I giovani e la crisi pratese

...perchè l'effetto non diventi la causa

Il tema dei giovani e del loro futuro, pur essendo di importanza vitale non riceve, né a livello nazionale né, tantomeno, a livello locale, l’attenzione che merita. I giovani, per le loro caratteristiche, in termini di capacità fisiche, cognitive, creative, innovative e, non ultimo, riproduttive, sono stati e dovrebbero continuare ad essere, attori centrali di una società che desideri generare e diffondere conoscenza e promuovere lo sviluppo. Creare le condizioni affinché questo potenziale possa dispiegarsi appieno e possa incanalarsi verso progetti strategici di crescita dovrebbe essere un interesse primario per la politica e le istituzioni. Appare evidente invece come oggi, a tutti i livelli, tale potenziale venga, invece, sistematicamente mortificato. Ne sono una palese testimonianza la chiusura del mondo delle professioni, ormai riservato solo a chi può permettersi lunghi periodi di apprendistato poco o non retribuito; la difficoltà ad avviare iniziative imprenditoriali in assenza di forme autonome di finanziamento; l’incapacità di istituzioni pubbliche, vitali, come la scuola e l’Università di offrire attrattive prospettive di accesso e di progressione di carriera a giovani di talento; l’eccessiva precarizzazione delle condizioni di lavoro; la mancanza di politiche a sostegno della famiglia, eccetera, eccetera. Questa situazione che, a ben vedere, rischia di compromettere la competitività della città (e del paese) già nel medio periodo, viene trattata come se fosse un “problema dei giovani”. Per dare una risposta a tale problema si creano quindi “ministeri per le politiche giovanili”, o più in piccolo, “assessorati per le politiche giovanili” e li si dota di capacità di spesa e di manovra sufficienti appena per organizzare e/o finanziare iniziative culturali o ricreative. A noi pare evidente invece come questo sia il problema dell’Italia in generale e di Prato in particolare,  per risolvere il quale sono necessari interventi strutturali di più ampia natura. Come noto a tutti da una decina di anni la nostra città sta vivendo una grave crisi economica e di identità, dovuta al declino del distretto tessile. Questo ha portato ad una riduzione del lavoro, ad una riduzione degli investimenti e ad una competizione sociale attorno alle risorse per la protezione sociale. In questo processo involutivo, i giovani, ed in particolare quelli per i quali la famiglia non può fungere efficacemente da ammortizzatore sociale, risultano essere la fascia più danneggiata. Limitarsi a considerare il “problema dei giovani” come l’effetto della crisi, tuttavia, da un lato, porta a ritenere che sia necessario rimettere il distretto in “buon assetto di marcia” per creare le condizioni necessarie affinché il “problema dei giovani” possa essere, se non risolto, quantomeno affrontato. Dall’altro, porta a dare per scontato che il processo di ripristino “dell’assetto di marcia” debba necessariamente richiedere ai giovani i sacrifici maggiori. Riteniamo che questa linea di ragionamento sia, non solo sbagliata, ma addirittura distruttiva.  Come sarà possibile dare un futuro a Prato se nei prossimi 10-15 anni le sue forze migliori, i suoi laureati più brillanti, continueranno ad andare altrove a mettere a frutto i propri talenti? Che aspetto assumerà Prato se continuerà ad essere in grado di attrarre dall’esterno solo immigrati senza neanche disporre delle risorse necessarie per una loro decente integrazione? Chi si accollerà i costi sociali indotti dall’invecchiamento della popolazione, dalle delocalizzazioni e dal fallimento delle imprese del distretto tessile?

Riflettere sui giovani e sul loro futuro offre indubbiamente una chiave di lettura efficace per comprendere le cause della crisi pratese e provare a suggerire alcune vie di uscita. Per fissare le idee su quelle che potrebbero essere delle azioni di governo tese a garantire ai giovani di Prato e, di conseguenza, alla città un futuro migliore, occorre interrogarsi su dove si trovi Prato adesso e su come e perché ci sia arrivata.  Prato, lo sappiamo, è una città in profonda crisi economica ed di identità. La sua economia ristagna e la sua fisionomia cambia per effetto di flussi migratori di consistente entità (destinati, peraltro, a non cessare nei prossimi anni). La sofferenza che la crisi economica ed identitaria di Prato determina si percepisce chiaramente ed è ulteriormente acuita dal ricordo del generalizzato benessere che ha caratterizzato Prato sin dal secondo dopo guerra. Da dove veniva quel benessere? Come mai non c’è più?

Questo benessere era figlio di un contesto venutosi a creare nel secondo dopoguerra, nel quale pregiate risorse e competenze interne (depositi di competenze storicamente sedimentate legate ai processi tessili, energie individuali di giovani intraprendenti e motivati, etc.) si coniugarono con condizioni esterne favorevoli (inserimento in sistemi economici in crescita, sistema di scambi internazionali in progressiva apertura, condizioni di vantaggio di costi dovuto alla svalutazione della valuta) e produssero un accoppiamento strutturale che ha retto fino alla fine del secolo, determinando una straordinaria traiettoria di sviluppo economico. Tale accoppiamento strutturale non ha riprodotto se stesso identicamente nel tempo ma ha attraversato discontinuità e passaggi evolutivi. I cambiamenti verificatisi nelle condizioni esterne, infatti, sono stati rapidamente assecondati da adeguamenti delle risorse intere, conferendo al distretto una notevole efficienza dinamica. Ecco quindi che al distretto esclusivamente tessile/laniero (fondato prevalentemente sulla competitività di costo del “cardato rigenerato”) si  sovrappose attorno agli anni ‘80, un distretto tessile-moda (fondato su elementi non-price come la creatività, qualità, flessibilità, etc.), con specializzazioni collaterali nel tessile tecnico, meccanotessile, maglieria/confezioni etc.. Questo accoppiamento strutturale dinamico ha sostenuto bisogni e attese crescenti dei pratesi tanto quanto da queste è stato sostenuto. Crescenti attese delle famiglie in materia di istruzione e di realizzazione economica sono state soddisfatte così come quest’ultime hanno sorretto la crescita dell’economia. L’ITIS Buzzi è stato uno splendido prodotto di questo meccanismo virtuoso.

Tuttavia, per quanto fosse in “buon assetto di marcia”, già partire dagli anni ’70, il distretto cominciò a manifestare i primi segni di una debolezza, i cui effetti si sono manifestati, drammaticamente, solo molti anni dopo. Da un lato, il benessere conquistato con il faticoso lavoro dei genitori nelle fabbriche, instillava nei giovani il desiderio di espandere i propri orizzonti culturali intraprendendo, ad esempio, percorsi di formazione universitaria; dall’altro, il distretto non offriva la possibilità di valorizzare le conoscenze acquisite con gli studi universitari. Di laureati (intesi come soggetti dotati di competenze tecniche, ma anche manageriali, “superiori”), nell’industria, non c’è finito quasi nessuno. Né, all’industria tessile-moda pratese, i laureati son sembrati servire granché.

Le crescenti attese di istruzione universitaria e di valorizzazione di quest’ultima furono pertanto soddisfatte quasi esclusivamente al di fuori dall’industria: nella Pubblica Amministrazione - soprattutto nella scuola, prevalentemente per le donne - e nel terziario privato e professionale, la cui rapida crescita era supportata dal’incremento demografico e dall'esternalizzazione dei processi amministrativi da parte dell’industria. Il terziario, tuttavia, non si è, neanche in parte, sostituito all’industria nel trainare l’economia pratese (come accaduto altrove, e.g. a Milano). Questo infatti è rimasto un terziario rivolto all’interno, attivato dalle attività manifatturiere e legato ai circuiti di reddito da queste dipendenti. Il pilastro economico di Prato è rimasta quindi la manifattura tessile. Di attività industriali diverse dal tessile non ne sono praticamente emerse. Questa debolezza incubata da tempo, ha iniziato a produrre i suoi effetti alla fine degli anni 90 ma è emersa in tutta la sua interezza con la crisi del 2001. Se l’apertura dei mercati del secondo dopoguerra è stata il grande volano di crescita per Prato, l’ulteriore apertura a cavallo del nuovo secolo è diventata un’enorme minaccia. Il distretto pratese si è bruscamente ritrovato non competitivo e peggio ancora, non attrezzato per competere nell’economia globalizzata. L’immissione di competenze nel pilastro economico che regge Prato non è stata coerente (ma poteva esserlo nel tessile/fashion?) con una competizione che, in un paese avanzato e ad alto costo del lavoro, deve fondarsi – al di là delle etichette di moda – sulla “conoscenza”. La “rottura” del distretto pratese ha determinato un drammatico rimpicciolimento – volendo usare questa metafora -  del “lago” occupazionale manifatturiero. Il rimpicciolimento è avvenuto con un blocco pressoché totale nella immissione di giovani e con un deflusso imponente di adulti, la cui corrosività sociale è stata attutita dallo sbocco pensionistico (facilitato dalla struttura occupazionale sbilanciata nelle fasce di età più avanzate) che ha favorito, anche attraverso gli incentivi per le mobilità,  il ricircolo nel manifatturiero degli espulsi non in età da pensione. Il terziario avanzato legato all’industria sembra aver subito una sorte analoga, pur con minore violenza. Gli equilibri economici di Prato degli anni della crisi tessile hanno trovato un forte puntello nella crescita dei pronto moda cinesi e, fino al 2008, nello sviluppo dell’edilizia. La crescita dell’economia cinese ha sorretto la rendita immobiliare e, attraverso i consumi, il terziario “banale” (centri commerciali, multisala, servizi alla persona). La crescita del terziario “banale” appare essere, negli anni della crisi, il principale meccanismo locale di assorbimento occupazionale di giovani. L’occupazione generata in questo ambito è tuttavia di scarsa qualità intrinseca e contrattualmente poco tutelata. Prato, di fatto, non è più percepita come un luogo in cui è possibile, contando sulle proprie forze, intraprendere progetti di vita concreti. Questa percezione, da un lato, allontana da Prato molti giovani capaci e motivati; dall’altro induce a vivere alla giornata ed a dissipare energie e talenti in attività e professioni che, pur senza offrire alcuna prospettiva di lungo termine, consentono di "rimanere a galla" e togliersi qualche sfizio nell’immediato.

Emerge quindi come i giovani siano la “realtà sociale” sulla quale si sta scaricando con maggiore forza la crisi di Prato. I giovani che stanno perdendo il loro futuro a Prato rischiano di essere la causa della definitiva perdita di futuro della stessa Prato. Guardare alla crisi di Prato dal punto di vista dei giovani è il miglior modo di considerarla sia per la sua gravità sia per valutare ciò che deve curarla: non progetticchi per tirare a campare ma, come detto, progetti strutturali e visioni forti.


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