LA CHIAMATA DI PAOLO A DAMASCO

LA CHIAMATA DI PAOLO A DAMASCO


fonte: http://www.stpauls.it/coopera/0901cp/0901cp02.htm

 
A Damasco, Paolo riceve l’illuminazione/rivelazione di Cristo 
(Pietro Gagliardi, la Conversione di Paolo).

È nell’esperienza di Damasco che si forma la spiritualità apostolica e missionaria di Paolo.   
La svolta più significativa dell'esistenza di Paolo avviene lungo la via che lo aveva appena condotto alle porte della città di Damasco (gli Atti degli Apostoli la descrivono in ben tre racconti: capitoli 9; 22; 26).
La lettura tradizionale della Chiesa ha interpretato questa esperienza di Paolo soffermandosi particolarmente su uno degli aspetti a prima vista più appariscenti, la "conversione" (da cui è nata la festa della Conversione di San Paolo, il 25 gennaio). Paolo si sarebbe inoltrato in quel processo di purificazione e di rinnegamento del passato – fonte di senso di colpa e di rimorso – per immergersi in una nuova vita e in una nuova dimensione religiosa. Bisogna dire però che questa interpretazione rispecchia solo in parte la realtà di Paolo ed è invece frutto di quella concezione della conversione che era propria di Agostino, secondo il quale chi si "converte" rinnega il passato e si inoltra in una austera vita di penitenza (anche Lutero applicò a Paolo questo stesso concetto di conversione, che le "scuole" di psicologia non esiteranno a fare proprio).
Oggi si guarda all’esperienza di Paolo sulla via di Damasco sotto una luce diversa, superando quella concezione di "conversione" che viene offerta dalle diverse "scuole" o "correnti" psicologiche (Freud, Jung ecc.). A Damasco, quella di Paolo non fu quindi una esperienza di conversione, ma fu una "chiamata".
A Damasco Paolo viene illuminato/trasformato da Cristo Risorto a comprendere che tutta la storia della salvezza (racchiusa nelle vicende del popolo della Bibbia) è ora confluita e realizzata definitivamente in Gesù di Nazaret, il Risorto e il Figlio di Dio.
Questa chiamata è alla base della "missione" stessa di Paolo: egli viene chiamato come Apostolo del Signore per estendere ai pagani quella storia della salvezza che il popolo di Israele limitava ai soli suoi confini e ai soli suoi membri.
A Damasco Paolo non sconfessa il suo passato di credente e di figlio di Abramo, ma comprende che la fede e la figliolanza di Abramo sono estese a tutta l’umanità (ebrei e pagani), grazie al dono del Vangelo di Gesù (per questo Paolo non esiterà a "farsi tutto a tutti", 1 Cor 9,22).
A Damasco Paolo più che un grande "convertito" è un grande "chiamato". L a "luce dal cielo" che lo folgora è la forza della Rivelazione di Gesù che si "impone" a Paolo. La "cecità" che colpisce l'Apostolo è il momento della purificazione, del silenzio e del deserto per fare spazio unicamente a Gesù e al suo Vangelo. Le "squame" (o "scaglie") che cadono dai suoi occhi sono l’immagine del "vecchio lievito" o del "vecchio uomo" di cui Paolo si spoglia e si libera per rivestirsi del "nuovo uomo" che è Cristo.
A Damasco Paolo non ha né una allucinazione né un ripiegamento su se stesso, ma piuttosto apre il cuore alla persona di Gesù che "mi ha amato e ha dato se stesso per me" (come scriverà in Gal 2,20) e fa spazio al suo vangelo (che Paolo chiamerà "il mio vangelo").
II cammino di Paolo non cessa a Damasco sulla "Via Diritta", ma il suo è un cammino che da lì procederà lungo tutte le vie dell’Impero Romano per annunciare la ricchezza e la grazia del Vangelo e per far conoscere a tutti la salvezza che abbiamo ricevuto in Cristo.
Da persecutore/distruttore delle Comunità cristiane, prima di Damasco, Paolo diventa, dopo Damasco, l’apostolo/costruttore delle Comunità cristiane soprattutto presso i pagani, che gli Ebrei, come Saulo, non ritenevano degni di appartenere al popolo eletto. È interessante notare come, nelle sue Lettere, Paolo ami ricorrere al linguaggio dell’architettura e della costruzione, per indicare la sua missione di "sapiente architetto" nel porre un fondamento solido alle sue comunità, fondamento che è Cristo stesso (1Cor 3,10).
Le due fasi della vita di Paolo (prima e dopo Damasco trovano una felice descrizione presso gli antichi commentatori latini. Nella tradizione biblica la tribù di Beniamino, alla quale apparteneva Paolo (cfr Fil 3,5; Rm 11,1) era caratterizzata dal simbolo del "lupo" (cfr Gn 49, 27: « Beniamino è un lupo che sbrana») e del "prediletto del Signore" (cfr Dt 33,12: «Prediletto del Signore è Beniamino»). Per questo venivano attribuiti a Paolo i simboli del "lupo" (a motivo della persecuzione contro i cristiani) e del "prediletto o scelto" (a motivo della elezione ricevuta da Cristo sulla via di Damasco: «Egli è per me uno strumento eletto», At 9,15).
Nella prima fase Paolo è il persecutore/demolitore, nella seconda è il costruttore della Chiesa.
È grazie all’esperienza di Damasco che Paolo può invitare i destinatari delle sue Lettere (ma anche i cristiani di ogni tempo) a essere "suoi imitatori come egli lo è stato di Cristo" (1Cor 11,1)
Anche se non sulla via di Damasco, per noi che percorriamo oggi le vie del nostro tempo è necessario, come lo era stato per Paolo, un tempo di "cecità" e un tempo di "luce", un tempo di "deserto" e un tempo di "preghiera", per essere tutti di Cristo e del suo vangelo; come ci direbbe Paolo vivo oggi.

Primo Gironi

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