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Gli ori della Madonna della Provvidenza di San Giuseppe Jato

pubblicato 10 ago 2017, 15:04 da Alessandro Barone   [ aggiornato in data 11 ago 2017, 11:52 ]


Il 15 agosto del 1884, con una solenne messa per l'incoronazione, la venerata effigie della Madonna della Provvidenza veniva impreziosita di una corona d'oro con smeraldi rubini e diamanti, correva quell'anno il centenario del ritrovamento del miracoloso quadro e dell'elezione della Madonna a celeste patrona di San Giuseppe Jato, L'arciprete Don Francesco Ferruggia si era mobilitato per i solenni festeggiamenti e anche la popolazione tutta che per onorare la Patrona si privava degli ori affettivi che possedeva,  si raccolse qualche gemma preziosa, oro, argento e denaro durante le predicazioni, per realizzare le preziose corone da porre sul capo della Vergine e del Bambino.
Don Francesco Ferruggia commissionò una grande corona per la Vergine una piccola per il Divin Bambino, lo scettro con l'occhio della Divina Provvidenza, la croce con la corona di spine, tre stelle d'oro per il manto di cui una cometa a simboleggiare la verginità prima durante e dopo il parto, infine venivano assemblati altri gioielli creando un prezioso pendente e una cinta con brillanti per il Bambin Gesù. gli splendidi gioielli vennero realizzati dall'orafo palermitano Matteo Belfiore, regolarmente iscritto alla confraternita degli orafi di Sant' Eligio come era usanza per gli orafi di quel tempo.
Il quadro venne egregiamente restaurato lo stesso anno dal pittore Carmelo Sanfilippo. il 15 Agosto del 1884 dopo la Benedizione delle corone, ebbe inizio la Messa solenne, al temine della quale mentre presbiteri assistenti si avvicinarono alla sacra Immagine, e fatto l’inchino si inginocchiarono mentre i cantori intonavano l’antifona "Regina coeli lætare alleluia" e proseguendo il canto polifonico,  il prelato coronatore riceveva, sopra un bacile d’argento, le due corone d’oro  e i monili, ponendo la prima corona sul capo del bambino Gesù cantando:
‘Come sei incoronato con le nostre mani qui in terra, così fa che anche noi meritiamo di essere incoronati di gloria e di onore in cielo’." Poi veniva incorona la beata Vergine ripetendo l’invocazione:
‘Come sei incoronata con le nostre mani qui in terra, così fa che anche noi meritiamo di essere incoronati di gloria e di onore dal Cristo in cielo’.

Non appena la sacra Immagine brillò davanti ai fedeli adorna delle preziose corone d’oro e dei suoi ori, esplose il plauso dei fedeli presenti,e delle autorità ed al canto solenne del coro si unirono i rimbombi esterni dei giochi d'artificio e gli spari dei fucili delle varie milizie. Tutte le campane del paese suonarono a festa. Davanti alla Madonna e al Bambino incoronati venne poi cantata l’antifona "Corona aurea super caput ejus", mentre il prelato coronatore incensava per tre volte la venerata Immagine.
La più insigne e miracolosa immagine della Madre di Dio che spirava divinità da un secolo e che in tutti animi suscitava grande rispetto e devozione per le grazie elargite, veniva sontuosamente portata in processione dalla chiesa madre per le vie principali del paese suscitando commozione e stupore.
Il popolo di Dio con la celebrazione del Rito faceva una vigorosa professione di fede nella maternità regale di Maria, chiamato a interpretare la regalità della Vergine, come quella del Figlio, non secondo le categorie di questo mondo (cf. Gv 18,36), ma secondo le categorie evangeliche. Maria ha dato alla luce il Re della gloria (cf. Sal 24,8.10), colui che «regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il cui regno non avrà fine» (Lc 1,33) veniva onorata come REGINA di SAN GIUSEPPE JATO.
La grande manifestazioni di pietà che accompagnò questa cerimonia del 15 agosto del 1884 “ impegnava il parroco e  tutti i suoi successori portare in solenne processione il 15 agosto di ogni anno la venerata effigie  adorna  delle sue corone  e dei suoi ori ”.

Dal 2012, dopo il restauro scientifico del quadro,  la venerata effigie  è stata spogliata dei preziosi doni dei nostri padri, privata di una testimonianza storica di fede tradizione di cultura e arte che andrebbe, a mio modesto parere, rivalutata e riapprezzata.

ANDREA CAMILLERI CI RACCONTA: "IL GIORNO DEI MORTI" - Buona lettura.

pubblicato 1 nov 2015, 07:59 da Alessandro Barone

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio. Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano
al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre. I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo. Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire. 

(da "Racconti quotidiani" di Andrea Camilleri)

gli "Strangujtë" (Gnocchi) per la " Kryqit Shejt' " Festa dell'Esaltazione della Croce a Piana degli Abanesi

pubblicato 10 set 2015, 20:23 da Alessandro Barone

Il 14 settembre, è  la festa " e  Kryqit Shejt' " , la Festa dell'Esaltazione della Croce, a Piana degli Abanesi in tutte le chiese si svolge alla fine del mattutino si svolge il rito dell'esaltazione e della venerazione della santa Croce. I testi dell'ufficiatura mettono ripetutamente in parallelo l'albero del paradiso e quello della Croce:

"nel paradiso un tempo un albero mi ha spogliato, perché facendomene gustare il frutto, il nemico ha introdotto la morte; ma l'albero della Croce, che porta agli uomini l'abito della vita, è stato piantato sulla terra, e tutto il mondo si è riempito di ogni gioia"; 

Il sacerdote prende dall'altare  la Croce preziosa collocata in mezzo a foglie di basilico - l'erba profumata che, secondo la tradizione, era l'unica a crescere sul Calvario e che attorniava la Croce quando fu ritrovata - e la  porta in processione    alla porta centrale dell'iconostasi e in mezzo alla chiesa. La depone  su un altarino, fa tre prostrazioni fino a terra e, prendendo in mano la Croce con le foglie di basilico, guardando a oriente, la innalza sopra il proprio capo, poi l'abbassa fino a terra e infine traccia il segno di croce, mentre i fedeli cantano per cento volte "Kyrie eleison". Ripetendo questa grande benedizione verso i quattro punti cardinali e di nuovo verso oriente, il sacerdote invoca la misericordia e la benedizione del Signore sulla Chiesa e sul mondo intero. Al termine, il sacerdote innalza la Croce e con essa benedice il popolo che poi passa a venerarla e riceve delle foglie di basilico, per ricordare il buon profumo del Cristo risorto che tutti i cristiani sono chiamati a testimoniare.


Il basilico benedetto servirà a preparare il sugo di pomodoro per condire gli gnocchi di farina fatti a mano consumato dalle famiglie, tradizionalmente  sedute attorno a uno spianatoio di legno (zbrilla).

"Guri i Shën Mërisë e Dhitrjes" La pietra di santa Maria Odigitria a Piana degli Albanesi

pubblicato 6 set 2015, 19:14 da Alessandro Barone   [ aggiornato in data 6 set 2015, 19:19 ]

La pietra  nella via del Santuario rurale dell' Odigitria. In mezzo alla via che conduce alla  chiesetta rurale dell' Odigitria, spicca una grossa pietra su cui è incastonata una lapide in lingua  arbëreshë,sormontata da una croce, secondo la tradizione  conserva un' impronta miracolosa lasciata dall’ icona  della Vergine Odigitria.

Si racconta infatti che i sacerdoti che trasportavano quella sacra immagine, essendosi riposati in quel luogo insieme agli esuli  affranti dal cammino dopo tanto peregrinare arrivarono in questo territorio, cercando un luogo adatto per fondare le loro nuove abitazioni, su quella pietra , come su d' un altare, venne collocata la preziosa icona e quando si accinsero a rimuoverla di là per riprendere la via, sì accorsero che esso aveva lasciato la sua impronta sul vivo masso, come tuttavia si vede; e da ciò desunsero tutti di pieno accordo  che doveva esser quello i l luogo dal cielo destinato e dalla Divina Provvidenza indicato per fondare la Colonia. Ancor oggi coloro che passano di là, devotamente baciano la pietra , e recitano qualche preghiera.



G.ppe Pitrè Spettacoli e Feste Popolari Siciliane 1881

G.ppe Schirò The dhen i huaj,  pag. 77)

Guri i Shën Mërisë e Dhitrjes  di Giuseppina Demetra Schirò ka Hora e Arbëreshëvet (Pa) 

[…] Fino ad oggi, coloro che passano di là, baciano devotamente la pietra, che nessuno oserebbe rimuovere, e recitano qualche preghiera: mentre i bambini, attraverso una piccola cavità, che in quella si riscontra, ed alla quale applicano prima l'occhio e poi l'orecchio, si illudono di vedere i luoghi dai quali mossero i loro antenati, in cerca di nuove sedi, e di udire la voce dei fratelli d'Albania.

la pietra santa

 Kështu guri
 çë të kle otar 
shpirtin fëmijë
 qell në thjellësin 
e ishujve dhe flatrave
 sa të shohënj 
një klishiçele 
të zbardhur 
me kërqere 
sa të ndienj 
isonin 
e brigjeve dritje 
e kur del jashtë 
si shtie në të errëtit 
rërë te zjarri i dhezur 
gjimsëhënëje dhe purçisionësh
 prapa një ikonë 
gjer në pikën pa kthim 

 LA PIETRA DELL'ODIGITRIA - Così la pietra / che ti fu altare / l'anima bambina / porta nel sereno / di isole e di ali / per vedere / una chiesetta / intinta nella calce / per sentire / l'ison / di spiagge di luce / e quando emerge / come getta nell'oscurità / sabbia sul fuoco acceso / di mezzaluna e processioni / dietro un'icona / fino a un punto / di non ritorno

festa della Madonna Odigitria a Piana degli Albanesi

pubblicato 1 set 2015, 21:14 da Alessandro Barone   [ aggiornato in data 1 set 2015, 21:24 ]




inno di Piana degli Albanesi all'ODIGITRIA

L'inno , di Piana degli albanesi, in onore della Madonna Odigitria:

O mburonjë e Shqipërisë 
Virgjëreshëz e dëlirë 
mëma e lartë e Perëndisë 
çë na jep këshillë të mirë 

O protettrice dell’Albania, Piccola vergine pura, Alta madre di Dio Che ci dai buoni consigli


Ti çë ruajte gjyshrat tanë
të mos birjën shejtën besë
te ku ndodhen edhe janë
arbëreshvet kij kujdes 


Tu che hai protetto i nostri avi,Perché non perdessero la santa fede,Proteggi gli Albanesi.

Sot edhe si kurdoherë
një dëshirë ka zëmbra jonë
arbëresh e të krështerë
të qëndrojmë për gjithmonë 

Così oggi, come in ogni tempo, un solo desiderio ha il nostro cuore, Arbëresh e Cristiani di rimanere per sempre 

Sa t'i falemi t'in Zoti
po me gluhën çë na dha
po si falej Kastrioti
e gjëria nga zbresëm na

Per adorare Dio con la lingua che egli ci diede; così come lo adorava Kastriota e il popolo, dal quale noi discendiamo.

Il 2 settembre  Piana degli albanesi  festeggia la Madonna Odigitria.
tale  festa fu 'istituita a séguito del miracolo del 1° settembre 1726  in cui  Piana degli Albanesi rimase illesa dal forte terremoto  che investi la zona, il primo settembre  la "Katër Orët",  suonano a festa tutte le campane delle chiese alle ore 23 in punto, ora in cui avvenne i l terremoto, e  tutti i fedeli accorrono alla solenne Benedizione nella Chiesa dell'Odigitria.
il 2 settembre il sontuoso fercolo dell'Odigitria esce in processione per le vie del paese illuminate a festa , accompagnato dal clero e da una folla di devoti, a seguire i giochi pirotecnici.
 

La valle dell' Honi e La Madonna della Scala-Piana degli albanesi

pubblicato 23 ago 2015, 18:51 da Alessandro Barone

Cappella rurale della Madonna della Scala-Shën Mëria e Hirevet o e Shkallës.
La Cappella rurale della Madonna della Scala-Shën Mëria e Hirevet o e Shkallës, si trova in una gola denominata "Honi" una vallata profonda, scoscesa che si apre fra i monti Kumeta e Maganoce, ove scorre il fiume HONI {ALTO BELICE),a circa tre chilometri da Piana in direzione sud. Negli anni ’20 del secolo scorso fu costruita la diga di Piana degli Albanesi. 
Questo suggestivo luogo è al centro di numerose leggende popolari di spiriti e di fantasmi." 
Corrono tra il popola varie leggende di s p i r i t i , e sì diceva' che vi abitasse; il Demonio. Molti viandanti sono periti precipitando in fondo al burrone."FOTO by Leandro Salvia(Gds)

 Pròcopio Barbato, appassionato cacciatore di martore, avendovi visto il Demonio, ed essendo rimasto illeso per l'invocazione della Madonna, ne fece dipingere in una di quelle balze la immagine, che divenne presto oggetto di grande culto. Nel 1560 la miracolosa immagine ebbe costruita una bella chiesina. La valle dell' H o n i , o meglio Valle dell'Inferno , divenne da allora l a Valle delle Grazie per le infinite Grazie dispensate dalla SS. Vergine, che il popolo di Piana chiama Madonna della Scala.

Guida Illustrata delle Colonie Albanesi di Sicilia-Tipografia Italo-Albanese G.Petrotta & F.lli-1922 pag.XIII











" Terra Uomini e Legalità" 6 11 e 12 settembre 2015

pubblicato 22 ago 2015, 08:03 da Alessandro Barone   [ aggiornato in data 23 ago 2015, 18:06 ]

Domenica 6 settembre sabato e domenica 11 e 12 settembre,  " Terra Uomini e Legalità" Il Recupero  della memoria dell'Avv. Giuseppe La Franca amante della sua terra nel solco delle intuizioni di Danilo Dolci:

Domenica 6 settembre ore 18:00 Borgo di Dio Trappeto, inaugurazione mostra documentale su Danilo Dolci in presenza delle autorità civili, religiose e militari; seguono i saluti delle autorità presenti :  Orazio De Guilmi narra la figura di Danilo Dolci; intrattenimento musicale gruppo musicisti-orchestrali dell'orchestra sinfonica siciliana, infine apericena.


- Sabato-domenica 11-12 settembre alle ore 9:00 , Partinico Real Cantina Borbonica convegno sul tema del progetto, arricchito dalla mostra dei pupi siciliani e del museo della civiltà contadina intervengono insieme alle autorità presenti, possibilmente gli Assessori regionali Lialzi e Barresi, professori universitari etc. il tema del convegno " Terra Uomini e Legalità" quali elementi  di sviluppo per il comprensorio della valle dello Jato e del Partinicese.

L'Osservatorio ha richiesto il patrocinio per la manifestazione ai presidenti della Repubblica, del Senato e della Camera, al presidente dell'A.R.S., nonché ai comuni interessati dalla manifestazione.

                                                                            Claudio Burgio

 Presidente dell'Osservatorio

un appello per salvare la cappella del XVI sec.° della Madonna della Scala

pubblicato 22 ago 2015, 07:42 da Alessandro Barone

madonna della scla leasPIANA DEGLI ALBANESI. Un appello per restaurare la cinquecentesca cappella di “Madonna della Scala”. A lanciarlo è Matteo Mandalà, ordinario di Lingua e Letteratura Albanese all’Università degli Studi di Palermo. Nei giorni scorsi il docente, che fino al marzo scorso rivestiva anche la carica di presidente del consiglio comunale, ha inviato una lettera aperta all’Enel che nel 2013, per ragioni di sicurezza, ha inibito l’accesso alla chiesetta.

L’edificio si trova, infatti, in contrada “Honi”, a ridosso della diga e nei pressi della centrale idroelettrica. E nonostante siano stati eseguiti alcuni interventi di messa in sicurezza del costone roccioso, l’Enel non ha mai tolto il divieto. A nulla sono valsi finora gli appelli lanciata da cittadini e curia locale. “Il rischio di caduta massi è troppo alto”, hanno più volte ribadito dalla società elettrica, che non autorizza neanche l’accesso per eseguire degli interventi di restauro che troverebbero un finanziatore privato: il notaio Salvatore La Spina, disposto a pagare i lavori di ripristino del tetto della chiesetta, all’interno delle quale sono custoditi affreschi del sedicesimo secolo. “Ci aspettiamo che anche l’Enel compia il suo dovere – scrive adesso Mandalà -. Sarebbe un esempio di autentica barbarie se un’istituzione del suo calibro dovesse continuare a impedire che i cittadini intervengano per restaurare la chiesetta. E sarebbe un grave atto di inciviltà se proprio l’Enel non desse il proprio contributo, magari ascrivendo a una propria iniziativa il merito della completa opera di restauro. Se così facesse, ne guadagnerebbe anche la sua immagine di ente al servizio dei cittadini e della cultura”.

L’impasse burocratico del divieto di accesso potrebbe dunque essere superato se fosse la stessa società che gestisce l’area a far eseguire i restauri, così come avvenuto per la messa in sicurezza del costone roccioso. “La chiesetta rurale di “Santa Maria della Scala” – fa notare Mandalà - costituisce un punto di riferimento piuttosto importante per la storia del contado di Piana degli Albanesi. Situata sul limitare di uno dei feudi concessi in enfiteusi alle genti albanofone che, lasciati i Balcani occidentali, decisero di trovare in Sicilia nuove dimore e più allettanti condizioni di vita. La chiesetta, che prende il nome dal toponimo del feudo della “Scala della fimmina”, fu costruita nella prima metà del XVI secolo, ma è certo che è più recente la sua erezione nella pur modesta forma architettonica che oggi conosciamo. Si può tranquillamente supporre che essa sia stata edificata in un periodo successivo al 1488, anno in cui gli albanesi si stabilirono “ufficialmente” nel territorio loro concesso dalla Mensa Arcivescovile di Monreale”. Aveva la funzione di “proteggere” i viandanti dal rischio di scivolare sulle acque del Belice che scorreva più in basso. “Da qui – conclude il docente - il radicamento nella pietas popolare degli arbëreshë”. (*LEAS-foto leas*)
LEANDRO SALVIA
Giornale di Sicilia del 20/08/2015

Piana degli Albanesi festa della Kímisis al Santuario Rurale dell'Odigitria

pubblicato 16 ago 2015, 10:26 da Alessandro Barone   [ aggiornato in data 17 ago 2015, 08:49 ]



Tra le feste mariane (Theomitorikè Eorté) a Piana degli Albanesi particolare rilievo ha la Kímisis (Dormizione di Maria) che si festeggia il 15 agosto; nel calendario liturgico cattolico di rito romano si celebra in quel giorno l'Assunzione. La festa si chiama invece Dormizione per la Chiesa ortodossa e tradizionalmente per la Chiesa cattolica di rito bizantino. La Chiesa cattolica e quella ortodossa affermano della Dormizione della Theotokos il canone è attribuito a S. Giovanni Damasceno (675ca - 750ca),.

La Dormizione della Madre di Dio,  comprende, il rito della morte e la sepoltura e, per seconda, la sua resurrezione e assunzione nei cieli viene celebrato presso il Santuario Rurale dell’Odigitria’.

Come recita il "contacio" della festa, «Feretro e morte non ebbero potere su di lei; come infatti ella fu madre della Vita, alla vita la riportò Colui che aveva dimorato nel suo sempre vergine grembo». Il Signore, che è la fonte della vera vita, assunse la carne umana dal ventre della Theotókos e nacque da lei. Rese così la Tutta Santa madre della vita, fonte di vita.


La dottrina dell'Assunzione ( la Chiesa cattolica la definì dogmaticamente il 1° novembre 1950 con il papa Pio XII che proclamò il dogma della Assunzione della Vergine Maria al Cielo).


Durante la quindicina di agosto, si celebra la Paràklisis presso i due Santuari dell’ Odigitria( all’alba al santuario rurale al vespro al Santuario cittadino), in preparazione alla grande solennità che si conclude il 15 agostro con la celebrazione all’alba della Divina Liturgia al Santuario Rurale.




Video di YouTube





























C'è un cavuru nca si po fari a sarsa sicca !

pubblicato 4 ago 2015, 07:02 da Alessandro Barone   [ aggiornato in data 5 ago 2015, 07:25 ]

Un' espressione tipica che rievoca antichi ricordi,  quando per le strade del paese sotto il solo cocente  si coloravano di rosso 2 i scanaturi 2  (ripiani di legno ) con l’astrattu stinnuto, l’estratto steso al sole. 

A Sarsa Sicca - o  l'Astrattu (il concentrato di pomodoro)  si può ottenere dal pomodoro "scripintato" o  "cottu"

"scripintatu" schiacciato nella pentola e cotto senza acqua con il sale passato poi dentro “a sarsera”  detta anche " passapumaroru" (setaccio d’alluminio o di lamiera zincata);

Cottu- calatu con il sale nall' acqua vugghenti ( bollito) si schiaccia e pressato con le mani dentro “a sarsera”  detta anche " passapumaroru" (setaccio d’alluminio o di lamiera zincata); 
il succo così ottenuto si stende  al sole a strato sottile su "I Scanaturi" larghi ripiani di legno , per farlo asciugare più presto, " s' avi arriminari spissu" dev'essere mescolata spesso con un cucchiaio di legno per consentire un’asciugatura uniforme e al tramonto va messo al riparo in casa perchè l’umidità lo danneggerebbe.
Man mano che si asciuga si riduce di quantità, quindi va sistemato in contenitori più piccoli o riunito in una sola tavola. Deve restare al sole per diversi giorni fino a quanto raggiunge una consistenza piuttosto densa e un colore rosso scuro.
Quando è pronto, va lavorato con le mani unte di olio come se si lavorasse un panetto di pasta per la pizza e poi conservato "na brunnia" in barattoli di vetro chiusi.






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