Le opere


 Il Filippo

Il Filippo è una tragedia in versi composta da Vittorio Alfieri nel 1775 e pubblicata nel 1783. Viene spesso considerata come la prima tragedia dell’ Alfieri in quanto il suo primo componimento teatrale, la Cleopatraccia, fu da lui ripudiata.

Quest’opera è ispirata al Tiberius di Tacito. È composta da 5 atti. Ne Il Filippo troviamo uno dei conflitti ricorrenti delle tragedie alfieriane: quello che contrappone il tiranno e l’uomo libero: il re di Spagna Filippo II sposa Isabella, figlia del re di Francia, che era stata precedentemente promessa in matrimonio al figlio Carlo. Anche se Carlo vuole obbedire alla volontà del padre, questo, sospettando delle sue intenzioni lo fa incarcerare. Intanto Filippo fa uccidere da un sicario il fedele amico del figlio, Perez, un cortigiano che aveva difeso troppo apertamente Carlo dalle accuse mossegli dal consigliere del re. Venuto a sapere ciò, Carlo si uccide sotto gli occhi del padre, in seguito Isabella fa lo stesso.

Filippo è un grande tiranno spietato e con sete di potere ma ha una propria umanità perché alla fine si rende conto dell’ infelicità e della solitudine che lo circonda (ciò è evidente nella sua ultima battuta: <<piena vendetta orrida ottengo;/ ma felice son io?>>). L’ Alfieri sceglie come protagonista un monarca cattolico e questo fu il pretesto per un invettiva non solo contro la tirannide ma anche contro la religione, vista da lui come serva del potere politico. Non a caso Filippo oppone agli umani argomenti di Carlo la ragion di stato, schermando i suoi reali sentimenti di odio verso il figlio.

Il bene è incarnato dalle tre vittime della sete di potere di Filippo: Perez, Carlo e Isabella;  loro sono animati da un altissimo senso di lealtà e amicizia, disposti al sacrificio supremo; Carlo e Isabella trovano la liberazione nella morte (vedi La Poetica).


Polinice

Polinice fu scritta da Vittorio Alfieri nel 1775 e venne pubblicata nel 1783. Questa tragedia si ispira alla Tebaide di Stazio. La storia si basa sulla contesa di Eteocle e Polinice, i due fratelli figli di Edipo, per il trono di Tebe. Quando Edipo divenne pazzo i suoi due figli decisero di succedergli al trono alternandosi il regno un anno ciascuno. Eteocle non stette però ai patti. Intanto Polinice, che aveva sposato la figlia di Adrasto, re di Argo, si avvicinò alle mura di Tebe per chiedere aiuto all’esercito argivo. In seguito abbiamo dunque lo scoppio della battaglia; tragica è la scena finale: Eteocle . colpito battaglia dal fratello, viene portato di fronte alla madre Giocasta e alla sorella Antigone,e fingendo pentimento chiede di riappacificarsi con il fratello prima di morire, ma, abbracciandolo con le sue ultime forze, lo trafigge, morendo subito dopo. La madre dei due, Giocasta, dopo questa terribile catastrofe si uccide.

La figura di Eteocle è in forte contrasto con quella di Polinice che, nonostante il fratello non avesse rispettato i patti, è disposto fino all’ultimo a riappacificarsi. Polinice appare dunque come vittima predestinata.


L'Antigone

L’ Antigone fu pubblicata per la prima volta nel 1783 anche se sarà poi rielaborata fino al 1789. Questa tragedia riprende il mito greco trattato nell’ omonima tragedia da Sofocle. L’Antigone rientra nel “ciclo di Tebe” ed è la continuazione della vicenda narrata da Alfieri nel Polinice. Antigone ha dovuto sopportare molte tragedie :la scoperta delle nozze incestuose del padre Edipo e la madre Giocasta, la lotta fratricida con conseguente morte dei fratelli Eteocle e Polinice, il suicidio della madre.

Alla morte dei suoi nipoti Eteocle e Polinice, Creonte, mosso da avidità di potere, si è impossessato del trono di Tebe, impedendo a chiunque di organizzare per Polinice i riti funebri in quanto lo riteneva traditore della patria, mentre aveva permesso quelli di Eteocle. Antigone, volendo dare sepoltura al fratello, viene condannata a morte da Creonte. Se nell’ Antigone di Sofocle la tragedia era incentrata sul conflitto tra la legge divina e la legge umana imposta dal detentore del potere (il re Creonte), nell’ Antigone di Alfieri il conflitto tragico si risolve nello scontro fra libertà individuale e potere tirannico. Antigone afferma la sua libertà scegliendo la morte: infatti potrebbe salvarsi sposando il figlio di Creonte, Emone (che peraltro ama), ma preferisce morire non venendo a patti con il tiranno.


Mirra

Mirra è l’ultima tragedia, dopo il Saul, scritta tra il 1784 e il 1786 da Vittorio Alfieri. Si rifà al libro X delle Metamorfosi di Ovidio che tratta dell’amore incestuoso di Mirra per il padre Ciniro; Mirra era stata infatti condannata da Venere ad amare il padre a causa di un oltraggio alla bellezza della dea perpetrato da Cecri.

Trama: Mirra deve sposare Pereo, principe dell’ Epiro, che lei stessa aveva scelto fra i vari pretendenti. La ragazza appare tuttavia angosciata e infelice, perciò i famigliari e Pereo vogliono rimandare le nozze, ma Mirra vuole invece affrettarle, credendo che queste porteranno così fine alle sue sofferenze . Il giorno delle nozze però Mirra si rifiuta di sposare Pereo e per questa ragione quest’ultimo si suicida. Il comportamento di Mirra continua ad essere inspiegabile. La ragione dell’angoscia prende corpo poco a poco in un successivo confronto con il padre: la ragazza è infatti innamorata del padre e un senso terribile di colpa la distrugge. È infatti nell’ ultimo atto che abbiamo il confronto fra Mirra e il padre, il suo amore è rivelato implicitamente: è  compreso dal padre dalle reazioni somatiche della figlia. Solo nell’ultima scena, quando Mirra afferra la spada del padre e si uccide, è rivelata la colpa.

La novità della tragedia è che al centro non c’è più lo scontro della volontà dell’eroe con il mondo esterno,come accadeva nelle precedenti tragedie alfieriane, ma il conflitto si trasferisce nel profondo della coscienza,tra la passione sconvolgente e la legge morale, che Mirra accetta. In questa tragedia sono molto importanti le pause, i silenzi e i gesti. Attraverso la forza emotiva dei silenzi, l’autore riesce a svelare la passione e la catastrofe che riguardano la protagonista. La tragedia si interiorizza, l’eroe non è più una figura monolitica, ma intimamente contrastata e complessa.

Mirra rappresenta l’ infelice sorte degli uomini, lei è innocente ma colpevole, vittima di un “qualcosa” che si sviluppa dentro di lei e di cui non è responsabile, ma da cui è contaminata e distrutta.

La Mirra appare dunque come la tragedia più psicologica di Alfieri e quella in cui è riuscito a fare emergere le qualità del suo teatro, basate sulla capacità di rompere il ritmo e giocare sui silenzi, creando in questo modo un’atmosfera tetra.


Le Rime 

Alfieri compose numerose liriche (351, a cui va aggiunta una cinquantina di componimenti non compresi nelle prime raccolte); ne pubblicò una prima edizione in Francia nel 1789, mentre quelle composte dopo tale data e fino al 1801, videro la luce postume nel 1804. Questi componimenti, prevalentemente sonetti, ma anche odi, canzoni ed epigrammi, fanno parte della raccolta "Rime".

Le Rime sono un diario poetico, nel quale l'autore espresse sentimenti, affetti, meditazioni, eventi della sua vita; una sorta, di autobiografia in versi. Vi e' un punto di contatto tra le Rime e la Vita perché vi e' una forte componente autobiografica: annotazione diaristica di appunti, intuizioni, riflessioni. esse non sono composte con la forma chiusa del Canzoniere, non secondo un ordine compiuto ed unitario, ma si presentano come un insieme di esperienze umane in cui il disordine svolge la funzione di rappresentare degli slanci e delusioni della via, delle gioie e dei dolori. Ma l'Alfieri, dal Petrarca, trae soprattutto la lezione dell'esplorazione interiore e della trasposizione delle esperienze interiori in poesia. Giustamente è riconosciuta l'eccellenza dei sonetti che riflettono le più autentiche e segrete voci dell'interiorità del poeta. Molti sono di ispirazione amorosa per la contessa d'Albany: si configurano come un diario; l'amore non è inteso come galanteria, bensì come condizione fondamentale del vivere come sommo bene terreno, come conquista di una più alta ed autentica umanità. In altri sonetti troviamo il tema della malinconia; in un sonetto l'Alfieri disegna il proprio ritratto fisico e morale. Piuttosto fredde risultano invece le canzoni e le odi.

La forma metrica meglio adatta all'ispirazione alfieriana è, nella lirica, il sonetto, che gli consente quella concentrazione a cui tende la sua poesia migliore. Anche in questa predilezione, Alfieri si riallaccia al poeta che sentì come suo maestro, Petrarca, da cui apprese l'«alto e forte pensare ed esprimersi». Non si tratta, però, di imitazione esteriore: nel Petrarca, egli avvertiva la sua stessa esigenza di superare attraverso la confessione i travagli della vita per scoprire la propria umanità più vera.

I sonetti migliori di Alfieri sono quelli in cui egli riesce a esprimere in forma pacata e intimamente controllata la sua malinconia, la sua tragica insoddisfazione,  la sua ansia eroica, la sua solitudine dolente; oppure, soprattutto negli ultimi anni, una profonda meditazione, sconsolata e insieme virile, sul mistero della morte e sull'uomo. Decisamente inferiori, come valore poetico, sono le liriche di carattere politico, fra le quali ricordiamo le 5 odi per l'America libera (1781-83) e quella A Parigi sbastigliato (1789), scritta in occasione della presa della Bastiglia, viziate, sostanzialmente, dalla stessa astrattezza che abbiamo trovato nei trattati. pero' inuesti sonetti e' presente la volonta' di alfieri di rappresentare il periodo storico in cui visse nei sonetti. 

Nelle rime Alfieri vuole creare un'idealizzazione di se stesso, le rime propongono un uomo dal "forte sentire'' che vive passioni ardenti, legate all'amore. Le poesie d'amore sono drammatiche, con tormenti, sofferenze, insoddisfazioni.


Il Misogallo  

Il Misogallo (parola derivante dal greco e dal latino che significa "colui che odia i francesi") è un'opera letteraria satirica di Vittorio Alfieri, comprendente generi diversi (in particolare prose e rime) ispirati agli eventi della Rivoluzione Francese tra l'insurrezione di Parigi nel luglio 1789 e l'occupazione francese di Roma nel febbraio 1798.Le pagine di prosa e di poesia del Misogallo, furono scritte fra il 1789 e il 1798 e pubblicate nel 1814 dopo la caduta di Napoleone Bonaparte e alla vigilia della Restaurazione.

In quest'opera antifrancese, Alfieri, con una critica feroce e pungente, rivede i suoi primi apprezzamenti rivolti alla Rivoluzione convogliati nell'opera Parigi sbastigliato.

Il Misogallo è l'espressione esasperata dell'odio di Alfieri contro i Francesi. Comprende 5 prose, 46 sonetti, 63 epigrammi e un'ode, che costituiscono uno spietato atto d'accusa contro la Rivoluzione, nato da un'ostilità violenta e preconcetta.

La Francia in genere, e la Rivoluzione in particolare, sono dall'Alfieri considerate ree di aver tradito e screditato l'ideale di libertà con i sanguinosi eccessi del Terrore. Alfieri, sentendosi tradito in ciò che ha di più caro rivolge contro i francesi durissimi attacchi e invettive sarcastiche.

Si schianto' violentemente contro la Rivoluzione francese, di cui non comprese il significato e la grande portata storica; né la cosa stupisce, dato che egli non ebbe mai una vera e concreta sensibilità politica, ma del motivo politico si servi inconsciamente per mascherare la sua rivolta individualistica, il suo sentimento verso la condizione umana.

Ma il valore dell'opera non sta in questa polemica antistorica e sostanzialmente reazionaria, bensì nel fatto che essa nasce in funzione di una nuova coscienza nazionale italiana di cui Alfieri si fa portatore e che si sviluppa proprio nel contrasto con la Francia, contro l'egemonia che essa afferma in quel tempo in Europa e contro la sua conquista dell'Italia.

Per questo, l'odio antifrancese acquista un significato che supera il suo carattere occasionale e contingente, e diventa, in sostanza, un appello per il riscatto della nazione italiana. Questo appare chiaramente nel sonetto che presentiamo e che conclude il Misogallo. In esso, il poeta lancia un messaggio di libertà e di riscatto che sarà raccolto dagli uomini del nostro Risorgimento.



Della tirannide


Della Tirannide (parola di origine Greca formato da tυραννος = tiranno) è un'opera politica di Vittorio Alfieri, scritta nel 1777 quasi di getto.

È suddivisa in due "libri". In essi si parla del tiranno e dell' uomo libero come due condizioni essenziali dell' uomo.

Per l'Alfieri tiranno è qualunque governo che può manovrare a proprio piacimento le leggi o anche raggirarle: quindi in generale ogni forma di organizzazione statale. Il Principe stesso è tiranno per l'Alfieri: una sua eventuale uccisione avrebbe però come unica conseguenza un incremento della durezza nel successivo sovrano.
Sarebbe quindi necessario che gli uomini che si sentono liberi insorgessero con le armi per ottenere la libertà, ma ciò sarebbe auspicabile solo se il tiranno fosse tanto spietato da portare all'esasperazione l'intera popolazione, facendo nascere il desiderio di insorgere.
Insomma, il tiranno dev'essere lo stimolo per i valorosi a ribellarsi: più il tiranno abusa del proprio potere, tanto più è probabile che i suoi sudditi insorgano e pongano fine a "quest'insensata forma di governo". Per cui l'atteggiamento politico di questo autore può essere da noi attualmente definito anarchico. Alfieri esamina anche l'umanità in generale dividendola in tre categorie: il "tiranno",colui che opprime, il "vulgo", la massa, il gregge che si lascia opprimere concepita come entità animalesca, e i "liberi uomini",coloro che si ribellano al tiranno difendendo la loro libertà. Fra tutte le forme di governo,pur tutte negative,la peggiore è per Alfieri la democrazia perché impone il potere della maggioranza (del popolo animalesco) sulla minoranza. I liberi uomini si differenziano dalla massa comune e volgare. In conclusione, l'autore condanna ogni forma di organizzazione statale costituita ma non propone nessuna alternativa: questo può quindi essere considerato il limite del pensiero politico di Alfieri.

La tirannide è definita come quel governo basato sulla paura dell'oppresso e dell' oppressore (e cioè del tiranno). L'uomo libero deve vivere lontano dalle cariche, dai vizi e dagli onori dispensati dal tiranno e fare del bene alla collettività dedicandosi alla compilazione del suo libero pensiero e divulgarlo. Da una massa di uomini indistinti sono contrapposte le figure del tiranno e dell' uomo libero, individui eccezionali, superiori ai molti che combattono per l' autoaffermazione. Entrambi hanno due fini: potere assoluto e gloria eterna.



Del principe e delle lettere

Del Principe e delle Lettere è un trattato scritto da Vittorio Alfieri. Fu iniziato a Firenze nel 1778, e concluso nel 1786.

L'opera è suddivisa in tre libri:

  •  Il “Libro primo” è rivolto ai principi che non proteggono le lettere.
Si rivolge alle autorità del periodo, i principi, che non devono render conto a nessuno del loro operato, ragionando sull'influenza e sulla necessità di dare o meno protezione a letterati e scrittori.
  • Il “Libro secondo” è rivolto ai letterati che non si lasciano proteggere.
In questa parte dell'opera fa riferimento a numerosi scrittori, antichi e moderni, Omero, Sofocle, Rousseau, Machiavelli, e collocandoli nel loro tempo, analizza se siano stati protetti dai regnanti e quale influenza ne abbiano avuto.
  • Con il “Libro terzo” si rivolge alle ombre degli antichi liberi scrittori.

Alfieri, dopo aver trattato delle varie forme di oppressione che può avere il principe nel confronti degli scritti, vuole analizzare e capire se le lettere possano perfezionarsi senza protezione, quale ruolo abbia avuto lo sviluppo della scienza e quale ruolo abbiano giocato gli scritti nelle poche “libere”.

La tematica principale di quest'opera, divisa in tre libri, è il rapporto tra l'uomo di potere, il principe, e l'uomo di lettere, lo scrittore. La definizione che l'autore dà del principe è molto simile a quella del tiranno, tanto da rendere i due termini tra loro sinonimi: egli è, infatti, "colui, che può ciò che vuole, e vuole ciò che più gli piace; nè del suo operare rende ragione a persona; nè v’è chi dal suo volere il diparta, nè chi al suo potere e volere vaglia ad opporsi".E conclude nel capitolo duodecimo che il principe riporrà sempre in silenzio le vere lettere, poiché da esse nasce l'idea della fine del principato.

Esplicito è il richiamo, sin dal titolo, al trattato di Machiavelli Il principe, che verrà ripreso anche nel capitolo finale Esortazione a liberar la Italia dai barbari. Un altro testo che influenza quest'opera è poi il trattato Del sublime dello pseudo-Longino, che affronta l'ideale estetico e retorico del sublime.


Le satire 

Pensate fin dal 1777 e riprese più volte nell'arco della sua vita, sono componimenti sui "mali" che afflissero l'epoca del poeta. Sono diciassette.
Tutte più o meno violentemente antilluministiche e antifrancesi vediamo l'espressione esasperata del suo pessimismo, non più animato, come un tempo, dall'ansia eroica, dal sogno di un'umanità nuova, magnanima e generosa. Quella di Alfieri è quindi una satira senza sorriso, negativa e non costruttiva: la satira di un moralista triste.



Le commedie 

Alfieri scrisse sei commedie:

  • L'uno
  • I pochi
  • I troppi
  • L'antidoto
  • La finestrina
  • Il divorzio

Le prime quattro costituiscono una specie di tetralogia politica, La finestrina è un'opera a carattere etico universale, Il divorzio tratta dei costumi italiani contemporanei.

Furono scritte nell'ultima parte della vita dell'Alfieri, intorno al 1800, anche se l'idea di produrre commedie fu concepita alcuni anni prima. Lo stesso Alfieri racconta nella Vita di essersi ispirato a Terenzio per creare un proprio stile di autore comico:

« Pigliai anche a tradurre il Terenzio da capo; aggiuntovi lo scopo di tentare su quel purissimo modello di crearmi un verso comico, per poi scrivere (come da gran tempo disegnava) delle commedie di mio; e comparire anche in quelle con uno stile originale e ben mio, come mi pareva di aver fatto nelle tragedie. »

I giudizi sulle commedie dell'Alfieri sono in genere assai negativi. Uno studio su queste composizioni è quello di Francesco Novati, il quale, pur considerandole «un importante documento, una pagina notevolissima della storia della letteratura», le definisce nel complesso «opere imperfette, in parte rifatte, emendate, limate» e ne elenca numerosi difetti: la lingua in cui sono scritte «è un faticoso miscuglio di vocaboli e modi famigliari, popolari talvolta, anzi prettamente fiorentini, e di forme auliche, lontanissime dall'uso comune», e il dialogo che ne consegue «manca di vivacità, scioltezza e spontaneità»; il verso «è riuscito duro, stentato, fiacco, cadente, senza suono, senza carattere».

Pagine secondarie (3): Diario Il Saul La poetica
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