuta ai tempi di S. Ambrogio (secolo VII) nella piana di Fraele, nel campo di Zuco, tra cristiani ed ariani. Venne sparsa una così grande quantità di sangue ariano, tanto da impregnarne il terreno, e, dove furono sepolti gli ariani, non crebbe più alcun fiore, mentre tutt'intorno in estate la zona è ricoperta da fiori alpestri.
All'anno 961 risale l'italica leggenda eroico-storica di Adalberto, figlio di re Berengario, che si racconta nel bormiese. Adalberto, deciso a vendicare il padre, montò in sella a Vioz, il suo cavallo favorito, ed iniziò a percorrere le valli alpine. Giunto sotto una cresta nei pressi del Passo del Gavia, il destriero si mise a zoppicare e nitrire tristemente, mentre una fata annunciò ad Adalberto la sua prossima morte. Costui, per evitare che il proprio cavallo cadesse nelle mani dei nemici, lo uccise e lo seppellì, nominando la cresta col nome guerriero del cavallo, Punta di Ercavallo, e l'altra cima, verso cui si diresse con il nome del suo destriero, Vioz. Il corpo dell'uomo venne poi trovato dalla madre, che lo avvolse in una tunica verde a forma di palla e lo seppellì alla destra del Monte Vioz sulla cresta che prese il nome di Palon de la Mare. La vedretta sottostante su cui caddero le lacrime di sangue della madre da allora si chiamò Vedretta delle Rosole (Vedretta Rossa).
A Livigno si racconta una leggenda che spiega il motivo per cui tra Livignaschi e Tavatini (abitanti di Davos - Svizzera) l'8 maggio 1365 fu firmata la pace. Tra le due popolazioni era scoppiata la guerra, poiché invidiose l'una con l'altra avevano entrambe compiuto un furto: i tavatini avevano rubato ai livignaschi un torello che era la potenza generatrice di tutto l'alpeggio, mentre i secondi avevano portato via da Davos un orso, la potenza generatrice del luogo. Da quel giorno i boschi del Fuela e l'alpeggio della Valle Federia caddero rapidamente in rovina. Solo quando gli animali vennero restituiti ai reciproci proprietari, la natura rifiorì.
Paurose e strane storie intorno alle Torri di Fraele vengono raccontate ad Isolaccia. Quando le Tre Leghe Grigie invasero il contado, narra la leggenda, fu tentata la resistenza alle Scale di Fraele. Queste furono ricoperte astutamente con frasche e cuoio, cosicché nell'assalto notturno precipitarono cavalli e cavalieri nel sottostante burrone: quel canalone, che precipita a valle su Pedenosso ed Isolaccia, si chiama tuttora Burrone dei Morti, perché ricco di tradizioni di stragi e di sangue.
Sempre ad Isolaccia, la leggenda della zingara del Sass de Scegn si innesta su un fatto storico: il passaggio degli zingari nel 1505 attraverso la Valdidentro per recarsi nel nord. La zingara più vecchia venne precipitata a valle dagli altri appartenenti alla tribù, ma ella prima di morire li maledisse. In quell'attimo il Sass de Scegn sussultò e, dove l'acqua del torrente Viola precipita, si aprì una fenditura nera che ingoiò gli zingari nel fondo.
Nella guerra tra francesi e tedeschi, combattuta a Livigno nel 1635, i primi vinsero con l'aiuto dei livignaschi e, come vuole la tradizione popolare, dei morti del luogo, che avrebbero combattuto a fianco dei transalpini. Così i tedeschi si ritirarono e la valle di Livigno fu libera.
Un'alta famosa leggenda storica è quella del Conte Galeano Lechi, detto il Conte Diavolo, raccontata a Cepina presso Bormio. Oltre a numerosi storici, che hanno scritto variamente su questa figura di avventuriere del XVIII secolo, c'è anche un romanzo storico di fine '800. La vita del Conte è assai romanzesca: nobile bresciano di idee giacobine, dissipato, forse amareggiato oltre misura dalla morte di un figlio bambino, si mise a commettere varie stranezze con certi suoi banditi, avendo per covo una villa presso Brescia. Processato ed imprigionato per un grave delitto, egli riuscì ad evadere. Fuggiasco dapprima in Svizzera, finì poi a Bormio, continuando la sua carriera di soverchiatore e conducendo vita splendida. Patrocinò l'unione del bormiese alla Cisalpina e creò un governo a Bormio, dove vi fece il bello ed il brutto tempo per qualche mese, finché il malcontento popolare si scatenò improvvisamente il giorno che venne bloccato in Valdisotto, mentre cercava di raggiungere certi suoi avversari politici. Portato sul Dosso di Cepina fu giustiziato sommariamente a suon di pallottole, segnate con la croce per aver buona presa sull'eretico. Il corpo fu gettato nell'Adda e forse seppellito da ignoti fuori dai confini del Contado. Subito la sua storia passò alla leggenda, venne soprannominato il Conte Diavolo e così è ritratto in un dipinto omonimo sul vetro conservato a Bormio, tutto in rosso. Si credeva che si fosse incarnato in un orso.
In tempi più recenti si è giunti a credere che le radici dell'odio diffuso nel bormiese per il personaggio siano da ricercare non tanto nei reati e nelle violenze perpetrate da costui, quando nel pericolo contenuto nel suo disegno politico di unire Bormio ai possessori francesi in Italia o alla Repubblica Cisalpina: questa proposta costituiva una minaccia per l'antica autonomia ed i privilegi della magnifica comunità bormina.
Radici storiche si possono rintracciare anche nella leggenda del Tananai, un uomo originario di S.Antonio Morignone. Nel XVII secolo, tre donne di Villa di Tirano sopravvissute alla peste, si recarono a S.Antonio Morignone, dove incontrarono un uomo brutto, goffo e sporco. Capirono che quello era l'unico uomo sopravvissuto e lo costrinsero a seguirle. Nacque, così, la discendenza del Tananai con la creazione di varie famiglie che si riuniscono una volta l'anno e celebrano in comunione ed allegria il loro incontro, ricordandosi con suffragi anche dei Tananai defunti.
Le leggende della zona, che hanno come motivo predominante l'amore, sono spesso eroiche e legate a personaggi storicamente vissuti. Ne esiste, però, un numero esiguo e, per di più, la maggior parte è importata o si svolge in territori confinanti oppure ha influssi tirolesi o ladini.
La trama di queste leggende vede molte volte come protagonista o una giovane che, abbandonata dall'amato, muore dopo lunghissime sofferenze o un giovane che, non potendo avere la donna amata, perisce consumato sul fiore degli anni di crepacuore, ma confidente in Dio.
Esempi di leggende che iniziano in zone vicine per poi trovare il loro epilogo in Alta Valtellina sono quelle di Henry de Tourville e di Johannes Zebrusius. La prima narra come il cavaliere Henry de Tourville dalla Val Venosta, attraverso la valle di Trafoi, giunse alla Rupe Bianca da dove precipitò la sua dolce sposa, ricchissima e bella, a causa della brama dell'oro e del desiderio d'indipendenza. La seconda, invece, racconta la triste vicenda amorosa del cavaliere Johannes Zebrusius, feudatario di Gera d'Adda, che diede il nome alla Val Zebrù. Innamoratosi di Armelinda, ottenne da lei la promessa di amore e fedeltà eterni. Purtroppo, contrario al loro amore era il padre di lei. Il cavaliere partì, quindi, per la crociata in Terra Santa. Tornato dopo quattro anni, scoprì che la donna si era sposata con un altro. L'uomo si ritirò, pertanto, a Bormio, dove visse in solitudine per trent'anni e un giorno fino alla morte.
Un'altra leggenda vede la storia svolgersi in un territorio vicino, per poi trasportarsi sui confini del bormiese. È la dolorosa storia d'amore della principessa della Lajadira e del suo fedele menestrello. La Lajadira si trovava sulle rive di un grande lago ed era una paese di sole, aranci, cedri e lauri. Qui viveva la principessa. Un trovatore si innamorò di lei, ma per volere del padre, la donna dovette sposare un re nordico e recarsi con lui in un paese oltre la catena alpina: le Sette Montagne di Vetro. Mentre il trovatore cantava il proprio amore, la principessa languiva e si ammalò. Il suo male crebbe a dismisura nel momento in cui seppe della morte del proprio amato, fin quando una mattina fu trovata morta nel proprio letto. La Lajadira si trasformò: al posto dei fiori comparvero dirupi, ghiaie e nevi. Essa si trasportò dai paesi del sole fin sui confini del bormiese presso il lago deserto "le lay de Rims", ove, protette dalla fata alpina Arteluca, vivono le anime del trovatore e della principessa.
Due leggende di amore di nobili bormiesi sono ambientate a Monastero (Münster), dove c'era un antico convento, nel quale le gentildonne bormiesi solevano ritirarsi per la loro educazione e per vivervi vita tranquilla. Qui, sul finire del XVIII secolo, si raccolse in meditazione Maria Nesinis dopo il feroce assassinio dell'amato Silvestri, illuso compagno del Conte Lechi. Il dolore di Maria venne aggravato anche dalla morte della madre e dalle dolorose vicende del nobile Don Filippo, suo fratello. Costui, angosciato dal terribile male che lo consumava, si ritirò come cappellano in solitudine nell'oratorio di S.Ranieri, vicino a Monastero.
L'altra leggenda sul convento di Münster è quella di una bella e nobile tirolese che, ospite del convento, fuggì da lì rapita dal giovane Signore dei Forni e delle Miniere di Fraele e di Premadio. Da questo ratto sorse quasi una guerra diplomatica: Bormio, minacciata da Innsbruck, ordinò al rapitore di restituire l'amata. Il giovane preferì, invece, rinunciare alle proprie ricchezze, piuttosto che all'amata. Miniere e forni vennero resi inutilizzabili e nella valle, prima centro di una vita operosa, iniziarono a regnare il silenzio e la rovina. Il metallo prezioso venne nascosto, mentre la coppia felice abbandonò il contado di Bormio per sempre. Un'altra versione vuole, come tragica conclusione della storia, la morte dei due innamorati. Entrambe queste leggende hanno un fondamento storico, come narra lo studioso Ignazio Bardea. Nel secolo XVII le miniere di Fraele ed i forni di ghisa e ferro di Premadio erano tenuti da certi Muti di Bergamo. Il figlio del proprietario, invaghitosi di una tirolese che risiedeva nel convento di Münster, la rapì e, minacciato dai reggenti del Contado ed in seguito ai reclami del padre e del luogotenente del Tirolo, fuggì con l'amata, asportando gli utensili e sotterrando in luogo sicuro oltre 1300 some di materiale.
A Sondalo la leggenda d'amore di Agnese e del suo paggio ha come sfondo storico la lotta tra Guelfi e Ghibellini. La ragazza viveva con il padre Corrado, capo dei Ghibellini, con un paggio innamorato di lei e con altri servi nel Mot del Castel presso Sondalo. I Guelfi volevano uccidere il conte e convinsero il paggio a tradirlo, in cambio l'innamorato avrebbe ottenuto Agnese. In questo modo i Guelfi entrarono nel castello, ma in quel momento avvenne un prodigio: un fascio di saette avvolse con bagliore accecante tutte le mura e le torri. Sul Mot, con la gola strozzata, c'era solo il cadavere del paggio traditore, mentre non si seppe più nulla del conte e di Agnese. Lo spirito della donna è ancora oggi lassù, sotto forma di donna, ed ascolta il canto del tradimento, mentre dal fondo della valle arrampica il fantasma del paggio.
In questo paragrafo si parlerà di leggende religiose in senso stretto, in quanto si può dire che quasi tutte le leggende hanno un sottofondo di religiosità, se non altro per il carattere tipico dell'alpigiano e del valtellinese in particolare. Costui è, difatti, profondamente religioso e, perciò, facile alle personificazioni sia del demonio sia delle sue malefatte. Il valtellinese è, inoltre, di temperamento chiuso e triste, assai sensibile agli spettacoli grandiosi delle sue montagne, arrivando a personificarne gli aspetti ed i fenomeni e popolandole dei suoi timori e terrori.
Ad Isolaccia fiorì la leggenda mistica, gentile ed eroica della Madonna dell'Acqua, nel periodo in cui la riforma protestante si stava espandendo nelle attigue valli grigioni di Monastero e dell'Engadina. Le antiche cronache narrano come certi fratelli Ponti di Isolaccia si diressero a fare provviste ed affari nella valle di Monastero, a S. Maria. Giunti nei pressi del paese vennero sorpresi da un fortissimo temporale e furono costretti a chiedere ospitalità in un casolare. All'interno di questo videro gettare in un angolo tre statue: una della Vergine e le altre due dei santi Sebastiano e Rocco. Gli ospiti, profondamente religiosi, richiamarono i proprietari, di fede protestante, di fronte a tale profanazione. I protestanti rimbeccarono violentemente i Ponti, disprezzando la Madonna ed i santi. A questo punto, i fratelli di Isolaccia scambiarono il proprio carro ed i buoi con le tre statue e la mattina successiva si misero in viaggio verso il loro paese d'origine. Giunti, però, al ponte di Muranza, altri protestanti li obbligarono a gettare le statue nel sottostante fiume in piena. Ma ecco il miracolo: le tre statue si rizzarono in piedi e l'acqua si calmò. Gli stessi protestanti si calmarono ed i Ponti poterono riprendere il loro viaggio con le preziose effigi. Siccome ad Isolaccia era stata costruita di recente la chiesa, essa fu dedicata a S. Sebastiano. Quando venne costruita la chiesa parrocchiale, questa fu dedicata a Maria con il titolo di Madonna dell'Acqua. A costei si ricorre ogni volta che la valle ha bisogno di pioggia ed a lei si deve la salvezza quasi miracolosa del tempio sacro nel violento incendio del 1849, che distrusse anche l'edificio dell'attigua canonica. Pure S.Rocco, il santo rappresentato dalla terza statua salvata dai Ponti, fu venerato come protettore di Isolaccia durante le frequenti epidemie.
Una pia leggenda narra che Isolaccia, durante l'epidemia sviluppatasi nel 1836 nella Contea di Bormio, rimase miracolosamente immune da tale flagello. Infatti, testimonianza tangibile dell'immunità del paese, dovuta al santo protettore, fu un pane benedetto messo a metà del ponte sulla Val Viola, all'entrata del paese ad est, dove c'era pure il cordone sanitario per le provenienze da Bormio. La metà del pane verso Bormio era completamente annerita, mentre la parte verso Isolaccia era bianca immacolata.
A Semogo, invece, vengono venerati quattro simulacri, detti Santi del Sole, a cui si ricorre quando c'è bisogno di questo astro. Le reliquie dei quattro martiri Celestino, Paziente, Modesto e Urbana sono custodite in quattro urne di legno intagliato e dorato.
Amorosa e mistica è la leggenda dell'acqua ferruginosa di S.Caterina Valfurva. Silvana, la nipote di Don Baldassare Bellotti, dopo la morte del suo amato Giorgio Fogliani (caduto da una rupe nel 1697) moriva lentamente di dolore. Il parroco, dopo un'apparizione della Madonna, si recò a Pozzo di Dentro e scoperse l'acqua ferruginosa, con la quale Silvana si riprese fisicamente. La donna si ritirò in convento, dove morì a 33 anni, non scordando mai il suo Giorgio. Questa storia pietosa ci dà la spiegazione del misticismo che sempre circondò la virtù sanatrice della sorgente ferruginosa di S.Caterina.
A Trepalle è narrata una leggenda natalizia e religiosa. Il paese più alto d'Europa sarebbe stato scelto da Gesù per giungervi ogni Natale ed i fanciulli di Trepalle, tra i più poveri d'Europa (ora non più), si sentono i più ricchi del mondo per via di quel privilegio.
Sulla strada verso Semogo, in località detta 'Svolta del Sant', era posto un crocifisso a difesa delle valanghe e dell'acqua scrosciante.
Al Passo del Gavia, presso il Lago Bianco, un crocifisso testimonia un salvataggio miracoloso di una macchina in transito durante una tempesta di neve.
Un altro crocifisso, posto su di un masso in località Dos in Valfurva, ricorda come S.Antonio sia intervenuto a salvare l'abitato che porta lo stesso nome, facendo deviare il corso del torrente Zebrù con l'aiuto di questo enorme sasso. Lo stesso S.Antonio suonò l'agonia del paese da lui protetto durante l'incendio del 1899 che distrusse quasi completamente la frazione.
Anche S.Nicolò, santo protettore di un'altra contrada della Valfurva, intervenne quando si trattò di costruire la chiesa in suo onore, facendo capire quale fosse la localizzazione da lui preferita.
Il S. Crocifisso di Combo a Bormio ha ispirato una leggenda che narra come il legno sia nato da un tronco colpito da un fulmine grazie allo scalpello di un contadino, morto martire per la propria fede.
A Livigno Stefanin de Stefanon, dopo che il crocifisso posto sotto le pareti rocciose della Cima Serraglio lo aveva salvato dal demonio nel giorno dell'equinozio, il dì del novilunio ricambiò il favore, salvando l'uomo in croce da una paurosa tormenta.
In Valfurva esistono due sorgenti d'acqua legate a S.Carlo: una nei pressi delle baite di Sobretta ed una vicino alla strada statale del Gavia in località Posa - Il Sant. Entrambe le fonti producevano acqua torbida, finché il passaggio di S.Carlo non le trasformò in sorgenti di acqua limpida e fresca. L'acqua presso Sobretta viene chiamata tuttora l'Acqua di S.Carlo, mentre la sorgente presso Il Sant viene detta Acqua Benedetta.
Sempre a Valfurva, si crede che la frana del Sant altro non sia che una punizione divina per aver rimosso da quel luogo una cappelletta contenente le statue di tre santi e, ancora, che l'assenza di vipere sull'alpe Cerena sia dovuta alla benedizione della Madonna.
Dorotea, una bimba di Taronno, dopo aver guardato per tutto il giorno le pecore fu mandata avanti dai genitori a casa, perché sbrigasse le faccende domestiche. La bambina scomparve e non fu ritrovata. La primavera successiva sul Mot de Nona (un monte presso Sondalo), scioltasi la neve, il corpicino di Dorotea scappò fuori sempre intatto, con la manina sotto la testa, in atto di dormire.
Nella casa Alberti, abitata dal Conte Lechi, si tenevano balli licenziosi e trastulli "edificanti" con l'intervento di Belzebù in persona, attillato come un damerino, ma con il piede da caprone. Il cielo (Dio) era allora intervenuto e, con un incendio, aveva fatto scappare le coppie danzanti e dannate.
Intorno al monte Dosdè, monte roccioso tra la Valdidentro e la Val Grosina, abitava una stirpe di uomini giganti, quando uno degli dei, stanco di vivere in cielo, scelse come dimora il Monte Dosdè. Da allora i fianchi della montagna divennero ripidissimi ed i giganti si incollerirono col Monte Dosdè, anche perché questo in precedenza aveva fatto loro vari favori. Tra l'altro, il Monte aveva ceduto ai giganti dei dosserelli, che costoro avevano trasformato in caldaie per cuocervi belve intere. I giganti presero, pertanto, a vendicarsi. Intanto il dio del Monte Dosdè chiese al Monte cosa desiderasse e, come richiesto, gli donò una bella fanciulla di nome Viola, le cui membra erano formate dalle nevi eterne. I giganti, che cercarono di avere Viola, furono trasformati in cembri colossali e Viola diventò un torrente.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DI DOSDÈ E VIOLA
Il giovane dio Dosdè abitava con i suoi fratelli sulla cima del monte situato nell'alta Val Grosina che da lui prese il nome. Erano questi giganti gli ultimi eredi di una stirpe di dei dotati di poteri straordinari, che da tempo immemorabile abitavano quelle cime inviolate dai comuni mortali. La loro dimora era una cava che essi avevano sistemato scegliendo con cura massi iridescenti, violacei, rosa perlati di cui la zona era cosparsa. Quando il sole batteva, la cava mandava bagliori scintillanti in un gioco di arcobaleno. La vita dei giovani trascorreva serena tra quelle montagne delle quali conoscevano ogni piccolo anfratto, ogni sorgente, ogni picco, ogni albero e cespuglio. Dotati di una forza straordinaria, trasportavano tronchi come fossero fuscelli e scavalcavano cime, passi e dossi con una velocità incredibile. Dosdè amava osservare le nuvole correre, i corvi volare e gli stambecchi ed i camosci saltare sui sassi delle cime circostanti. Sprezzanti del pericolo e incuranti delle bufere, della neve e del vento, traevano da essi la forza per sconfiggere altre stirpi di giganti che ogni tanto si avvicinavano minacciosi per occupare il monte. Una mattina, mentre Dosdè si trovava sulle rive del Lago Negro, vide riflessa nello specchio dell'acqua un'immagine di sogno che andava e veniva, veloce ed inafferrabile come le nuvole. Era l'immagine di una ragazza dai capelli biondi e dagli occhi scintillanti. In un baleno la ragazza scomparve ed il dio continuò per giorni e notti a pensare alla fanciulla, divenne triste e la sua vita cambiò. Raccontò ai fratelli l'accaduto e chiese il loro aiuto per ritrovare la ragazza. Assieme girarono a lungo sulle cime dei monti, attraversarono laghi e torrenti, chiesero aiuto al vento ed alle acque che erano state testimoni dell'incontro, perché lo dicessero ai fiumi, ai mari ed agli oceani. Quando Dosdè aveva perso ogni speranza, scoprì che la ragazza era figlia della regina che regnava su una delle cime più alte, situata a poca distanza dal loro monte. Dosdè si recò allora sul monte, portando con sé ricchi doni per la regina, affinché gli concedesse la mano della figlia. La richiesta fu respinta e la risposta terribile: "Mia figlia appartiene al monte, le sue bianche membra innevate si stendono ora ai vostri piedi ed i riflessi che tu vedi altro non sono che lo splendore dei suoi occhi, dei quali tu ti sei innamorato. Desisti da ogni tuo proposito, se non vuoi che ella perisca e tu e i tuoi fratelli insieme a lei". Incurante del monito e accecato d'amore per la ragazza, appena la regina si fu allontanata, Dosdè tentò di rapire Viola. Quel gesto, però, segnò la fine: il corpo della fanciulla si dileguò in mille rivoletti gorgoglianti, in cascatelle dai riflessi color viola, fino a riunirsi a formare il torrente che da lei prese il nome. In quello stesso istante i giganti vennero trasformati in grossi cembri, mentre il giovane Dosdè fu trasformato nella roccia granitica e grigiastra della cima del monte.
Si narra che attorno ai laghetti posti al passo Viola, da dove nasce il torrente omonimo, vivessero degli uomini selvatici. Gli anziani della Valdidentro asseriscono, tra l'altro, che i macigni disseminati a corona intorno ai laghetti a far da sbarramento sia stata opera loro, suggerita dal gigante Dosdè.
Le donne di tali uomini selvatici avevano capigliature fluenti di un biondo platinato e gli occhi delicati e stellati simili alle genzianelle di primavera. Spaventate fuggivano dentro gli antri del Dosdè, della Val Cantone, del Zembrasca ed il loro pianto diede origine al Viola.
Lassù sotto la grande parete della Reit vivono ancora antichissimi uomini bevendo latte, cibandosi di selvaggina e custodendo i vitellini legati con catene d'oro.
La fenditura che spacca il Sass de Scegn sarebbe legata al passaggio di un gruppo di zingari attraverso la Valdidentro. Questi, giunti sopra la rupe che domina la frazione di Isolaccia, si liberarono della zingara più anziana, gettandola dall'alto del dirupo, in quanto ella rallentava la marcia della tribù. La donna, cadendo, maledisse i propri compagni ed il Sass de Scegn sussultò. Dove il torrente precipitava a valle, si aprì una fenditura nera che ingoiò tutta la tribù. Da allora l'acqua non spumeggiò più come prima, ma divenne torbida.
I montanari della Valfurva, poiché il Frodolfo minacciava di sommergere le loro case, si recarono presso il Ghiacciaio dei Forni per invocare l'aiuto dello Spirito del Ghiacciaio. Siccome in quel momento lo Spirito stava riposando, i montanari furono accolti dalla Reginetta Blu che promise di aiutarli. La Reginetta Blu, pronipote dello Spirito del Ghiacciaio, per salvare dal pericolo gli abitanti della Valfurva offrì al sole la propria vita. Le ancelle, trovata morta la propria reginetta, si trafissero e morirono di dolore accanto a lei. Silfi, silfidi e folletti dei morti, chiamati dallo Spirito del Ghiacciaio disperato per l'accaduto, celebrarono i funerali della Reginetta e delle sue ancelle. Il giorno dopo, sulle loro tombe si vide ergersi una selva di lunghi steli ghiacciati, i quali, poiché sembravano braccia imploranti verso il cielo, furono chiamati "Guglie dei Forni". Esse impediscono ancor oggi al Frodolfo di distruggere i villaggi della Valfurva (Purtroppo le guglie sono ormai scomparse a seguito del fenomeno di arretramento dei ghiacciai che si sta registrando in tutto il mondo. Sembrerebbe, dunque, che la leggenda sia vera e che l'alluvione del 1987, la quale colpì la Valfurva insieme all'intera Valtellina, sia dovuta alla scomparsa di tali guglie, a cui spetterebbe la protezione della valle dalle inondazioni).
Non lungi dal confine tra la Valcamonica e la Valtellina si scorge vicino al Passo del Gavia un lago che viene detto Nero, ma è di un azzurro cupo scintillante circondato sulle sponde da fiori delicati e belli, mentre un altro lago sul versante valtellinese è bianco a causa della specie di sabbia che ne ricopre il fondo. La leggenda vuole che vi sia una misteriosa relazione di amore tra i due laghi, situati a poca distanza l'uno dall'altro, ma su due versanti diversi ed in due province differenti. Essi vengono creduti opera delle fate e forse, quando la neve mette una tinta unita sulle rupi e sui ghiacciai, sull'erba disseccata e sui cespugli di rododendri, lo Spirito del Lago Nero parla ancora d'amore alla Fata del Lago Bianco, in mezzo alla desolazione delle Alpi.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL LAGO BIANCO E DEL LAGO NERO
Una fata inseguita dallo Spirito dei Boschi venne salvata dalla Regina delle Nevi e si gettò in un lago, il quale diventò bianco latteo a causa dei veli bianchi della fata. Quel lago fu chiamato "il Lago Bianco del Gavia". L'uomo dei boschi disperato si buttò in un altro lago vicino, che diventò nero per il nero degli occhi e dei capelli dell'uomo. Quel lago fu chiamato "il Lago Nero del Gavia". D'inverno, con la neve, lo spirito dell'uomo di boschi parla d'amore alla fata, che lo ascolta e gli risponde.
• VARIANTE B: LA LEGGENDA DI BELVISO
Belviso, una bella ragazza rimasta orfana, venne promessa dall'avaro zio, con il quale viveva, in cambio di molto denaro ad un signore sotto le cui sembianze si nascondeva il diavolo. Belviso amava ed era riamata da un pastore e la fanciulla, per non sottostare alla volontà dello zio, fuggì con il ragazzo inseguita dallo zio e dal diavolo. Per non essere raggiunti, Belviso ed il pastore si trasformarono rispettivamente nel Lago Verde e nel Lago Nero. I due laghi si parlano ancora d'amore.
• VARIANTE C: LA LEGGENDA DEL LAGO BIANCO E DEL LAGO NERO DEL GAVIA
Ai piedi delle cime, situate nei pressi del Passo del Gavia, vivevano due ragazzi molto amici, Bianchina e Nerino. Qui, purtroppo, abitava anche Pinotta, una ragazza permalosa, vendicativa, sempre di malumore ed invidiosa dell'allegria degli altri due. Un giorno Bianchina e Nerino decisero di fare un'escursione verso il Passo del Gavia, soli, senza invitare Pinotta. Questa decise, dunque, di vendicarsi e costrinse il padre, il terribile mago Viz, ad assecondarla. Egli scatenò un terribile uragano e poi un'impressionante tempesta di neve nella zona in cui si trovavano i due giovani. Alla fine costoro, non potendo opporsi alle forze malvagie, furono avvolti da un vortice e trasformati in due blocchi di ghiaccio levigato e vitreo, in due sculture di ghiaccio. I genitori disperati chiesero aiuto ai maghi, alle fate, alle ninfe ed a tutti gli abitatori della montagna. Venuti a conoscenza dell'orribile sorte toccata ai propri figli, essi furono consigliati dallo Spirito dei Boschi di rivolgersi allo Spirito delle Acque, l'unico in grado di aiutarli, in quanto costui aveva la propria dimora lassù sotto le cime le montagne, dove un rivoletto scendeva cantando tra le rocce rossastre. Dopo sette giorni e sette notti di cammino, i genitori raggiunsero lo Spirito delle Acque che prese le sembianze di un giovane dai capelli color del cielo e dal viso bianco come la neve. Egli disse che ormai era trascorso troppo tempo e non era più in grado di intervenire contro l'incantesimo. Suggerì, però, agli sventurati la seguente soluzione: egli avrebbe potuto trasformare i ragazzi in abitatori dei laghi, i quali avrebbero potuto abbandonare le loro dimore solo per poche volte. I genitori accettarono pur di rivedere vivi i propri figli. Lo Spirito delle Acque riempì allora il cavo della mano d'acqua e la scagliò con tutta la forza contro le statue di ghiaccio, così da farla penetrare nel cuore gelato dei due ragazzi. Come per incanto le statue iniziarono a gocciolare: erano le lacrime di Nerino e Bianchina che scioglievano il ghiaccio e formavano attorno ai giovani due conche lacustri. L'acqua di una ha i riflessi biancastri ed è nota come il Lago Bianco, mentre l'altra ha riflessi scintillanti di un azzurro cupo ed è chiamata il Lago Nero. Dalle acque gelide dei laghi emersero due splendide figure, l'uomo e la donna del lago che ripresero il loro dialogare dove lo avevano interrotto tanto tempo prima. Poi Nerino guardò Bianchina tuffarsi tra le acque, nuotare come ampie bracciate e sparire nella profondità. A sua volta si tuffò nel lago, diventato ormai la propria dimora. La loro storia non è finita e, quando emergono dalle acque, riprendono il loro dialogo di sogni e d'amore.
Fiordareit, principessa bellissima, viveva in un castello sul Monte Reit, dal quale aveva preso il proprio nome. Un giorno, stanca per una passeggiata, la ragazza andò a bagnarsi il viso nel torrente Braulio. Lo Spirito delle Acque, però, con mano nera cercò di impossessarsi della fanciulla e, terrorizzatala, le fece promettere che un giorno l'avrebbe sposato. Fiordareit, ritornata a casa, dimenticò tutto. Una volta cresciuta era pronta a sposare il Signore di Monte Scale, al quale il padre suo l'aveva promessa con l'accordo della stessa principessa. Una sera, tuttavia, mentre Fiordareit ritornava a casa dopo aver accompagnato il futuro sposo, su dal fondo della valle una serpe bianca salì verso di lei: altri non era che lo Spirito del Braulio venuto per trascinare seco la sua promessa sposa. Fiordareit ricordò allora tutto, avrebbe voluto fuggire ma non poté. Si aggrappò, quindi, ad una rupe che per proteggerla si aprì, rinchiudendo il corpo della fanciulla, il quale si trasformò in pietra. Sul Monte Reit, dalla rupe che rinserra il corpo della principessa, si protende una coppa di pietra offerta dalla mano invisibile di Fiordareit al suo futuro sposo. Dalla coppa scivola una cascata: è il pianto di Fiordareit che non può dimenticare il suo breve, ma dolcissimo sogno d'amore.
Gli spiriti del male tentarono l'eremita del Lago d'Oro, che possedeva un anello-talismano contro lo Spirito del Male. Urtando contro l'anello portafortuna, lo gnomo, ossia lo Spirito del Male, rimase pietrificato. Sulla Cima degli Spiriti, sotto la vetta tra i ghiacciai, spicca lo sperone di un roccione: è lo gnomo inchiodato per l'eternità alla montagna.
Questa leggenda è stata probabilmente inventata per spiegare alcuni segni che si trovavano sulle rocce di S.Bartolomeo, vicino alle case, e che vagamente richiamavano le impronte delle zampe di bue (ora non esistono più, in quanto sono andate distrutte con la creazione della nuova strada statale in seguito alla frana del Monte Coppetto). Una notte, un malvivente si avviò alla stalla ed aggiogò i buoi all'avantreno del carro, covando nel cuore un pensiero malvagio. Egli voleva rapinare alla chiesa di S.Bartolomeo le sue campane, per andare a venderle di nascosto in Italia o in qualche altro paese più lontano. I buoi, dopo che il malandrino aveva legato le campane al carro, si avviarono lacrimando, ma dopo pochi passi non vollero più procedere. Volsero indietro il robusto collo mansueto, come se qualche voce amica li stesse chiamando. Intanto, sotto le loro zampe la roccia era divenuta molle e gli zoccoli sprofondarono per metà. Nonostante i colpi di frusta, la coppia di buoi non si mosse più di un passo, come se gli animali fossero divenuti di pietra. Le campane, improvvisamente e miracolosamente, si sciolsero e, senza che nessuno le agitasse, levarono nella notte il loro grido.
Questa leggenda vorrebbe spiegare l'origine della cascata del "Sas de l'àqua", che cadeva per circa 60 metri da Foliano sopra Morignone e del grande abete che incombeva scuro e minaccioso sopra la rupe, unendo elementi fantasiosi con fatti storici. La frana del Coppetto ha cancellato tutto: ora i materiali si sono ammucchiati ai piedi della cascata, riducendola. Verso il 100 a Serravalle, Ivo dei nobili Alberti, dopo la morte della moglie, da terribile predone qual'era si convertì e si ritirò assieme alla figlia in eremitaggio. Un giorno che il padre non era ritornato, Elisabetta, la figlia, andò a cercarlo. Giunta a S.Bartolomeo, mentre stava attraversando un precipizio, vide un cavaliere che le chiese con dolcezza cosa facesse lì. Poiché la giovane non rispondeva, il cavaliere balzò giù di sella e fece per raggiungerla, ma Elisabetta terrorizzata, invocando il Signore, si gettò nell'abisso. Oggi dall'alto di quella roccia sorgente sul sentiero tra S.Martino e S.Bartolomeo erompe e si va a perdere nel baratro sottostante una candida cascata. Verso di essa, dal sentiero segnato sull'orlo del precipizio, si protende un nero antichissimo tronco, che sembra un mostro in agguato.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DELL'ANIMA DI ELISABETTA (S.Antonio Morignone)
Elisabetta si arrampicava lungo il sentiero che portava a S.Martino. Aspettava suo padre, che si era ritirato lassù con i frati, ma quello da tre giorni non scendeva a visitarla e la ragazza era impensierita per lui. Giunta sul ciglione di Foliano, udì un rumore sospetto, che cresceva sempre più, come se qualcuno la seguisse di nascosto e le tendesse un'imboscata. Era un uomo a cavallo. Suo padre sempre le aveva raccomandato di non dar retta per nessun motivo ad un cavaliere errante, se mai fosse venuto a richiederla di qualche cosa. Quanto più quello le veniva incontro, tanto più Elisabetta arretrava, fino al punto in cui non le restava più spazio di fuga, chiusa tra il cavaliere davanti ed il baratro dietro di lei. La ragazza fu costretta a lasciarsi cadere nel vuoto, mentre la sua veste, lacerata dai rovi, rimase sospesa e si trasformò in una cascata.
Nando, un giovane pastore di Livigno, era solito passare l'estate in una baita un po' fuori dal paese, situata su di un piccolo dosso in mezzo al bosco. Una sera di luna piena fu attratto all'improvviso da un rumore sordo, portato dal vento, che proveniva dalla Val Federia. Forse erano le onde del ruscello che raccontavano la leggenda del Monte Cassone e di quelle strane processioni di spiriti felici vestiti di bianco, salmodianti sotto la luna. Contemplando il cielo, si accorse che la luna si stava spostando e veniva verso di lui. Essa si fermò sopra la sua baita e gli fece un sorriso misterioso ed ammiccante. Si spostò in direzione di una roccia poco distante, poi si allontanò e ritornò in cielo. Nando, incuriosito, si avvicinò alla roccia e vide una minuscola porticina spalancata, attraverso la quale si vedeva un cunicolo, illuminato da tenui fiaccole. Cominciò a scendere lungo il passaggio sotterraneo, che diveniva via via sempre più agile. Ad un tratto la stradina terminò e Nando si trovò davanti un'ampia grotta sotterranea, illuminata a giorno da grosse lucciole gialle che roteavano lentamente nell'aria. Un'insegna rossa, gigantesca, con una scritta a caratteri cubitali annunciava il benvenuto nel paese di Cronosveritopoli. La reggevano due grilletti neri e striminziti. Fiori bellissimi, mai visti prima, spuntavano dalle pareti rocciose della grotta, mentre esseri strani, buffi, di tutti i colori e alti appena due spanne, se ne stavano lì attorno affaccendati... nei loro divertimenti. Quando si accorsero della sua presenza, lo guardarono benevoli e lo invitarono ad unirsi a loro. Nando, seppure timoroso, accettò l'invito. Un'insegna luminosa, posta ai piedi di un'enorme pianta e con la scritta "Tutto gratis", attirò la sua attenzione. Lì accanto erano esposti in bella mostra ghiottonerie di ogni tipo, oggetti vari e marchingegni sconosciuti. Nando non seppe resistere ed allungò la mano per prendere alcuni dolcetti di marzapane. Subito una vocina secca ed imperiosa risuonò all'interno dell'albero, richiedendo i soldi, perché in quel mondo "Tutto gratis" voleva dire che bisognava pagare in contanti. Nando rimase perplesso, ma deciso a continuare il suo giro in quel mondo sconosciuto e divertente. Vide una terza insegna con questa scritta: "Attenzione, è il momento della verità, a tutti i cittadini di Cronosveritopoli verrà fatta una domanda. I bugiardi verranno puniti in modo esemplare". Nando pensò fosse un tranello, ma da buon montanaro aveva fiducia nella gente, lui stesso era conosciuto in tutta Livigno per la sua onestà e la sua lealtà. Quando gli venne chiesto come si chiamasse, Nando rispose dicendo il proprio nome. Subito apparve questa nuova scritta: "Questo è un bugiardo, il suo vero nome è Odnan". Per punizione il giovane venne costretto a mangiare dei biscotti. Ne assaggiò uno e, dopo che il suo naso era cresciuto di un palmo, disse che erano "schifosi", anche se in realtà erano buoni. Un applauso accolse le sue parole, il naso ritornò normale e sull'insegna apparve la seguente scritta: "Hai vinto un viaggio di andata e ritorno per Livigno. Addio e arrivederci". Nando era dubbioso se credere o meno, questa volta però non c'era nessun inganno. Intravide il passaggio che aveva percorso, lo imboccò in tutta fretta e in un batter d'occhio si ritrovò nella sua baita, che da quel giorno fu soprannominata "Baitel de la Luna".
Anticamente le acque coprivano la Valtellina, perché il mare si spingeva dentro la terra retica e solo le cime dei monti emergevano dai flutti come isole. Forse ciò accadde all'epoca del diluvio universale. Un popolo di Giganti passava da una vetta all'altra, navigando su zattere di tronchi di larice, e, per attraccarle, si serviva di saldi anelli di ferro piantati nelle pareti di granito.
La frazione di Teregua nel comune di Valfurva deriverebbe il proprio nome o dal verbo "dileguare" (da cui "dilegua" - "delegua") o dal sostantivo "tregua". Nel primo caso, il nome ricorderebbe agli abitanti delle frazioni poste nel fondovalle, la posizione particolare di Teregua: la contrada è, infatti, collocata su di un terrazzo solatio dove la neve si scioglierebbe più velocemente ed il clima sarebbe, dunque, migliore. La seconda ipotesi si allaccerebbe ad eventi storici e, più precisamente, ad una tregua stipulata in questa località tra veneti e bormiesi.
La frazione di S.Caterina, sempre nel comune di Valfurva, anticamente era chiamata "Magliavaca" e tuttora esistono nella toponomastica di questa contrada la Piazza Magliavaca e la Via Magliaga. Il termine magliavaca sarebbe nato, in quanto la piana di S.Caterina, ad est dell'abitato, era nel passato una palude molto pericolosa per le mucche che vi pascolavano. Difatti, magliavaca significa letteralmente nel dialetto locale 'mangia mucca' e si narra che le mucche sprofondassero e scomparissero nella palude.
Le torri di Fraele furono spettatrici, al tempo di S. Ambrogio, di un'acerrima lotta tra Cristiani ed Ariani. Si sparse tanto sangue ariano che se ne imbevve il terreno e in campo Zuco, dove gli ariani furono sepolti, non crebbe più fiore, mentre tutta la zona intorno, in estate, è ricoperta da fiori alpestri. Ivi furono trovate armi ed ossa gigantesche.
Adalberto montò sul proprio cavallo Vioz per giungere in Germania e vendicare il padre Berengario II. La fata Albina gli consigliò di leggere in una fontana misteriosa, dov'era, però, scritta la sua condanna a morte. Infatti, non era ancora giunto il tempo per la liberazione dell'Italia. Adalberto uccise il proprio cavallo, lo seppellì e nominò la cresta col nome guerriero del cavallo (Punta di Ercavallo) e l'altra cima, verso la quale si diresse, col nome del suo destriero (Monte Vioz). Su di un foglio lasciò scritte le proprie volontà. Quindi, si addormentò e morì. Lo ritrovò la madre che, con l'aiuto dei monaci avvolse il corpo di Adalberto in una tunica verde a forma di palla e lo seppellì, alla destra della montagna Vioz, sulla cresta che da allora prese il nome di Pallone della Madre (Palon de la Mare). Infine, la vedretta sottostante, su cui caddero le lacrime di sangue della madre, divenne la Vedretta Rossa (Vedretta delle Rosole).
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DI ADALBERTO, FIGLIO DI RE BERENGARIO II
Adalberto seppellì parte del corpo del proprio cavallo nel punto in cui questo morì e che venne chiamata Punta di Ercavallo, mentre la parte restante del destriero venne sotterrata sempre dal principe sotto un'altra cresta, denominata Cima Vioz. Scoraggiato Adalberto proseguì a piedi e trovò la morte su di un ghiacciaio. Lontano, nel proprio castello, la madre in sogno vide il figlio e partì alla sua ricerca con i monaci bianchi di Trento. Raggiunse Adalberto ormai morto e, avvoltolo in una veste, gli diede sepoltura sulla sommità di una cresta che domina il ghiacciaio (sul monte soprannominato da allora Palon de la Mare). Versò poi lacrime di sangue, che tinsero di rosso la vicina Vedretta Rossa (Vedretta delle Rosole).
Le valli di Livigno e Tavate (di Davos) con i lori abitanti, nel passato, avevano il compito di vigilare rispettivamente sulle conche dell'Adda e del Reno e, per questo motivo, odio e faide dilagavano. Quando si oltrepassò la misura di tale astio, le due comunità decisero lo sterminio totale della parte avversa. I livignaschi avevano un torello di nome Nino, che era la potenza generatrice di tutto l'alpeggio, e di cui gli anziani raccomandavano di avere molta cura. I tavatini, abitanti di Davos, avevano un orso di nome Moro che era la potenza generatrice per la località. Tavatini e livignaschi si rubarono, dunque, a vicenda il Nino ed il Moro. Ma da quel giorno nei boschi del Fuela non stormiva più una foglia e seccavano gli alberi, mentre nella valle Federia l'alpeggio non esisteva più. La notte paludosa e soffocante continuò, finché ad un tratto raffiche di vento e scrosci d'acqua rigati da fulmini si susseguirono in un'atmosfera spettrale. Anche la terra parve tremare. I livignaschi ed i tavatini si raccolsero presso i saggi e, quando invocarono gli spiriti degli antenati, avvenne l'incredibile. Dalla Valle delle Mine scese il lamento grave delle anime purganti, accompagnato da colpi sordi, che ammoniva i livignaschi a restituire il Moro. Nello stesso istante, dalla Gola dello Zug, la voce del Genio del Bosco consigliò ai tavatini di restituire il Nino. Prevalse l'antica saggezza, così tavatini e livignaschi si restituirono a vicenda il Nino ed il Moro. I due paesi si perdonarono le reciproche offese e pattuirono la pace, che venne firmata il 18 maggio 1365. Da allora e per sempre fiorirono i maggesi di Federia, dove ricominciò la pioggia di latte, come ritornarono rigogliosi i boschi del Fuela, ove la fauna onora di sé tutta la vallata.
Il Contado di Bormio venne invaso dalle Tre Leghe Grigie (Grigioni-Bernesi-Zurighesi). Queste, dopo aver saccheggiato Bormio ed il contado, scesero a valle. Si tentò la resistenza alle Scale di Fraele, che vennero ricoperte astutamente con frasche e cuoio, cosicché nell'assalto notturno precipitarono cavalli e cavalieri nel sottostante burrone ed urla e gemiti si ripercossero dalla montagna in echi paurosi. Quel canalone che precipita a valle su Pedenosso ed Isolaccia si chiama tuttora Burrone dei Morti, perché ricco di tradizioni di stragi e di sangue.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL SANGUINOSO BURRONE DEI MORTI
Correvano i primi decenni del 1600. In una di quelle tristi stagioni, verso sera, si riunì una turba di uomini di arme che veniva dal nord e che era stata istruita alla scuola dei Lanzi. I predatori dovevano scendere nella Valdidentro e seminare, fino a Bormio, morte e distruzione. La notte era alle ore piccole, quando quei briganti furono pronti a marciare. Le bande avanzarono, urtandosi alla cieca e, giunte tra le due torri, videro in basso la grande vallata punteggiata di lumini ardenti alle finestre delle baite e processioni di torce resinose. I soldati passarono tra le due torri e proseguirono nel buio su di una comoda strada fatta di tavolame e terra, lanciata a sbalzo sopra il precipizio. Sotto quel ponte ingannevole suonavano trombe incitanti alla marcia baldanzosa, così che tutti, spingendosi in quel buio, dove in fondo valle chiamavano le torce, precipitarono ad arrossare con il loro sangue le acque fin giù nel Vallone dei Morti. Quando fu l'alba, il ponte fu tagliato ed il resto degli indemoniati tornò scornato ai luoghi da cui proveniva.
Nel 1505 una tribù di zingari, per recarsi nel nord, passò attraverso la Valdidentro e percorse il sentiero aereo che conduce a Pedenosso, correndo a metà del Sass de Scegn. Questo altro non è che una parete rocciosa, rossastra e d'aspetto dolomitico, che si staglia nitida e verticale sopra le case dell'abitato. In qualche punto la parete è alta più di settanta metri e divisa in due parti da una cascata che spumeggia torbida. Giunti vicino al Sass de Scegn gli zingari, come diavoli ghignanti, precipitarono nel baratro la zingara più vecchia della tribù, che li pregava di fermarsi un po' per riposare. Si udì la maledizione della vecchia, mentre nel medesimo attimo il Sass de Scegn sussultò e, dove l'acqua del torrente precipita, si aprì una fenditura nera che ingoiò gli zingari nel fondo. Da allora l'acqua non spumeggiò più come prima, ma divenne torbida, e l'eco del fragore si mutò in lugubre lamento, come se fossero gli affanni di mille anime in pena. Ora ad ogni secondo, l'eco ripete, per anni, per secoli: "Maledizione! Maledizione!". Nelle notti di luna gli spiriti malvagi di quegli zingari folleggiano lassù, dove è rimasta, come testimonianza del fatto accaduto, una nera spaccatura.
Nella guerra tra francesi e tedeschi, combattutasi a Livigno nel 1635 soprattutto attorno al camposanto, vinsero i primi con l'aiuto dei livignaschi. Questi, in un numero minore, ricorsero ad uno stratagemma: poiché era notte, si travestirono coi bianchi camici dei confratelli ed occuparono il sagrato attorno alla chiesa. I tedeschi appena li videro, in preda al più superstizioso terrore, si diedero alla fuga. Così la vittoria arrise ai francesi ed ai livignaschi. Questo episodio viene raccontato spesso dai vecchi di Livigno convinti come gli imperiali che coloro che combatterono vestiti di bianco, fossero "i mort". Ci fu, quindi, una collaborazione di lotta dei morti di Livigno con i francesi.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEI MORTI LIVIGNASCHI CHE COMBATTONO: UN CURIOSO EPISODIO STORICO
La tradizione popolare racconta una versione più religiosa e patriottica: contro gli invasori franco-svizzeri ed imperiali, sempre stranieri predatori della valle, insorsero i morti livignaschi, tanto più sdegnati dalla profanazione e dall'oltraggio recato ai luoghi sacri. Gli stranieri si ritirarono e la valle di Livigno fu libera. Questa versione segnerebbe, dunque, il ridestarsi dello spirito nazionale di indipendenza.
Un'altra famosa leggenda storica è quella del Conte Galeano Lechi, detto il Conte Diavolo. Avventuriere del XVIII secolo, dalla vita assai romanzesca e di idee giacobine, fu giustiziato sommariamente a suon di pallottole sul Dosso di Cepina. Fatto bersaglio di tiratori poco esperti, la vittima non cadeva. Una voce sorse nella folla dicendo: "Le palle dei nostri fucili sono incantate; è necessario, per colpirlo, una palla d'argento con sopra segnata una croce, contro la quale nulla può la malefica potenza del diavolo". Furono apprestate le palle d'argento con su segnata la croce ed il conte Lechi cadde morto. Il suo corpo fu gettato nell'Adda, ma il cadavere ritornò a galla. Vi fu rituffato dentro e l'Adda, più pietosa degli uomini, spinse innanzi quel corpo fino a Boffetto, fuori dal contado, ove fu forse seppellito da ignoti. Subito la sua storia passò alla leggenda: il Conte venne soprannominato il Conte Diavolo, per il suo disprezzo verso la religione, e così è ritratto in un dipinto omonimo sul vetro conservato a Bormio, tutto in rosso. Si credeva che il Conte si fosse incarnato in un orso.
Verso il 1600 la popolazione di Villa abitava sui pendii, perché il fondovalle era invaso dalle acque non imbrigliate ed era soggetto ad alluvioni. Proprio in quel periodo a Villa arrivò la terribile peste portata, sembra, da dei soldati tedeschi, detti Lanzichenecchi. Questi devastarono le abitazioni ed i raccolti dei contadini, rendendo il terreno incolto. Oltre ad uccidere, devastare e saccheggiare, i generali rapivano le donne più belle. Molte furono le persone colpite dalla terribile malattia. Tre donne, Caterina, Lucia e Giuseppina, cercarono scampo in un borgo chiamato "Bursee". Per salvarsi dal morbo, le tre donne si rifugiarono in un "bait". In una credenza trovarono della farina e prepararono alcune ciambelle ("bresciadeli") di segale che misero fuori dalla finestra per farle seccare. Il mattino dopo si accorsero che il pane era completamente ammuffito. La peste era ancora nell'aria. Decisero di usare questo accorgimento per verificare la salubrità dell'aria. Finalmente, dopo quaranta giorni, il pane rimase integro. Allora le tre donne decisero di uscire dal loro rifugio. Ai loro occhi si presentò uno spettacolo terrificante: ovunque c'erano distruzione e morte. Sconsolate, le tre donne, con un "campacc" in spalla, si avviarono lungo l'argine dell'Adda, per vedere se riuscivano ad incontrare qualcuno. Giunsero così a S.Antonio Morignone e qui si imbatterono in un uomo brutto, goffo e sporco, che subito soprannominarono Tananai. Capirono che quello era l'unico uomo sopravvissuto e lo costrinsero a seguirle. Per non affaticare troppo il Tananai, a turno lo portarono dentro il "campacc". Giunti a Villa i quattro incominciarono una nuova vita e dall'unione delle tre donne con l'uomo nacquero figli maschi e femmine che, crescendo, simpatizzarono tra loro, si sposarono e diedero origine a nuovi nuclei familiari. Ancora oggi la sera del primo sabato di febbraio i discendenti del Tananai si radunano in un locale pubblico, recitano il rosario per i defunti Tananai e poi trascorrono alcune ore serene, mangiando, cantando e conversando tra loro.
Il cavaliere Henry de Tourville, per brama dell'oro e dell'indipendenza, precipitò dalla Rupe Bianca (Weisser Knott) la sua dolce sposa, ricchissima e bella, onde libero e potente poter godere appieno la vita e concedere sfrenato sfogo alle proprie disoneste voglie.
Nel 1150 Johannes Zebrusius, feudatario della Gera d'Adda, si invaghì di Armelinda, figlia di un castellano del Lario. Il padre di lei, contrario al matrimonio, allontanò la figlia perché non fosse rapita dall'innamorato. Armelinda promise, comunque, amore eterno e fedeltà di attesa al cavaliere. Zebrusius, disperato per le continue ripulse, partì per la Crociata della Terra Santa, dove pugnò sempre col pensiero volto alla sua bella. Passati quattro anni ritornò al paese, dove seppe che Armelinda infedele si era sposata con un castellano del milanese. Addolorato, il cavaliere si ritirò in Valtellina, precisamente a Bormio e successivamente nella valle che prese il suo nome. Qui visse per trent'anni ed un giorno, in solitudine. Avvicinandosi la morte, egli si preparò da solo la tomba, ossia una pietra bianca sulla quale c'era scritto il suo nome. Costruì un congegno a bilico con tronchi delle vicine foreste ed il giorno in cui, ormai vecchio, egli si sentì morire, s'addossò alla grande pietra ed esalò l'ultimo respiro. Il corpo, adagiatosi sulle travi, mosse il meccanismo e la pietra scese sull'amante infelice. La Val Zebrù ed il monte Gran Zebrù presero il nome dal cavaliere ivi sepolto. Il masso bianco si vede ancora oggi guardando dalla Baita Pastori in Val Zebrù verso il limite inferiore di una grande colata bianca del Ghiacciaio della Miniera. Su di esso si scorgono, cancellate dal tempo, le tracce dell'iscrizione: JOAN(NES) ZEBRU(SIUS) A.D. MCCVIII.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL CAVALIERE JOHANNES ZEBRUSIUS
Un'altra leggenda vuole il cavaliere medievale quale spirito principe degli spiriti degli uomini buoni che sul monte Zebrù, vicino al sole, adorando quest'astro celeste, godono una certa beatitudine, in attesa di essere ammessi poi nel paradiso del sole. Infatti, il vocabolo Zebrù sembri derivi dal celtico 'se' (che dovrebbe significare spirito buono) e 'bru' (abbreviazione di 'brugh' che indicherebbe un luogo sicuro, una roccaforte), per cui il toponimo avrebbe il significato di Castello degli Spiriti.
Nel paese della Lajadira sulle rive di un grande lago, un paese di sole, aranci, cedri e lauri, viveva una bellissima principessa. Costei ed il suo trovatore si amavano, ma la principessa fu costretta a sposare un re forestiero, che abitava al di là delle Sette Montagne di Vetro. Il trovatore intonò con il liuto la sua canzone d'amore in ogni ritrovo e divenne famoso in tutti i castelli della Lajadira ed ancora più lontano. La ragazza, intanto, languiva d'amore e, pensando al trovatore, si ammalò. Il suo male crebbe a dismisura, quando un vecchio troviero arrivò alla corte del regno nordico e narrò del menestrello celebre per il proprio canto e di come questi, disperato d'amore, si fosse fatto soldato e fosse morto in terra lontana. La principessa non ebbe più pace ed un mattina fu trovata morta nel proprio letto. Dunque, sia il trovatore sia la principessa morirono di dolore per non aver potuto realizzare il proprio sogno d'amore. Dopo la morte della principessa, la Lajadira, da plaga felice intorno ad un bellissimo lago, si trasformò in un paese aspro senza più fiori, ma solo con ghiaia e neve, sui confini del bormiese. Dalle rupi brulle che attorniano il "Lago del Deserto", ossia il Lago di Rims, col vento delle Alpi giungono i gemiti delle anime sconsolate dei due che vivono fra quei dirupi e quelle onde protetti dalla fata alpina Arteluca.
La nobile Maria de Nesinis diventò suora e si ritirò nel convento di Monastero (in territorio ladino e grigione) per trovare nella fede conforto al proprio dolore in seguito alla scomparsa dell'amato Silvestri, ferocemente assassinato assieme al Conte Lechi. Il fratello di Maria, Don Filippo Nesini, un altro fido del Conte, ebbe la vita salva e fu ricondotto a Bormio sotto scorta. Dopo le dolorose vicende ed in seguito alla morte della sua amata madre, ormai minato nel corpo e nello spirito, l'uomo cercò conforto nella fede, diventando cappellano nell'oratorio di S.Ranieri, da cui poteva recarsi a visitare la pia sorella.
Una nobile e bella tirolese, ospite del convento di Münster, venne rapita da un signore valtellinese invaghitosi di lei. Ne nacque tra Bormio ed Innsbruck una guerra diplomatica per i reclami del padre oltraggiato alla luogotenenza di Innsbruck. Bormio, minacciata dalla cittadina austriaca, ordinò al rapitore di restituire l'amata, ma il signore delle Miniere di Fraele e Premadio preferì rinunciare alle ricchezze e fuggì da Bormio con l'amata. Silenzio e rovina rimasero in quelle valli e la tradizione di un nuovo tesoro nascosto si aggiunse alla leggenda amorosa. La leggenda ha un fondamento storico.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DELLA NOBILE TIROLESE FUGGITA DAL CONVENTO DI MÜNSTER PER AMORE, RAPITA DAL PROPRIETARIO DELLE MINIERE DI FRAELE E DI PREMADIO
Un giovane di Premadio, proprietario con i parenti di una cava di minerale in Val Bruna e di un forno, innamorato di una tirolese la domandò in sposa e, non potendola ottenere, la rapì dal convento di S. Maria Monastero, dove ella era stata condotta dai genitori. I due innamorati d'accordo fuggirono per la Valcava, poi per la Val Mora fino a Boscopiano ad una casina, dove credettero di essere obliati da tutti e di vivere sereni. Lì trascorsero l'inverno difesi dalla neve e dal gelo, ma venuta la primavera i giovani incominciarono ad innervosirsi di fronte ad ogni piccola contrarietà. Era tempo di quaresima ed avevano ancora pochi fagioli e pochi mestoli di farina, mentre le capre nella casina non davano più latte. Il vento tagliente soffiava senza sosta e la dimora crepitava e scricchiolava di notte e di giorno. Allora i due giovani tentarono il tutto e per tutto. Scesero da Boscopiano, valicarono l'Adda, risalirono per la Bocchetta di Fraele ed erano ormai in vista del lago, quando una tempesta di neve più feroce li avvolse. Intanto, le autorità di Innsbruck, inferocite per l'affronto, minacciarono il contado di Bormio e sguinzagliarono alcuni armigeri alla ricerca dei fuggiaschi. Trovarono la miniera del giovane, dalla quale erano stati asportati tutti gli utensili, e le tracce dei due innamorati. Si posero, dunque, al loro inseguimento. Giunti presso il Vallar, sbagliarono sentiero e precipitarono nei burroni dell'Adda. I due giovani, invece, rannicchiati sotto i mughi al termine della Bocchetta erano sfiniti. Il vento soffiava sempre più gelido, sollevando vortici di neve. I due stettero stretti stretti, finché la morte bianca li colse e li portò in paradiso nella domenica di Pasqua. Furono trovati così due giorni dopo. In fondo al vallone del Braulio furono trovati i resti degli armigeri che erano andati all'inferno per la via più breve.
Agnese viveva assieme al padre Corrado, ad un paggio innamorato di lei e ad altri servi spauriti nel Mot del Castel, presso Sondalo. I nemici del padre, capo dei Ghibellini, assediavano il castello e volevano uccidere il conte. Siccome l'assedio sembrava non avere buon esito, i Guelfi cercarono di corrompere il paggio: se costui avesse tradito il conte, facendoli penetrare nel castello, egli avrebbe potuto avere Agnese. Il paggio, all'inizio sdegnato per tale proposta, finì per tradire l'amata ed il conte: i nemici riuscirono in questo modo ad entrare, ma Agnese convinse il padre ad invocare Dio e a rinunciare al combattimento. Fu così che avvenne il prodigio: un fascio di saette avvolse con bagliore accecante tutte le mura e le torri, mentre un boato scosse l'intera rupe fin nella sua profondità. Muraglioni e torrioni scricchiolarono e screpolarono per lungo e traverso, rovesciandosi e ruinando con fragore assordante giù per il precipizio fin l'ultima pietra. Il Mot del Castel era denudato sino alle radici. giù per i fianchi e sul greto i trecento assalitori ed i pochi servi di Corrado, senza ferite e con i vestiti lacerati, urlavano. Sul Mot, con la gola strozzata tra il legno ed il ferro, stava l'unico cadavere, quello del paggio traditore. Del conte e di Agnese non c'era nessuna traccia. Ora sul Mot del Castel c'è la cappella di S.Rocco, antica di sei secoli, e sopra al precipizio si vedono le arcate della chiesuola di S. Agnese, ancorate nella viva pietra. Lo spirito di Agnese è ancora oggi lassù, sotto forma di donna, ed ascolta il canto del tradimento, mentre dal fondo della valle arrampica e rotola il fantasma del paggio.
Al tempo della riforma protestante a Monastero, certi Ponti di Isolaccia, in cambio di tre statue che alcuni stavano profanando, diedero i loro cavalli ed il loro carro. I Ponti tornarono, pertanto, al proprio paese a piedi e con le sacre statue in spalla. Lungo il tragitto, essi incontrarono però altri protestanti che li fermarono, li malmenarono e lanciarono le tre effigi nel fiume sottostante. A questo punto ci fu un miracolo: le tre statue rimasero ritte ed immobili, mentre l'acqua, da torbida e spumeggiante, si trasformò in un bacino di acqua calma e tersa. Il miracolo calmò le ire degli stessi protestanti. Ad Isolaccia fu poi costruita la parrocchia intitolata a Maria, protettrice del paese, con il titolo di "Madonna dell'Acqua".
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DELLA VALLE DELL'ACQUA SANTA
Correvano gli anni 1539 e 1540, allorché una memorabile siccità, per ben cinque stagioni, flagellò la Valdidentro. Da venti mesi non pioveva ed i rivi non sgocciolavano più dalle cime circostanti, così come non precipitava più, spumeggiando, l'acqua dalla Fessura della Stria sul Sass de Scegn. Allora un vecchio contadino, detto 'il Pont', ruppe l'incanto dell'inedia e col suo carro più bello, il bue e le masserizie si avviò insieme ai figlioli già adulti per la via del Braulio verso l'Engadina. Così egli mosse per primo dalla valle. Quando fu giunto, dopo due giorni di faticoso viaggio, in Val Muranza presso il paese di S. Maria, fu colto da un terribile uragano. Essendo già notte, ottenne di ricoverarsi presso un casolare al principio del paese con il suo carro e le sue robe. Mentre era seduto ad asciugarsi vicino al fuoco, ad un tratto il vecchio ebbe uno scossone: aveva veduto in un canto, alla rinfusa tra gli strumenti di campagna, tre statue assai graziose rappresentanti la Vergine ed i santi Sebastiano e Rocco. Pont, profondamente religioso, chiese conto ai proprietari del casolare di quello scandalo e della profanazione compiuta. Costoro, protestanti, lo rimbeccarono violentemente, proferendo parole di disprezzo per le gerarchie del Cielo. Il vecchio, quindi, dimentico della propria povertà e del motivo per cui aveva intrapreso il viaggio, offrì il bue ed il carro in cambio delle tre statue. Il baratto venne subito accettato e, sul far dell'alba, il montanaro della Val Viola ed i figli rifecero la via del ritorno a piedi con i simulacri sulle spalle, pieni di riverenza e gioia misteriosa. Quando furono giunti sul ponte della Muranza, altri riformati li fermarono e, insultandoli, li obbligarono a buttare nel sottostante fiume in piena le tre preziose effigi. Ma, con grande meraviglia, le statue si rizzarono in piedi, rimanendo ritte ed immobili in mezzo ai gorghi spumeggianti e torbidi, che sotto di esse si trasformarono in un catino di acqua calma e tersa. Il miracolo calmò le ire dei furiosi ribelli all'antica fede, mentre il Pont ed i figli si precipitarono sulla riva del fiume per recuperare le statue. Proseguirono così trionfalmente il proprio cammino verso Isolaccia. Giunti nella propria valle, scoprirono che una pioggerella minuta era cominciata a cadere già da alcune ore. Intanto, al pari dell'improvviso mutar del tempo, si sparse subitamente la voce del ritorno del Pont e della sua straordinaria avventura. Allora, tutta la popolazione della valle, con quella di Isolaccia in testa, accolse con grande festa ed onore i simulacri miracolosi salvati dal vecchio alpigiano. La pioggia minuta continuò a scendere per tre giorni e tre notti adagio adagio, in modo che la terra ebbe tutto il tempo di assorbire l'acqua. La natura sembrò rivivere. A quel punto ad Isolaccia l'immagine della Vergine fu battezzata come la 'Madonna dell'Acqua' e la chiesa, costruita da poco, fu dedicata a lei che rimase protettrice del borgo col titolo grazioso di 'pioggia che disseta'. Da quel momento, ogni qualvolta la valle abbisogna di pioggia, si ricorre a lei e non vi fu mai verde più bello e vario di quello della Val Viola. Alla stessa Madonna dell'Acqua si deve la salvezza quasi miracolosa del tempio sacro nel violento incendio del 1849, che distrusse anche l'edificio dell'attigua canonica.
Nella sacrestia della chiesa di Semogo, dentro urne di legno intagliato e dorato poste su un ricco trono, sono conservati quattro simulacri, noti a tutti e venerati come i 'Santi del Sole' (Celestino, Paziente, Modestino e Urbana). Quando vi era necessità di quell'astro, quando c'erano rovescioni d'acqua o la grandine faceva ammuffire il fieno ed inacidire il latte oppure la nebbia opprimeva la valle, il parroco di Semogo si metteva sul sagrato ad officiare, finché tra le nuvole squarciate non appariva il disco rosso irraggiato ad asciugare il fieno, oppure si muovevano in processione i Santi del Sole. Quando questi venivano portati in processione fioriva ogni campo, germogliava ogni pianta e sui petali dei fiori c'era il loro nome. Quando il vento soffiava dove voleva e non si sapeva da dove veniva, ma solo si udiva la sua voce roca riunir le nuvole nere e contorcere la fiamma nella lucerna per annunciar rovine sui campi e saette sui bovini e sui larici, i Santi del Sole intervenivano potenti sul loro trono, impavidi sul sagrato, e il paese non subiva mai danni.
S.Rocco è oggetto di speciale venerazione. Egli divenne il protettore di Isolaccia durante le frequenti epidemie come quella del 1836, dalla quale il paese rimase miracolosamente immune. Infatti, un pane benedetto era stato messo a metà del ponte sul Viola, all'entrata del paese ad est, dove era stato posto un cordone sanitario per le provenienze da Bormio. La parte verso questo abitato rimase annerita, mentre l'altra metà verso Isolaccia rimase bianca, quasi a testimonianza tangibile dell'immunità del paese dalla pestilenza, dovuta all'intervento del santo tanto venerato.
Sul finire del XVII secolo, a Bormio, viveva un giovane di nome Giorgio Fogliani che, come don Baldassare Belotti, parroco della Valfurva, era studioso di botanica. Entrambi autodidatti, essi sapevano leggere in ogni filo d'erba una storia e nessun segreto celava loro la misteriosa flora alpina. Non di rado le scientifiche escursioni dei due 'colleghi' erano allietate dalla nipotina del parroco, Silvana, rimasta orfana in tenera età ed allevata dallo zio come una figlia. Si narra che costei fosse una bellissima ragazza, intelligente ed estroversa, e che rappresentasse, inoltre, l'idolo di tutta la contrada. Un giorno, allo sbocco della Val Zebrù, Giorgio, accingendosi a raccogliere dei fiori, precipitò da una rupe perdendo la vita. La ragazza, scioccata, cominciò dapprima a deperire, poi, dopo lungo tempo, ad ammalarsi. Invano Don Baldassare fece ricorso alla propria scienza medica, così come alle proprie erbe ed a nulla servirono le varie visite dei medici: Silvana andava via via spegnendosi! Al povero parroco non restò più nulla da fare se non pregare ed in particolar modo una santa, S.Caterina, a cui egli era particolarmente devoto, forse perché lei, utilizzando elementi naturali come le pietre, guariva dalle coliche. Ai primi albori del 30 aprile 1698, dopo una notte passata a vegliare ai piedi dell'altare, il parroco ebbe una visione: gli parve di essere in località Pozzo di Dentro e di vedere la santa mentre lasciava cadere dei fiori 'rugginosi' (fiori di rododendro) in un avvallamento, ai piedi di un pino bruciato da un fulmine. Da quel punto sgorgò uno zampillo di acqua limpidissima e frizzante, con un accentuato colore ruggine e 'gusto metallico'. "Ferro! Ferro!" gli avevano detto i medici e, riprendendosi da quella visione, si incamminò con passo spedito verso la sorgente in località Pozzo di Dentro, che da quel momento assunse il nome di S.Caterina, per attingere l'acqua miracolosa. Ed il prodigio si compì: in meno di un mese Silvana, salvata da morte certa, si ristabilì, continuando la cura proprio a S.Caterina. Quando parecchi anni dopo, il 20 marzo 1710, la domenica delle Palme, Don Baldassare morì 'in forte odore di santità' e nel concetto di 'operatore di miracoli', sorse nella mente di Silvana, che sempre pensava al suo Giorgio, una precisa vocazione: ella doveva votare a Dio quella vita che Dio le aveva ridato. Finì, poi, la sua vita a 33 anni nel Convento delle Marcelline presso Empoli. Dal cilicio con cui si cingeva, dopo morta, cadde l'ultimo foglietto che Giorgio le aveva scritto e che lei aveva conservato. La superiora lesse: "Ti penso come il cieco pensa alla luce. Tuo Giorgio". La suora si fece il segno della croce e, mormorando: "Dio della misericordia, abbi pietà di noi!", rimise il biglietto fra le pieghe del cilicio. Questa storia pietosa ci dà la spiegazione del misticismo onde fu sempre circondata la virtù sanatrice della sorgente ferruginosa di S.Caterina Valfurva.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DELLA STORIA E DELLA MISTICA DELLE ACQUE DI S.CATERINA VALFURVA
... Il parroco pregava sempre S.Caterina, affinché la santa guarisse Silvana. Nel 1698, al sacerdote apparve in visione la Madonna ...
Trepalle, frazione del comune di Livigno, è il paese più alto d'Europa e, forse per questa vicinanza col cielo, Gesù Bambino l'ha scelto e vi giunge ogni Natale. Così i fanciulli di questo villaggio, tra i più poveri (ormai non più) e i più alti d'Europa, si sentono i più ricchi del mondo per via di quel privilegio.
I valligiani volevano costruire una chiesa nel Pian di Teregua e già avevano preparato in loco gli attrezzi ed i materiali necessari per iniziare i lavori. Durante la notte, però, gli angeli trasportarono tutto a S.Nicolò. Di giorno gli uomini riportarono attrezzi e materiali di nuovo nel Pian di Teregua. Questo fatto si ripeté più volte: gli angeli di notte portavano ferri e sassi a S.Nicolò, gli uomini di giorno riportavano il tutto a Teregua. Alla fine i valfurvesi decisero di erigere la chiesa nel punto in cui gli angeli continuavano a depositare gli arnesi, ossia S.Nicolò, in quanto agli uomini sembrava che Dio o il santo preferissero questa località, anche perché più centrale rispetto alla conformazione della valle e più sicura, in quanto rocciosa. Infatti, nei pressi della chiesa si possono ancora vedere delle rocce ed una di queste è stata persino inserita nelle murature perimetrali. La chiesa è ora sconsacrata ed è attualmente utilizzata come sede museale, mentre di fronte sorge l'attuale chiesa parrocchiale.
Nell'estate del 1800, un'ostinata siccità combinata ad impetuosi venti causò molti incendi nei boschi. Il 21 agosto finalmente, dopo che il popolo aveva fatto molte preghiere, Dio si degnò di mandare ai suoi fedeli copiosa pioggia che proseguì per due giorni.
Il 31 marzo 1809, venerdì santo, tre donne della Madonna di Monti, a Niblogo di Sopra, invece di recarsi alle funzioni, o almeno restarsene a casa a far orazioni, vollero avviarsi a far del pane e, quasi per un evidente castigo del cielo, furono punite, poiché due case presero fuoco. Una di queste donne, sebbene avvertita del pericolo, si ostinò a rimanere nella stanza, gettando dalla finestra cose di nessun valore come il nido delle galline. Infine, avvicinatasi alla finestra, non si sa se per uscire, cadde all'indietro e venne incenerita dal fuoco. Cessate le fiamme poco più altro non si trovò che il cuore ancora intatto con qualche parte di coscia.
Il 2 maggio 1814, a S.Nicolò, verso mezzogiorno prese fuoco il tetto della cappellania di prima erezione ed anche quello della seconda. Siccome c'era un fortissimo vento, che aveva ormai fatto morire ogni speranza di estinguere l'incendio, fu invocato l'aiuto di S.Nicolò e fu data la benedizione con la sua reliquia. Subito cessò il vento e fu possibile estinguere il fuoco in pochi minuti.
Di fronte al fuoco che avanzava, la povera gente atterrita cominciò a raccogliere le cose più care e a portarle nella chiesa, sperando che là, sotto la protezione di S.Antonio, si potessero salvare. E quando la chiesa fu stracolma, si riempì anche il campanile. Addirittura c'era chi voleva portare una bambina di pochi mesi in chiesa; per fortuna non c'era più posto ed in questo modo si poté salvare. Infatti, le fiamme divoratrici in poco più di un'ora investirono il tetto di legna della chiesa, arsero tutte le povere masserizie accumulate nell'interno e carbonizzarono persino la statua del santo. Il campanile si tramutò in un camino, che aspirava le fiamme: il vortice prodottosi faceva suonare le campane che, alla fine, caddero con grande fragore. Si riuscì a salvare alcuni paramenti ed arredi sacri, l'attiguo ossario fu in parte risparmiato insieme al crocifisso che divenne l'emblema dell'incendio e della rinascita del paese (il crocifisso è conservato nell'attuale chiesa di S.Antonio e presenta alcune parti bruciate).
Le campane che suonavano incantarono parecchi: forse, credettero i sant'Antonini, era lo stesso santo protettore che suonava l'agonia di tutto il paese.
Per comprendere alcuni comportamenti degli abitanti della frazione di S.Antonio durante l'incendio del 1899 è utile ricordare che essi erano molto devoti al santo a cui era stata dedicata la chiesa. L'immagine di S.Antonio Abate, monaco dalla lunga barba bianca, era frequente, anche negli affreschi che ornavano i muri delle case, e la statuetta o il quadretto del santo non mancava nelle abitazioni e sulla porta, se non addirittura dentro la stalla. Egli veniva rappresentato con la destra alzata, in atto di benedire, e con la sinistra avente un bastone munito di campanello (simbolo della virtù di vigilanza), oppure con impressa sul petto o sulla cima dello stesso bastone una T (la lettera tau dell'alfabeto greco che contrassegnava la sua dimora nel deserto, essendo costume degli eremiti di segnare ciascuna delle loro celle con una lettera dell'alfabeto, equivalente ai giorni nostri al numero civico) oppure con una maiale ai piedi (simbolo delle tentazioni sensuali dalle quali l'abate era travagliato) o infine con una fiamma dipinta sul palmo della mano (secondo un'antica credenza, il santo guariva col fuoco sacro gli infermi dalla terribile malattia che struggeva le viscere ed incancreniva le estremità delle membra con dolori insopportabili). Il popolo però che, come spesso succede, interpreta a modo suo le cose ha visto indicata in quel maialino ed in quella fiamma la tutela esercitata dal santo per preservare dalle malattie il bestiame e dagli incendi le case. E', quindi, spiegabile il culto speciale per questo santo protettore da parte dei furvesi, per i quali il bestiame era la ricchezza principale e le proprie case di legno erano facile preda degli incendi.
La devozione degli abitanti della frazione di S.Antonio per il proprio santo protettore si ritrova anche nella spiegazione dell'esistenza di un crocifisso posto su di un grosso sasso in località Dos, sulla sponda destra del torrente Zebrù. Questo era ingrossato e ormai minacciava l'abitato di S.Antonio, quando un enorme masso andò a posizionarsi dove tuttora si trova e deviò il corso dell'acqua, salvando così il paese. A ricordo di questo evento e per ringraziamento al santo protettore, in quel luogo fu collocato un crocifisso rivolto verso il paese, affinché la protezione continui per sempre.
Nei primi decenni del XX secolo, quattro cristiani, con un mezzo a motore di quei tempi, salivano per la valle del Gavia diretti a Ponte di Legno. Mentre procedevano sulla mulattiera, il cielo, fattosi prima di madreperla, improvvisamente si abbuiò di nuvolaglia plumbea. S'alzò un vento furioso, scrosciò pioggia gelida, nevischio e poi neve da non vedere ad un palmo di naso. I due uomini scesero dal veicolo, calzarono scarponi adatti alla bisogna e si diedero da fare per aprirsi un varco, mentre le due donne dicevano: "Se Cristo è con noi una tela di ragno vale un muro, se non è con noi non c'è muro che valga tela di ragno" e recitavano il Pater Noster. Repentina, come una saetta, una lunga lama di luce si aprì in quella bufera dal Lago Bianco fino al Lago Nero e illuminò tutta la valle verso Ponte di Legno. Non s'era mai veduto a memoria d'uomo un prodigio simile. I quattro cristiani, per devozione, posero un bel crocifisso presso il Lago Bianco. Sul legno della croce un'iscrizione invita il viandante ad aver fede.
Alla Svolta del Sant, a pochi passi dalle prime case di Semogo, era collocata una nera croce di legno posta a protezione degli uomini e del bestiame in transito per quell'angolo di strada pauroso ed ingannevole quando, nelle notti troppo nere, l'acqua scroscia o smotta la massa nevosa dai soprastanti ripidi crostoni. La croce era stata piantata in quel punto nella primavera successiva al tragico novembre del 1916, quando una valanga potente aveva trascinato nel baratro tre baite, alcuni bovini e la sedicenne Giustina. Dopo d'allora, nessuno più perdette la vita alla curva del Sant.
(Periodo di svolgimento: primi tempi del IV secolo d.C.)
Verso gli ultimi meandri della Valfurva,
là dove il pendio si riempie di sole,
custodito dagli abeti, in un cantuccio dell'universo,
un grumo di terra, che ha nome Pagania.
Un uomo lo aveva scelto per costruirvi un nido alla propria
famiglia e alla sua greggia: una calda casa di legno.
Al di sopra il cielo spalancato come una valva
e tutto intorno un verde senza frontiera.
Era pastore. La sua gioia si risolveva tutta
nel non possedere altro che se stesso, come un fiore.
Parlava col vento dei monti,
con le nuvole erranti, pecorelle di Dio.
Il sole, che spalanca improvviso il giardino del giorno,
i sorrisi di luce che le stelle si scambiano nella notte
avevano fatto del suo cuore il cuore di un agnello,
senza parola davanti alla grande solitudine delle prime ombre.
Quando, l'autunno, lasciava la montagna
sprofondata nel suo intatto sogno di neve,
la sua vita trascorreva coi figli e con la sposa
e con le pecorelle, curve sulla greppia,
simile ad una festa che non conosca tramonto.
La sua casa si insaporiva di un'atmosfera di presepio.
Al di fuori, la tempesta ringhiava impotente
contro le lane candide che salivano dal camino.
Si inerpicava, insieme con l'estate, su per i declivi dei monti,
portandosi nell'anima i volti della sua gente.
Essi gorgogliavano dalle fonti sulle quali si chinava, affollavano
le grandi ombre azzurre della sera, sospinti dai ricordi.
Col suo scalpello d'artista
cercava di fissare nel legno
quegli occhi che ci ridono nell'anima,
che abitano la nostra vita e che l'amore soltanto sa tessere.
I volti di tutte le persone care:
dei vivi, dei morti, di quelli che ancora non sono nati.
Tutti passavano dal bivio del suo cuore.
Egli parlava con loro ed essi con lui.
Un giorno, rannicchiato sotto un grande larice
(il cielo era più buio dell'anima di un dannato
e percuotevano l'aria lunghi sibili
di spiriti maledetti),
gli pareva che il grido del tuono
gli lacerasse l'anima.
Le pecore si erano strette a lui
e tremavano di paura con lui, come un corpo solo.
Il pastore non aveva ancora terminato di tracciare un segno
di croce, che un fulmini precipita dall'alto e si avvinghia
con le sue spire di fiamma intorno al tronco,
guizzando come un serpente maledetto di ramo in ramo.
Il pastore, la greggia sono salvi. Sulle radici percosse
si erge carbonizzato il larice, solo,
nella grande nuvola di tenebra che lentamente si dissolve,
coi rami vuoti, aperti come una croce.
Dal basso il pastore lo guarda,
vede quelle due braccia spalancate.
Ora lo riconosce. E' il Signore
che un'altra volta ha dato la propria vita, per salvare la sua.
Tornando il giorno dopo al pascolo,
egli non sa più allontanarsi da quell'albero.
Da quel legno parla una voce, quel legno ha un volto
che chiede a lui di diventare reale.
Col suo scalpello d'artista
lavora incessantemente per tre giorni e per tre notti.
Dal tronco ecco uscire il Signore incoronato di spine.
Ecco le sue mani e i suoi piedi, trapassati dai chiodi.
In paese, a quei tempi, gli abitanti erano pagani.
Tenersi in casa una croce significava essere condannati alla morte,
ma una morte come quella del chicco,
che viene seminato per la primavera eterna.
Giunto l'autunno, il pastore migra verso la valle
(notte senza luna e senza battere d'ali).
Appare improvviso sulla soglia, portando
sopra le spalle il suo Signore.
Subito la sposa riconosce i passi.
Corre alla porta. Li bacia entrambi,
il suo uomo e l'Uomo della croce:
due persone confuse in un solo amore.
Nascondono il nuovo della famiglia
dietro la madia, accanto al cesto del pane.
Anche il Signore abbassa le palpebre
e si addormenta, stanco di così lunga strada.
Quell'anno, sul paese si era abbattuta la carestia
e non si trovava più un orcio di farina in tutto il circondario.
Ma la carne del Signore si faceva pane,
ogni giorno pane croccante, come appena sfornato.
Pane bianco, molle, pieno di ogni fragranza,
come nessuno mai ne ha potuto gustare,
fatto di spighe germogliate dall'amore,
macinato dalla morte per i peccati degli uomini.
Ma un giorno d'inverno, un brutto giorno, un accattone,
dopo aver raccolta la prova definitiva dal suo amore disinteressato
denuncia il pastore come cristiano.
Vengono. Lo legano. Lo uccidono.
Per tre notti, per tre giorni, ininterrottamente la sposa
piange su quella testa che gronda sangue.
La greggia, che tutto ha compreso,
si è stretta tacitamente intorno a lei.
Per tre giorni, per tre notti, intorno a lei,
che culla quella testa come il più caro dei bimbi.
Al terzo giorno, taglia i capelli dello sposo
e li mette al Signore, sotto la corona di spine.
Dopo qualche tempo, ritorna l'accattone,
aprendosi un sentiero sulla neve intatta,
tende alla sposa la sua mano
ancora sporca di sangue e dei trenta denari.
Abbassandosi sulla madia, vede qualcosa.
Si arresta incerto. Guarda più attentamente.
Ora, ne è sicuro: un uomo nudo,
inchiodato sopra due legni: un crocifisso!
Già l'inverno era trascorso. Era l'estate.
La vedova e i bambini si trovavano ai monti.
Sulla piccola casa piombano le guardie
per stanare quell'uomo che si nasconde.
Il piccolo nido, in preda alle fiamme, risplende
in mezzo alla radura notturna, come un sole che muore nelle acque
di un golfo. I soldati, che attendevano l'ora più nera,
scaraventano il crocifisso nel torrente.
D'improvviso si scatena il diluvio.
Le onde salgono a coprire i cespugli,
perché il Signore trovi molle sotto la sua testa,
né il suo piede inciampi contro le pietre del fiume.
Leggero, trasportato dalle acque come da mani delicate,
il crocifisso giunge fino a Bormio.
Le onde lo depongono sulle sponde di una piccola isola,
all'ombra degli ontani, come uno che dorma.
Come uno che dorma, lui sempre veglia. Egli faceva come
quel giorno sopra la barca, per mettere i suoi alla prova.
L'acqua gli passa accanto e gli sorride,
l'aria, in ginocchio, gli asciuga i capelli.
Stefanin de Stefanon stava tornando alla sua baita posta oltre il Grasso di Prà Grata. Aveva da poco superato il Grasso del Corno e s'era appena tolto il cappello davanti al Crocifisso che dava ombra e protezione dove incombevano minacciose le pareti rocciose della Cima Serraglio, quando, con un sobbalzo, si risvegliò dalle sue immaginazioni ad occhi aperti e si chiese cosa mai stesse accadendo su per la Val Mora. Qui, infatti, era calato un improvviso crepuscolo fosco, mentre una subitanea nuvola di polvere muoveva compatta a vortice giù per l'Akua del Gal. La nuvola non mutava mai l'apparenza, il movimento e la distanza, mentre l'aria attorno a Stefanin era quieta e regnava il silenzio assoluto. L'uomo si interrogava su questo fatto misterioso, mentre credeva di camminare ed, invece, era fermo su quella mulattiera sbarrata da quella nuvola. Stefanin si sedette su una grossa ceppaia e vedeva tante formiche, ma queste non si muovevano e non si sentiva nemmeno l'odore tipico di un formicaio. Il livignasco si rifece al calendario, alle lunazioni e si rese conto che era il dì dell'equinozio. In quel giorno ogni sorta di mistero compare e bisogna sempre stare attenti e mai confondersi riguardo all'aspetto e al significato di certi segni nell'aria, nell'acqua, nella terra e nel fuoco. Stefanin guardò attorno e le guglie e le montagne erano tutte minacciose e immaginava così le corna di Lucifero, quando veniva su dalla Valcava con le Diale che in Val Mera s'univano alle streghe della Val Bruna e da lì iniziavano la gran sabba per terrorizzare il bestiame. Parevagli quelle creature venire dalle voragini, dove un tempo si scavava il minerale di Belzebù ed ora vi stavano pipistrelli giganti e grossi ragni neri che divoravano i cristiani caduti lì dentro in peccato mortale. All'improvviso un lamento lo scosse e Stefanin vide scendere il suo gregge, belando a testa bassa spaventato. Esso pareva punto da innumerevoli aculei e, sgambettando, s'urtava, finché le pecore riuscivano a immergere il muso nell'acqua gelida del torrente. Intanto il turbine polveroso s'era mutato, pietrificandosi al margine della mulattiera come una stele marmorea, rossiccia e tarlata. Stefanin guardò verso la Cima Serraglio e vide giù a perpendicolo delle pareti una volpe maschio, grossa e ben fornita di pelle coriacea e peli irti. Nei giorni del solastro quella belva sozza di solito scendeva dalla Val dell'Orsa, sbadigliando e grugnendo per fame. Il montanaro fissò il suo sguardo negli occhi sanguigni della fiera con tale intensità che la belva indietreggiò un poco, proferendo con voce umana parole oscene e terribili bestemmie verso la Trinità. Stefanin, volgendosi al Crocifisso lì poco distante, si fece il segno, ricordando un'antica preghiera: "Se Cristo è con me una tela di ragno vale un muro, se non è con me non c'è muro che valga una tela di ragno". Si volse poi verso la bestia e gridò a voce altissima: "Exsorciso te, immundissime spiritus: San Michele dammi una mano". Fu un attimo. Una spaventosa saetta a zigzag, nel cielo sereno, rigò di nero i dirupi della Cima Serraglio e colpì la belva, infuocandola e precipitandola nella voragine senza fondo scavata dall'acqua in tanti millenni. Il gorgo ribollì forte e nell'area si diffuse un odore vomitevole di carne bruciata e vapore sulfureo. L'uomo riprese il suo andare e toccò la stele: scottava. Volse lo sguardo al Cristo appeso: pareva gli sorridesse. Ritornò, dunque, turbato alla sua dimora, dove lo accolsero la moglie preoccupata, i suoi bovini e le sue pecore. Venne il novilunio e Stefanin con la moglie, il mulo e la puledrina scese al borgo per la compravendita di stagione. Durante il ritorno, sulla discesa della Val del Gal, la carovana fu colta da un furioso vento di tramontana, mugghiando gelido da togliere il respiro e far spavento, or era ghiacciato violento, or mutava in uno scirocco spumoso ed era un continuo cambiamento di direzione da far perdere l'orientamento. La moglie di Stefanin recitava orazioni convinta che su quelle vette si fossero date convegno tutte le streghe della Val Mora, Bruna e Paolaccia per far tregenda in onore del Diavolo. Verso la mezzanotte, quella carovana di creature giunse, dopo un faticoso e periglioso percorso, al Grasso di Prà Grata, quando solitamente il basilisco dall'occhio di fuoco (demonio) va in cerca di anime. Stefanin non vide la stele che scottava, ma vide più avanti i legni della croce abbattuti dalla tormenta. La figura lignea del Cristo era distesa, irrigidita dentro un vestito di ghiaccio. L'uomo con garbo staccò la scultura dai legni, l'avvolse in un panno e porse alla moglie il fagotto. Giunto a baita, sistemò il Crocifisso, alto sopra la testiera del letto, e gli parve proprio che quella figura umana avesse ripreso il sorriso, così come lo aveva laggiù davanti ai dirupi della Cima Serraglio. Stefanin mormorò: "Bene. Tu desti una mano a me ed io ora ho dato una mano a Te. Ti riporterò a guardia della Cresta Serraglio quando usciremo con gli agnelli". In quella stessa notte giunse anche Stefanon, padre di Stefanin: era venuto dall'altro mondo. Si avvicinò al nipote Stefano e gli diede la carabina Mauser, in grado di centrare una mosca a cinquecento metri. Stefanon disse: "La saetta a ciel sereno è uscita da questa canna. Se ti capita a tiro il basilisco (diavolo), favoloso presagio dell'inverno, mira all'occhio di fuoco: non puoi fallire".
In Valfurva esistono due sorgenti d'acqua che, come vuole la leggenda, successivamente alla benedizione di S. Carlo divennero limpide e potabili. Una è situata nei pressi delle baite di Sobretta verso S.Caterina, mentre l'altra si trova vicino alla strada statale del Passo del Gavia in località Posa - Il Sant (luogo in cui, quando ancora ci si spostava a piedi, la gente ed i pastori si fermavano per riposarsi del lungo cammino e ristorarsi, anche perché una tettoia proteggeva i viandanti dal sole troppo caldo o dalla pioggia. Durante la 'muda', ossia durante il trasporto del bestiame dal fondovalle ai maggenghi posti ad alta quota e viceversa, anche le bestie trovavano in questa sosta acqua e terreni da pascolare). Entrambe le fonti producevano acqua torbida, finché il passaggio di S. Carlo non le trasformò in sorgenti di acqua pura e fresca e, perciò, benedetta. L'acqua presso Sobretta viene chiamata tuttora 'Acqua di S. Carlo', mentre la sorgente presso Posa-Il Sant viene detta 'Acqua benedetta'.
La zona di Posa-Il Sant, lungo la strada statale del Passo del Gavia, è sempre stata interessata da movimenti franosi. Attualmente è minacciata dall'enorme frana del Ruinon, ma già in passato uno smottamento di modeste dimensioni modificò in parte la fisionomia della zona facendo spostare più a valle il tracciato della strada. Il nome Posa (letteralmente: riposarsi) dipende dal fatto che qui, ai tempi in cui i mezzi motorizzati ancora non esistevano od erano un lusso per pochi, i valligiani ed i pastori sostavano per riposarsi e ristorarsi anche durante la 'muda', ossia il trasloco dal fondovalle ai maggenghi e viceversa con bestiame e masserizie, perché vi era sia il pascolo adatto per le bestie sia una sorgente d'acqua ed una tettoia. Infatti, il nome Sant (letteralmente: santo-santi) deriva dalla presenza un tempo di una nicchia-cappelletta con le statue di tre santi coperta da una tettoia. Questa era posta sopra la strada e, mentre a monte c'erano le statue, verso valle erano collocate delle panche per sedersi. La gente, quindi, poteva riposarsi, proteggersi dal sole e dalla pioggia e, nel contempo, pregare. Quando venne deciso di rimuovere tale struttura, a conseguenza di tale atto, sacrilego agli occhi di molti, sulla zona si abbatte la frana suddetta (anno 1960).
In Valfurva le vipere sono abbastanza diffuse, però vi sono alcune zone dove curiosamente non ne esistono, come per esempio dal Rin dal Ghesc al Rin Rabbioso (tra i maggenghi di Losseda e Cerena). I montanari credono che, dunque, a Cerena non ci sono vipere, perché la zona è stata benedetta dalla Madonna.