LA CARITA' IN SAN PAOLO TRA VITA SPIRITUALE E VITA QUOTIDIANA

La Carità in San Paolo:
la carità tra vita spirituale e vita quotidiana
di fr. Vincenzo Boschetto, O.Carm.


Il tema affidatomi si presenta molto vasto da trattare e richiederebbe un tempo più ampio per delle riflessioni più ben approfondite.
Come parlare in poco tempo della “Carità in san Paolo”? Per di più con l'accento “tra la vita spirituale e la vita quotidiana”. Argomento che riletto nella vita di Paolo e anche nella nostra, affonda nell'esperienza pasquale. Tutto, infatti, parte da quest'evento celebrato e da celebrare. Ed è sempre lo Spirito Santo l'anima di tutto, Colui che sempre ci conduce dentro questa celebrazione.
La Regola Carmelitana ci fornisce le motivazioni:
“Siccome, poi, la vita dell'uomo sulla terra è un combattimento, e tutti coloro che vogliono vivere piamente in Cristo debbono sostenere delle lotte e inoltre siccome il vostro nemico, il diavolo, vi gira attorno come un leone ruggente, cercando chi divorare, attendete con ogni sollecitudine ad indossare le armi di Dio, affinché abbiate ad essere vincitori contro le insidie dell'avversario.
I fianchi debbono cingersi col cingolo della castità; il petto deve fortificarsi con pensieri santi, perché sta scritto: il pensiero santo ti renderà incolume. Bisogna indossare la corazza della giustizia, in modo che abbiate ad amare il Signore Dio vostro con tutto il cuore, e con tutta l'anima e con tutta la forza, e il prossimo vostro come voi stessi...”1.

Chiediamoci: che cos'è la spiritualità che celebriamo o che dobbiamo celebrare?

La parola “spirito” che troviamo nella Bibbia, in ebraico «Ruah» significa “soffio di vento”, “respiro della vita” ed indica anche che l’uomo ha saziato la sua fame o la sua sete ed ha ripreso coraggio.
Lo spirito, nella nostra tradizione, indica tutto l’uomo, non solo una sua dimensione. Infatti, la forma di saluto, che in genere usiamo nelle Celebrazioni, “con il tuo spirito” significa “con te”.
Se cerchiamo sul vocabolario della lingua italiana la parola spiritualità, troviamo questa definizione: qualità spirituale; ciò che si riferisce allo spirito, in quanto pura intelligenza e sentimento assoluto, intimo ed astratto.
La spiritualità allora è un fatto personale, che ciascuno vive in maniera diversa e questo perché, derivando dalla Grazia, è parte di quei doni che Dio ci ha dati chiamandoci alla santità.
Spiritualità è quindi per noi non solo atteggiamento interiore, ma stile di vita, essenza che coinvolge tutto il nostro essere, che ci eleva e ci spinge a vivere ed a conformarci alla vita di Gesù Cristo.
Cristo ha vissuto la sua spiritualità vivendola nell'Amore (Carità) facendo la volontà del Padre. Ha aderito cioè completamente, anche nella sua carne, al progetto di Dio.
Quindi la Carità coinvolge tutta la persona spirituale e materiale.
La risposta che ciascuno di noi da’ a questa sua chiamata (alla propria vocazione) è la “Carità”.
Carità che noi chiamiamo anche amore e che è il nuovo comandamento che Cristo ci ha portato. Amore che non consiste nelle parole piene di sentimento, ma nelle semplici azioni della vita; amore che deve essere senza riserve in quanto fondamento e criterio dell’etica cristiana. Questo è stato il ritratto ideale di Paolo. Tutto il suo amore è stata autentico servizio a Dio e alla comunità (cfr. At 20,19-34). Quindi vi è uno stretto rapporto tra carità e spiritualità, in quanto la prima discende direttamente dalla seconda e ne riceve la spinta motivante.
La ragione per la quale ci sforziamo di andare incontro all’altro, nonostante le sue “spigolosità” e le eventuali differenze caratteriali e culturali è che noi stessi siamo stati accolti; infatti “quando eravamo ancora peccatori” (Rm 5,6) Dio è entrato nella storia del mondo e di ciascuno di noi.
Il requisito necessario per amare è sentirsi amati ed esserlo stati concretamente, dal Signore e da quanti nella nostra vita sono stati segni e mediatori del Suo amore per noi.
La spiritualità, allora, è anima della carità nella misura in cui attingiamo alla Sorgente dell’amore gratuito e generoso attraverso gli strumenti efficaci della preghiera e dei sacramenti; questi ci permettono di ritrovare, nella fatica quotidiana, il senso cristiano della vita e la motivazione per andare oltre noi stessi.
Da questi presupposti, è possibile elaborare una spiritualità comunitaria della carità attraverso una pastorale che punti sulla preghiera, intesa come filo costante che ci unisce all’Autore della vita e ci permette di imparare, poco per volta, il Suo modo di amare.

Ancora due rilievi, prima di parlare della Carità secondo san Paolo; due rilievi su modi di pensare, che fanno parte del nostro bagaglio culturale quotidiano…

Primo rilievo: la constatazione o la sensazione, che amare da cristiani, soprattutto in certe situazioni molto problematiche, è difficile, e secondo certuni addirittura impossibile… Ci si giustifica col dire: “Sì, sì… parla ben bene il vangelo… però…”, e dietro quel “però” c’è appunto la convinzione che il vangelo punta troppo in alto rispetto alle nostre possibilità, e quindi – se non lo si mette in pratica - ci si sente in qualche modo giustificati … Ma viene anche da domandarsi: possibile che Dio – che è Padre sapiente - chieda ai suoi figli di fare passi più lunghi delle loro gambe?
Il secondo rilievo invece è una semplice questione di linguaggio e riguarda le parole “carità” e “amore”: qual è che si deve preferire?
Di solito si pensa che la carità è l’atteggiamento che si assume nei confronti di chi è nel bisogno: poveri, malati, persone che versano in stato di necessità di qualche genere… o addirittura la cosa, l’oggetto, che colma quella necessità (la carità allora sarebbe un vestito per chi è senza, un panino per chi ha fame, o denaro per chi è al verde…); ma mai e poi mai si parla di carità nelle relazioni più forti, come tra innamorati, tra sposi o tra genitori e figli… Qui è l’amore l’anima della relazione, e l’amore è qualcosa di più raffinato, più nobile della semplice carità… Carità, insomma – per usare un riferimento un po’ commerciale - sarebbe merce da supermercato, dal prezzo accessibile a tutti. Amore, invece, sarebbe articolo da boutique, molto più costoso perché vale di più.

Ma che cos’è effettivamente “carità”? Ed è poi vero che la parola “amore” indica qualcosa di più prezioso e di più nobile?

Se andiamo alle radici, alla sorgente dell’esperienza cristiana, troviamo una sorpresa: scopriamo che alle origini è tutto viceversa… La parola che indicava l’amore nella sua accezione più alta è stata declassata e svalutata, mentre quella che indicava l’amore nel suo significato più generico e terra terra ha finito col diventare la prima in classifica. Ma procediamo con ordine, per non rischiare di fare confusione.
Il linguaggio a disposizione di Paolo e di tutti coloro che hanno scritto su Gesù dopo la sua morte e risurrezione era il greco, che si parlava in tutti paesi attorno al Mediterraneo, anche a Roma. E la lingua greca (a differenza delle nostre lingue di oggi, che a volte sono piuttosto povere) aveva tre parole per dire “amore”, diverse una dall’altra a seconda del tipo di amore che si intendeva.
C’è l’amore di amicizia che attrae e unisce persone che sintonizzano tra loro per carattere, per ideali, per hobbyes, o per comuni esperienze di vita, e questo amore i greci lo chiamavano “philìa”.
C’è l’amore che porta l’uomo e la donna a cercarsi reciprocamente e ad unire insieme le loro esistenze, e a questo i greci davano il nome di “eros”. E c’è anche un amore che non c’entra necessariamente né con l’amicizia né con l’attrazione sessuale: può esserci anche in queste esperienze, ma può esprimersi liberamente a prescindere da questi ambiti. I greci gli davano il nome di “agàpe”.
Cosa intendevano con questa parola?
L’amore che si esprime in maniera totalmente gratuita, che non è condizionato dalla voglia o dallo stato d’animo, né dall’amabilità della persona alla quale si rivolge, e tantomeno dal riscontro che se ne può avere: l’unica ragione che fa scattare questo amore è il bisogno della persona che sta davanti, la si ama perché ha bisogno di essere amata: che quella persona sia riconoscente per questo, e contraccambi, oppure no, non importa: la si ama lo stesso. I greci conoscevano questa parola agàpe, ma a dire il vero non la utilizzavano molto. I testimoni dell’evento cristiano, allorché si trattò di annunciare (in greco) che l’amore di Dio si è incarnato tra noi nella persona e nella storia di Gesù, trovarono che l’unica parola adatta per dire questo era la terza: agàpe.
L’apostolo Paolo nelle sue lettere non parla mai di “eros” una volta sola di “philìa” (l’amore dell’amicizia) e 110 volte di “agàpe”. Però per Paolo l'agàpe è l'eros che ama bene2 e parla soltanto di questo amore.
Vi dicevo che la caratteristica prima dell’amore di agàpe è quella della gratuità: qui si ama senza interesse alcuno, senza aspettarsi ricompensa, riconoscimento, contraccambio.
“Gratis” si ama. In greco, “gratis” – “grazia”, si dice “chàris”, da qui viene la parola latina “caritas”: carità. “Agàpe” è stato tradotto con “carità”: parola usata, abusata fino ai nostri giorni, sdrucita come un vestito vecchio, tanto da significare ormai per molti – come dicevo prima - null’altro che il gesto di un’elemosina…
Perché allora non adoperiamo la parola amore?
Qualcuno obietta. Purtroppo il nostro vocabolario è così complesso, che anche la parola “amore” è ancora più abusata e più sdrucita. Oggi come oggi l'adoperiamo per dire tutto e il contrario di tutto; è molto meglio avere ben chiaro cosa significa agàpe, e continuare ad adoperare la parola con cui è stata tradotta: carità, dandole il preciso significato che le compete, come un vestito “firmato”.
Oggi la gente va matta per le cose “firmate”: sembra che il valore delle cose sia legato alla firma di coloro che le hanno inventate e lanciate sul mercato. Ebbene, possiamo stare al gioco e dire che “Carità” è “amore firmato”. Da chi? Da Dio. È l’amore che ha un marchio di fabbrica divino, è il modo di amare tipico di Dio. Infatti, la Carità è una qualità di Dio, la sua identità: “Deus charitas est” (1Gv 4,8.16).
Paolo scrivendo ai Corinzi afferma: “Caritas Christi urget nos”. Mi sembra che, tolta dal suo contesto, questa frase ha una forza enorme, ma letta nel suo insieme suona meno forte. Infatti, per intero suona così: “Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” (2Cor 5,14).
Dire solamente “la carità del Cristo ci spinge” sembra una gran dichiarazione d’amore e suona come: “Ti amo da morire”. Se la prendiamo in questo senso, non staremo molto lontani dal pensiero di Paolo che disse: “Io sono, infatti, persuaso che né morte né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39). Infatti, il cuore della vita cristiana è nella reciprocità di dedizione la quale costituisce il rapporto fra Cristo e il discepolo.
Quante volte abbiamo ascoltato canzoni che parlano di un amore pazzo? (forse abbiamo ascoltato più canzoni che Parola di Dio). Paolo, scrivendo ai Corinzi sembra riferirsi a quest'amore pazzo quando dice: “Se infatti siamo stati fuori di senno, era per Dio” (2Cor 5,13). L’apostolo, infatti, è pazzo per Dio, lo era prima della conversione ed è rimasto così anche dopo, e con più ragione. È illuminante quello che Paolo dice del suo comportamento prima della conversione quando, scrivendo ai Galati, afferma: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri” (Gal 1,13-14). Ai Corinzi continua: “se siamo assennati, è per voi”. Da dove gli venne tutto questo amore?
Gli stessi versetti indirizzati ai Corinzi ci danno una idea. Paolo, infatti, afferma due cose che non sono da disprezzare. Prima afferma: “Per quanto riguarda Dio, gli siamo ben noti” (v. 11). Dio ci conosce molto bene, dunque, ed essere conosciuto da Dio significa essere immensamente amati da Lui. Poi, Paolo afferma anche: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti.” L’amore di Paolo quindi è alimentato dalla consapevolezza che Dio lo conosceva bene e che Gesù è morto per tutti, “perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (v. 15).
Certamente Paolo ricordava le parole del Signore: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici” (Gv 15,13-14). Nella sua prima lettera Giovanni lo afferma: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi” (1Gv 3,16).
In Paolo quest'amore prorompe attraverso la sua conversione, che come vi dicevo, è un evento pasquale. L'esperienza pasquale di Paolo, possiamo paragonarla all'esperienza pasquale di Maria di Magdala che aprì il suo cuore già traboccante di amore per Gesù. L’esperienza pasquale di Paolo aprì il suo cuore già traboccante di amore verso Dio indirizzandolo al Cristo.
Possiamo vedere qui, un discorso in parallelo a quello di Gesù e Pietro. Il Risorto chiede a Paolo: “Perché mi perseguiti?”. Ed egli risponde: “Chi sei?”. Gesù risponde: “Io sono Gesù!” (At 26,14-15).
Volendo in queste ultime parole possiamo fare una esegesi spirituale. Nella risposta di Gesù abbiamo il nome di Dio e Gesù Figlio di Dio. Questo nome, che possiamo definirrlo Amore, prorompe nella vita di Paolo e in quest’uomo trova una risposta generosa di amore e Paolo poteva anche rispondere con le parole di Pietro: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo!” (Gv 21,17).
Questa storia d'amore possiamo definirla così: “Gesù ama Paolo da morire” (di fatto Gesù morì per i nostri peccati) e “Paolo ama Gesù da morire” (difatti “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse … la spada? – Rm 8, 38). Chi capisce l’amore vero?...
Parliamo dell’amore tra Cristo e Paolo, tra Paolo e Cristo. Ma quest’amore non rimane su un livello unicamente personale tra loro due. Coerente con quello che Gesù aveva detto: “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
Paolo ha messo in pratica il suo amore a Cristo condividendolo con gli altri. Basta ricordare quello che scrisse ai Corinzi: “Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22). Infatti, senza la carità, senza l’amore verso gli altri, le nostre azioni perdono senso, perché “la carità non abbia finzioni” (Rm 12,9a) cioé non sia ipocrita, falsa. Carità genuina, non una maschera di amicizia, dietro la quale si nasconde soltanto un sottile egoismo.
Anche nella Chiesa, nelle nostre comunità, nelle nostre Fraternite c'è la possibilità di vivere con la furbizia, con le buone maniere e con doppiezza. L'amore vero però è quello che sboccia al centro della persona, nella sua interiorità: il cuore; e la coinvolge tutta. Pertanto bisogna amare con la profondità di se stessi (il cuore); con la totalità del proprio essere (l'anima); con il dinamismo del proprio conoscere (la mente); e con tutto il vigore che emana dalla propria umanità.
Dice Santa Teresa Benedetta della Croce (E. Stein): “Non accettate nulla come verità che sia privo di amore. E non accettate nulla come amore che sia privo di verità! L'uno senza l'altra diventa una menzogna distruttiva”3. Infatti, quando si ama non si brandisce la verità come un'arma contro qualcuno, ma la si offre come servizio alla sua crescita e alla sua pienezza. La verità deve essere una luce che fa vedere, non un bagliore che acceca. La verità e l'amore hanno bisogno l'uno dell'altro. Diceva Sant'Agostino. “La vittoria della verità è l'amore”. È lui che definì la felicità come “gaudium de veritate” (la gioia della verità)4.
La carità autentica ha come frutto l'unità. L'unità nella pluriformità. Essa è avvolta da un clima di stima reciproca, di riconoscimento del valore dell'altro, di rispetto per l'azione dello Spirito, di comprensione per la diversità dei caratteri, dei ruoli, delle visioni diverse. Ove tale carità fa difetto, scattano la concorrenzialità, l'invidia, la gelosia, la non-accettazione, i giochi sleali, gli sgambetti operati attraverso le insinuazioni, la diffusione di notizie false, e persino la calunnia. Non è questa, spesso, la piaga che ci affligge?
L'agàpe in quanto identità stessa di Dio è tutt'altro e tutto il Corpus Paulinum parla di agàpe. Ma quella in cui si ha una presentazione più dettagliata di questo modo di amare è la prima ai Corinzi al capitolo 13. E per capire bene le parole che Paolo dice, occorre sapere prima perché proprio ai Corinzi le dice.
Paolo non è mai stato un teologo da scuola o da cattedra: le sue intuizioni, spesso di una profondità eccezionale, sono sempre risposte a domande concrete che le sue comunità gli ponevano, o a situazioni problematiche che quelle Comunità sperimentavano. Paolo, perciò, non è mai teorico, o astratto.
A Corinto5 c’era una comunità che appariva divisa in gruppi e conventicole, lacerata da contrapposizioni interne… vi si respirava un clima di individualismo, che poneva alcuni in una posizione di èlite e altri – molti altri – in una situazione di inferiorità… E quelli che facevano parte dell’èlite si esaltavano perché si sentivano più colti degli altri, più maturi nell’esperienza della fede, più dotati di doni straordinari (i cosiddetti carismi, che a Corinto andavano a ruba). Insomma, una chiesa divisa che aveva smarrito il senso della fraternità, della condivisione, della mutua sollecitudine per inseguire esperienze evasive, esperienze cioè che portavano fuori dalla dura realtà di ogni giorno, e fuori anche dal cristianesimo stesso alla fin fine.
Ed ecco cosa scrive Paolo a quei cristiani (1Cor 12,31 – 13,13):

12,31 Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.
13, 1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia,5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,6 non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà.9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia.10Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.11 Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato.12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

Questa è una delle pagine più belle dell’intera Bibbia. è una bella pagina ricca di patos lirico, con un suo andamento quasi ritmico tanto che è stata definita “l’inno alla Carità”. Si potrebbe definire un’ispirazione dall’alto che, per arrivare a noi, si serve per un istante della lingua degli Angeli6. Giammai voce umana si è sollevato a simili altezze, non c’è traccia nel nostro mondo reale di questa visione luminosa fatta di forme pure e ideali.
Quindi abbiamo davanti, con questo inno, l'inizio della parte parenetica della Lettera, una specie di disgressione del tema dei carismi che Paolo sta trattando.
Il genere letterario è quello dell'encomio o elogio frequente nella letteratura greca classica e in quella sapienziale: “In essa c'è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell'uomo, stabile, sicuro, senz'affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. La sapienza è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa. È un'emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell'Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s'infiltra. È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e un'immagine della sua bontà. Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti. Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza. Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore; a questa, infatti, succede la notte, ma contro la sapienza la malvagità non può prevalere. Essa si estende da un confine all'altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa” (Sap 7,22-8,1).
I primi versetti dell'inno alla carità, ripetono e ribadiscono, in forme diverse, una stessa conclusione: la presenza della carità o la sua assenza non determinano semplicemente modi diversi di essere cristiani, non è qualcosa di facoltativo, di accessorio la carità, ma la sua presenza fa sì che uno è cristiano e la sua assenza impedisce a chiunque di essere cristiano.
Paolo parla in prima persona: “io” ma è quell’io che ogni credente riferisce a se stesso. Senza la carità, tutto quello che un cristiano possiede o fa è insignificante. Ecco perché l'Apostolo presenta un bel campionario di supreme possibilità naturali e anche soprannaturali che possono esserci nell’uomo: può essere perfino super-equipaggiato da questo punto di vista, può essere credente eroico che compie gesti spettacolari e straordinari, come ad esempio donare tutti i propri beni ai poveri, o addirittura dare la propria vita con il martirio: ma cosa vale e a che serve se non ha la carità?
A sua volta, anche il sapiente o il dotto più profondo è niente senza la carità; Paolo l’aveva già detto in questa lettera del resto: “la scienza gonfia, solo la carità edifica” (8,2).
A Corinto c’era chi, sotto l’effetto dello Spirito, si metteva a parlare in lingue (a volte incomprensibili): senza la carità, quel tale è equiparabile a un gong o a un tamburo che fa solo baccano, e basta.
Ora, ridurre una persona a uno strumento, è la svalutazione più completa che le si possa dare. La carità, insomma, è il segreto che valorizza tutto ciò che un cristiano è e fa.
Nei vv. 4-7, segue una successione rapida di quindici verbi, in forma negativa e positiva, che indicano il vastissimo campo di azione della carità. Il che significa che dell'amore si può contare solo in termini di azioni. Amore significa sopratutto fare.
Il soggetto però di queste azioni non è il cristiano e neppure la comunità, ma è l'amore stesso. L'amore infatti riveste i cristiani di determinati abiti come la pazienza, la bontà, l'altruismo, l'amore per la giustizia, vittoria sull'invidia, sull'ira, ecc. che poi ovviamente si traducono in atti concreti.
Tutti questi atteggiamenti dettati dalla carità non sono opera umana, ma sono il “frutto dello Spirito che è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).
Chi è animato dall'amore si mostra grande di cuore di fronte a un torto ricevuto o a una ingiustizia subita, e comunque persegue il bene dell'altro. Se per esempio si dice che la carità non è invidiosa, è perché nella comunità cristiana di Corinto l’invidia invece era di casa; se si afferma che la carità non si vanta, è perché persone gonfie di orgoglio ce n’erano più d’una…
Di fronte all’agire insopportabile del prossimo, di fronte alle offese, “la carità non si adira, non tiene conto del male ricevuto”.
Se il prossimo si comporta male, la carità non gode (non punta il dito con la segreta soddisfazione che così tutti guardano il suo peccato e non il mio); e se il prossimo invece si comporta bene, la carità si compiace e applaude.
Poi seguono quattro verbi finali, che danno ritmo e solennità alla conclusione: “Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
In pratica ci ritroviamo con un elenco completo dei criteri importanti ed essenziali, che se venissero esaminati singolarmente, si potrebbero ancora numerarne altri.
In questi criteri, si manifesta la carità confermandone quale essa è e che cosa è. Diceva Giovanni Paolo II in una sua omelia: “È come il loro cuore nascosto, in cui esse tutte hanno origine. La carità e la vita interiore di questo cuore. Imparare la carità vuol dire far apprendere al proprio cuore questa vita interiore; farla apprendere al cuore, ma anche all’intelletto, ai sensi, allo spirito, al corpo, farla apprendere all’uomo intero. Per poter praticare la carità, bisogna impararla. A volte ci sembra che sia diversamente. Particolarmente i giovani sono portati a credere che l’amore sia qualche cosa di immediato, qualche cosa che troviamo nel cuore soprattutto come sentimento. Sì. È vero che nel nostro cuore, specialmente nel cuore di un giovane, si trova il sentimento dell’amore e che esso appare come da se stesso. Tutto ciò è vero. Tale è la psicologia dell’amore umano. Ma non pensiamo che questo sentimento da solo sia già quell’amore, di cui scrive san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi. Certo, la carità di cui egli parla è data all’uomo come un singolare dono di Dio”7.
In quanto dono divino, chi è mosso dalla carità mostra un atteggiamento d'illimitata comprensione e fiducia nel fratello e non si arrende mai di fronte a nessuna difficoltà.
Alla fine, Paolo torna sull’argomento che rischiava di sviare i cristiani di Corinto: i carismi. I carismi sono una realtà parziale, limitata e imperfetta, mentre la carità è semplicemente la perfezione cristiana. La maturità cristiana consiste nell'amare con amore di agàpe, non in altre prestazioni o esibizioni. Anzi, perfino la fede e la speranza non reggono di fronte all’agàpe, alla carità: “che non avrà mai fine” . Essa è più grande anche della fede, anche della speranza.
Non so se avete notato che Paolo in queste espressioni giunge perfino a personificare la carità: ne parla come se fosse una persona, un soggetto vivo e autonomo: “è paziente, è benigna … non è invidiosa … non si vanta, non si gonfia, non cerca il suo interesse … non tiene conto del male …tutto copre, tutto crede…”: sembra che si tratti di una persona!
Possiamo dire che la carità di cui parla Paolo non è affatto un carisma alla pari degli altri, tant’è vero che questi passano e invece la carità resta per sempre. Non è neppure una virtù, sia pure la più grande di tutte. Ci avviciniamo alla sua vera identità se la vediamo come un orizzonte: l’orizzonte che si staglia tutti i giorni sulla vita cristiana e dà senso e luce a tutto ciò che un cristiano vive e fa. Attenzione, però: non si tratta di un ideale che nasce nella persona, e tanto meno di un sentimento diffuso di simpatia, di un generico umanitarismo, o di una romantica filantropia (filantropi ce ne sono sempre stati, ma non è detto che fossero mossi dalla carità).

E che cos’è allora la carità? Possiamo chiederci perché Paolo afferma la necessità della carità?

Credo che alla base di tutto c’è la convinzione di Paolo che l’essere umano è stato fatto da Dio, che è Amore, ed è stato fatto simile a Dio. L’uomo, creato «a immagine e somiglianza di Dio» (Gen.1,26), è se stesso se ama, poiché è nel dono reciproco di sé, realizzato per l’amore che viene da Dio, che «si riassume tutta l’antropologia cristiana»8. Una ulteriore spiegazione ce la da il Catechismo della Chiesa Cattolica quando afferma: “L'uomo è per natura e per vocazione un essere religioso. Poiché viene da Dio e va a Dio, l'uomo non vive una vita pienamente umana, se non vive liberamente il suo rapporto con Dio”9.
Cerchiamo di capire. La salvezza portata da Gesù Cristo dentro la nostra storia umana si è manifestata, si è resa tangibile, in forme diverse. Ebbene, l’agàpe (la carità) è la sua espressione più perfetta e definitiva. La carità è il dono divino per eccellenza. Possiamo anche dire così: è una forza divina donata a noi per grazia che crea persone nuove, capaci di agire in modo nuovo. E poiché è una forza viva, oltre che divina, ecco che via via che cresce, fa crescere noi come cristiani, ci fa maturare: noi diventiamo cristiani adulti, maturi, proprio grazie alla carità.
Come preghiamo nel Padre nostro? “Venga il tuo Regno”, ebbene, la carità rappresenta la realtà del Regno di Dio dentro la nostra storia. Carità è Regno di Dio in mezzo a noi. Per cui non dobbiamo, non possiamo pensare che la carità sia qualcosa che dipende anzitutto da noi, dalla nostra buona volontà, dal nostro impegno; “la carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta...”: ma chi di noi può arrivare a questo solo con la buona volontà? Chi? Assolutamente nessuno. E se per caso fino ad oggi abbiamo pensato che la carità è qualcosa che dipende anzitutto da noi, togliamocelo pure dalla testa.

Ripetiamo: la carità è dono divino per eccellenza; è una forza divina donata a noi per grazia; un’energia dall’alto che crea persone nuove, capaci di agire in modo nuovo.

Ecco, infatti la bella notizia del cristianesimo, che per Paolo è un dato di fatto, tanto che ne accenna quasi di passaggio nella lettera ai Romani quando conclude un ragionamento e dice: “l'agàpe di Dio (cioè la carità) è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (5,5). Notate bene il verbo che usa Paolo: “riversata” – quell’energia, quella capacità di amare in modo divino, non ce la dà col contagocce Dio, ma la riversa nei nostri cuori, in sovrabbondanza, fino a farla traboccare…
Il marchio divino di questa energia d’amore, e la sovrabbondanza con cui Dio la dona, spiega l’insistenza di Paolo sulla qualità delle relazioni tra cristiani, sulla delicatezza – direi sulla finezza che le deve caratterizzare. “La carità non sia ipocrita – scrive a quelli di Roma – amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (12,9.10). “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di una carità vicendevole… Pieno compimento della legge è la carità” (13,8.10). “Ricercate la carità” scrive a quelli di Corinto; “tutto si faccia tra voi nella carità” (14,1;16,14).
E alle Comunità cristiane della Galazia, turbate da predicatori che diffondono idee strampalate sul cristianesimo, manda a dire: “La fede ci salva, non le opere della Legge: la fede che opera per mezzo della carità… quindi mettetevi a servizio gli uni degli altri mediante la carità” (Gal 5,6.13). “tenete sempre gli occhi fissi sulla stirpe da cui veniamo, di quei santi profeti. Quanti santi abbiamo in cielo che hanno portato questo abito. Cerchiamo di avere la benedetta presunzione di essere con la grazia di Dio come essi”10. è il cammino della santità che consiste proprio nell’amore, nel vero amore.
Una volta dai predicatori ascoltavamo queste parole: “Dobbiamo farci santi”. Paolo non è che sia contrario a questo modo di ragionare, ma si colloca da un’altra prospettiva che probabilmente è più affidabile: santi noi lo siamo perché Dio ci ha raggiunti con la sua azione e ci ha fatti nuovi a partire dall’intimo; in tale comunione la carità si unisce alla fede e alla speranza.
Noi siamo santi perché Dio ha riversato nei nostri cuori la sua forza d’amore. La santità dei santi consiste soprattutto nella carità. In essa si uniscono e si esprimono tutte le virtù, perché “La carità non avrà mai fine...” (1 Cor 13, 8), poiché costituisce come il cuore stesso della vita eterna.
Quando scrive ai cristiani - di Filippi, di Corinto, di Roma, di Colossi – l’Apostolo si presenta così: “Paolo… ai santi che abitano a Filippi, a Roma, a Corinto, a Colossi…”. E non era un contrassegno morale quel “santi”, non significava affatto “bravi, buoni e senza difetto alcuno”; voleva semplicemente dire: “raggiunti, toccati dall’amore di Dio”, quell’amore di agàpe di cui ho parlato.
L’impegno cristiano allora è quello di lasciare che ciò che è accaduto dentro di noi traspaia e si veda fuori; l’energia divina della carità impregni tutta la persona: mente e cuore, riflessione e azione, pensieri ed opere. Quelli che noi chiamiamo “i santi”, all’origine erano persone in tutto come noi; l’unica differenza rispetto a noi è che la carità – ricevuta come energia e forza da Dio esattamente come noi – hanno lasciato che impregnasse poco a poco tutta la loro vita, tutta la loro persona. È la carità che ci fa santi, non è l’assenza di difetti o di peccati: solo la carità.
Nella lettera a quelli di Efeso Paolo lo dice fin dall’inizio: “In Cristo il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (1,4).

CONCLUSIONE

Un’ultima cosa mi resta dire: ultima non perché secondaria ma perché, forse, è la più importante di tutte. Torna, soprattutto nelle ultime lettere di Paolo, il riferimento esplicito tra “carità” e Gesù Cristo e non possiamo dimenticare questo particolare in quanto la vita del cristiano, del Carmelitano e di ognuno “a qualunque stato di vita egli appartenga o quale che sia la forma di vita religiosa scelta, deve vivere nell'ossequio di Gesù Cristo servendolo con cuore puro e totale dedizione”11. La Regola Carmelitana infatti, «sottolinea con forza la presenza e l'incontro vitale con la figura di Gesù Cristo, Colui al quale ci si sottomette per intima irrevocabile amicizia. L'identità carismatica del Carmelo nasce da questo contatto vitale quotidiano, in un modo sempre rinnovato»12.
Per capire, cito alcune espressioni dalla Lettera agli Efesini: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere la carità di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (3,17-19) “… Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo… riceve forza … in modo da edificare se stesso nella carità” (4,15.16).
E ancora: “Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi… (5,2).
Cosa deduciamo da questo collegamento tra “carità” e Gesù Cristo?
Che quello che sto a relazionare a voi è tutto teoria… se prescindiamo da una relazione forte, personale, appassionata con Gesù Cristo.
E’ lui che ha portato l’agàpe – quell’amore d.o.c. tipicamente divino – in questo nostro mondo.
Sarà ancora e sempre grazie a lui, vivendo in relazione con lui, che lo potremo sperimentare.
“Carità” è il nome tipico di questo amore: nome tipico, unico, nobile… Non c’è infatti amore più forte, più prezioso, più divino di questo “finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef 4,13-16).

Ancora due domande per aiutare ulteriormente la nostra riflessione:
Siamo convinti che il dono (carisma) più grande nella Chiesa è quello dell'amore, perché “l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,5)?

In che modo siamo segno visibile di questo amore nelle nostre Comunità, nelle nostre Fraternite? È amore che giustifica, crede, spera, sopporta?

Lasciamoci allora conquistare da Cristo. Questo è stato lo scopo della vita di san Paolo. Per entrare dentro questa dimensione è certamente utile attingere a quella scienza dell'amore che si apprende stando nel “cuore a cuore” con cristo e vivere in pienezza la carità.
 

NOTE
 
1Regola Carmelitana, 18-19.
2“Eros va inteso come la forza perenne che vivifica, che tramuta l'essere animale che siamo, come quella scintilla che riempie di luce il cervello, che fa fiorire quella pianta unica e irripetibile che è ciascuno di noi” (R. MORELLI, Ama e non pensare, Milano 2007, p.17).
3Dall'omelia per la Canonizzazione di Edith Stein, Roma 11 ottobre 1998, 6, in http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1998/documents/hf_jp-ii_hom_11101998_stein_it.html
4AGOSTINO, Confessioni, X, 23.
5In questa città, satura di spirito pseudoreligioso, di lussuria e di malcostume, Paolo arrivò verso il 51 d.C. Il primo contatto coi Corinzi «non fu con sublimità di parola o di sapienza . . . ma in modo dimesso, timido e tutto trepidante» e ce n'era il motivo: proveniente da Atene, l'Apostolo aveva l'animo turbato a cagione dell'impressionante noncuranza che gli ateniesi avevano manifestato alle sue parole. Ma a Corinto le cose andarono ben diversamente. Grazie al provvidenziale incontro con Aquila e Priscilla, due giudei, Paolo poté soggiornarvi senza preoccupazioni economiche poiché, assieme ad essi, lavorava nella fabbricazione di tende. Prese subito contatto con la colonia giudaica; ma ben presto la Sinagoga passò dal sospetto all'ostilità aperta ed a Paolo non rimase che separarsi, seppure con dolore, dai suoi connazionali: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo! Io sono senza colpa. D'ora in poi mi rivolgerò ai gentili ». Con alcuni giudei che accettarono di seguirlo, avvennero le prime riunioni della Chiesa di Corinto. Nel frattempo il numero dei fratelli aumentava; e dalla Sinagoga, ove evidentemente qualche segno era rimasto, il Capo, Crispo, chiese d'essere battezzato. Fu poi la volta di Erasto, il tesoriere della città. Dopo un anno e mezzo dal suo arrivo a Corinto, Paolo partì con Priscilla ed Aquila per le coste della Siria. Lasciava dietro di sé una chiesa numerosa ed amata, non senza preoccupazioni, però, per l'ambiente in cui essa doveva testimoniare ed operare. Da Corinto aveva iniziato la sua feconda corrispondenza alle chiese con l'invio a Tessalonica delle due lettere canoniche, le prime del suo epistolario.
6“Le lingue degli angeli” è un riferimento alle preghiere e ai canti di lode che gli angeli rivolgono a Dio. Alcuni testi giudaici testimoniano la convinzione che alcuni uomini, per un dono particolare, possono parlare o capire questo linguaggio. Il Testamento di Giobbe (I secolo a.C. – I secolo d.C.) dice a proposito delle sue figlie: “La prima, chiamata Hemera…parlava in modo estatico la lingua angelica”. Lo stesso Paolo, in 2Cor 12,4 parla di un’esperienza simile.
7Dall'Omelia di Giovanni Paolo II nella Parrocchia Romana di San Barnaba alla Marranella, 4. In http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1983/documents/hf_jp-ii_hom_19830130_parrocchia-s-barnaba_it.html.
8GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Dominum et vivificantem, 59.
9Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 1992, 44.
10TERESA DI GESU', Fondazioni, 29,33.
11Regola Carmelitana, 2.
12J. CHALMERS – L.A. GAMBOA, Congregavit nos in unum Christi amor, Roma 2007, p. 4.


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