discorso riciclo Deruta

mio discorso alla cittadinanza di Deruta nell'aprile 2010

Ringrazio il mio caro amico V. P. e gli organizzatori per avermi invitato in rappresentanza di una gloriosa manifestazione canoistica nota a livello internazionale, che ormai da qualche anno, con un livello dell’acqua che scende inesorabilmente per scellerate captazioni, vede al cimento non solo canoisti, ma anche ciclisti e camminatori.

Ci si attenderebbe da me una innocua glorificazione di una manifestazione sportiva quarantennale che per non aver mai cercato appoggi politici, e per nostra fortuna per non averne mai subito le lusinghe, percorre questa valle nel disinteresse quasi totale delle popolazioni riparie che incontra. Ormai dopo tanti anni posso dire: chissenefrega!

Invece, dopo poche parole di rito, non intendo sprecare molto tempo a parlare della Discesa Internazionale del Tevere in canoa da Città di Castello a Roma, ogni anno da 30 anni dal 25 aprile al 1 maggio, con partecipanti italiani e stranieri, pernottamenti in palestre e cene gentilmente e lucullianamente preparate da associazioni locali preferibilmente, su nostra esplicita richiesta, con cibi regionali e non di supermercato.

Voglio invece affrontare al cuore l’argomento di questa tavola rotonda: il riuso e il riciclo.

Paradossale che un cittadino come me, che ha vissuto quasi tutta la sua vita in una metropoli di 3 milioni di abitanti, con discariche grandi come montagne rovesciate, venga a parlare di riciclo in un borgo come D., circondato da campagna; borgo famoso per le ceramiche certamente, ma che fino a qualche decennio fa campava di agricoltura, o sbaglio? Quindi un borgo, come migliaia in Italia, di originaria cultura contadina.

In una società contadina sarebbe mai potuto arrivare un cittadino a tenere una lezione sul riciclo? Sarebbe stato ridicolo! Perché nella cultura contadina il riciclo e il riuso delle cose - in senso lato: oggetti, cibo, animali - è connaturato alla vita di campagna. Il contadino SA quanto lavoro c’è dietro un sacco di patate del suo orto, SA quanto lavoro c’è nella falce che ha barattato dal fabbro, SA quanto lavoro c’è negli scarti di legna di potatura degli alberi che ha tagliato con sudore. Il contadino riusa, ricicla tutto, fino all’esaurimento. E’ il prototipo del corretto utilizzatore: costruisce da sé (o baratta) ciò che gli serve e nulla più e lo porta a morte naturale riciclandone gli scarti. Per fare un esempio noto a tutti, come del maiale non si spreca nulla, tutto è “maiale” per il contadino, tutto ha un valore; il riuso e il riciclo sono per lui concetti così naturali che non ha bisogno neanche di esprimerli, di inventarci una parola apposta.

Il contadino è il prototipo deIl’economia: il contadino originale fa, applica l’economia, parola che deriva dal greco oikonomia, che significa “buona amministrazione della casa”.

Oggi questa parola, a parte per la scienza economica, la usiamo per l’espressione “fare economia”, cioè spendere poco, arrangiarsi, in uno scivolamento verso la miseria, la grettezza, la povertà. Un concetto nobile scaduto insieme alla figura negletta del contadino, insultato come villano, bifolco, buzzurro dai cittadini. I cittadini ... LORO sì che invece sanno come si vive bene, come si produce, si consuma, si cambia il vecchio per il nuovo, si getta il superfluo per seguire nuove mode, nuove tendenze, si contribuisce all’ECONOMIA del paese!

E il contadino cosa ha fatto? Più ignorante, più in balia della natura e degli eventi, si è “CIVILIZZATO”. Ha cominciato ad apprezzare le mollezze degli acquisti, la comodità dei motori, dell’acqua corrente, dell’elettricità, del riscaldamento automatico, ha dimenticato le buone pratiche, per costruire anch’egli montagne di immondizia. Non si accorgeva che stava diventando schiavo del sistema che lo stava spremendo. Mentre in città si sta riscoprendo il gusto per i cibi originali, si formano gruppi di acquisto che invitano contadini svegli a portarci i loro prodotti non devastati dalla chimica, in campagna che si fa? La fila al supermercato, per comprare prodotti industriali che assomigliano solo in foto a quelli che pochi anni fa crescevano nell’orto e oggi arrivano, stuprati dall’industria, attraverso mari e terre straniere. UNA FOLLIA!

Sì, forse io vivo, da cittadino, nel mito della civiltà bucolica; forse, dopo aver fatto esperienza del degrado della nostra civiltà contadina … Infatti da qualche anno vivo anche io in un piccolo paese, un paese di 5000 abitanti in Toscana, circondato dalla campagna. Anch’esso un borgo che viveva di campagna fino a pochi decenni fa. Ci penso con tristezza quando vedo massaie grassone fare la spesa in discount e supermercati, uscire con pacchi di scarti di lavorazione industriale chiamato latte a lunga conservazione, con bottiglie di surrogati industriali di olio vegetale e sedicenti “bevande” con le bollicine, con accozzaglie di residui alimentari chiamati merendine e biscotti. Tutti colorati e ammiccanti, per piacere a figli e mariti ancora più grassoni di lei, gente che ha perso ormai la capacità di gustare il cibo genuino, la buona tavola, la vita sana, alla ricerca di un risparmio esasperato per pagare l’abbonamento a Sky, la rata del televisore, il canone del cellulare di ultima generazione, il mutuo del SUV … Si è civilizzato così quell’ex contadino? NO! Ha anzi perso la dignità, ha la schiena diventata diritta per far posto alla panza che avanza!

Sì, forse io vivo, da cittadino, dei racconti dei miei defunti nonni, contadini laziali, che prima di trasferirsi a Roma vivevano con l’acqua del pozzo e senza elettricità, con la stufa e la cucina a legna. E li immagino felici quando, mi raccontavano, la domenica, dopo la messa, mia nonna metteva in una tovaglia un pezzo di pane, del formaggio, delle salsicce, una fiaschetta di vino, appiccavano il fagotto ad un bastone che mio nonno portava sulla spalla e partivano a piedi allegri per andare a trovare i parenti nel paese vicino, 2 ore ad andare e 2 ore a tornare. Mio nonno apparteneva alla civiltà contadina dentro l’animo, e quando si trasferirono a Roma, per vivere in uno squallido appartamento di periferia che a loro sembrava una reggia, non riusciva a buttare le carte e le buste che i negozianti gli davano in abbondanza per avvolgere e portare la spesa; non riusciva a buttare i barattoli, le scatole, i vassoi; e, sono sicuro, anche se non me lo ha detto, gli veniva un groppo alla gola quando doveva sprecare 10 litri di acqua potabile dello sciacquone per portare via le tracce di mezzo litro di pipì; ho capito dopo perché spesso usciva di casa per pochi minuti: sono sicuro che andava a pisciare nel prato vicino casa. Mio nonno, un omino magro e corto ma con dei bicipiti come delle cosce e una mano che avrebbe abbattuto un vitello. Un esempio di contadino italico, con la schiena curva nel corpo, ma con la schiena diritta nell’animo.

Chi ha organizzato questo convegno viene dal capoluogo; mi sarebbe piaciuto che gli si fosse risposto: “ma quale riciclo! qua a D. il cartone si usa per il fuoco! le bottiglie di plastica, altre che rifiuto! anzi le cerchiamo per tenerci l’acqua! i metalli li portiamo al fabbro per fonderli! e quali contenitori di plastica? ma pensi che le galline cachino le uova nei contenitori? o le mucche piscino nei tetrapak?”.

Mia nonna, come sono sicuro le vostre, teneva le uova nel piatto e il latte (fresco!) nella brocca, tutto sul davanzale esposto a nord. A casa di mia nonna, come sono sicuro nelle case delle vostre nonne, il secchio della spazzatura non c’era perché non c’era spazzatura! Ci vuole tanto a riprendere le nostre sane e sagge abitudini contadine e mandare al diavolo rifiuti, discariche e tasse!!!???

Spero che non vi abbia offeso il mio tono un po’ arrabbiato, il mio linguaggio un po’ pesante, il mio discorso poco politically correct, come si dice, poco diplomatico. Vi ringrazio comunque per l’attenzione.