Raccolta di leggende e credenze dell'Alta Valtellina
a cura di Maria Pietrogiovanna
Valfurva, 27 giugno 1998
Maghet, konfinà, spiritelli, streghe, demoni, uomini selvatici, maledizioni, tesori nascosti, morti, spiriti, fantasmi, eretici e altro del bormiese
"Le Leggende in Alta Valtellina" è il titolo di una raccolta di leggende e credenze di Bormio e dintorni, curata nel 1998 e frutto di una ricerca nata principalmente su testi scritti, completata solo in parte da alcune fonti orali valfurvesi.
Si tratta, dunque, di uno studio parziale, suscettibile di ampliamenti, in particolar modo per quanto attiene la tradizione locale tramandata a voce.
E' doveroso puntualizzare che la raccolta è basata principalmente sul testo di Pantano Maria, ... e al strü li veran fö cura l'é nocc - Ricerca sulle leggende di Valtellina e Valchiavenna.
Successivamente, le introduzioni e le leggende di questo libro sono state integrate con ciò che si è rinvenuto negli elaborati riportati nella bibliografia ed in percentuale minima, come già accennato, con ciò che si è appreso da varie persone del luogo.
La speranza è che qualcun'altro voglia provvedere a raccogliere le leggende di propria conoscenza, mettendole poi a disposizione di tutti.
In tal modo, forse, il tesoro "letterario" locale non andrà disperso, ma potrà essere trasmesso alle generazioni future.
Per questo motivo, nel caso siate a conoscenza di qualche leggenda oppure credenza non presente in questa raccolta, contattatemi utilizzando il modulo apposito ed il vostro contributo verrà pubblicato su questo sito. https://sites.google.com/view/the-weakest-goeth-to-the-wall/la-tesi-di-laurea
https://sites.google.com/view/the-weakest-goeth-to-the-wall/il-proverbio
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• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEI MAGHET E DEI KONFINÀ DELLA VALFURVA
I maghet cavavano nascostamente l'oro della Val d'Uzza e coglievano il momento in cui il temporale impazziva per scendere veloci e fuggire in Valcamonica con i tesori arraffati.
• VARIANTE B: LA LEGGENDA DEI MAGHET E DEI KONFINÀ DELLA VALFURVA
I maghet erano al servizio di un orco, la cui caverna era situata in Valcamonica. Essi facevano ogni giorno la spola tra la caverna e la Reit per ordine del loro capo. Compito dei maghet era quello di cavare l'oro e di portarlo all'orco, bramoso d'oro. I maghet perirono durante un violento temporale, mentre la caverna dell'orco, rivestita e stracolma d'oro, divenne inaccessibile a causa di una frana.
• VARIANTE C: LA LEGGENDA DEI MAGHET E DEI KONFINÀ DELLA VALFURVA
Sulle sponde dei rivi, quando il sole è alto e caldo, compaiono i maghet, offrendo nel calice di un fiore, un diamante purissimo. Chi lo coglie, cade però nei gorghi. Per liberarsi dalla tentazione bisogna invocare il proprio Angelo Custode e non imprecare o nominare il maligno, altrimenti costui appare in sette salti davanti al malcapitato.
• VARIANTE D: LA LEGGENDA DEI MAGHET E DEI KONFINÀ DELLA REIT
I konfinà della Reit cavano l'oro che tanto hanno amato in vita per una giusta legge del contrappasso. Quell'oro, però, non può più destare la febbre in alcuno. Infatti, i maghet scatenano temporali e bufere e con le frane travolgono anche l'oro della Reit nel torrente Frodolfo, che lo trascina lontano. I maghet, con i loro dispetti, salvano i confinati d'Uzza dalla febbre dell'oro.
• VARIANTE E: LA LEGGENDA DI KONFINÀ A BORMIO
Nel Vallon di Uzza, nel Vallon del Braulio e nei boschi di Pezzel, i confinati raccolgono grandi secchi d'oro, stillante goccia a goccia dalle rocce, e quando il secchio è colmo, faticosamente lo portano in alto e lo vuotano in voragini senza fondo.
• VARIANTE F: LA LEGGENDA DI KONFINÀ IN VAL D'UZZA
In Val d'Uzza erano confinati B. ... di S.Antonio Valfurva e R. ... della Madonna dei Monti. Venivano confinati dai religiosi e dai preti sulla Reit a cavar l'oro "parké i fecìòn tanta balosada" (perché fecero tante bricconate), come afferma il capraio Marco Granaroli, novantenne che raccontò il fatto.
Il ponte che cavalca l'Adda, tra Sondalo e Bormio, sembra sia stato costruito dal diavolo. Questo, prima di costruirlo, strinse un patto con i valligiani. Essi in cambio gli avrebbero dato l'anima del primo che avesse attraversato il ponte. I valligiani, più furbi del diavolo, fecero passare per primo un cane ed il demonio, malgrado il proverbio che dice: "Cane non mangia cane", dovette accontentarsi di quello.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL PONTE DEL DIAVOLO A BORMIO (Bormio)
S.Bartolomeo giunse alle Prese per poi accingersi verso Serravalle e, dunque, entrare in Bormio a scacciare l'eresia. Il diavolo padroneggiava in città e non vi si poteva entrare né per il Passo Gavia, né per il Passo del Foscagno, asilo di lupi ed orsi, e nemmeno per quello dello Stelvio. L'unica soluzione era passare dalla Stretta di Serravalle, dove appunto sarebbe sorto il ponte. A custodire il suddetto passaggio, Belzebù aveva posto due statue colossali di dei falsi, il cui basamento recava la scritta: "Di qui non si passa", con la firma del demonio stesso. I montanari avevano fatto dei patti col diavolo, promettendogli alcune anime all'anno in modo che smettesse le sue angherie. I bormini, però, davano sì le anime al diavolo, ma quelle dei pazzi di Uzza, gabbando in questo modo lo stesso demonio. Un folletto avvisò il diavolo dell'arrivo di S.Bartolomeo. Belzebù si recò, quindi, a Serravalle e, al santo che lo invitava a lasciare Bormio, rispose che non poteva, perché sull'Adda non c'era alcun ponte e perciò non era in grado di attraversare il fiume. S.Bartolomeo scese, senza bagnarsi, in mezzo all'acqua e con un lungo virgulto toccò prima la statua di granito di destra e poi quella di sinistra: esse caddero, si impigliarono una nell'altra e formarono un ponte sull'Adda, dall'una all'altra riva. Il mattino successivo, il diavolo alla vista del ponte quasi svenne. Sconfitto dovette attraversare il ponte e lasciare Bormio. Così nacque il Ponte del Diavolo.
• VARIANTE B: LA LEGGENDA DEL PONTE DEL DIAVOLO
S.Martino ed il diavolo erano in perenne contesa per spartirsi il dominio sopra la nostra valle. S.Martino voleva relegare, a tutti i costi, il diavolo al di sotto della Serra, ma questi, mal sopportando una limitazione del proprio potere, sferrava contro il santo le sue terribili battaglie giornaliere. Il diavolo era furbo, ma il santo lo era ancor di più. Un giorno il santo promise al tentatore che, se fosse stato capace di costruire sull'Adda un ponte in muratura, gli avrebbe pacificamente ceduto il primo vivente che lo avesse attraversato. A lavori ultimati, il santo si affrettò a spedire sul ponte un caprone ed il diavolo dovette accontentarsi di quello.
• VARIANTE C: LA LEGGENDA DEL PONTE DEL DIAVOLO
Si narra che un diavolo si impossessò di un ponte. Questo diavolo incaricò un uomo di uccidere ogni persona che si serviva del ponte per oltrepassare il fiume. L'uomo, sempre nascosto dietro un cespuglio vicino al ponte ed armato di spada, assaltava le persone che coraggiosamente usufruivano del ponte per attraversare il corso dell'acqua. Il diavolo fu sconfitto da un uomo molto potente ed ora, in ricordo di questa leggenda, il ponte si chiama Ponte del Diavolo.
• VARIANTE D: LA LEGGENDA DEL PONTE DEL DIAVOLO
Nei pressi del Ponte del Diavolo, che collega le pareti scoscese della Stretta di Serravalle (luogo sicuramente adatto per il diavolo), Lucifero si mostrava, solo a mezzanotte, sotto forma di un feroce maiale.
Nando, un giovane pastore di Livigno, era solito passare l'estate in una baita un po' fuori dal paese, situata su di un piccolo dosso in mezzo al bosco. Una sera di luna piena fu attratto all'improvviso da un rumore sordo, portato dal vento, che proveniva dalla Val Federia. Forse erano le onde del ruscello che raccontavano la leggenda del Monte Cassone e di quelle strane processioni di spiriti felici vestiti di bianco, salmodianti sotto la luna. Contemplando il cielo, si accorse che la luna si stava spostando e veniva verso di lui. Essa si fermò sopra la sua baita e gli fece un sorriso misterioso ed ammiccante. Si spostò in direzione di una roccia poco distante, poi si allontanò e ritornò in cielo. Nando, incuriosito, si avvicinò alla roccia e vide una minuscola porticina spalancata, attraverso la quale si vedeva un cunicolo, illuminato da tenui fiaccole. Cominciò a scendere lungo il passaggio sotterraneo, che diveniva via via sempre più agile. Ad un tratto la stradina terminò e Nando si trovò davanti un'ampia grotta sotterranea, illuminata a giorno da grosse lucciole gialle che roteavano lentamente nell'aria. Un'insegna rossa, gigantesca, con una scritta a caratteri cubitali annunciava il benvenuto nel paese di Cronosveritopoli. La reggevano due grilletti neri e striminziti. Fiori bellissimi, mai visti prima, spuntavano dalle pareti rocciose della grotta, mentre esseri strani, buffi, di tutti i colori e alti appena due spanne, se ne stavano lì attorno affaccendati... nei loro divertimenti. Quando si accorsero della sua presenza, lo guardarono benevoli e lo invitarono ad unirsi a loro. Nando, seppure timoroso, accettò l'invito. Un'insegna luminosa, posta ai piedi di un'enorme pianta e con la scritta "Tutto gratis", attirò la sua attenzione. Lì accanto erano esposti in bella mostra ghiottonerie di ogni tipo, oggetti vari e marchingegni sconosciuti. Nando non seppe resistere ed allungò la mano per prendere alcuni dolcetti di marzapane. Subito una vocina secca ed imperiosa risuonò all'interno dell'albero, richiedendo i soldi, perché in quel mondo "Tutto gratis" voleva dire che bisognava pagare in contanti. Nando rimase perplesso, ma deciso a continuare il suo giro in quel mondo sconosciuto e divertente. Vide una terza insegna con questa scritta: "Attenzione, è il momento della verità, a tutti i cittadini di Cronosveritopoli verrà fatta una domanda. I bugiardi verranno puniti in modo esemplare". Nando pensò fosse un tranello, ma da buon montanaro aveva fiducia nella gente, lui stesso era conosciuto in tutta Livigno per la sua onestà e la sua lealtà. Quando gli venne chiesto come si chiamasse, Nando rispose dicendo il proprio nome. Subito apparve questa nuova scritta: "Questo è un bugiardo, il suo vero nome è Odnan". Per punizione il giovane venne costretto a mangiare dei biscotti. Ne assaggiò uno e, dopo che il suo naso era cresciuto di un palmo, disse che erano "schifosi", anche se in realtà erano buoni. Un applauso accolse le sue parole, il naso ritornò normale e sull'insegna apparve la seguente scritta: "Hai vinto un viaggio di andata e ritorno per Livigno. Addio e arrivederci". Nando era dubbioso se credere o meno, questa volta però non c'era nessun inganno. Intravide il passaggio che aveva percorso, lo imboccò in tutta fretta e in un batter d'occhio si ritrovò nella sua baita, che da quel giorno fu soprannominata "Baitel de la Luna".
La Dama Bianca usciva dal regno dell'ombra, tutta avvolta in bianchi veli, agitando misteriosamente delle antiche pergamene su cui erano scritte le indicazioni per ritrovare il tesoro nascosto.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DELLA DAMA BIANCA
A Bormio una dama bianca, agitando misteriose carte al lume di una torcia, cerca in un profondo sotterrano il "suo tesoro", ma appena ode un calpestio giù per la lunga scala di pietra, la torcia si spegne e la dama svanisce.
Si narra che attorno ai laghetti posti al passo Viola, da dove nasce il torrente omonimo, vivessero degli uomini selvatici. Gli anziani della Valdidentro asseriscono, tra l'altro, che i macigni disseminati a corona intorno ai laghetti a far da sbarramento sia stata opera loro, suggerita dal gigante Dosdè.
Le donne di tali uomini selvatici avevano capigliature fluenti di un biondo platinato e gli occhi delicati e stellati simili alle genzianelle di primavera. Spaventate fuggivano dentro gli antri del Dosdè, della Val Cantone, del Zembrasca ed il loro pianto diede origine al Viola.
I montanari della Valfurva, poiché il Frodolfo minacciava di sommergere le loro case, si recarono presso il Ghiacciaio dei Forni per invocare l'aiuto dello Spirito del Ghiacciaio. Siccome in quel momento lo Spirito stava riposando, i montanari furono accolti dalla Reginetta Blu che promise di aiutarli. La Reginetta Blu, pronipote dello Spirito del Ghiacciaio, per salvare dal pericolo gli abitanti della Valfurva offrì al sole la propria vita. Le ancelle, trovata morta la propria reginetta, si trafissero e morirono di dolore accanto a lei. Silfi, silfidi e folletti dei morti, chiamati dallo Spirito del Ghiacciaio disperato per l'accaduto, celebrarono i funerali della Reginetta e delle sue ancelle. Il giorno dopo, sulle loro tombe si vide ergersi una selva di lunghi steli ghiacciati, i quali, poiché sembravano braccia imploranti verso il cielo, furono chiamati "Guglie dei Forni". Esse impediscono ancor oggi al Frodolfo di distruggere i villaggi della Valfurva (Purtroppo le guglie sono ormai scomparse a seguito del fenomeno di arretramento dei ghiacciai che si sta registrando in tutto il mondo. Sembrerebbe, dunque, che la leggenda sia vera e che l'alluvione del 1987, la quale colpì la Valfurva insieme all'intera Valtellina, sia dovuta alla scomparsa di tali guglie, a cui spetterebbe la protezione della valle dalle inondazioni).
Le streghe volano per l'aria e cavalcano una scopa. Se una di quelle scope, adoperate per quel servigio infernale, viene poi utilizzata da una creatura innocente, succedono dei fenomeni strani: la polvere ritorna sul pavimento della stanza, quando si crede di averla pulita bene; può capitare di trovare il mondezzaio nel cortile pulito e di trovarvi monete d'oro fabbricate da Belzebù che, se toccate da una creatura umana, mettono un diavolo per capello e nessun prete riesce ad esorcizzarle.
Non lungi dal confine tra la Valcamonica e la Valtellina si scorge vicino al Passo del Gavia un lago che viene detto Nero, ma è di un azzurro cupo scintillante circondato sulle sponde da fiori delicati e belli, mentre un altro lago sul versante valtellinese è bianco a causa della specie di sabbia che ne ricopre il fondo. La leggenda vuole che vi sia una misteriosa relazione di amore tra i due laghi, situati a poca distanza l'uno dall'altro, ma su due versanti diversi. Essi vengono creduti opera delle fate e forse, quando la neve mette una tinta unita sulle rupi e sui ghiacciai, sull'erba disseccata e sui cespugli di rododendri, lo Spirito del Lago Nero parla ancora d'amore alla Fata del Lago Bianco, in mezzo alla desolazione delle Alpi.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL LAGO BIANCO E DEL LAGO NERO
Una fata inseguita dallo Spirito dei Boschi venne salvata dalla Regina delle Nevi e si gettò in un lago, il quale diventò bianco latteo a causa dei veli bianchi della fata. Quel lago fu chiamato "il Lago Bianco del Gavia". L'uomo dei boschi disperato si buttò in un altro lago vicino, che diventò nero per il nero degli occhi e dei capelli dell'uomo. Quel lago fu chiamato "il Lago Nero del Gavia". D'inverno, con la neve, lo Spirito dell'uomo di boschi parla d'amore alla Fata, che lo ascolta e gli risponde.
• VARIANTE B: LA LEGGENDA DI BELVISO
Belviso, una bella ragazza rimasta orfana, venne promessa dall'avaro zio, con il quale viveva, in cambio di molto denaro ad un signore sotto le cui sembianze si nascondeva il diavolo. Belviso amava ed era riamata da un pastore e la fanciulla, per non sottostare alla volontà dello zio, fuggì con il ragazzo inseguita dallo zio e dal diavolo. Per non essere raggiunti, Belviso ed il pastore si trasformarono rispettivamente nel Lago Verde e nel Lago Nero. I due laghi si parlano ancora d'amore.
• VARIANTE C: LA LEGGENDA DEL LAGO BIANCO E DEL LAGO NERO DEL GAVIA
Ai piedi delle cime, situate nei pressi del Passo del Gavia, vivevano due ragazzi molto amici, Bianchina e Nerino. Qui, purtroppo, abitava anche Pinotta, una ragazza permalosa, vendicativa, sempre di malumore ed invidiosa dell'allegria degli altri due. Un giorno Bianchina e Nerino decisero di fare un'escursione verso il Passo del Gavia, soli, senza invitare Pinotta. Questa decise, dunque, di vendicarsi e costrinse il padre, il terribile mago Viz, ad assecondarla. Egli scatenò un terribile uragano e poi un'impressionante tempesta di neve nella zona in cui si trovavano i due giovani. Alla fine costoro, non potendo opporsi alle forze malvagie, furono avvolti da un vortice e trasformati in due blocchi di ghiaccio levigato e vitreo, in due sculture di ghiaccio. I genitori disperati chiesero aiuto ai maghi, alle fate, alle ninfe ed a tutti gli abitatori della montagna. Venuti a conoscenza dell'orribile sorte toccata ai propri figli, essi furono consigliati dallo Spirito dei Boschi di rivolgersi allo Spirito delle Acque, l'unico in grado di aiutarli, in quanto costui aveva la propria dimora lassù sotto le cime le montagne, dove un rivoletto scendeva cantando tra le rocce rossastre. Dopo sette giorni e sette notti di cammino, i genitori raggiunsero lo Spirito delle Acque che prese le sembianze di un giovane dai capelli color del cielo e dal viso bianco come la neve. Egli disse che ormai era trascorso troppo tempo e non era più in grado di intervenire contro l'incantesimo. Suggerì, però, agli sventurati la seguente soluzione: egli avrebbe potuto trasformare i ragazzi in abitatori dei laghi, i quali avrebbero potuto abbandonare le loro dimore solo per poche volte. I genitori accettarono pur di rivedere vivi i propri figli. Lo Spirito delle Acque riempì allora il cavo della mano d'acqua e la scagliò con tutta la forza contro le statue di ghiaccio, così da farla penetrare nel cuore gelato dei due ragazzi. Come per incanto le statue iniziarono a gocciolare: erano le lacrime di Nerino e Bianchina che scioglievano il ghiaccio e formavano attorno ai giovani due conche lacustri. L'acqua di una ha i riflessi biancastri ed è nota come il Lago Bianco, mentre l'altra ha riflessi scintillanti di un azzurro cupo ed è chiamata il Lago Nero. Dalle acque gelide dei laghi emersero due splendide figure, l'uomo e la donna del lago che ripresero il loro dialogare dove lo avevano interrotto tanto tempo prima. Poi Nerino guardò Bianchina tuffarsi tra le acque, nuotare come ampie bracciate e sparire nella profondità. A sua volta si tuffò nel lago, diventato ormai la propria dimora. La loro storia non è finita e, quando emergono dalle acque, riprendono il loro dialogo di sogni e d'amore.
Fiordareit, principessa bellissima, viveva in un castello sul Monte Reit, dal quale aveva preso il proprio nome. Un giorno, stanca per una passeggiata, la ragazza andò a bagnarsi il viso nel torrente Braulio. Lo Spirito delle Acque, però, con mano nera cercò di impossessarsi della fanciulla e, terrorizzatala, le fece promettere che un giorno l'avrebbe sposato. Fiordareit, ritornata a casa, dimenticò tutto. Una volta cresciuta era pronta a sposare il Signore di Monte Scale, al quale il padre suo l'aveva promessa con l'accordo della stessa principessa. Una sera, tuttavia, mentre Fiordareit ritornava a casa dopo aver accompagnato il futuro sposo, su dal fondo della valle una serpe bianca salì verso di lei: altri non era che lo Spirito del Braulio venuto per trascinare seco la sua promessa sposa. Fiordareit ricordò allora tutto, avrebbe voluto fuggire ma non poté. Si aggrappò, quindi, ad una rupe che per proteggerla si aprì, rinchiudendo il corpo della fanciulla, il quale si trasformò in pietra. Sul Monte Reit, dalla rupe che rinserra il corpo della principessa, si protende una coppa di pietra offerta dalla mano invisibile di Fiordareit al suo futuro sposo. Dalla coppa scivola una cascata: è il pianto di Fiordareit che non può dimenticare il suo breve, ma dolcissimo sogno d'amore.
Nel 1635 a Livigno, in particolar modo attorno al camposanto, si affrontarono l'esercito imperiale condotto dal Ferramonte e le truppe francesi del duca di Rohan, condotte da Frezeliere ed aiutate dai livignaschi. Quest'ultimi, in numero molto minore, ricorsero ad uno stratagemma. Travestiti coi camici bianchi dei confratelli occuparono il sagrato della chiesa. I tedeschi, appena li videro, in preda al più superstizioso terrore si diedero alla fuga ed i furbi francesi rimasero padroni del campo. Questo episodio viene raccontato spesso dai vecchi di Livigno, convinti come gli imperiali, che coloro che combatterono vestiti di bianco attorno al cimitero, fossero proprio i "mort". Ci fu, quindi, una collaborazione di lotta dei morti di Livigno con i francesi.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEI MORTI CHE COMBATTONO
La tradizione popolare racconta una versione più religiosa e patriottica: contro gli invasori franco-svizzeri ed imperiali, sempre stranieri predatori della valle, insorsero i morti livignaschi, tanto più sdegnati dalla profanazione e dall'oltraggio recato ai luoghi sacri. Gli stranieri si ritirarono e la valle di Livigno fu libera. Questa versione segnerebbe, dunque, il ridestarsi dello spirito nazionale di indipendenza.
Nel 1150 Johannes Zebrusius, feudatario della Gera d'Adda, si invaghì di Armelinda, figlia di un castellano del Lario. Il padre di lei, contrario al matrimonio, allontanò la figlia perché non fosse rapita dall'innamorato. Armelinda promise, comunque, amore eterno e fedeltà di attesa al cavaliere. Zebrusius, disperato per le continue ripulse, partì per la Crociata della Terra Santa, dove pugnò sempre col pensiero volto alla sua bella. Passati quattro anni ritornò al paese, dove seppe che Armelinda infedele si era sposata con un castellano del milanese. Addolorato, il cavaliere si ritirò in Valtellina, precisamente a Bormio e successivamente nella valle che prese il suo nome. Qui visse per trent'anni ed un giorno, in solitudine. Avvicinandosi la morte, egli si preparò da solo la tomba, ossia una pietra bianca sulla quale c'era scritto il suo nome. Costruì un congegno a bilico con tronchi delle vicine foreste ed il giorno in cui, ormai vecchio, egli si sentì morire, s'addossò alla grande pietra ed esalò l'ultimo respiro. Il corpo, adagiatosi sulle travi, mosse il meccanismo e la pietra scese sull'amante infelice. La Val Zebrù ed il monte Gran Zebrù presero il nome dal cavaliere ivi sepolto. Il masso bianco si vede ancora oggi guardando dalla Baita Pastori in Val Zebrù verso il limite inferiore di una grande colata bianca del Ghiacciaio della Miniera. Su di esso si scorgono, cancellate dal tempo, le tracce dell'iscrizione: JOAN(NES) ZEBRU(SIUS) A.D. MCCVIII.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL CAVALIERE JOHANNES ZEBRUSIUS
Un'altra leggenda vuole il cavaliere medievale quale spirito principe degli spiriti degli uomini buoni che sul monte Zebrù, vicino al sole, adorando quest'astro celeste, godono una certa beatitudine, in attesa di essere ammessi poi nel paradiso del sole. Infatti, il vocabolo Zebrù sembri derivi dal celtico 'se' (che dovrebbe significare spirito buono) e 'bru' (abbreviazione di 'brugh' che indicherebbe un luogo sicuro, una roccaforte), per cui il toponimo avrebbe il significato di Castello degli Spiriti.