Ars adeo latet arte sua
Le metamorfosi di Pigmalione
nella storia della letteratura
Ars adeo latet arte sua
Le metamorfosi di Pigmalione
nella storia della letteratura
In armonia con la poetica delle Metamorfosi, il mito di Pigmalione è un gioco di specchi tra psiche e arte nel quale l’autore e la sua opera si confondono, frammentando le proprie essenze fino a innalzarle a entità estetiche eterne. Questo ciclo di articoli si propone l’obiettivo di indagare come il mito di Pigmalione abbia mutato effige nei secoli forgiandosi sull’idea di arte dell’autore che, in processo di tempo, vi si è confrontato. Dopo una breve disamina della versione ovidiana, saranno oggetto dei diversi articoli opere moderne e contemporanee che ne sono state ispirate.
Il mito è raccontato nel decimo libro delle Metamorfosi: Pigmalione, offeso dall’amoralità delle donne a lui contemporanee, vive celibe. Tormentato dalla solitudine, con arte raffinata scolpisce l’avorio e lo fregia di tanta bellezza da renderlo superiore, dal proprio punto di vista, a qualsiasi donna mai nata. Sedotto dalla perfezione del proprio lavoro, se ne innamora; dà alla statua il nome di Galatea, la bacia credendo di essere corrisposto, l’abbraccia, la vezzeggia, le reca doni e la chiama compagna di letto. Giunta la festa di Venere, celebrata con devozione in tutta Cipro, Pigmalione si reca agli altari sacri e timidamente prega la dea: il desiderio celato nel cuore dell’uomo non può essere svelato chiaramente, ma può solo tramutarsi nella speranza di incontrare “una donna come Galatea”. Venere, tuttavia, comprende cosa significhino realmente queste preghiere e, allorché lo scultore ritorna nella sua dimora e bacia l’amata, scopre che nelle vene marmoree scorre vero sangue e nel petto alberga l’anelito vitale.
La poeticità metaletteraria della narrazione è insita già nella sua gestazione, non discosta dal modellamento di Galatea: Ovidio ha sublimato Pigmalione, che i suoi precedenti, tra cui Filostefano, storico greco allievo di Callimaco e autore del trattato “Su Cipro”, avevano caratterizzato come un empio re perverso (come lo avrebbero stigmatizzato nei secoli successivi i moralisti cristiani) a discepolo della bellezza, infondendo in una figura unidimensionale un’anima artistica sfaccettata. In tutte le versioni precedenti del mito il re era deprecato come colpevole di “ierogamia”, ossia “unione sacra con la divinità”; Pigmalione, inabile a discernere tra statue e esseri animati, si congiungeva in perversi amplessi con un idolo, ovvero la statua di una divinità. Il Pigmalione ovidiano, di contro, ha svestito il manto regale per adoperare lo scalpello da scultore; con questo modella, esasperato da quelli che ritiene i vizi delle donne, la statua di una consorte perfetta, Galatea, della quale si innamora. Alla fine della narrazione il premio della vita concesso da Venere alla statua funge da contraltare alle punizioni cruente impartite dalla divinità al protagonista nelle versioni originarie della storia.
Ovidio, dunque, sembrerebbe aver traslato il baricentro del mito dalla “patologia” all’“estetica”, come ha convintamente sostenuto Gianpiero Rosati (Narciso e Pigmalione. Illusione e spettacolo nelle Metamorfosi di Ovidio, Pisa 20162). Sulla scorta dei saggi di Hermann Fränkel Rosati ha infatti proposto una rivalutazione del mito: Pigmalione è un uomo offensus vitiis, che, pur di non condurre una vita per crimen, ha preferito condannarsi alla solitudine e all’astinenza; egli è un campione di rettitudine, non un empio perverso. In aggiunta, l’oggetto della passione del Pigmalione ovidiano non è un’icona, ma la sua stessa opera d’arte: lungi dalla ierogamia e dall’agalmatofilia, il suo amore non è altro che il naturale furor artistico. Infine, è cruciale sottolineare che il premio ai sentimenti di Pigmalione, se paragonato agli esiti funerei di altri miti, come quello della speculare vicenda di Narciso, propali come Ovidio abbia “purificato” e “redento” il suo personaggio.
Ciononostante, molti critici, tra i quali lo storico dell’arte Victor I. Stoichita, autore del trattato L’effetto Pigmalione: breve storia dei simulacri da Ovidio a Hitchcock (ed. it. Milano 2006), hanno preferito leggere il mito in chiave patologica, conferendo nell’interpretazione un peso decisivo agli intertesti. In particolare, alle lucide argomentazioni di Fränkel essi contrappongono un computo matematico inappellabile: il numero di versi che immortalano lo scultore in atteggiamenti bramosi rivolti alla statua è ingentissimo, tanto da far propendere l’equilibrio della narrazione dalla loro parte. Ad arricchire questa precisa controargomentazione è stata la constatazione della generale assenza di indugio erotico nei versi di Ovidio, che, purtuttavia, sono sotto il governo di Venere; indi, la curiosità sensuale della narrazione sarebbe un chiaro segnale della natura insana del desiderio di Pigmalione.
È doveroso menzionare un’ulteriore interpretazione patologica del mito, la quale ha suscitato molto interesse soprattutto per l’originalità della prospettiva presentata e per l’autorità del critico che l’ha proposta, sebbene il suo valore sia inficiato da un evidente anacronismo: Sigmund Freud sostenne, in Pulsioni e loro destini (in Metapsicologia, raccolta pubblicata originariamente nel 1915) che il mito di Pigmalione è patologia mascherata da estetica, in quanto l’arte stessa è la trasposizione di una pulsione erotica irrealizzabile su un oggetto inanimato, che, sublimandola, la rende socialmente accettabile. Questa teoria è stata sintetizzata da Martin S. Bergmann con la suggestiva definizione di “sublimazione rovinata” (in Anatomia dell’amore. Immagini, linguaggio, malattia e storia di un sentimento universale, Torino 1987).
In compendio, pur non sottovalutando la portata di queste controargomentazioni e consapevole della vacuità di categorie quali “estetico” e “patologico”, compresenti nella complessità della narrazione, mi è parso quantomai opportuno presentare il mito di Pigmalione come un mito “estetico”. Questa interpretazione è avvalorata dalle rielaborazioni successive dell’episodio, per le quali la storia del cipriota è stata l’occasione per riflettere sul ruolo dell’arte nella società. Perciò, anche ammettendo che la narrazione fosse stata concepita come patologica dall’autore, è stata dunque recepita come estetica.
Chiarificata la prospettiva di lettura del mito, reputo valevole ai fini dei successivi articoli sottolineare come nel mito di Pigmalione la metamorfosi di Galatea in statua non sia l’unica trasformazione presente, ma altre due si carichino di significati cardinali:
La prima metamorfosi, seppur descritta in pochi versi, è quella del blocco di marmo, massa informe che “muta” nelle fattezze di una donna che supera in bellezza qualsiasi altra mai esistita. È, così, cristallizzata la capacità demiurgica dell’artista, che plasma e modella la realtà fino a istituire modelli di bellezza sempiterni e immutabili.
La seconda metamorfosi interessa lo stesso Pigmalione, che, se da principio afferma di rinunciare a qualsiasi rapporto amoroso, alla fine prega accorato Venere affinché conceda la vita a quella sua statua perfetta, “rovinando consapevolmente la sublimazione”. Come Ovidio ha spiegato nell’Ars Amatoria e in molte altre sue opere, Amore trafigge tutti e nessuno può sfuggirgli: il Desiderio è un teatro il cui palco deve essere calcato da tutti affinché offrano delle performance memorabili.
Le considerazioni esposte in questo articolo, in conclusione, vogliono essere il punto di partenza per analizzare alcune delle opere più significative ispiratesi al personaggio ovidiano, rimasto indelebile nella memoria artistica mondiale. Confrontarsi con Pigmalione è stata per gli artisti l’occasione per riflettere attivamente sulla propria arte e sul proprio ruolo nella società; dalla scène-lyrique di Rousseau, oggetto del prossimo articolo, alla tragedia pirandelliana “Diana e la Tuda”, l’artista cipriota ha scolpito metaletteraria bellezza.
L'autore
Daniele Maria Falciglia è nato a Enna il 24 ottobre 2005. Ha frequentato il liceo scientifico “E. Majorana – A. Cascino” di Piazza Armerina, dove ha conseguito il diploma nel 2024. Nello stesso anno è stato insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’onorificenza di Alfiere del Lavoro per meriti scolastici. Dal 2024 è uno studente del Corso di Laurea in Lettere Classiche presso la Sapienza Università di Roma e frequenta il Collegio Universitario di Merito dei Cavalieri del Lavoro “Lamaro – Pozzani”.