LA PERSONA DI SAN PAOLO

SAN PAOLO
 
da convertito ad evangelizzatore

  

 

 
Vi propongo una riflessione sulla figura di san Paolo, l’Apostolo dei pagani, di lui la Regola del Carmelo ci invita a fare una lettura assidua del suo epistolario e ce lo offre come modello (cfr. RC, 20).
Ripercorreremo velocemente, nei suoi tratti essenziali l’esperienza di Paolo per cogliervi suggerimenti e spunti per il nostro oggi di carmelitani impegnati nelle fatiche apostoliche in un mondo in mutamento sempre più rapido.
Non si tratta di uno studio approfondito, non mancheranno quindi le possibili occasioni di discussione su questo o quel punto. Questa che segue è piuttosto una conversazione, una proposta di riflessione da sviluppare assieme, nel comune sforzo di dare al nostro annuncio un carattere profetico sempre più marcato.

1. Formazione ed eredità
Chi è Paolo, colui che dopo aver incontrato Cristo diventerà l’Apostolo delle genti?
Nella Lettera ai Filippesi (4b-6) troviamo una descrizione di sua mano che può servirci come base nel descriverne la personalità:

«[4b] Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: [5] circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; [6] quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge».

Sappiamo poi dal Libro degli Atti che era stato addirittura un allievo di Rabbi Gamaliele I (cfr. At 22,3), uno dei maestri più stimati a Gerusalemme nel I secolo. Dunque, Paolo è un ebreo tra i più rigorosi, uno di quelli che naturalmente entrano in contrasto con Cristo e il suo modo di prendere la Legge, è un naturale persecutore dei cristiani, visti come un pericolo reale per l’integrità della fede e della prassi giudaiche.
E difatti, Paolo fa la sua prima apparizione nel Nuovo Testamento come testimone del martirio di Stefano (At 7,58; 8,1).
Conosciamo dalla stessa appassionata parola di Paolo quanto radicalmente diversa sia la concezione della Legge per i farisei e i giudei in genere e i cristiani; basta rileggere le Lettere ai Galati e ai Romani per avere un’idea sufficientemente chiara di tale opposizione. Certo lo zelo che egli applicherà alla predicazione del Vangelo non è minore di quello che metteva nella persecuzione degli eretici cristiani e nell'affermazione dell'unicità della Legge mosaica.

2. Conversione
Paolo, tuttavia, proprio grazie alla sua fondamentale, sincera fedeltà alla Legge, non sa dire di no a Gesù che lo interpella personalmente. Per usare le sue parole: «quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3,7-9).
Paolo incontra Cristo sulla via di Damasco, durante una delle sue missioni di persecuzione: dunque l’incontro avviene proprio in un momento di lontananza da Cristo, addirittura di avversità nei suoi confronti.
Vediamo in che modo egli stesso parla della sua conversione nella Lettera ai Galati (1,11-24) e chiediamoci quali elementi possiamo ricavare dal suo racconto:
«Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. Quindi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia. Ma ero sconosciuto personalmente alle Chiese della Giudea che sono in Cristo; soltanto avevano sentito dire: “Colui che una volta ci perseguitava, va ora annunziando la fede che un tempo voleva distruggere”. E glorificavano Dio a causa mia».

Questa conversione viene raccontata con alcuni particolari contraddittori anche dal Libro degli Atti (9,1-19; 22,1-16; 26,9-18).
Paolo non ci parla degli elementi estatici di cui abbondano invece i tre racconti del libro degli Atti (la luce accecante, la voce, la caduta...). Non dice nulla neppure di Anania, il quale secondo san Luca lo avrebbe battezzato e iniziato alla fede cristiana. Addirittura posticipa di tre anni la visita agli Apostoli, a Gerusalemme; prima di allora avrebbe già predicato ad Antiochia senza una loro conferma, ma dopo un congruo tempo di “deserto” in Arabia, che potremmo chiamare un tempo di formazione.
Solo dopo altri quattordici anni (Gal 2,1-10) Paolo avrebbe chiesto e ottenuto conferma del proprio operato e del suo metodo da «Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne» (Gal 2,9).
Certo è che con il collegio degli Apostoli non sempre è corso buon sangue: avevano modi troppo diversi di vedere la Chiesa, la sua vita e la sua opera di evangelizzazione. La dura polemica nei confronti di Pietro presente in Gal 2,11-14 come le vicende narrate dal capitolo 15 degli Atti dimostrano che non fu sempre facile il rapporto tra Paolo e gli altri Dodici.
È interessante il richiamo che Paolo fa alla chiamata «fin dal seno di sua madre»: un richiamo evidente alla dimensione profetica della sua vocazione. Che senso ha per noi tutto ciò?
Innanzitutto credo che dobbiamo ricordare l’importanza di essere inviati da Dio, scelti da Cristo (cfr. Gv 15,16) per essere suoi testimoni, animati dallo Spirito Santo e inseriti pienamente nella Chiesa, anche quando può apparire che la Chiesa sia su posizioni diverse da quelle che noi preferiremmo. Anzi sarebbe auspicabile un giusto livello di spirito critico nei confronti delle cose ecclesiali, purché sempre opportunamente coniugato con un profondissimo senso di obbedienza cosciente e libera nei confronti dell'insegnamento magisteriale. L’aspra discussione tra Paolo, Pietro e gli altri Apostoli sulla questione dell'osservanza della Legge da parte dei pagani convertiti al cristianesimo è fondamentale anche oggi per comprendere il senso del discernimento e della spontanea adesione alle decisioni autorevolmente prese.
Il tempo trascorso in Arabia da Paolo ci rammenta che la formazione è e resta fondamentale: senza il necessario bagaglio di conoscenze non sarebbe possibile evangelizzare in modo pieno. D’altra parte dobbiamo ricordare che annunciamo una persona e non una dottrina: dunque parlare di formazione per qualsiasi cristiano, ma a maggior ragione per chi è investito del ministero di evangelizzare, significa parlare di un rapporto profondo, vitale con Cristo. Anche noi con Paolo dovremmo poter dire «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

3. Messaggio
Più specificamente, qual è il messaggio annunciato da san Paolo?
Il kerigma paolino è perfettamente “apostolico”: egli annuncia solo e soltanto Gesù morto e risorto per la salvezza dell’umanità. Paolo viene inviato dal Signore stesso (cfr. At 22,21; 26,17-18) perché annunci ciò che «ha visto» (cfr. At 22,15; 26,16); più particolarmente che Gesù è il Figlio di Dio (cfr. At 9,20; Gal 1,16), morto e risorto per la salvezza dell'intera umanità (cfr. At 26,23).
Neppure l’esperienza deludente di Atene (cfr. At 17,16-34) lo frustra e lo disarma. Anzi, Paolo ne esce ancor più convinto della necessità di continuare ad annunciare «Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,2).
Tutta la teologia paolina ruota attorno a questo centro, il resto ne è conseguenza e deriva dall’esperienza fondamentale dell’apostolo: l’incontro con Cristo sulla via di Damasco. Il mistero della croce, poi, fa risplendere il mistero della carità trinitaria che diventa meta e condizione di possibilità della carità dei cristiani.
La cosa interessante è che Paolo, in certo qual modo, inventa una nuova cultura, mutuata dall’ellenismo e dal giudaismo in cui si era formato, ma profondamente segnata dell’evento Cristo.
Anche per noi vale lo stesso discorso: non c’è altro messaggio da offrire all’uomo d’oggi, se non quello di un Dio, il quale per amore si incarna, prende su di sé la miseria e il limite umani e li redime, donando a tutti la possibilità di condividere nell’amore la sua stessa vita divina. I misteri fondamentali della fede cristiana, così come li abbiamo ricevuti dal catechismo non possono essere mai dimenticati.
Il punto è, semmai, quali aspetti del messaggio sottolineare, perché più urgenti in questo preciso momento storico, nel nostro ambiente. L’apostolato di Paolo è fatto di predicazione, ma anche di colloqui personali e di lettere, scritte generalmente in risposta a precisi motivi occasionali. Proprio questo modo di presentare il messaggio antico e sempre nuovo del Vangelo indica rispetto profondo dei destinatari e capacità di adattamento alle loro condizioni.
Anche i nostri antichi padri hanno saputo tradurre il messaggio evangelico, di cui erano portatori, in termini apprezzabili ed eloquenti per la gente a cui si rivolgevano. Basterebbe pensare alla ricchissima tradizione legata allo scapolare, che è stato uno dei mezzi di evangelizzazione più fortunati e fecondi della tradizione cristiana.
In questo senso potremmo ripensare ai temi della nostra evangelizzazione. Perché, proprio in linea con la tradizione carmelitana, non riformuliamo per l'oggi il messaggio legato ai “novissimi”, di estrema attualità e necessità?
Così pure, riguardo alla cultura pluralistica e in fermento di fronte alla quale ci troviamo, in che modo dobbiamo porci? Oggi assai più di pochi anni fa, siamo spettatori di un rinnovato dialogo tra cattolici e laici. Si moltiplicano, proprio in questi giorni sulla stampa come in televisione, i confronti su temi di interesse comune, per esempio l'etica. Così pure iniziative come quella della nuova traduzione del "Padre nostro" richiamano l'interesse di personaggi dai quali tutto ci si sarebbe aspettati tranne che potessero interessarsi di questioni simili. Tutto ciò sta a dimostrare che, se da una parte c'è un'indiscutibile lontananza culturale della nostra società dal messaggio evangelico, dall'altra ci sono condizioni rinnovate di incontro e di dialogo con ambienti e persone che solo pochi anni fa venivano considerate definitivamente perdute.
Forse non siamo in grado di entrare in una simile competizione; tuttavia si impone una domanda: possiamo dire qualcosa alla crescente richiesta di spiritualità che viene dalla società e nella Chiesa? Di fatto i laici ci provocano a dare una risposta concreta a questo bisogno. Nel convegno delle Chiese italiane a Palermo è tornata più volte questa domanda di spiritualità, particolarmente per i laici: dalla relazione introduttiva del sociologo Garelli alla conclusione del cardinal Ruini. Non credo che possiamo tanto facilmente e superficialmente dimenticare queste esigenze o delegarle ad altri, a meno di non voler dare per esaurito il nostro carisma.
 
4. Destinatari
Nella predicazione san Paolo si rivolge solitamente prima alle comunità ebraiche a cui parla nelle sinagoghe (cfr. At 13,13-43); solo dopo il loro rifiuto inizia a rivolgersi ai pagani (cfr. At 13,44-50). Così almeno il racconto degli Atti riguardo il primo viaggio missionario.
Paolo poi, dopo aver chiarito a Gerusalemme con il collegio dei Dodici la questione dell’osservanza della legge (At 15), si prepara per un secondo viaggio. Durante la sosta a Troade, sulla costa della Misia, Paolo fa un sogno: «Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”» (At 16, 9). Paolo cominciò così, da Filippi, l’evangelizzazione dell’Europa.
Perché Paolo si rivolgeva di regola ai giudei, prima, poi, dopo il loro rifiuto, ai pagani? Evidentemente, ciò nasceva dalla convinzione, spirituale perché legata strettamente alla sua vocazione-conversione, che la salvezza è offerta a tutti e che tutti sono chiamati a far parte della famiglia di Dio, del corpo di Cristo. Tuttavia Paolo sente di dover rispettare l'economia scelta dal Signore, per cui il popolo d'Israele riveste un ruolo particolare nella storia della salvezza (cfr. Rm 9-11).
Paolo, inoltre, salvo pochissime e significative eccezioni, di solito non usa il termine “popolo di Dio” per definire la Chiesa: ciò nasce dall'esigenza di non creare confusioni sulla chiamata universale alla salvezza.
Possiamo ripensare alla particolare situazione in cui veniamo a trovarci oggi, in cui i “pagani” sono decisamente in aumento. Non avrebbe nessun senso chiuderci in un ghetto, magari dorato e odoroso d'incenso, in cui potremmo forse trovare tranquillità, star bene, ma non saremmo certamente proposta profetica per nessuno.
D’altra parte, anche l’esperienza originale carmelitana aveva individuato nel convento la struttura ideale per il suo modo di essere, tra la gente, segno profetico della concreta possibilità di vivere uniti a Dio e ai fratelli. Il convento è il luogo del convenire, il luogo da dove i frati partono per la predicazione itinerante e l'apostolato e dove tornano, in piena sintonia con il modello apostolico evangelico, per raccontare le meraviglie operate dal Signore e ricaricarsi nella condivisione fraterna in vista di nuove missioni. La porta del convento diventa allora luogo di comunicazione, luogo di passaggio e d'incotro tra la vita della gente e quella dei frati. Dunque, se cresce tra i frati la comunicazione della vita e delle esperienze spirituali, può anche crescere di pari passo la loro presenza accanto alla gente e l'accoglienza di ciascuno con le sue ricchezze e i suoi bisogni.
Vale la pena di spendere una parola sulla realtà sociale in cui siamo inseriti e a cui ci rivolgiamo: se da una parte la maggioranza degli italiani si dichiara cattolica e religiosa, è pur vero che solo una minoranza fa proprie le esigenze del Vangelo e dell'insegnamento ufficiale della Chiesa, impegnandosi in una vita cristiana pratica e attiva. Sono molti di più i cristiani che vivono la loro fede in maniera saltuaria, spesso devozionale e legata soprattutto a momenti particolari della vita familiare e personale. Percentualmente di meno, ma in numero crescente rispetto al passato, sono invece i "lontani". Per ciascuno di questi gruppi occorre individuare linguaggi, metodi e dinamismi utili alla comunicazione del Vangelo.

5. Metodo
Allora la domanda sul metodo dell’evangelizzazione non appare più vuota e oziosa.
Ascoltiamo dalle stesse parole di Paolo in che modo egli percepisse il suo ministero di evangelizzatore, che innanzitutto era appunto un vero servizio:
 
«[19] Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: [20] mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. [21] Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. [22] Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. [23] Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro» (1Cor 9,19-23).

Potremmo chiamarlo un metodo “incarnazionista”, in cui l’inculturazione si opera continuamente, nel pieno rispetto dell’annuncio da dare, offerto senza sconti e senza sbavature, ma anche nel pieno rispetto dei destinatari, ai quali il messaggio viene offerto in modi e forme perfettamente comprensibili.
Anche in ciò sta la grandezza di san Paolo: ha saputo far tesoro di tutto, della propria formazione farisaica come delle nuove esperienze di predicatore, perché il messaggio giungesse il più direttamente e chiaramente possibile ai destinatari. Un "grande comunicatone", indubbiamente! Di particolare nota è il fatto che Paolo pur essendo una personalità di tutto rispetto nel quadro della Chiesa primitiva, e ne ha piena coscienza (cfr. 2Cor 10,12-11,6), però riconosce e afferma la propria debolezza e povertà (cfr. 2Cor 4,7; 12,7-10) quasi fosse un titolo di merito.
In questo modo egli ci ricorda che l'opera dell'evangelizzazione è prima di tutto frutto dello Spirito e della vita in Cristo. In questo senso, occorre dire che un aspetto, forse poco ricordato, della personalità di san Paolo è proprio la sua vita mistica, a cui egli fa accenno con molto pudore in alcuni passi delle sue lettere (cfr. 2Cor 12,1-6), ma che emerge piuttosto dal vocabolario da lui usato, quando addirittura non lo crea ex novo. Per esempio quell'«essere in Cristo» che più volte torna nelle lettere, ha un'indubbia valenza mistica.
Tutto ciò ci suggerisce la possibilità di tradurre in termini comprensibili e immediatamente comunicativi il messaggio di sempre. Il prof. Garelli nella relazione di Palermo suggeriva alcune linee preferenziali riguardo al linguaggio, che qui ricordiamo:
- il linguaggio della comunicazione diretta e interpersonale, in un mondo spersonalizzante e omogeneizzato;
- risignificare le stagioni della vita dell'uomo, come risposta positiva a coloro che vengono in chiesa solo in certi momenti;
- il linguaggio dei simboli, dei riti, delle immagini da valorizzare e riattualizzare.
In tutto questo non bisogna dimenticare il linguaggio della carità e quello dell'educazione, sempre ineludibili e sempre attuali.

6. Alcuni rilievi conclusivi
Possiamo concludere le nostre riflessioni con alcuni appunti, alcune indicazioni di percorsi, metodi e atteggiamenti personali utili da rilevare.
Innanzitutto è chiaro che dobbiamo tener presente la coscienza di essere chiamati e inviati dal Signore. L’apostolato è tale se nasce da un invio esplicito. Questo invio ci è stato fatto nel momento stesso in cui siamo stati chiamati ed è stato confermato e rafforzato nel momento della professione e dell'ordinazione. Questa stessa coscienza ci spinge inoltre a sentirci in stato di conversione continua: non siamo mai “arrivati”, ma continuamente dobbiamo riscoprire il giusto rapporto con il Signore e il suo mistero. Lascio a voi la considerazione dei risvolti “carmelitani” di questo atteggiamento di conversione continua: deserto, unione con Dio, vivere alla sua presenza, preghiera, contemplazione, centralità della Parola e della vita sacramentale, passione per Dio e per l’uomo...
Inoltre dobbiamo sempre ricordare l'insostituibile dimensione comunitaria dell'annuncio. Ne parleremo più diffusamente domani, quando affronteremo gli aspetti ecclesiali e carmelitani dell'annuncio; tuttavia va sottolineata la forte sensibilità ecclesiale che proprio san Paolo ci ha comunicato e da cui era animato il suo apostolato. Non possiamo però sottacere il valore profetico della vita comunitaria: l'esercizio dell'accoglienza e del servizio all'esterno è autentico e può crescere solo se nasce da una ricchezza interiore che vuol essere comunicata. Il linguaggio della carità nasce e si fonda proprio sulla comunione fraterna che crea comunità capaci di comunicazione, accoglienza, condivisione, solidarietà.
Fondamentale è il rispetto dei destinatari, per i quali ci è stato consegnato il messaggio: non siamo inviati per portare qualcosa di nostro, e tantomeno siamo chiamati a difendere una proprietà privata. Siamo inviati ad annunciare una Persona ed il suo evento salvifico, che ci ha toccato, fatto suoi perché potessimo collaborare nel comunicare a tutti la sua buona notizia.
Tutto ciò ci porta a considerare con occhio meno pessimista la realtà in cui ci troviamo ad operare: possiamo recuperare la passione di Dio per la creazione e per l'umanità e sentirci cooperatori di una storia di salvezza che parte da Lui, ci coinvolge e, finalmente, torna a Lui.