Ed ora consolate pur la malinconia
Il Viale delle Statue di Guido Gozzano
Il Viale delle Statue di Guido Gozzano
La realtà è il proscenio del tedio, condizione esistenziale che congela i corpi in una vuota mancanza di senso, sospesa tra la nostalgia di un passato che non è stato e la flebile speranza di un futuro che non sarà: il presente dell’immobilità ha permeato tutto di sé. Eppure, cullato dall’ombra dell’eternità, un viale offre un cantuccio confortevole all’artista, che riceve calore e vita da statue di marmo, acefale o camuse: Gozzano, in una lirica capace di immergere le riflessioni estetiche in forme crepuscolari, individua nell’arte l’unica possibile cura alla noia. Il Viale delle Statue è un valzer: Pigmalioni antichi forgiano scultori moderni, Galatee eterne vivificano artisti smarriti.
Il Viale delle Statue è una poesia composta da Guido Gozzano nel 1912 e pubblicata postuma nella raccolta integrale delle opere del Poeta curata da Carlo Calcaterra e Alberto De Marchi nel 1953. La lirica è una descrizione del Viale dei Paesaggi (oggi Via Spellanzon) di Conegliano (TV), un tempo impreziosito da statue; la loro vista rievoca alla memoria del cantore personaggi dell’infanzia, i cui lineamenti si sfumano, pian piano, con le effigi di grandi poeti. I dolci settenari delle quartine a rima incrociata sono una delle caratteristiche più tipiche del crepuscolarismo, tendenza poetica impostasi nei primi decenni del Novecento che vide in Guido Gozzano uno dei capiscuola, sebbene i contenuti rivelino come questo gusto non sia altro che il frutto della delusione conseguente alla scoperta della velleitarietà dell’estetismo.
Nel componimento gozzaniano non è presente alcun riferimento diretto al mito di Pigmalione: l’ambientazione è più simile a un decadente giardino dannunziano che all’isola di Cipro, non c’è alcuna narrazione che possa essere ricondotta alla trama del mito e nessuna preghiera commuove una magnanima Venere. Il mito ovidiano, tuttavia, è il principale intertesto della lirica, rintracciabile fin nell’intelaiatura sulla quale è intessuta: le statue che il poeta rimira immerso nel tedio sembrano prendere vita con l’intento di salvarlo dalla noia. L’illusione pigmalionica si concretizza proprio nel miracolo per il quale l’arte, estasi suprema, lo riscatta dalla grigia abulia.
D’altronde, la malinconia è uno dei tratti distintivi di Pigmalione, vittima di essa fin dalla versione del mito raccontata da Ovidio: l’artigiano di Cipro è un uomo triste, solo, deluso dall’amore, che, preda della disperazione, decide di ubriacarsi con una bugia, di ingannare coscientemente i propri sensi. Per questo motivo, tra il Pigmalione ovidiano deluso e Gozzano che passeggia tra le statue tediato c’è una sostanziale sovrapponibilità. La critica contemporanea ha spesso ecceduto nella psicanalisi del testo ovidiano, ritrovandovi l’immagine di un Pigmalione eroe romantico: questa è chiaramente una sovrainterpretazione, ma è suggestivo rileggere il mito in chiave gozzaniana.
Il tramonto della poesia si illumina di nuove sfumature allorché l’Ava di Gozzano, evocata dall’arte e dalla memoria del nostro, compare tra le statue.
Gozzano asserisce si tratti di una sua bisavola tenuta dalla stessa sua pena: un’artista, dunque. La successiva descrizione della medesima come di una statua porta a credere che la parentela ammessa dal Poeta sia solo spirituale e letteraria e che, di conseguenza, la poetessa in questione non sia altri che Saffo, romanticamente rievocata come una donna malinconica perseguitata dall’amore. Tuttavia, l’associazione tra l’Ava e la statua ha un significato molto più profondo di una mera citazione: l’Ava che vivifica Gozzano, innalzando la nostalgia a classicità, è una declinazione di Galatea, che si muove come fosse marmo animato da materia ardente. L’io lirico di Gozzano, perciò, si ritrova ad assistere a una teofania, alla quale succede subito un’altra invocazione, per la quale il nostro modella nuovi versi, solenni dodecasillabi (risultanti dalla somma di un settenario e di un quinario) da trionfo:
Byron, il Poeta ribelle dei Britanni, sopraggiunge nel Viale per incontrare l’Ava, che per l’occasione indossa dei fiori rossi tra i capelli neri: la poetessa che aveva rischiarato le nubi di Gozzano riscopre a sua volta il colore grazie allo scrittore del Don Giovanni e della Parisina. L’inglese è descritto come nelle sembianze simile ad un dio, una ripresa di φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν, celeberrimo verso di Saffo, che rafforza l’ipotesi di identificazione tra la poetessa e l’Ava.
In conclusione, è dunque Byron il definitivo Pigmalione della lirica? No, l’unico Pigmalione è l’arte; in qualsiasi forma si materializzi, nell’anima di un artista o nel marmo di una statua, essa ha la forza demiurgica di vivificare e di salvare dalla noia. Per Gozzano l’arte è l’unico tramonto a rischiarare cupe notti esistenziali.
Nei prossimi articoli, tuttavia, anche l’arte perderà il proprio ruolo di guida, diventando ossessione malsana di personaggi frustrati dalla mancanza di senso del reale.
L'autore
Daniele Maria Falciglia è nato a Enna il 24 ottobre 2005. Ha frequentato il liceo scientifico “E. Majorana – A. Cascino” di Piazza Armerina, dove ha conseguito il diploma nel 2024. Nello stesso anno è stato insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’onorificenza di Alfiere del Lavoro per meriti scolastici. Dal 2024 è uno studente del Corso di Laurea in Lettere Classiche presso la Sapienza Università di Roma e frequenta il Collegio Universitario di Merito dei Cavalieri del Lavoro “Lamaro – Pozzani”.