di Giulio Mainardi
Nelle reti sociali, ultimamente, si legge spesso che la parola anglicismo sarebbe essa stessa (autologicamente) un anglicismo, diversamente dal sinonimo anglismo. Questo concetto è espresso perlopiù da persone favorevoli all’itanglese, che lo rivolgono come critica derisoria a chi usa la parola anglicismo e ha invece, nei confronti dell’itanglese, posizioni critiche. S’intende che questo critico dell’itanglese è un ignorante, che senz’accorgersene sostiene una posizione autocontraddittoria: è contrario agli anglicismi ma è il primo a usarne, proprio mentre se ne lamenta. Potrebbe perlomeno rendere non contraddittoria la sua posizione, e apparire più cosciente e più colto, se parlasse di anglismi.
Questa critica può sembrare surreale; eppure ricorre, per cui molte persone evidentemente la ritengono sensata. Possiamo vederla come un’occasione per inquadrare un equivoco frequente e cercare di risolverlo.
Secondo gli studiosi e i vocabolari odierni, di cui non abbiamo motivo di dubitare, il termine anglicismo compare in italiano circa a metà del Settecento, sul modello dell’inglese Anglicism, forse con la mediazione del francese (anglicisme). Più o meno nello stesso periodo compare il sinonimo inglesismo; per centocinquant’anni anglicismo e inglesismo sono usati con diffusione più o meno paragonabile, fino ai primi decenni del Novecento, quando anglicismo inizia a diventare la forma più popolare; inglesismo, anche se minoritario, rimane comunque nell’uso. Molto più recente degli altri due è anglismo, la cui diffusione prende il via sostanzialmente agl’inizi del Novecento.
Come si vede facilmente, l’inglese Anglicism si compone d’elementi grecolatini: Anglic- dal latino Anglicus, da cui l’italiano anglico; e -ism, attraverso il francese (-isme) e il latino (-ismus), dal greco -ισμός -ismós; da cui, parimenti, l’italiano -ismo. Il termine anglicismo, rifatto similmente, è del tutto congeniale alle strutture italiane, unendo un aggettivo etnico latineggiante (anglico) a -ismo.
L’idea che i critici dell’itanglese dovrebbero rifiutare anglicismo in quanto modellato sull’inglese Anglicism rivela un fraintendimento grossolano della critica all’anglicizzazione. Chi oggi cerca di sensibilizzare sulle questioni di lingua, invitando ad amare e preferire le forme italiane, a essere coscienti degl’idiomi, a curare l’ecologia linguistica, non si oppone agli anglicismi in quanto «inglesi»: vi si oppone in quanto «fuori luogo in italiano». Questo è il fulcro del discorso, il fatto centrale, direi persino banale, che però a tanti sostenitori dell’anglicizzazione sfugge. Laddove l’anglicismo (utile) è del tutto integrato nelle strutture italiane, il fatto che esso sia inglese all’origine non disturba: il problema degli anglicismi crudi non è l’origine straniera, ma la loro difformità rispetto al contesto linguistico ricevente. Sarebbe non solo senofobico ma apertamente assurdo rifiutare scalpo, malto, sceriffo, vitamina, dollaro, giungla, grattacielo, mogano, anglicismo e mille altri termini italiani perché la loro origine è (almeno in parte) inglese. E infatti oggi nessun critico dell’itanglese li rifiuta in alcun modo: anzi, sono portati come esempi positivi d’integrazione.
Difatti, tutte le lingue sono costituite in gran parte di pezzi di altre lingue, così l’italiano e anche l’inglese; ma in una lingua sana questi pezzi stranieri sono trasformati, ricondotti all’identità generale della lingua d’arrivo, diventandone parte integrante e non corpi estranei che la snaturano.
Così, per esempio, in tempi recenti anche critici convinti dell’anglicizzazione come Castellani e Migliorini hanno sostenuto pienamente, in molti casi, la possibilità dell’adattamento e del calco come strategie traduttive nei confronti degli anglicismi: cioè non il rifiuto, ma piuttosto l’accoglimento dell’anglicismo (utile) nel seno dell’italiano.
Anglicismo è quindi un vocabolo del tutto lecito: una parola fatta d’elementi grecolatini, del tutto conforme ai meccanismi formativi e semantici dell’italiano, che si può usare in piena coerenza anche se si è critici dell’anglicizzazione.
Circa la preferibilità di una delle tre forme, anglicismo, inglesismo e anglismo, tutt’e tre sono valide e accettabili, e la scelta di quale preferire può dipendere da considerazioni varie e anche dal gusto personale. Oggi anglismo va di moda, ma, come osservato in Cruscate, Castellani usava sempre anglicismo, mai anglismo: per cui, se cerchiamo un’indicazione da un linguista autorevole, abbiamo già trovato un modello chiaro in uno dei migliori.