Ecco tua Madre

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé. (Gv 19,25-27).

 Nei Vangeli, dopo gli eventi dell’Incarnazione, non abbiamo tante notizie circa la madre di Gesù. Probabilmente la sua vita continuò a svolgersi in maniera del tutto ordinaria. Brevi sono i cenni su di lei. Lungo il cammino del discepolato, la incontriamo sulla stessa strada di Gesù. In realtà, il cammino della madre di Gesù è dove si trova il Figlio.

L’evangelista Giovanni fin dall’inizio, dopo il prologo, descrive la sua presenza così: “e c’era anche la madre di Gesù” (Gv 2,1).

Al capitolo 19 Giovanni riprende questa presenza di Maria, facendo risuonare, in qualche maniera, un’altra presentazione: “ecco l’uomo” (19,5), un’espressione detta nei confronti di Gesù, presentandolo come l’uomo dei dolori, che indossa la corona di spine e il mantello di porpora e mostra i segni della flagellazione. L’espressione sembra richiamare quanto profetò Zaccaria: “Ecco un uomo che si chiama Germoglio: fiorirà dove si trova e ricostruirà il tempio del Signore” (Zc 6,12). L’espressione “Germoglio” significa: un uomo che sarà capo d'Israele (in riferimento a Zorobabele). Gesù viene chiamato germoglio, perché come germoglio della terra anch'egli crescerà a poco a poco, fino a diventare molto grande e dare i suoi frutti (cfr. Ag 2,23).

In questo scenario teofanico, i Sinottici sono concordi nel presentare diverse donne presenti alla crocifissione; Matteo e Marco ne nominano espressamente tre, mentre Giovanni ne aggiunge una quarta. Però l’evangelista Giovanni è il solo a precisare che presso la croce di Gesù si trovavano la madre di Gesù e il discepolo prediletto. Infatti, il parlare di Gesù: “Ecco il tuo figlio! Ecco la tua madre!” vengono sottolineate direttamente a Maria e al discepolo. San Giovanni Crisostomo afferma: “in questo momento il Signore manifesta un grande amore verso la Madre e la raccomanda al discepolo, allo scopo di insegnarci che dobbiamo avere tutta l'attenzione possibile, fino all'ultimo respiro, per coloro che ci hanno generato” (In Joannem, omelia 85, 2. PG 59, 462)”.

Sembra che, in queste poche righe, all’evangelista Giovanni interessi più il rapporto madre-discepolo prediletto che lo stare ai piedi della croce, quasi a dirci che essere sempre dove Gesù si trova è la beatitudine delle beatitudini. In questa beatitudine, ai piedi della croce, Maria riconosce Dio e ripete ancora una volta il suo “eccomi”, il suo “sì”, quel “Fiat” che si rinnova e si perpetua nei secoli.

Maria in questo momento, è “per la seconda volta madre” perché coglie nel mistero della croce il cammino fatto dal momento dell’Incarnazione del Verbo e ancora una volta genera.

Nel suo Vangelo, l’evangelista Giovanni, qualche capitolo prima, sottolineava: “La donna, sul punto di diventare madre, è triste perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce, dimentica i suoi dolori per la gioia che sia venuto al mondo un uomo” (16,21). Da queste parole cogliamo in Maria, Madre della Chiesa, una doppia maternità: una maternità verginale piena di gioia che si realizza a Betlemme e una maternità dolorosa piena di strazio che si realizza sul Calvario.

Nella prima Maria genera Cristo, nella seconda, invece, genera i cristiani. Però è una maternità unica, perché Maria è sempre la Madre di Cristo Gesù, sia individuale che totale (Corpo mistico). Ed è il senso che si da all’espressione “Donna…”.

Un momento prima di morire, Gesù con tanta premura (cfr. 1Tm 5,8), si ricorda di sua madre, si ricorda di noi; dalla croce ha la forza dello Spirito di continuare la sua missione di Amore.

Dall’alto della croce, Gesù rivolgendosi alla sua madre con l’appellativo di “Donna”, le apre il cuore ad una nuova maternità (cfr. Gen 3,20) nei confronti dei suoi discepoli, rappresentati con cura dall’Evangelista nella persona del discepolo prediletto. 

In questo momento per il discepolo prediletto e per il discepolo di ogni tempo risuonano ancora le parole del Cristo crocifisso, accompagnate da altre parole che rafforzano la fede, la speranza, la carità: “non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Mt 1,20). Sono le parole che l’angelo rivolse a Giuseppe, ma sono anche le stesse che ritroviamo dopo che Gesù affidò sua Madre.

Il discepolo prediletto accolse Maria per onorarla, custodirla, curarla. Vale a dire, la introdusse nello spazio della sua vita interiore, l’accolse, come vera Madre, tra i suoi beni più preziosi. Maria è davvero, all’insegna del Figlio, pellegrina e forestiera, una donna sradicata: anche lei, come il Figlio dell’uomo, non ha dove posare il capo (cfr. Lc 9,58) e si lascia “collocare” da Dio.

Nasce un nuovo rapporto tra madre e figlio che Sant’Agostino descrive in obblighi, doveri, beni.

Anche il Carmelo ha preso Maria come Madre tra i suoi obblighi, doveri e beni. Per i Carmelitani venerare Maria come madre, e in particolare, come Madre di Dio, è proprio una caratteristica che risale alla “culla del Carmelo”. Già dai primi tempi, dallo stesso luogo in cui si trovavano, potevano scorgere in lontananza Nazareth per meditare e contemplare, da vicino, seppur lontani, il mistero dell’Annunciazione e il mistero dell’Incarnazione; e lì, al Carmelo insieme a Maria, iniziarono a generare nuove identità.

Queste identità per il Carmelitano rappresentano il modo di imitare Maria, con l’atteggiamento di chi sa che deve ancora convertirsi, per incontrare il suo Signore e lasciarsi da Lui plasmare, amare.

Diceva un autore carmelitano del sec. XV: Nessun giorno, nessuna notte, nessuno studio, nessuna conversazione, nessuna gioia, nessuna fatica, nessun riposo devi trascorrere senza il ricordo di Maria. […] Ogni giorno tu diverrai più grande, più interiore, più forte, più illuminato, più puro, diverrai migliore, poiché ella insegna le vie di Dio” (Arnoldo Bostio). È un intraprendere il cammino di fede in maniera graduale. Nel corso della sua vita, il Carmelitano, facendosi plasmare dalla Parola di Dio, si trasforma ad ogni livello della sua personalità, “imitando la sua carità (quella di Maria) nel tuo servizio, possiamo unirci intimamente all’opera della redenzione (dalla Liturgia del 16 luglio). In questo modo, il Carmelitano viene conformato a Cristo e diventa una nuova creatura. Ciò significa che “occorre raggiungere la somiglianza con Maria, perché lo scopo della vera devozione a Lei è quello di diventare un’altra Madre di Dio” (beato Tito Brandsma).

Il dono prezioso fatto ai piedi della croce, diviene consacrazione a Dio nello spirito di Maria, simbolizzato dallo Scapolare, perché scopo della consacrazione è Dio stesso. Ancora più profondamente, Dio ci consacra donandoci Maria, come madre e sorella. In questo cammino di fede, Ella è colei che “illumina e guida i suoi figli, che ha rivestito del santo abito in segno della sua protezione” (dalla Liturgia) e ripete ancora oggi a tutti noi: “fate quello che Gesù vi dirà” (Gv 2,5). Ogni cristiano che per mezzo dello Scapolare si consacra a Maria appartiene a Lei, si pone al suo servizio, come dovrebbe fare un figlio verso la propria Madre: fedeli mediante l’imitazione che per mezzo di Maria ci conduce all’intimità con Cristo Gesù e con il Padre. “La Vergine nella sua vita fu modello di quell’amore materno, del quale devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa, cooperano alla rigenerazione degli uomini” (LG 65).

Noi dobbiamo fare quanto Gesù ci dice. Nelle nostre mani abbiamo un dono e deve assumere per ogni membro della famiglia carmelitana lo stesso significato che ebbe per Giovanni sul Calvario: “Noi prendiamo Maria tra le cose che ci appartengono”, vale a dire: prendiamo sia la persona di Maria che la Comunità concreta che è la Chiesa, Corpo di Cristo e, in particolare, la nostra famiglia carmelitana per camminare sulle orme di Gesù.

Maria, la madre, è colei che ci accompagnerà alla fonte della grazia, all’obbedienza della fede ove si rinnoverà il cammino di ogni discepolo.

Questo cammino si rinnova ai piedi della croce dove troveremo sempre Maria, la madre. Il Calvario è l’ora della maternità. In questo luogo santo, viene generata la salvezza di tutti. È il luogo in cui viene generata la Chiesa. In questo luogo si attualizza la grande ora e non solo per Cristo Gesù, per Maria ma anche per noi in quanto chiamati a rafforzare la fede e la speranza, perché nelle vicende umane, Dio ci coinvolge nella sua stessa sconfitta. In questa sconfitta, Ella si mostra ancora Madre in quanto ci partorisce “di nuovo” o come ricorda il Salmista: “là costui è nato… l’uno e l’altro in essa sono nati…” (Sal 87,4-5).

Questo luogo di rinascita diventa un appuntamento con la Madre, “segno di consolazione e di sicura speranza, sul nostro cammino verso il monte della tua gloria” (dalla Liturgia), perché anche noi, con lei possiamo realizzare la volontà del Padre e innalzare a lei una lode, come fecero per Giuditta: “Benedetta sei tu o Madre, fra le donne! Il coraggio che hai avuto non cadrà mai dal cuore e dal ricordo della Chiesa e del Carmelo, che ricorderanno per sempre la potenza di Dio” (cfr. Gdt 13,19).

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