Cristiana Munzi

L'ostrica e il pescetto, di Cristiana Munzi 2013

C'era una volta un'ostrica sul fondo del mare. Posava leggera e tutta chiusa, muta e senza pensieri. Tutto era silenzioso e blu, fuori e dentro di lei. Neanche qualche bolla turbava le acque profonde che la circondavano. Non si poteva dire se fosse viva o morta. Soltanto qualche pesce smuoveva di tanto in tanto con un guizzo la distesa bianca della sabbia e la faceva dondolare appena sul guscio rotondo. Altrimenti l'ostrica giaceva semplicemente sul fondale immobile e bianca. Trascorrevano i giorni tutti ugualmente blu e le notti tutte ugualmente nere senza che nessuno notasse la presenza immobile e silenziosa dell'ostrica.

Ma qualcosa accadde un giorno che pure era blu, immobile e silenzioso come tutti gli altri. Il mare si mosse tempestoso e la sabbia si sollevò. Apparve un pesciolino e non si capiva come potesse smuovere così le acque profonde del mare, quando ecco che dietro di lui l'ostrica intravide le grandi fauci di un pesce enorme. Il pesciolino scappava veloce più che poteva, guizzò veloce vicino all'ostrica e senza volere la percosse fortemente con la coda. L'ostrica, improvvisamente scossa, si aprì di colpo senza neanche accorgersene. Il pesce, visto quell'antro pensò di potercisi nascondere. Ma l'ostrica appena il pesce vi si infilò si richiuse di scatto e imprigionò il pesce. Il pesce, felice di essere sfuggito all'altro pesce che lo voleva divorare sul momento non si accorse di essere stato rinchiuso, ma presto dovette appurare che non poteva più muoversi. Allora si dibatté con tutte le sue forze scuotendo l'ostrica che rotolò su se stessa, sobbalzò sul fondo sabbioso, rotolò di nuovo poi vibrò e sembrava non fermarsi più. Tutti i pesci di passaggio la notarono e pensarono che doveva essere impazzita: mai si era vista un'ostrica dimenarsi così.

La folle danza durò ancora a lungo sino a quando l'ostrica di scatto si aprì e rimase spalancata e boccheggiante sul fondo marino. Il pesce scivolò veloce fuori e guardò adirato l'ostrica, ma l'ostrica non dava cenno di vita. Rimaneva immobile e spalancata mentre i flussi la soffocavano e non riusciva più a richiudersi. Il pesce guardava stupito quella conchiglia che se ne stava lì attonita a bocca aperta senza proferir parola. Infine senza riuscire a capire il comportamento così impacciato e goffo dell'ostrica, il pesce si voltò e se ne andò. Ma mentre si allontanava un piccolo punto luminoso nel blu marino attirò la sua attenzione. Cos'era? Tutti i colori dell'iride colpirono il suo sguardo. Infine una trasparenza lattiginosa si presentò ai suoi occhi. Si trattava di una perla: la perla dell'ostrica, trascinata dalle correnti cui non era abituata, si era persa nell'abisso. Il pesce guardò l'ostrica che dietro di lui se ne stava ancora lì a bocca aperta. Allora prese in bocca la perla, tornò indietro e la posò nell'incavo tondo e bianco dell'ostrica. L'ostrica non reagì immobile e spalancata, senza dare cenno di vita. Il pesce cercò di chiuderla con un colpo di coda, ma non c'era niente da fare. L'ostrica sembrava incantata e non si richiudeva più. Il pesce, rassegnato, nuotò via senza darsi più pena per lei.

Calò di nuovo il silenzio e tutto tornò immobile sui fondali marini. La sagoma bianca dell'ostrica spalancata si confondeva col bianco della sabbia. Soltanto una vaga luminescenza turbava l'oscurità e la profondissima calma degli abissi. Era la perla che si era di nuovo staccata dall'ostrica e che ora svaniva lentamente tra i flutti, sospinta dalla corrente.

Passarono i giorni ed erano tutti ugualmente blu. L'ostrica non dava cenno di vita con le valve aperte sul fondo sabbioso, quando un punto luminoso le passò accanto: doveva essere la sua perla. L'ostrica allora raccolse tutte le forze che le rimanevano e se possibile divaricò ancora di più le sue valve, poi cercò di afferrare la perla richiudendole con uno scatto veloce. Senonché con sua somma delusione si accorse che non si trattava affatto di una perla, bensì di una piccola bolla d'aria che qualche pesce di passaggio aveva lasciato dietro di sé e che scoppiò immediatamente appena lei la sfiorò. Ma l'ostrica aveva sentito che un nuovo movimento di vita nasceva in lei e vista un'altra bolla cercò di nuovo di afferrarla con lo stesso veloce moto delle valve. Poi ne vide un'altra e un'altra ancora e continuò ad afferrarle sempre più divertita. Questo gioco cominciava a piacerle. Si apriva e si chiudeva, si apriva e si chiudeva e ne andava molto fiera.

Passavano i giorni e l'ostrica ogni volta che le andava giocava ad acchiappar bolle. I pesci di passaggio si divertivano a osservare quella strana ostrica che apriva e chiudeva in quel modo le sue bianche conchiglie al passaggio di ogni bolla. Le acchiappava e le lasciava scoppiare dentro di lei. Qualcuno cercò anche di capire se dicesse anche qualcosa con tutto quell'aprire e chiudere la bocca, ma niente: si sentiva soltanto il suono sordo delle valve che si chiudevano sbattendo l'una contro l'altra.

L'ostrica continuava così quotidianamente a giocare, quando ecco un giorno un grosso pesce inseguirne un altro. Riconobbe subito il solito pesciolino che si faceva inseguire dai pesci più grossi. Il pesciolino vide l'ostrica che nel frattempo si era tutta aperta e, senza pensarci un momento, ci si infilò. L'ostrica si richiuse e il pescione confuso guizzò voi smuovendo la sabbia e le alghe e sollevando grandi onde con la sua grossa coda. Il pesciolino intanto nell'antro della conchiglia era disperato e pensava: che dovrò fare ora perché quest'ostrica si apra? Ma con sua grande sorpresa, l'ostrica, tornata la calma, si aprì e lasciò uscire il pesce. Anzi, dopo averlo lasciato andare, si richiuse e si aprì di nuovo con movimenti veloci e continuò a farlo sempre più velocemente. Voleva fare mostra di quanto ormai fosse diventata brava e alcuni raccontano che il suo massimo divertimento fu al quel punto acchiappare anche qualche bolla d'aria che il pesce si era lasciato scappare per lo stupore.

Da quel giorno la vita sul fondo marino proseguì sempre uguale: l'ostrica continuava a giocare con le bolle d'aria mentre il pesce continuava a sfuggire ai pesci più grossi. Ogni tanto però il pesce giocava con l'ostrica ed emetteva per lei miriadi di bolle d'aria che l'ostrica cercava di acchiappare, mentre l'ostrica, negli inseguimenti più difficili, gli offriva rifugio. Soprattutto si racconta che non passasse una notte che i due non trascorressero insieme, lei chiusa sul fondo marino e lui nascosto nella bianca pancia di lei.

La goccia, di Cristiana Munzi 1996

Un giorno splendeva sulla foresta un caldo sole tropicale.

Il giorno dopo splendeva sulla foresta un caldo sole tropicale. Il giorno dopo ancora splendeva sulla foresta un caldo sole tropicale e così i giorni seguenti splendeva sulla foresta un caldo sole tropicale. Anche quando toccava alle piogge splendeva sulla foresta un caldo sole tropicale e i mesi seguenti splendeva un caldo sole tropicale e gli anni a venire splendeva un caldo sole tropicale e le piante e gli animali cominciarono ad averne abbastanza.

I lupi ululavano gli uccelli cantavano gli elefanti barrivano i leoni ruggivano i grilli frinivano e tutti gli animali si mandavano segnali di ogni sorta, ma tutti indifferentemente dicevano che splendeva un caldo sole tropicale e che ne avevano abbastanza.

Più di tutti soffriva la fonte. La fonte piangeva perché sulla foresta splendeva un caldo sole tropicale che la inaridiva sempre più. Le acque della fonte erano oramai solo le poche lacrime del suo pianto. Gli animali andavano alla fonte, ma la trovavano che piangeva le sue poche acque, perché sulla foresta splendeva un caldo sole tropicale che la inaridiva sempre più. E gli animali cominciarono ad averne abbastanza delle sue lacrime che non dissetavano. E ululavano e frinivano e barrivano, ma tutti indifferentemente dicevano che le lacrime non dissetano.

La fonte, udito ciò, si disperò e pianse ancor di più le sue poche lacrime sino a quando non si inaridì del tutto. Gli animali erano contenti di non sentire più quella fonte frignare tutto il tempo mentre in cielo continuava imperterrito a splendere un caldo sole tropicale. Ma intanto le piante si seccavano, la terra diventava sempre più asciutta e non c’era proprio più da bere né da mangiare. Gli animali si aggiravano per la foresta accaldati e stanchi, accecati da quel caldo sole tropicale che sembrava essersi fermato per sempre nel mezzo del cielo. Ogni tanto lo fissavano come ipnotizzati e non riuscivano più a distogliere lo sguardo oppure si addormentavano sfiniti all’ombra sempre più angusta degli alberi.

Un giorno un’aquila attirata da uno strano luccichio si posò sulla roccia dove un tempo sgorgava la fonte. Non riusciva a capire cosa mai potesse essere quel luccichio e mise il suo becco affilato dappertutto ma non trovò niente. Quando stese le sue grandi ali per stiracchiarsi prima di risollevarsi in volo, udì un sospiro di sollievo: - Ah! Grande aquila le tue ali mi fanno vento e ombra. Rimani ancora un poco accanto a me - qualcuno disse. Chi parlava? Intorno non vedeva nessuno, ma la voce sembrava provenire dalle cavità della roccia. Allora si avvicinò e vide una piccola goccia che pendeva da una parete rocciosa e che ogni tanto luccicava al sole. - Chi sei tu? - chiese l’aquila alla goccia. - Come puoi vedere - rispose la goccia - non sono nient’altro che una piccola goccia. Sono l’unica goccia della fonte sopravvissuta per puro caso alle sue lacrime e a quest’arsura. -Bene, ora ti bevo - disse l’aquila. La goccia allora urlò e disse: - No! Ti prego non mi bere, perché tu non ti disseterai con una sola goccia e morirai ugualmente e io morirò senza nemmeno averti potuto dissetare. Ma l’aquila disse: - Che m’importa! Io bevo quello che posso, cerco il mio sollievo. Sì, sei solo una misera goccia e non mi disseterai per niente ma io come tutti gli animali seguo il mio istinto e non sto tanto a pensare se sia giusto o no, e tu mi attiri così lucida e luccicante al sole – ciò detto, fece per berla. Sennonché proprio in quel momento un forte ruggito la spaventò. Un enorme leone si era avvicinato attratto dalle voci. Con una veloce zampata immobilizzò l’aquila e se ne saziò. La goccia era salva.

Il leone, finito il pasto, appesantito e assetato, decise di dormire un po’ e si sdraiò a terra proprio sotto la goccia, ma dei piccoli lampi di luce gli impedivano di prendere sonno. La goccia avrebbe voluto sparire nella roccia per lasciare dormire il leone e invece tremava di paura e a ogni suo tremolio mandava lampi di luce. Il leone infastidito e attratto da quei lampi si voltò verso di loro e vide la goccia che luccicava al sole. - Come sei luminosa, goccia! - disse il leone alla goccia che continuava a tremare di paura e a lampeggiare. - Non io sono luminosa, ma quello stesso caldo sole tropicale che acceca te e acceca anche me. È lui che mi fa luccicare così, altrimenti io sarei buia come la notte, - rispose la goccia con voce tremolante. - Non mi importa chi è luminoso. Io vedo te luminosa e i miei occhi si accontentano di prendere atto di ciò che vedono. A loro non interessa sapere se quello che vedono sia vero o no. Io voglio berti - disse il leone.

- Se vuoi bere la mia luce, allora dovresti bere direttamente quel caldo sole tropicale che ti asseta poiché la mia luce è in realtà la sua - insistette la goccia.

- Smettila di argomentare - disse il leone - la mia sete non conosce argomenti.

- Anche l’aquila, se mi avesse dato ascolto, ora volerebbe alta nel cielo invece di riempire la tua pancia - disse la goccia - Ora volerebbe lontano in cerca di nuvole di pioggia e magari ce ne porterebbe qualcuna anche a noi - continuò la goccia.

Ma il leone neanche l’ascoltò e tirò fuori la sua enorme lingua. Allora la goccia, spinta dalla disperazione, disse ancora: - Un leone così imponente e fiero come te che se ne fa di una piccola e misera goccia come me?

Il leone, colpito nella sua fierezza, esitò pensieroso per un momento con la lingua ancora di fuori, poi la ritirò dentro le sue grosse fauci e disse: - Effettivamente, che me ne faccio io di te piccola, miserabile goccia? E fece per andarsene tutto fiero e impettito con la criniera svolazzante. Era così preso di sé che non si accorse che proprio in quel momento sbucava da un cespuglio un enorme elefante che con la sua grossa zampa lo schiacciò. L’elefante non si accorse di niente e proseguì pesante e goffo il suo cammino tra le ingombranti piante della foresta. Il leone morì per la rabbia di essere stato così miseramente schiacciato da uno stupido elefante un po’ sbadato.

Calò il silenzio. La goccia era rimasta sola mentre nel cielo splendeva un caldo sole tropicale. Avrebbe voluto piangere. Ma lei non era forse già una lacrima? Come poteva sapere se fosse una goccia d’acqua della fonte o soltanto la sua ultima lacrima? Allora che piagnisteo l’ultima lacrima che versa ancora lacrime! Lacrima o goccia che fosse, non aveva idea di com’era nata né di come sarebbe finita e non le rimaneva che aspettare sotto quel caldo sole tropicale.

Cercava di farsi animo quando un passo lento e pesante la distrasse. Si avvicinava piano piano un grande animale dal grosso naso. Chi era mai? L’animale la vide subito e le si avvicinò così tanto che lei poteva vedere solo quel vistos naso e niente più. - Ah! Sei una goccia - disse l’animale - mi sembravi un ippopotamo. La possibilità di essere un ippopotamo le sembrava davvero troppo. Lei infondo si era sempre contenuta nei suoi limiti di goccia attaccata alla sua roccia! L’animale prese un fiore in bocca e disse: - Ora mi sembri un ippopotamo con un fiore in bocca. La goccia allora capì con un lampo che l’animale era un ippopotamo e che lei, che fosse una goccia oppure una lacrima, aveva comunque la capacità di specchiare chi passava di lì e per un attimo se ne inorgoglì, anzi, si gonfiò talmente per l’orgoglio che quasi scoppiò come una bolla d’aria. - Specchiati pure, - disse la goccia con tono sufficiente e vanitoso. L’ippopotamo, stupito che il suo specchio fosse più vanitoso di lui che si specchiava, prese qualcosa con la bocca da terra e le disse - Ora sei una tarantola morta. La goccia inorridì e diventò nera come la pece. - No! Sono solo una goccia e sono qui perché tu mi beva. Bevimi! Perché non voglio essere più nessuno - urlò la goccia, ormai disperata di essere un ippopotamo, una tarantola morta e chi sa cos’altro ancora, oppure soltanto una lacrima o una misera goccia. Ma l’ippopotamo si rifiutò. - Perché mai dovrei berti? - le domandò.

- Come? Non hai l’istinto di bere? - disse la goccia quasi offesa.

- Certo che ho l’istinto di bere, tanto più con quest’arsura -disse l’ippopotamo.

- E allora perché non mi bevi? - gli chiese la goccia un po’ confusa dal trovarsi ora a insistere per essere bevuta quando poco prima insisteva per il contrario

- Non mi dire che sei un animale che domina i suoi istinti a favore della ragione? - aggiunse la goccia.

- No - rispose l’ippopotamo- io ho tutti i miei sacri istinti e anche quello di berti, ma in me più forte ancora è un altro istinto. La goccia allora gli chiese quale istinto mai potesse essere più forte di quello di bere.

- Sono vecchio, cara goccia - disse l’ippopotamo - sono vecchio, stanco e sazio di giorni e oramai ho un unico istinto: quello di riposare. Anzi, penso proprio che mi riposerò qui accanto a te.

Allora l’ippopotamo si sedette lentamente sotto la goccia, anche se l’ombra non era più grande del suo naso. La goccia era vibrante di felicità e mandò di nuovo tutt’intorno piccoli lampi di luce.

- Raccontami una storia - disse l’ippopotamo alla goccia e la goccia allora raccontò all’ippopotamo dell’aquila, del leone e dell’elefante. Poi chiese all’ippopotamo di raccontarle lui una storia e l’ippopotamo raccontò di un ippopotamino che diventò un ippopotamo che sposò un’ippopotama che partorì un ippopotamino che diventò un ippopotamo che sposò un’ippopotama che partorì un’ippopotamina che diventò un ippopotama che sposò un’ippopotamo che generò un ippopotamina che sposò un’ippopotamo che generò un ippopotamino che diventò un ippopotamo che sposò un’ippopotama che partorì un’ippopotamina e cosi di seguito per ore e ore. La goccia era estasiata. Sopra il naso dell’ippopotamo c’era ormai una tempesta di lampi. L’ippopotamo raccontava e raccontava e non se ne curava - La tua storia è davvero una storia meravigliosa! - disse la goccia all’ippopotamo. L’ippopotamo rise dell’entusiasmo della goccia e le disse che quella era soltanto la più normale storia di qualsiasi ippopotamo. Ma la goccia insisteva col dire che si trattava di una storia meravigliosa. Allora l’ippopotamo disse alla goccia che, non solo quella era la più comune storia del più comune ippopotamo ma che era anche la più comune storia di qualsiasi altra specie vivente. Allora la goccia disse che proprio quella storia, la più comune di qualsiasi specie vivente, era davvero una storia meravigliosa e che lei non capiva di cos’altro un animale potesse avere mai sete.

L’ippopotamo non l’ascoltava già più. Si era addormentato ormai sazio di giorni e sazio di storie.

La goccia era ancora emozionata e per l’emozione aveva cominciato a sdilinquirsi, a cambiare forma, ad allungarsi e a riaccorciarsi, a gonfiarsi e a risgonfiarsi. A volte diventava così oblunga e allungata che quasi toccava il naso dell’ippopotamo, poi tornava su tutta tonda e rotonda, poi di nuovo si allungava per poi tornare su, sino a che si allungò così tanto che toccò il naso dell’ippopotamo, ci restò, e su quel naso si addormentò.

Passarano millenni prima che dove un giorno sorgeva la foresta e oramai si stendeva il deserto arrivassero grandi nuvole cariche di pioggia. La foresta risorse verde e rigogliosa e si popolò di aquile rapaci, leoni superbi ed elefanti sbadati. Comparvero di nuovo anche gli ippopotami. In particolare raccontano che tra di loro ce ne fosse uno che portava sempre sul naso una piccola goccia di luce.