Raccolta di leggende e credenze dell'Alta Valtellina
a cura di Maria Pietrogiovanna
Valfurva, 27 giugno 1998
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Leggende di Bormio e dell'Alta Valtellina: raccolta di leggende e credenze
a cura di Maria Pietrogiovanna
Valfurva, 27 giugno 1998
Sia la mitologia dei Greci e dei Romani che quella dei Celti e dei Germanici avevano un ricco mondo di divinità che si sono incontrate tra i monti valtellinesi confondendosi, moltiplicandosi, scambiandosi attributi ed apparenze per vivere nel mondo della fantasia umana. Gli spiriti, buoni o cattivi, influenzarono l'attività delle antiche genti per secoli e secoli, anche dopo la cristianizzazione che non riuscì ad infrangere del tutto la credenza popolare nelle invisibili forze buone ed utili oppure cattive e dannose.
In Valfurva, nonostante fosse passato Sant'Ermagora a predicare la religione di Cristo, i semplici montanari con le nuove credenze conservavano ancora quelle del paganesimo che vedevano in ogni forza naturale l'incarnazione di una soprannaturale mirante all'estremo bene o all'estremo male dell'uomo.
Della leggenda "Le Guglie dei Forni" sono protagonisti, oltre ai montanari della Valfurva, esseri fantastici quali Spiriti delle Acque, Spiriti del Ghiacciaio, Silfi e Silfidi (folletti montani) e la Reginetta Blu, pronipote dello Spirito del Ghiacciaio. Lo Spirito del Fiume Frodolfo non può distruggere i villaggi, perché i montanari, recatisi ad implorare l'aiuto dello Spirito del Ghiacciaio, trovarono la pronipote di costui, ossia la Reginetta Blu. Essa offrì la propria vita al sole, affinché non sciogliesse il ghiacciaio e non gonfiasse il Frodolfo che da esso trae alimento. Le Guglie dei Forni nacquero proprio in questa occasione, in quanto altro non sono che candidi steli di ghiaccio spuntati sulle tombe della Reginetta Blu e delle sue ancelle, e sono lì ancora quasi ad implorare il sole, in atteggiamento di preghiera, come le guglie delle cattedrali gotiche. (Purtroppo le guglie sono ormai scomparse a seguito del fenomeno di arretramento dei ghiacciai che si sta registrando in tutto il mondo. Sembrerebbe, dunque, che la leggenda sia vera e che l'alluvione del 1987, la quale colpì la Valfurva insieme all'intera Valtellina, sia dovuta alla scomparsa di tali guglie, a cui spetterebbe la protezione della valle dalle inondazioni).
Anche intorno ai laghi alpini, molte volte alimentati da sorgenti invisibili per cui pare strano vederli senza una causa apparente che li abbia formati, la fantasia degli alpigiani ha inventato numerose leggende.
Vicino al Passo del Gavia ci sono due laghi situati su due versanti diversi (uno sul versante della Valtellina e l'altro sul versante della Valcamonica). Uno viene chiamato Lago Nero, ma è di un azzurro cupo scintillante, e l'altro sul versante valtellinese è detto Lago Bianco, a causa del colore bianco della sabbia che ne ricopre il fondo. Secondo la leggenda, c'è una misteriosa relazione fra i due laghi formatisi in questo modo: una fata inseguita dallo Spirito dei Boschi venne salvata dalla Regina delle Nevi e si gettò in un lago che divenne bianco latteo per i veli bianchi della fata. L'uomo dei boschi, disperato, si buttò in un altro lago vicino che diventò nero per il colore nero degli occhi e dei capelli dell'uomo dei boschi. Secondo una variante della stessa leggenda, il colore nero e bianco dei due laghi è dovuto a ciò: Belviso, una bella fanciulla rimasta orfana, venne promessa dall'avaro zio, con il quale viveva, ad un signore sotto le cui sembianze si nascondeva il diavolo in cambio di molto denaro. Belviso, però, amava un pastore, che la contraccambiava. I due fuggirono e, per non essere raggiunti, si trasformarono Belviso in lago verde ed il pastore in lago nero. I due laghi si parlano ancora d'amore. Un'ulteriore versione della storia vede come protagonisti due giovani amici, Bianchina e Nerino, ed una ragazza permalosa e vendicativa, Pinotta. Un giorno Bianchina e Nerino decisero di fare un'escursione al Passo del Gavia senza invitare Pinotta. Per questo motivo, costei decise di vendicarsi con l'aiuto del padre, il terribile mago Viz. I due amici vennero così trasformati in due blocchi di ghiaccio. I loro genitori cercarono aiuto presso i maghi, le fate, le ninfe, lo Spirito dei Boschi e tutti gli abitatori della montagna. Consigliati in tal senso essi chiesero l'aiuto dello Spirito dell'Acqua, il quale prospettò la seguente soluzione: i due ragazzi avrebbero potuto trasformarsi in abitatori dei laghi e, solo per poche volte, abbandonare le loro dimore. I genitori accettarono pur di poter rivedere vivi i propri figli. Con le loro lacrime Bianchina e Nerino formarono due conche lacustri, rispettivamente il Lago Bianco ed il Lago Nero. Dalle acque gelide dei laghi emersero due splendide figure: l'uomo e la donna del lago che ripresero il loro dialogare nel punto in cui lo avevano interrotto tanto tempo prima e, ogni volta che riemergono dalle acque, riprendono il proprio dialogo di sogni e d'amore.
La principessa Fiordareit, che viveva sul monte Reit, secondo la leggenda non poté sposare il signore di Monte Scale che l'aveva chiesta in moglie. Infatti, lo Spirito delle Acque del torrente Braulio, al quale Fiordareit un giorno aveva promesso di sposarlo, sotto forma di serpe bianca salì verso di lei per trascinarla seco. La fanciulla cercò di sfuggirgli aggrappandosi ad una rupe. Questa, per proteggere Fiordareit, si aprì e ne richiuse il corpo, che divenne sasso. Sul monte Reit, dalla rupe che rinserra il corpo della principessa, si protende una coppa di pietra offerta dalla mano invisibile di Fiordareit al suo futuro sposo. Dalla co.
ppa scivola una cascata: è il pianto di Fiordareit che non può dimenticare il suo breve, ma dolcissimo sogno d'amore.
La donna che invitò Laura, la bella figlia di Gervas Foricc, a fare una passeggiata nei boschi, come narra un'altra leggenda, era lo Spirito dei Boschi della Valverde (ossia Valfurva). Quando la giovane, dopo aver accettato l'invito di una donna sua amica, si accorse che sotto le vesti di costei si nascondeva lo Spirito dei Boschi, pregò i poveri morti perché l'aiutassero. Laura si mise, dunque, a correre e fece ritorno a casa sana e salva, perché i morti l'avevano aiutata.
La Valtellina è ricca di spiriti, spiritelli, folletti, maghet, orchi, gnomi, giganti, uomini selvatici e gigiat.
Spiriti, spiritelli, folletti e maghet sono delle figure familiari. Essi sono esseri soprannaturali che vivono con gli uomini, prendono parte ai lavori ed alla vita dei montanari e spesso sono dispettosi.
Se il vento ulula, se la legna sul fuoco crepita, se una porta sbatte senza motivo, se una bestia imbizzarrisce all'ombra improvvisa di una nuvola sul prato, è facile sentire esclamare: "Che aria piena di spiriti!".
In genere sono spiriti buoni che danno avvertimenti saggi alla gente di monte, quando il tempo minaccia mutamenti repentini.
Gli Spiriti del Bosco, che appaiono nel folto della ramaglia alla luce del solleone di agosto o a quella della luna tonda, hanno aspetto di fauno col volto coperto di muschio, lasciano impronte diaboliche e spaventano pastori e cacciatori. Sono accompagnati da spiritelli fluttuanti, somiglianti agli elfi nordici. Essi risvegliano paure: con sussurri e fruscio misterioso e repentino creano timori e disagio.
Gli Spiriti dell'Acqua, che appaiono improvvisi dai gorghi di un torrente, hanno chiome turchine ed un sorriso cangiante. Offrono pagliuzze d'oro e perle meravigliose a chi accetta di guardare la propria immagine riflessa nell'onda. Lo Spirito dell'Acqua, però, rapisce l'immagine ed una serpe balza dal gorgo, sputando saliva ardente che lascia il viso deturpato a chi si è specchiato nell'onda.
Su numerose vette danzano regine circondate dalle donzelle. Sono danze conturbanti che rapiscono gli uomini. Subito bisogna richiamarli a casa e chiudere sia gli usci che le imposte delle finestre.
Gli spiriti delle donne malvagie abitavano solitamente su altissime pareti scoscese o su corni inaccessibili, mentre gli spiriti di uomini malvagi avevano dimora più in alto. Sferzati dal vento non avevano mai pace e manifestavano il loro odio per i vivi con cavalcate selvagge per le gole dei monti, urlando e sprigionando saette e lampi.
I folletti sono noti ovunque: talora parlano con voce umana, ma il loro linguaggio è incomprensibile; altre volte slegano e legano le mucche negli alpeggi; talvolta fanno rapidamente treccioline minutissime sulle criniere e nelle code dei cavalli; a volte legano due mucche alla stessa catena oppure si trasformano in piante spinose con lunghe spine acute.
Gli spiritelli assumono la forma di serpenti oppure mettono alla prova la pazienza umana, per esempio spegnendo in continuazione candele e ceri. I folletti corrono di notte sulle lastre di pietra dei tetti delle baite; si siedono invisibili sul petto di chi dorme, provocando sogni spaventosi ed oppressioni; fanno cagliare il latte ed andare a male il formaggio; ancora, nascondono gli attrezzi di chi lavora; durante la notte di Natale i folletti diventano più insolenti che mai; altresì, essi spingono le capre nei burroni e queste si possono salvare brucando il ramo di ulivo, simbolo di pace. I folletti entrano dal buco della serratura o per la fessura di un muro o di un'asse del pavimento; si cacciano sotto il letto, aspettando lo scoccare della mezzanotte per uscire e combinarne di tutti i colori: rubano pettini, spostano libri e carte, cambiano perfino il posto alla corona del rosario o al minuscolo vaso dell'acqua benedetta. Essi si trasformano in scarabei, in scarafaggi, in lucciole vaganti sulle ombre delle siepi oppure escono dal muschio o dai licheni e danzano con un fiore in mano.
Spiriti e folletti indemoniati assumono la parvenza di strani animali e spaventano i viandanti per le strade solitarie o gli alpigiani, i boscaioli e ancora i pastori che passano l'estate sull'alpe a pascolare gli armenti.
Il paese di S.Antonio Valfurva, poi ricostruito, fu distrutto da un incendio il 10 aprile 1899. Causa del rogo furono le parole magiche della "cavala" sfuggite ad una contadina intenta a far bollire il latte per preparare il formaggio. Siccome la vecchietta non si ricordò più la parola necessaria per farli ritornare ai loro alloggiamenti metafisici, i folletti scatenati si buttarono sul paese, trasportando fiammelle dappertutto, ed il paese bruciò in un sol colpo.
Anche la sparizione del campanile della chiesa di Semogo, avvenuta una notte del 1923, è stata opera di folletti maligni aiutati da Belzebù.
Un folletto benigno è, invece, quello che nasce, quando il tempo sta mutando, dalla trasformazione della nuvola che sempre si scorge intorno alla cima del Thurwieser dopo l'ultima ascensione della montagna da parte di Bepin il Trombonin. Il folletto accorre giù per le pareti e le creste strapiombanti, sussurrando agli incauti ed agli inesperti la via per ritornare a casa.
Un altro folletto, amico degli animali, intervenne per salvare le bestie del crudele pastore Bortolo, ormai ridotte pelle ed ossa. Il folletto prese le sembianze di un caprone e si sdraiò davanti alla porta della stalla, impedendo al pastore di entrare. Quando Bortolo iniziò a bastonarlo, il caprone svanì e si trasformò in un vortice che incominciò a sbattere l'uomo qua e là, in una folle corsa senza fine, sull'orlo dei crepacci del monte Cristallo e sulla Cima degli Spiriti.
In Val Zebrù ed in Valfurva i folletti sono chiamati "maghet" o "maget".
In Val Zebrù i rossi maghet volteggiano nell'aria discendendo dall'aspro Zebrù nelle notti di tempesta a strappare i ponticelli del Frodolfo.
I maghet della Valfurva scendono dai roccioni, strappano i ponti, seminano zizzanie, guizzano nell'aria come rosse faville, girano intorno alle cappellette, passando dietro i piccoli tabernacoli in modo da sfuggire agli sguardi delle immagini sacre.
Ai cercatori di funghi può capitare di vederne i frammenti minuti sparsi tra gli aghi degli abeti e tra le felci. Sono stati i maghet che li hanno colti e mangiati crudi.
Sulle sponde dei rivi, quando il sole è alto e caldo, compaiono i maghet, offrendo nel calice di un fiore, un diamante purissimo. Chi lo coglie, cade però nei gorghi. Per liberarsi dalla tentazione bisogna invocare il proprio Angelo Custode e non imprecare o nominare il maligno, altrimenti costui appare in sette salti davanti al malcapitato.
I maghet, dalle alte valli dove abitano, con una bacchettina muovono frane e temporali improvvisi. Ogni tanto portano via il ponte d'Uzza. Quando ogni anno, dopo i violenti temporali, la Valle d'Uzza manda giù "kòrna" (sassi e macerie fumanti), i paesani superstiziosi dicono: "l'é cè i maghet ka pèsan giò ko l'òr e i van in Brescionza!" (sono qui i maghet che scendono con l'oro e vanno nel bresciano). Le "santela" (cappellette) e le croci, poste lungo la mulattiera che conduce verso il monte Reit, sono là per tenere lontani i maghi, gli stregoni e gli spiriti che si vedevano prima dei sacrifici della Santa Messa.
Una versione delle leggende riguardanti i maghet vuole che questi folletti della Valfurva fossero al servizio di un orco terribile della Valcamonica, il quale ogni giorno mandava i maghet in Val d'Uzza a cavare l'oro. A sera i folletti rientravano velocissimi travolgendo lungo il percorso i ponti, facendo franare i sentieri e divertendosi a far rotolare i macigni sugli uomini e sugli armenti. L'orco divenne ricchissimo, ma mai sazio. La gente, stufa di sopportare i continui soprusi di questi spiriti, tentò in vari modi di bloccare i maghet, fino a che i valfurvesi non scatenarono un violento temporale ed i folletti furono travolti dalle acque che loro stessi avevano deviato e dai numerosi macigni che avevano fatto rotolare. L'orco, nel frattempo, venne colpito da un fulmine e trasformato in roccia granitica. La montagna su cui viveva tremò per un giorno e massi enormi bloccarono per sempre l'entrata della caverna strapiena d'oro.
I maghet provocano anche valanghe. Queste, a Livigno, sono invece causate dai geni sibilanti da cima a cima.
All'interno della Reit, in un enorme sala, dorme l'Angiolo della Reit che, una volta all'anno, si sveglia e guida i suoi servi e scudieri a far carosello nelle valli attigue. In questo modo si mantengono in forma, nel caso un giorno dovesse essere necessario combattere il nemico, ossia il maligno. Al mattino tutto ritorna calmo: angiolo, cavalli e cavalieri spariscono entro una piega misteriosa che introduce nel cuore della Reit, proprio lassù tra il Pian delle Scandole e il Pian della Calude, dove sorge una croce che indica il passaggio misterioso. Solo restano ovunque impronte di zoccoli e di erbe calpestate e, nell'aria, il profumo dell'angiolo. Si crede che costui altri non sia che il bambino di Oga che, il giorno del solstizio di giugno del 1911, si perse e morì sul Monte Reit.
Sulla Cima degli Spiriti vive un altro essere meraviglioso, simile ai folletti: lo gnomo (spirito del male) che, dopo aver urtato contro l'anello portafortuna posseduto dall'Eremita, rimase pietrificato. Difatti, sulla Cima degli Spiriti, sotto la vetta tra i ghiacciai, spicca lo sperone di un roccione: è lo gnomo inchiodato per l'eternità alla montagna.
A Premadio, un essere meraviglioso detto "manet" appariva sul ponte dei Bagni Vecchi in abito con strascico lunghissimo, poi si trasformava in gomitolo.
A Cepina un folletto si trasformò in un gomitolo che fu raccolto da una giovane per farsi l'abito da sposa. Il giorno delle nozze, mentre stava entrando in chiesa, l'abito cominciò a scucirsi e, disfattosi, scivolò ai piedi della spaventatissima giovane che non si sposò più. Una variante vuole che un orco si fosse innamorato di Marianna, una ragazza di Cepina carina ma vanitosa, la quale rifiutò sdegnata la proposta di matrimonio ricevuta da costui. L'orco decise, dunque, di vendicarsi. Quando Marianna decise di sposarsi con un ragazzo sconosciuto, l'orco si trasformò in un gomitolo di filo che venne utilizzato per cucire il bellissimo abito da sposa. In chiesa, però, il vestito incominciò a scucirsi e la sposa rimase lacrimante in sottoveste, mentre nel frattempo tutti, anche l'innamorato, erano fuggiti. L'orco pensò di aver vinto, ma la ragazza sdegnata non cedette alla sua proposta. Alla fine, l'orco sconfitto si ritirò per sempre nella propria casa ai limiti del bosco e non si fece più vedere in giro. Marianna, invece, riuscì a non preoccuparsi troppo del brutto tiro dell'orco e non se la cavò poi tanto male.
Un'altra leggenda parla di un orco dispettoso dai poteri straordinari e capace di assumere sembianze impensabili. Questo essere viveva ai margini del bosco a Cepina e, per non lasciare tracce, si trasformava ora in un nero corvo, ora in un merlo o ancora in un gatto, in un topo e così via. All'orco vennero attribuiti degli strani episodi burleschi capitati ad alcuni contadini ed un brutto sortilegio tramato ai danni di una giovane.
Alla famiglia dei Folet apparteneva anche la "Femenona", perché si trasformava, come i folet, in un gomitolo di lucido filo. La Femenona, di smisurata statura, appariva all'improvviso nelle campagne di Cepina a fianco di notturni viandanti e subito si trasformava in una mandria di neri maialetti o in un brulichio di grossi vermi o anche in uno stranissimo uccello immobile sulla cima di un pino. Una volta un cacciatore coraggioso tentò di colpirlo e vide l'albero infiammarsi per poi bruciare in un attimo.
Esseri meravigliosi sono anche i giganti. Per esempio, si può citare la leggenda-novella dei giganti che vivevano sul Monte Dosdè, tra la Valdidentro e la Val Grosina. Quando il Monte Dosdè fu scelto come dimora da un dio e costui donò al monte una bella fanciulla di nome Viola, i giganti cercarono in ogni modo di avere la ragazza. Per punizione essi furono trasformati in cembri colossali, mentre Viola venne trasformata in un torrente.
I montanari della Valfurva, poiché il Frodolfo minacciava di sommergere le loro case, si recarono presso il Ghiacciaio dei Forni per invocare l'aiuto dello Spirito del Ghiacciaio. Siccome in quel momento lo Spirito stava riposando, i montanari furono accolti dalla Reginetta Blu che promise di aiutarli. La Reginetta Blu, pronipote dello Spirito del Ghiacciaio, per salvare dal pericolo gli abitanti della Valfurva offrì al sole la propria vita. Le ancelle, trovata morta la propria reginetta, si trafissero e morirono di dolore accanto a lei. Silfi, silfidi e folletti dei morti, chiamati dallo Spirito del Ghiacciaio disperato per l'accaduto, celebrarono i funerali della Reginetta e delle sue ancelle. Il giorno dopo, sulle loro tombe si vide ergersi una selva di lunghi steli ghiacciati, i quali, poiché sembravano braccia imploranti verso il cielo, furono chiamati "Guglie dei Forni". Esse impediscono ancor oggi al Frodolfo di distruggere i villaggi della Valfurva (Purtroppo le guglie sono ormai scomparse a seguito del fenomeno di arretramento dei ghiacciai che si sta registrando in tutto il mondo. Sembrerebbe, dunque, che la leggenda sia vera e che l'alluvione del 1987, la quale colpì la Valfurva insieme all'intera Valtellina, sia dovuta alla scomparsa di tali guglie, a cui spetterebbe la protezione della valle dalle inondazioni).
Non lungi dal confine tra la Valcamonica e la Valtellina si scorge vicino al Passo del Gavia un lago che viene detto Nero, ma è di un azzurro cupo scintillante circondato sulle sponde da fiori delicati e belli, mentre un altro lago sul versante valtellinese è bianco a causa della specie di sabbia che ne ricopre il fondo. La leggenda vuole che vi sia una misteriosa relazione di amore tra i due laghi, situati a poca distanza l'uno dall'altro, ma su due versanti diversi. Essi vengono creduti opera delle fate e forse, quando la neve mette una tinta unita sulle rupi e sui ghiacciai, sull'erba disseccata e sui cespugli di rododendri, lo Spirito del Lago Nero parla ancora d'amore alla Fata del Lago Bianco, in mezzo alla desolazione delle Alpi.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEL LAGO BIANCO E DEL LAGO NERO
Una fata inseguita dallo Spirito dei Boschi venne salvata dalla Regina delle Nevi e si gettò in un lago, il quale diventò bianco latteo a causa dei veli bianchi della fata. Quel lago fu chiamato "il Lago Bianco del Gavia". L'uomo dei boschi disperato si buttò in un altro lago vicino, che diventò nero per il nero degli occhi e dei capelli dell'uomo. Quel lago fu chiamato "il Lago Nero del Gavia". D'inverno, con la neve, lo Spirito dell'uomo di boschi parla d'amore alla Fata, che lo ascolta e gli risponde.
• VARIANTE B: LA LEGGENDA DI BELVISO
Belviso, una bella ragazza rimasta orfana, venne promessa dall'avaro zio, con il quale viveva, in cambio di molto denaro ad un signore sotto le cui sembianze si nascondeva il diavolo. Belviso amava ed era riamata da un pastore e la fanciulla, per non sottostare alla volontà dello zio, fuggì con il ragazzo inseguita dallo zio e dal diavolo. Per non essere raggiunti, Belviso ed il pastore si trasformarono rispettivamente nel Lago Verde e nel Lago Nero. I due laghi si parlano ancora d'amore.
• VARIANTE C: LA LEGGENDA DEL LAGO BIANCO E DEL LAGO NERO DEL GAVIA
Ai piedi delle cime, situate nei pressi del Passo del Gavia, vivevano due ragazzi molto amici, Bianchina e Nerino. Qui, purtroppo, abitava anche Pinotta, una ragazza permalosa, vendicativa, sempre di malumore ed invidiosa dell'allegria degli altri due. Un giorno Bianchina e Nerino decisero di fare un'escursione verso il Passo del Gavia, soli, senza invitare Pinotta. Questa decise, dunque, di vendicarsi e costrinse il padre, il terribile mago Viz, ad assecondarla. Egli scatenò un terribile uragano e poi un'impressionante tempesta di neve nella zona in cui si trovavano i due giovani. Alla fine costoro, non potendo opporsi alle forze malvagie, furono avvolti da un vortice e trasformati in due blocchi di ghiaccio levigato e vitreo, in due sculture di ghiaccio. I genitori disperati chiesero aiuto ai maghi, alle fate, alle ninfe ed a tutti gli abitatori della montagna. Venuti a conoscenza dell'orribile sorte toccata ai propri figli, essi furono consigliati dallo Spirito dei Boschi di rivolgersi allo Spirito delle Acque, l'unico in grado di aiutarli, in quanto costui aveva la propria dimora lassù sotto le cime le montagne, dove un rivoletto scendeva cantando tra le rocce rossastre. Dopo sette giorni e sette notti di cammino, i genitori raggiunsero lo Spirito delle Acque che prese le sembianze di un giovane dai capelli color del cielo e dal viso bianco come la neve. Egli disse che ormai era trascorso troppo tempo e non era più in grado di intervenire contro l'incantesimo. Suggerì, però, agli sventurati la seguente soluzione: egli avrebbe potuto trasformare i ragazzi in abitatori dei laghi, i quali avrebbero potuto abbandonare le loro dimore solo per poche volte. I genitori accettarono pur di rivedere vivi i propri figli. Lo Spirito delle Acque riempì allora il cavo della mano d'acqua e la scagliò con tutta la forza contro le statue di ghiaccio, così da farla penetrare nel cuore gelato dei due ragazzi. Come per incanto le statue iniziarono a gocciolare: erano le lacrime di Nerino e Bianchina che scioglievano il ghiaccio e formavano attorno ai giovani due conche lacustri. L'acqua di una ha i riflessi biancastri ed è nota come il Lago Bianco, mentre l'altra ha riflessi scintillanti di un azzurro cupo ed è chiamata il Lago Nero. Dalle acque gelide dei laghi emersero due splendide figure, l'uomo e la donna del lago che ripresero il loro dialogare dove lo avevano interrotto tanto tempo prima. Poi Nerino guardò Bianchina tuffarsi tra le acque, nuotare come ampie bracciate e sparire nella profondità. A sua volta si tuffò nel lago, diventato ormai la propria dimora. La loro storia non è finita e, quando emergono dalle acque, riprendono il loro dialogo di sogni e d'amore.
Fiordareit, principessa bellissima, viveva in un castello sul Monte Reit, dal quale aveva preso il proprio nome. Un giorno, stanca per una passeggiata, la ragazza andò a bagnarsi il viso nel torrente Braulio. Lo Spirito delle Acque, però, con mano nera cercò di impossessarsi della fanciulla e, terrorizzatala, le fece promettere che un giorno l'avrebbe sposato. Fiordareit, ritornata a casa, dimenticò tutto. Una volta cresciuta era pronta a sposare il Signore di Monte Scale, al quale il padre suo l'aveva promessa con l'accordo della stessa principessa. Una sera, tuttavia, mentre Fiordareit ritornava a casa dopo aver accompagnato il futuro sposo, su dal fondo della valle una serpe bianca salì verso di lei: altri non era che lo Spirito del Braulio venuto a trascinare seco la sua promessa sposa. Fiordareit ricordò allora tutto, avrebbe voluto fuggire ma non poté. Si aggrappò, quindi, ad una rupe che per proteggerla si aprì, rinchiudendo il corpo della fanciulla trasformato in pietra. Sul Monte Reit, dalla rupe che rinserra il corpo della principessa, si protende una coppa di pietra offerta dalla mano invisibile di Fiordareit al suo futuro sposo. Dalla coppa scivola una cascata: è il pianto di Fiordareit che non può dimenticare il suo breve, ma dolcissimo sogno d'amore.
Laura, la bella figlia di Gervas Foricc, non era andata alla fiera assieme ai genitori, tutta presa dalla propria bellezza. A lei, sotto forma di una donna sua amica, venne a far visita lo Spirito della Valfurva, che la invitò ad una gita nel bosco. Quando Laura scoprì che l'amica mangiava i funghi crudi che trovava, si spaventò e comprese la vera identità della donna. Si mise, dunque, a correre per sfuggire allo Spirito della Valverde. Quasi terrorizzata Laura si sovvenne dei konfinà, che "per permiscion de Dio" sono obbligati a rimanere nei luoghi solitari e selvaggi dei suoi monti. Sapeva che avevano condotto vita peccaminosa ed eran stati condannati a vivere per sempre dentro i baratri delle rupi ferrigne "per toi for de baita". Le parve di udire il batter massiccio e cupo delle loro mazze contro le rocce. La ragazza si ricordò anche del porco che avrebbe potuto impedirle il passo sul ponte e si rammentò di quel lunghissimo serpente che scende ogni tanto da Sclaneira con una lucente pietra nella bocca. Le parve, altresì, di vedere quel tale forestiero che, con incantesimo, saliva e scendeva meravigliosamente la Val Zebrù per cogliere nascostamente dentro secchielli l'oro che colava come gocce di miele da un anfratto sotto la Vedretta delle Miniere. Così improvvisamente tutto l'invisibile corteo di coloro che già furono e tutto il mondo dei maghet si unì allo Spirito della Valverde: un corso di sussurri, di gemiti, di apparire e sparire di ombre popolarono l'abetaia. Ancora poco e poi Laura sarebbe giunta alla Croce, alla Cappelletta, dove né lo spirito della valle né i maghet se la sentono di sostare, in quanto essendo totalmente maligni girano dietro agli altarini infiorati. Terrorizzata pregò i poveri morti perché l'aiutassero e la difendessero da tutti i maghet di Solaz, del Cristallo, del Sobretta e di Plaghera. Lo Spirito, nel frattempo, continuava a cercare e ad inseguire Laura. La fanciulla, giunta vicino a casa, attraversò il Frodolfo saltando da un macigno all'altro per evitare il ponte, dove poteva esserci sotto quel tale che sempre sta in quei luoghi ed ulula sinistramente. Arrivata finalmente a casa, ringraziò "i por mort" perché vi era giunta in tempo, prima che lo Spirito della Valverde se ne fosse accorto, e corse a nascondersi nel mucchio di fieno. Lo Spirito cercò Laura a lungo per tutta la notte invanamente e col sopraggiungere dell'alba svanì come era apparso.
Quando la donna di Livigno fece per infilare i piedi nelle grosse scarpe, per quanti sforzi facesse, non ci riusciva tanto erano divenute corte. Era buio nella cameretta ed ella pensò ad uno scherzo. Qualche spiritello maligno gliele poteva aver cambiate, forse quello che di solito le si accucciava sul petto per provocarle l'incubo o quell'altro che si divertiva a legare di notte le code delle mucche a due a due.
Nel comune di Livigno le baite hanno piccoli 'usciol' da dove entra l'aria pura ed escono i folletti che, qualche volta, s'annidano sul petto dei dormienti.
Il 10 aprile 1899 una contadina si mise a far bollire il latte in una larga padella messa sul focolare. Stava lavorando il formaggio d'alpe. Sembra che alla contadina fosse sfuggita una di quelle parole magiche della cabala, le quali hanno il potere di far accorrere i folletti (i maghet). Siccome la vecchietta non si ricordò più la parola necessaria per farli ritornare ai loro alloggiamenti metafisici, i folletti scatenati si buttarono sul paese, trasportando fiammelle dappertutto, e la contrada bruciò in un solo colpo. Al mattino dopo non c'era più niente. Il paese fu poi ricostruito.
Il campanile della chiesa di Semogo è sparito una notte del 1923. Il giorno prima c'era, il giorno successivo il sagrestano non lo rivide più. Era stato Belzebù assieme ai folletti maligni a portarlo via. Al suo posto c'era una traccia di smottamento del terreno che andava giù al Viola ed in fondo, alla fine, i semoghini ritrovarono il campanile. Questo era slittato intero ed era lì appoggiato al pendio.
Il ramo d'ulivo, simbolo di pace, veniva infisso dai cepinaschi in mezzo ai campi di lino. Il ramo d'ulivo è un pio scongiuro contro i malefizi. Gli uomini di Cataeggio e di S.Martino Valmasino lo danno da brucare alle capre, per salvarle dal fulet che, altrimenti, le spingerebbe nei burroni. Le capre vivaci sono soggette ai malefizi anche per quel che di comune hanno col diavolo, nel viso faunesco e beffardo così come nelle corna.
Dopo l'ultima ascensione di Bepin il Trombonin, sul Piz Thurwieser si scorge sempre intorno alla cima della montagna una nuvola a corona rosea e diafana con gli orli sfrangiati come l'ala di un angelo. Quando poi il tempo sta mutando, la nuvola scompare e, dicono le genti di montagna, si trasforma in un benigno folletto che accorre giù per le pareti e le creste strapiombanti, sussurrando agli incauti ed agli inesperti la via per ritornare a casa.
Un folletto, amico degli animali, intervenne per salvare le bestie ormai ridotte pelle ed ossa del crudele pastore Bortolo. Prese le sembianze di un caprone, il folletto si sdraiò davanti alla porta della stalla, impedendo al pastore di entrare. Quando Bortolo iniziò a bastonarlo, il caprone svanì e si trasformò in un vortice che incominciò a sbattere l'uomo qua e là, in una folle corsa senza fine, sull'orlo dei crepacci del Monte Cristallo e sulla Cima degli Spiriti.
I rossi maghet volteggiano nell'aria, discendendo dall'aspro Zebrù nelle notti di tempesta a strappare i ponticelli del Frodolfo.
I maghet sono spiritelli piccoli, rossi, dispettosi e crudeli che abitano sui monti e di lassù con una bacchettina muovono frane e temporali improvvisi, creano valanghe, distruggono ponti... I maghet, ogni tanto, portano via il ponte d'Uzza. Quando ogni anno dopo violenti temporali, la Valle d'Uzza manda giù "kòrna" (sassi e macerie fumanti), i paesani superstiziosi dicono: "l'é cè i maghet ka pèsan giò ko l'òr e i van in Brescionza!" (sono qui i maghet che scendono con l'oro e vanno nel bresciano). Le "santela" (cappellette) e le croci, poste lungo la mulattiera che conduce verso il monte Reit, sono là per tenere lontani i maghi, gli stregoni e gli spiriti che si vedevano prima dei sacrifici della Santa Messa.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DEI MAGHET IN VALFURVA
I maghet della Valfurva scendono dai roccioni, strappano i ponti, seminano zizzanie, guizzano nell'aria come rosse faville, girano intorno alle cappellette, passando dietro i piccoli tabernacoli in modo da sfuggire agli sguardi delle immagini sacre.
Ai cercatori di funghi può capitare di vederne i frammenti minuti sparsi tra gli aghi degli abeti e tra le felci. Sono stati i maghet che li hanno colti e mangiati crudi.
Sulle sponde dei rivi, quando il sole è alto e caldo, compaiono i maghet, offrendo nel calice di un fiore, un diamante purissimo. Chi lo coglie, cade però nei gorghi. Per liberarsi dalla tentazione bisogna invocare il proprio Angelo Custode e non imprecare o nominare il maligno, altrimenti costui appare in sette salti davanti al malcapitato.
• VARIANTE B: LA LEGGENDA DEI MAGHET IN VALFURVA
I maghet, in Valfurva, cavano nascostamente l'oro della Val d'Uzza e colgono il momento in cui il temporale impazzisce per scendere veloci e fuggire in Valcamonica con i tesori arraffati. Capita così che, nella furia, travolgano ponti e facciano crollare sentieri. Spesso i maghet si dilettano a smuovere sassi precipitandoli dall'alto sugli uomini e sugli armenti, quando non provocano valanghe.
• VARIANTE C: LA LEGGENDA DEI MAGHET IN VALFURVA
Tanti anni fa viveva in Valcamonica un orco terribile, che aveva ai suoi ordini una numerosa schiera di maghet. Tutti i giorni, questi partivano all'alba con sacco e piccone per giungere in Valfurva, dove scavavano l'oro dai fianchi dei monti della Val d'Uzza. A sera rientravano velocissimi, travolgendo lungo il percorso i ponti, facendo franare i sentieri e divertendosi a far rotolare macigni su uomini ed armenti. Il bersaglio preferito era un ponticello sul torrente Frodolfo contro il quale scatenavano le loro ire, distruggendolo con scariche di massi non appena lo avevano attraversato, ed ogni volta i poveri contadini dovevano ricostruirlo con sforzi enormi. L'orco era diventato ricchissimo, la sua caverna così come tutto il mobilio erano rivestiti d'oro e questo prezioso metallo era, inoltre, nascosto ovunque. L'orco, però, non era mai soddisfatto ed ogni giorno ordinava ai maghet di portargli altro oro. I maghet, siccome avevano paura, ubbidivano. La gente era, tuttavia, stufa di sopportare i continui soprusi e le angherie di questi folletti. Più di una volta i valfurvesi tentarono di bloccarli, ma i maghet velocissimi riuscivano sempre a sfuggire alle trappole che gli venivano tese. Un vecchio saggio, avendo compreso che gli abitanti della Valfurva erano al colmo della sopportazione, scatenò un violento temporale ed i maghet furono travolti dalle acque che loro stessi avevano deviato e dai numerosi macigni che essi avevano fatto rotolare. L'orco, indispettito per il ritardo dei propri fidi, se ne stava ritto davanti alla caverna, incurante del violento nubifragio. Così un fulmine terribile lo colpì e lo trasformò in roccia granitica. La montagna tremò per un giorno intero e davanti alla caverna caddero massi enormi, che bloccarono per sempre ogni possibilità di accesso al tesoro. Anni dopo, nel punto in cui i maghet furono travolti, crebbero numerosi ginepri che con i loro aghi ricordano alla gente la cattiveria di quei furfanti.
• VARIANTE D: LA LEGGENDA DEI MAGHET IN VALFURVA
Sulle pendici della Reit, i maghet possedevano un meraviglioso reame nascosto nella foresta. Essi erano dotati di un potere magico per cui potevano assumere tutte le forme che volevano e diventare in pochi minuti gallo di monte, o signore di bell'aspetto, o gallo zoppo e spelato, o sapiente e saggio eremita. I maghet potevano dare la facoltà agli uomini di comprendere il linguaggio degli insetti.
I konfinà sulla Reit sono condannati a scavare l'oro, che amarono troppo in vita, per una giusta legge di contrappasso. Quell'oro, però, non può più destare febbre in alcuno. Infatti, i maghet della Valfurva lo fanno scomparire, scatenando temporali e bufere con conseguenti frane che travolgono l'oro della Reit nel torrente Frodolfo, il quale a sua volta trascina lontano il prezioso metallo. I maghet, con i loro dispetti, salvano i confinati d'Uzza dalla febbre dell'oro.
A Livigno, Rocco (colui che per primo creò un collegamento invernale tra l'Alta Valtellina e Livigno) e la sua mula, per istinto e per esperienza, sapevano che le masse nevose soprastanti, sospinte da improvvisi misteriosi gesti dei geni sibilanti da cima a cima, si staccano e precipitano a valle, travolgendo tutto ciò che incontrano.
La Reit è la montagna che sovrasta l'inizio della Valfurva. Gli abitanti del luogo, quando si alzano, volgono gli occhi verso di essa, perché la Reit preannuncia la pioggia ed il bel tempo. Inoltre, essa si erge come un bastione, come una fortezza, a protezione del borgo e delle valli, anche perché il monte non è così solo con se stesso, abbandonato come sembra. Infatti, un angiolo circondato da servi e da scudieri dorme nell'interno della montagna, ma il sonno dell'angiolo non è quello della morte: una volta all'anno costui si sveglia e tutti si alzano, sellano i cavalli ed escono dalla profonda luminosa sala, nascosta nel gran cuore di pietra, e si dirigono al chiaro di luna a far carosello dal Pian dell'Alù alle balze di Molina, trasvolando dal Pian delle Calude alle baite di Oga, e abbeverano i loro destrieri sulle rive dei quattro fiumi d'argento. Intorno al borgo essi giostrano guidati dall'angiolo, come nobili d'antichi tempi, per conservare intatte le loro forze e l'angiolo, guidandoli, sorride e lacrima. Spesso i bambini di Oga, di Premadio, di Uzza sentono, essi solamente, il rullo soffocato dei tamburi e si svegliano, parendo loro d'udire il suono del corno e il tintinnio metallico delle spade, delle corazze, degli speroni, ma i piccoli non hanno paura, perché sanno che è l'angiolo della Reit: un angiolo come loro circondato da servi e scudieri, pronto a difenderli, a uscir dal cuore della montagna, a battere il nemico, il maligno, se un giorno sarà necessario. Di buon mattino poi tutto ritorna calmo: angiolo, cavalli e cavalieri spariscono entro una piega misteriosa che introduce nel cuore della Reit, proprio lassù tra il Pian delle Scandole e il Pian delle Calude, dove sorge una croce che indica per essi il passaggio misterioso. Solo restano sul Pian dell'Alù e sulla rena dei torrenti d'argento le impronte della sabba notturna... ovunque impronte di zoccoli e di erbe calpestate, e nell'aria il profumo dell'angiolo che guidava la giostra. E quando i fanciulli chiedono alle nonne ed alle mamme chi è l'Angiolo della Reit, si sentono rispondere che è il Pinin di Oga, un bimbo che visse tanto tempo fa. Un bimbo di cinque anni (Giuseppe Santelli) che, nel giorno del solstizio di giugno del 1911, si perse sulle pendici della Reit dove morì. Fu ritrovato dopo tre giorni e, in una manina, stringeva ancora alcune ciliegie. Quel giorno Giuseppe si era recato con i genitori a Bormio per festeggiare S.Gervasio, il patrono del borgo. Quando entrò in chiesa il bimbo vide che tutti i fedeli presenti compresi il prevosto, i diaconi e il sagrestano, padre e madre portavano un sacco sulle spalle. Pinin pensò che fosse una penitenza e che lui non aveva il suo sacchetto. Allora sgattaiolò dal tempio per andare in cerca del suo peso, perché non voleva essere da meno di tutti gli altri cristiani. Attraversata la piazza il fanciullo fu dubbioso se prendere a destra o a sinistra per essere nel più breve tempo alla sua casa che stava sopra il bosco. Ma il bosco era appena lì sopra, davanti a lui. Allora prese la stradicciola, raggiunse d'un fiato Santellon e attraversò come una lepre il Bosco del Mago, traversò poi il Pascolo Ross ed il Planon dei Laresc. Ore e ore trascorsero senza ch'egli se ne accorgesse. Giunto sotto la parete della Reit, Pinin pensò che la sua casa non doveva essere troppo lontana, perché tutto gli appariva a prima vista noto, ma il sentiero gli pareva diverso. Pensò ad una burla dei maghet che, sulle pendici, possedevano una meraviglioso reame nascosto nella foresta. Comunque, il bimbo non li temeva, perché sotto qualunque forma i maghet si presentassero, fidava in loro, ritenendoli pieni di bontà e pronti ad alleviare le pene. Quando di colpo i piccoli ronzii ed i semplici fruscii d'ali divennero intelligibili, pieni di espressione e di pensieri, Pinin pensò che forse era stato un maghet, il quale gli aveva dato la facoltà di comprendere il linguaggio di quelli esserini. Continuò il cammino senza lagnarsi, ma improvvisamente il sole scomparve del tutto e fu buio. Allora il bimbo cadde per la prima volta tramortito dalla stanchezza. A stento, radendo la terra, coperto di sangue, raggiunse il Pian delle Calude. Qui Pinin si cacciò sotto la sporgenza di una roccia in un piccolo buco dove pensava di mettere al riparo la sua estrema debolezza. Nell'agonia egli sognò un gran re che lo prendeva per mano e, sotto la scorta dei suoi ufficiali, lo accompagnava per il sentiero e gli sorrideva. Sognò che gli asciugava il sangue e lo nettava dalla polvere con la falda della sua cintura d'oro. Sognò che gli diceva di non temere che avrebbe ritrovato la sua mamma. Sognò che soffriva per le ferite, ma gli parve anche di riacquistare lentamente la forza dei movimenti e il suo piccolo cuore si gonfiava sempre di più e batteva forte. Poi vide il suo Angelo Custode prenderlo per mano, baciargli la testolina, togliendoli i bruscoli e gli aghi dei pini dai capelli. Poi improvvisamente il suo cuoricino scoppiò e, nello stesso istante, anche la Reit si scosse e con gran boato, s'aprì nelle sua profondità mostrando nel proprio cuore di pietra una grande sala tutta azzurra come il cielo. Nel centro del cuore della Reit stava un trono e su di esso il sole tutto d'oro che brillava. Pinin fatto Angiolo gli corse incontro gridando: Mamma, mamma...
Gli spiriti del male tentarono l'eremita del Lago d'Oro, il quale possedeva un anello-talismano contro lo Spirito del Male. Urtando contro l'anello portafortuna, lo gnomo, ossia lo Spirito del Male, rimase pietrificato. Sulla Cima degli Spiriti, sotto la vetta tra i ghiacciai, spicca lo sperone di un roccione: è lo gnomo inchiodato per l'eternità alla montagna.
È impossibile percorrere il sentiero aereo per Pedenosso intagliato a metà parete sopra Isolaccia nella roccia del Sass de Scegn nelle sere di luna, quando l'astro è tondo nel cielo e si è ai giorni del solstizio d'estate o d'inverno. La parete è, difatti, piena di spaventi orribili, poiché è appunto in quelle notti che alcuni spiriti di zingari malvagi folleggiano, svolazzano e s'azzuffano come pipistrelli infuriati lungo quel dirupo a perpendicolo.
A Premadio un essere meraviglioso detto "manet" appariva sul ponte dei Bagni Vecchi in abito con strascico lunghissimo, per poi trasformarsi in un gomitolo.
Una bella giovane ignara raccolse il gomitolo-folet per fare con esso l'abito da sposa. Il giorno delle nozze, mentre stava entrando in chiesa, l'abito cominciò a scucirsi e, disfattosi, scivolò ai piedi della spaventatissima giovane. Ancora in Cepina c'è chi ricorda di aver avidamente ascoltato nei falò invernali la storia di quel "gran malefizi" (maleficio) a danno della povera giovane, che non fu più condotta all'altare, perché considerata la sposa d'uno "striament" (stregone).
L'orco, sotto forma di una donna di alta statura, appariva di notte nelle campagne a fianco dei viandanti e improvvisamente si trasformava in un branco di maiali o in un groviglio di vermi. Un giorno prese la forma di un gomitolo di filo lucente che venne raccolto da una fanciulla. Costei lo usò per cucirsi l'abito da sposa, ma appena la ragazza fu sull'altare il vestito si disfece e cadde a terra. Tutti fuggirono spaventati e la fanciulla non riuscì più a sposarsi.
La Femenona, donna di smisurata statura, appariva all'improvviso nelle campagne di Cepina a fianco di viandanti notturni e subito si trasformava in una mandria di neri maialetti o in un brulichio di grossi vermi oppure in uno stranissimo uccello immoto sulla vetta di un pino. Una volta un cacciatore coraggioso tentò di colpirlo, ma vide l'albero infiammarsi e successivamente bruciare in un attimo. La Femenona era chiamata "l'Orco", tuttavia apparteneva alla famiglia dei folet, in quanto si trasformava come questi in un gomitolo di lucido filo.
A Cepina si narra la storia di strani episodi burleschi capitati ad alcuni contadini e di un brutto sortilegio tramato ai danni di una giovane. Una mattina d'inverno gli uomini non trovarono più i propri animali nelle stalle, ma al loro posto le bestie di proprietà di altri cepinaschi. Si scoprì così che, durante la notte, qualcuno si era divertito a spostare le povere bestie da una stalla all'altra. Alcuni giorni dopo, le vittime prescelte furono le donne che per poco non si accapigliarono. In poco tempo nel paese accaddero liti furibonde e fatti sempre più strani. Nonostante vari turni di guardia, tali avvenimenti bizzarri continuarono e non si riusciva a rintracciare i responsabili. Solo Rino, il più anziano del paese, ricordò così per caso di aver sentito parlare da piccolo di un orco, che viveva ai margini del bosco. Era un orco dai poteri straordinari, capace di assumere sembianze impensabili. In breve in paese tutti ne parlavano, ma dell'orco nessuna traccia. Infatti, questo ora si trasformava in un nero corvo, ora in un merlo, poi in men che non si dica in gatto, topo e così via, a seconda dell'occasione e della necessità. Dopo aver combinato un sacco di guai, se la rideva in barba a tutti.
Una sera l'orco, durante uno dei suoi giri d'ispezione in incognito, naturalmente tra la gente di Cepina in cerca dell'ennesima vittima, adocchiò Marianna, una ragazza carina ma molto vanitosa e con un caratterino tutt'altro che piacevole. Molti ragazzi l'avevano chiesta in moglie, ma lei li aveva rifiutati sdegnosa. Anche l'orco decise di corteggiarla e di chiederla in sposa. La solitudine, infatti, cominciava a pesargli. L'orco assunse, quindi, le sembianze di un giovane contadino, ma la ragazza lo rifiutò. Egli decise, perciò, di vendicarsi ed incominciò a seguire la ragazza in tutti i suoi spostamenti. Venne così a conoscenza del fatto che Marianna si sarebbe presto sposata con uno sconosciuto. Mentre Marianna e le sue amiche stavano cucendo l'abito da sposa, il filo finì. All'improvviso trovarono in un angolo della cucina un grosso gomitolo dello stesso colore del precedente, ma più lucido e splendente. L'abito divenne bellissimo. Quando, però, la sposa giunse al fianco del suo innamorato in chiesa, le cuciture del vestito cominciarono a sfilarsi, mentre i fiori, i pizzi ed i ricami cadevano a terra come strappati da una mano invisibile. Ci fu un fuggi fuggi generale e Marianna rimase sola ed in sottoveste, abbandonata da tutti, anche dal promesso sposo. Da una nicchia risuonò una risata fragorosa e cattiva: altri non era che l'orco, il quale soddisfatto per la propria vendetta pensava di avere la ragazza solo per sé. Marianna, tuttavia, non cedette e riuscì a non preoccuparsi sia delle voci che giravano sul proprio conto e che la volevano in preda a delle strane forze malvagie, sia del brutto tiro dell'orco. Così la ragazza non se la cavò poi tanto male, mentre l'orco, visto che non era riuscito ad ottenere ciò che desiderava, si ritirò per sempre nella sua casa ai limiti del bosco e non si fece più vedere in giro.
Intorno al monte Dosdè, monte roccioso tra la Valdidentro e la Val Grosina, viveva una stirpe di uomini giganti, quando uno degli dei, stanco di vivere in cielo, scelse come dimora il Monte Dosdè. Da allora i fianchi della montagna divennero ripidissimi ed i giganti si incollerirono col Monte Dosdè, anche perché questo in precedenza aveva fatto loro vari favori. Tra l'altro, il Monte aveva ceduto ai giganti dei dosserelli, che costoro avevano trasformato in caldaie per cuocervi belve intere. I giganti presero, pertanto, a vendicarsi. Intanto il dio del Monte Dosdè chiese al Monte cosa desiderasse e, come richiesto, gli donò una bella fanciulla di nome Viola, le cui membra erano formate dalle nevi eterne. I giganti, che cercarono di avere Viola, furono trasformati in cembri colossali e Viola diventò un torrente.
• VARIANTE A: LA LEGGENDA DI DOSDÈ E VIOLA
Il giovane dio Dosdè abitava con i suoi fratelli sulla cima del monte situato nell'alta Val Grosina che da lui prese il nome. Erano questi giganti gli ultimi eredi di una stirpe di dei dotati di poteri straordinari, che da tempo immemorabile abitavano quelle cime inviolate dai comuni mortali. La loro dimora era una cava. La vita dei giovani trascorreva serena tra quelle montagne. Dotati di una forza straordinaria, trasportavano tronchi come fossero fuscelli e scavalcavano cime, passi e dossi con una velocità incredibile. Incuranti delle bufere, della neve e del vento e sprezzanti del pericolo, traevano da essi la forza per sconfiggere altre stirpi di giganti che ogni tanto si avvicinavano minacciosi per occupare il monte. Una mattina, mentre Dosdè si trovava sulle rive del Lago Negro, vide riflessa nello specchio dell'acqua un'immagine di sogno che andava e veniva, veloce ed inafferrabile come le nuvole. Era l'immagine di una ragazza dai capelli biondi e dagli occhi scintillanti. In un baleno la ragazza scomparve ed il dio continuò per giorni e notti a pensare alla fanciulla, divenne triste e la sua vita cambiò. Raccontò ai fratelli l'accaduto e chiese il loro aiuto per ritrovare la ragazza. Assieme girarono a lungo sulle cime dei monti, attraversarono laghi e torrenti, chiesero aiuto al vento, alle acque che erano state testimoni dell'incontro, perché lo dicessero ai fiumi, ai mari ed agli oceani. Quando Dosdè aveva perso ogni speranza, scoprì che la ragazza era figlia della regina che regnava su una delle cime più alte, situata a poca distanza dal loro monte. Dosdè si recò allora sul monte, portando con sé ricchi doni per la regina, affinché gli concedesse la mano della figlia. La richiesta fu respinta e la risposta terribile: "Mia figlia appartiene al monte, le sue bianche membra innevate si stendono ora ai vostri piedi ed i riflessi che tu vedi altro non sono che lo splendore dei suoi occhi, dei quali tu ti sei innamorato. Desisti da ogni tuo proposito, se non vuoi che ella perisca e tu e i tuoi fratelli insieme a lei". Incurante del monito e accecato d'amore per la ragazza, appena la regina si fu allontanata, Dosdè tentò di rapire Viola. Quel gesto, però, segnò la fine: il corpo della fanciulla si dileguò in mille rivoletti gorgoglianti, in cascatelle dai riflessi color viola, fino a riunirsi a formare il torrente che da lei prese il nome. In quello stesso istante i giganti vennero trasformati in grossi cembri, mentre il giovane Dosdè fu trasformato nella roccia granitica e grigiastra della cima del monte.
Si narra che attorno ai laghetti posti al Passo Viola, da dove nasce il torrente omonimo, vivessero degli uomini selvatici. La loro altezza, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non superava quella di un giovanetto a quindici anni, ma la loro forza vigorosissima uguagliava la loro agilità. Le loro donne avevano capigliature fluenti di un biondo platinato e gli occhi delicati e stellati simili alle genzianelle di primavera. Spaventate fuggivano dentro gli antri del Dosdè, della Val Cantone, del Zembrasca ed il loro pianto diede origine al Viola. A causa del freddo intenso e duraturo di quassù, gli uomini erano ricoperti di pelo fitto e lungo, le donne si ungevano il corpo con grasso di marmotte, non disdegnando le pellicce di volpe, di tasso e di martora. Si racconta pure che davano latte di camozza e carni crude ai loro piccoli per fortificarli a vincere le vertigini su dirupi e precipizi. D'estate gli uomini facevano piccole formaggelle, coglievano uova di pernici, mirtilli rossi e neri, tuberi, radici, pigne di cembro e nocciole, essiccavano carni di cervo. Tutte queste provviste mettevano in serbo nelle caverne asciutte di queste pietraie. Il loro linguaggio era sibillino e pieno di oscuri monosillabi accompagnati da segni indecifrabili. Erano noti come il popolo della notte e ancor'oggi non si hanno prove della loro sparizione. Gli anziani di questi luoghi asseriscono anche che i macigni disseminati a corona intorno ai laghetti a far da sbarramento sia stata opera loro, suggerita dal gigante Dosdè.