L’identificazione tra artista e opera d’arte.
La scène lyrique “Pygmalion” di Jean-Jacques Rousseau
La scène lyrique “Pygmalion” di Jean-Jacques Rousseau
“Follia” momentanea sospesa tra il divino e il terreno, l’eterno e l’attimo: l’arte romantica non può che fiorire in una dimensione iperurania, non può che essere dialogo incessante con “l’oltre”; tutto ciò è somatizzato perfettamente dal Pygmalion, una scène lyrique scritta da Jean-Jacques Rousseau nel 1762 durante il suo esilio in Svizzera nella cittadina di Môtiers, dopo la messa al bando dalla Francia dei suoi capolavori Julie ou la Nouvelle Héloïse (1762) e Du contrat social: ou principes du droit politique (1762). La prima tappa dello studio in merito alla ricezione del mito di Pigmalione vede l’artista cipriota vestire i panni dell’eroe romantico che frammenta la propria anima per infonderla nelle sue creazioni artistiche, in bilico tra l’estatica contemplazione del divino e la dannazione conseguente all’oblio del sé e al peccato di hybris.
Il Pygmalion di Rousseau è il primo esempio nella storia della letteratura di melologo, un componimento poetico i cui passi di maggiore emotività sono accompagnati da musica. Il melologo è un genere conseguente al melodramma metastasiano; non bisogna, infatti, sorprendersi che lo stesso Metastasio avesse soggiornato per lungo tempo in Svizzera, lasciando nel Paese un ricordo tanto dolce da echeggiare anche nelle parole del filosofo. Il Pygmalion si compone di ventisei arie, due delle quali musicate dallo stesso Rousseau, che affidò la partitura delle rimanenti ventiquattro al professionista della musica Horace Coignet.
In apertura della prima aria, il filosofo ginevrino introduce lo spettatore allo studio di Pigmalione; al centro di quest’ultimo, tra molte opere scultoree, alle spalle del protagonista, troneggia una statua coperta da un drappo. Pigmalione esordisce lamentando la sua incapacità di produrre nuova arte, dialogando direttamente con i suoi attrezzi da lavoro e appellandosi alla loro perizia per ottenerne aiuto. Lo scultore incolpa della sua inedia la statua di Galatea, la quale, pur sottratta alla vista, catalizza la sua attenzione. L’ossessione che sviluppa per la statua è paragonabile a quella del re del mito ovidiano: entrambi la riempiono di attenzioni, entrambi accarezzano il marmo credendolo carne vera, entrambi ne ammirano le fattezze del viso e fantasticano di scorgervi un barlume di vita.
Met. X, 254-258
Saepe manus operi temptantes admovet, an sit
corpus an illud ebur, nec adhuc ebur esse fatetur.
oscula dat reddique putat loquiturque tenetque
et credit tactis digitos insidere membris
et metuit, pressos veniat ne livor in artus.
Spesso avvicina le mani per tastare se sia
carne o avorio, e neanche allora si persuade che è avorio.
La bacia e crede di essere a sua volta baciato;
le parla, la tocca e crede che le sue dita
s'imprimano sulle membra, teme che restino lividi.
(trad. Guido Paduano)
Pygmalion VIII
Quelle membra sì colpi miei
Vidi tutte palpitar.
Lo stupore… lo spavento…
Mi fa il sangue… il cor gelare.
(trad. Antonio Simeone Sografi)
In processo di tempo, Pigmalione, tanto rassegnato quanto eccitato, cede alla tentazione di svelare il suo capolavoro. Questa paura-eccitazione del protagonista è molto significativa, in quanto in essa Rousseau ha voluto rispecchiare uno dei tratti più tipici della sensibilità preromantica – la definizione di sensiblerie, del resto, è un merito del suo romanzo Julie ou la Nouvelle Héloïse (1761): l’artista romantico, come mostrato dal drammaturgo, teme la sua stessa arte, la quale è percepita travalicare le stesse capacità del suo creatore e imporsi autonomamente, come fosse dono del furor divino. Il poeta proietta e infonde il suo intimo sentire e la sua esperienza di vita nell’opera, lasciando che i suoi spirti vitali fluiscano in essa e riconoscendosi nella sua stessa creazione; il Pigmalione rousseauiano ama il suo capolavoro in quanto con esso ha instaurato un legame autentico che lo lega indissolubilmente, ora lui Dio e lei creata, ora lei Dio e lui creato.
In questa chiave di lettura gioca, perciò, un ruolo essenziale la lunga invocazione alla divinità del protagonista, che se in Ovidio è appena accennata e si costringe al silenzio per reticenza, in Rousseau è lunga, accorata e articolata. L’arte classica, d’altronde, era il frutto di un faticoso labor limae e la raffinatezza dell’artista era connaturata al controllo razionale che aveva sulla materia di cui discettava, spesso ripresa da altri poeti e successivamente rielaborata: l’abbandono al furor non era contemplato; l’arte romantica, per converso, fiorita dall’auscultazione dell’irrazionale, voleva far emergere l’intimo sentire degli artisti e dei lettori: il Pigmalione rousseauiano può, perciò, abbandonarsi senza reticenze al divino.
La preghiera del Pygmalion, inoltre, è molto più sofferta di quella del re ovidiano. Questa sofferenza si realizza concretamente nell’ultima scena: Galatea, dopo essere divenuta di carne ed essere stata vivificata, si domanda chi sia e ripete incessantemente la parola moi. Galatea, perciò, non è altro che un io esterno al sé, è lo scultore trasmigrato nella propria opera. Nel melologo di Rousseau non c’è differenza tra la statua e lo scultore, le due parti sono sfaccettature della stessa anima, sfumature dello stesso colore.
L’ultima aria della scène lyrique, in conclusione, si impone come chiave di lettura dell’intera opera. La trepidazione dell’artista a svelare Galatea è figlia del timore: Pigmalione è paralizzato dalla paura di riscoprire nei lineamenti del marmo il proprio volto smarrito a causa della perdita di ispirazione. La narrazione di Rousseau, tuttavia, giunge a un esito positivo, il riconoscimento da parte dell’artista della propria potenza dedalica. L’arte preromantica, d’altronde, per quanto frammenti la bellezza classica in favore del sublime, è una fase ancora positiva e costruttiva, lontana dalla decostruzione del Novecento e dalla conseguente perdita di dignità del letterato. Rousseau vive ancora un’epoca in cui l’arte è discussa, circola, ha influenza, è uno strumento di potere.
Gli articoli successivi, invece, si immergeranno in secoli meno luminosi per gli artisti, che canteranno smarrimento e impotenza.
L'autore
Daniele Maria Falciglia è nato a Enna il 24 ottobre 2005. Ha frequentato il liceo scientifico “E. Majorana – A. Cascino” di Piazza Armerina, dove ha conseguito il diploma nel 2024. Nello stesso anno è stato insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’onorificenza di Alfiere del Lavoro per meriti scolastici. Dal 2024 è uno studente del Corso di Laurea in Lettere Classiche presso la Sapienza Università di Roma e frequenta il Collegio Universitario di Merito dei Cavalieri del Lavoro “Lamaro – Pozzani”.