Maurice Ravel nacque nel 1875 a Ciboure, una cittadina Basca affacciata sull’Oceano Atlantico, vicino al confine con la Spagna. La madre, basca e cattolica, ebbe umili origini ma crebbe a Madrid, mentre il padre fu un ingegnere di successo e uomo di una certa cultura. La famiglia si trasferì a Parigi dopo pochi mesi dalla nascita del primogenito. In ogni caso il giovane Maurice crebbe in una famiglia di una certa cultura e amante della musica. Si pensa che sia stato il padre ad impartire a Ravel le prime lezioni musicali, che poi dall’età di sette anni continuò con insegnanti privati, studiando pianoforte e poi armonia e contrappunto. Nel 1888 conobbe il giovane pianista Ricardo Viñes, che divenne, oltre ad un caro amico per tutta la vita, anche fedele interprete delle sue composizioni. Oltre all’influenza culturale dovuta alle origini iberiche della madre, fu proprio grazie a Viñes che il giovane ebbe modo di approfondire la musica spagnola, che sarà un ingrediente fondamentale in molti dei suoi lavori futuri.
Altro importante avvenimento nella giovane vita di Ravel risultò essere l’Esposizione Universale di Parigi del 1889 nella quale ebbe modo di ammirare, come altri musicisti suoi contemporanei, la musica russa diretta da Nikolai Rimskij-Korsakov e le sonorità del gamelan giavanese. Sempre nel 1889 il giovane venne ammesso alla classe preparatoria di pianoforte al Conservatorio di Parigi. Due anni più tardi vinse il concorso pianistico del conservatorio. Studiò anche composizione, cambiando numerosi insegnanti e trovando alcune difficoltà a conciliare il suo strano carattere con le esigenze dell’accademia. L’unica personalità che riuscì a capire le potenzialità del giovane e a prendere le sue difese all’interno dell’ambiente tradizionalista del conservatorio fu Gabriel Fauré, insegnante di composizione, che Ravel ricorderà in seguito con riconoscenza. Nonostante la benevolenza de Fauré, nel 1895 il giovane venne espulso dall’istituto per mancanza di significativi progressi.
Divenne chiaro nell’animo di Ravel che le condizioni per una carriera da pianista gli fosse ormai preclusa, tuttavia decise di volersi dedicare alla composizione. Di questo periodo scrisse “Menuet antique e Habanera” per pianoforte. Nello stesso periodo ebbe modo di incontrare per la prima volta Erik Satie, la cui concezione della musica si rivelò per il giovane una vera ispirazione, soprattutto per quanto riguardava l’uso musicale della forma.
Riammesso al conservatorio nel 1897, continuò a studiare composizione con Fauré e privatamente contrappunto con André Gedalge, ma l’antipatia dell’allora direttore Théodore Dubois verso l’irriverente giovane e gli scarsi risultati accademici gli costarono presto una seconda espulsione. Nel 1899 scrisse per la Principessa de Polignac la “Pavane pour une infante défunte” per pianoforte, la sua prima composizione a divenire celebre. Già dagli esordi come compositore si rivelarono i caratteri più marcatamente distintivi di Ravel. Da una parte una certa lentezza nella composizione, accompagnata da un perfezionismo autocritico e severo, dall’altra l’abitudine di scrivere le proprie opere per il pianoforte per poi farne solo successivamente una seconda versione orchestrale.
Nel 1900 Ravel, con l’amico Viñes ed una schiera di giovani intellettuali fondarono un gruppo soprannominati Les Apaches, antiaccademici ed emarginati ai quali si unirono per un certo periodo anche Manuel de Falla ed Igor Stravinskij. Il gruppo amava in particolare la figura di Claude Debussy che mantenne per un certo periodo anche una certa amicizia con Ravel e del quale quest’ultimo ebbe sempre una certa stima nonostante i diverbi che nacquero più tardi tra i due. L’anno successivo scrisse “Jeux d’eau” per pianoforte.
Nonostante l’espulsione dal conservatorio, tentò comunque di vincere l’ambito Prix de Rome, premio dedicato ai giovani compositori con il quale tutti i grandi musicisti francesi si erano fino a quel momento confrontati. Ravel fece ben cinque tentativi, venendo quasi sempre scartato al primo turno, sia per diffidenza nei suoi confronti da parte della commissione, sia, come nell’ultimo caso per un vero e proprio scandalo che portò alla luce i favoritismi di un sistema accademico estremamente chiuso e che era necessario riformare.
Gli anni immediatamente precedenti alla guerra furono importanti per la produzione del compositore. Nacquero per pianoforte, e successivamente orchestrati, “Rapsodie espagnole” e “Valses nobles et sentimentales” (1911-1912). In risposta alla fin troppo conservativa Société Nationale de Musique guidata all’epoca da Vincent d’Indy, Ravel e altri allievi di Fauré fondarono nel 1910 la Société Musicale Indépendente per la promozione di musica contemporanea di autori come Fauré, Florent Schmitt, Debussy e lo stesso Ravel. Sempre attorno agli anni ’10 completò “L'Heure espagnole”, la sua prima opera teatrale che debuttò dopo varie vicissitudini nel 1911 con un modesto successo, ma che divenne popolare solo nel dopoguerra. Invece fu nel campo del balletto che in questo periodo Ravel ottenne i maggiori successi. Nel 1912 presentò “Ma mère l'Oye” che ebbe un’eccellente accoglienza, poi “Adélaïde ou le langage des fleurs” ed infine il più noto “Daphnis et Chloé”, commissione del celebre impresario dei balletti russi Sergeij Diaghilev con coreografia di Michel Fokine.
Prima dello scoppio della guerra si dedicò, insieme a Stravinskij, al completamento ed alla messa in scena dell’opera “Khovanshchina” di Modest Mussorgskij, nel 1913 fu la volta dei “Trois poèmes de Mallarmé”, anno in cui lo stesso Stravinskij presentò il balletto “Le Sacre du Printemps” che Ravel, tra i primi a capirne l’importanza storica, giudicò come una delle opere più significative del suo tempo accanto alla debussyana “Pelléas et Mélisande”.
Durante la guerra tentò di arruolarsi, prima in aeronautica, ma per motivi di età e di salute poté essere ammesso solo nell’artiglieria. La notorietà e posizione sociale gli avrebbe permesso l’esenzione da ogni impegno diretto al fronte, tuttavia la sua dedizione per la nazione divenne esemplare, visto che Ravel durante la guerra mise più volte a rischio la vita per la patria. Durante il conflitto scrisse “Le tombeau de Couperin”, dedicata ai molti amici morti in battaglia. Verso la fine della guerra, la scomparsa della madre gli procurò anche una forma di depressione, ma più in generale nell’immediato dopoguerra fu evidente in Ravel un deterioramento fisico e mentale che non riuscì più a recuperare del tutto, proprio nel momento di massima popolarità nazionale ed internazionale del musicista. Alla morte di Debussy nel 1918 infatti Ravel veniva considerato il maggior compositore francese vivente.
La sua figura di antiaccademico e la vicinanza con Erik Satie furono cari al nascente gruppo Les Six che Ravel vedeva con benevolenza. Negli anni ’20 la sua produzione compositiva diminuì sensibilmente, tuttavia completò “La Valse”, uno dei capolavori del compositore francese che, contrariamente a quanto avvenne per la maggior parte delle opere precedenti, venne scritto prima di tutto per orchestra, dovendo diventare in origine un balletto su commissione di Diaghilev. L’impresario però, giudicando la partitura inadatta a realizzarne una coreografia, spinse Ravel a presentare l’opera come una composizione da concerto, per poi ricavarne più tardi anche una versione pianistica. Le varie tendenze musicali del dopoguerra non lasciarono però indifferente l’ormai celebre compositore francese che si fece sedurre in particolare dalla forza dirompente del jazz, e in qualche modo anche dal fascino dell’atonalità come in “Le Chansons madécasses”, che lo stesso Ravel dichiarò di aver creato su esempio del “Pierrot Lunaire” di Arnold Schönberg.
Gli anni ’20 furono comunque costellati di capolavori. Accanto alla ormai celebre orchestrazione di Quadri di un’Esposizione di Modest Mussorgskij, Ravel diede alla luce nel 1922 l’opera “L'Enfant et les sortilèges”, e nel 1924 la sonata per violino “Tzigane”.
Trasferitosi fuori Parigi nel 1921, trovò a Le Belvédère la dimora per il resto della sua vita, luogo tranquillo in cui potersi dedicare alla composizione e al giardinaggio. Negli anni ’20, all’apice della fama internazionale, poté intraprendere tournée assai remunerative sia in Europa che in America. Il compositore, nel suo unico viaggio nel nuovo mondo, venne particolarmente sedotto dagli Stati Uniti, sia per l’incredibile modernità architettonica e tecnologica che già nel dopoguerra distinguevano il paese, sia per la vivacità della vita culturale cittadina. Ravel visitò le incredibili meraviglie naturali del nuovo mondo, ma fu incuriosito soprattutto dal jazz e dalle forme popolari che dominavano i locali cittadini, che scoprì e frequentò in compagnia di personalità come George Gershwin.
Di nuovo in Francia, nel 1928 completò per Ida Rubinstein il “Boléro”, balletto che presto divenne un celeberrimo brano da concerto. Gli ultimi capolavori del compositore furono probabilmente i due concerti per pianoforte ed orchestra che presero forma al principio degli anni ’30. Il primo ad essere completato fu il “Concerto in Re ” per la sola mano sinistra commissionato dal pianista Paul Wittgenstein che rimase mutilato della mano destra durante la guerra. Il “Concerto in Sol ” fu invece completato nel 1932 e riscosse un ottimo successo soprattutto per quanto riguardava la parte solistica.
Già nel ’33 la salute del compositore andò peggiorando. Una malattia degenerativa al cervello non ancora diagnosticata con chiarezza, gli rese presto impossibile la prosecuzione delle normali attività lavorative. L’ultimo impegno compositivo, la realizzazione della musica per il film “Don Chisciotte”, Ravel non riuscì a portarla a termine in tempo, concludendo solo tre brani per baritono e orchestra, che poi vennero pubblicate con il titolo “Don Quichotte à Dulcinée”. Da questo momento non scrisse più nulla. Il musicista mantenne comunque un’accettabile salute fisica fino al 1937 quando cominciò ad avvertire dolori e fu costretto ad un intervento chirurgico. Nonostante l’apparente buon esito dell’operazione dopo poco andò in coma e morì a soli 62 anni.
Maurice Ravel: Scritti e interviste a cura di Arbie Orenstein - Ed. EDT, Torino, 1995