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intervista-McLuhan-1969

1969: Playboy intervista Marshall McLuhan

luglio 1, 2012 in Tjurunga



Nel 1961, il nome di Marshall McLuhan era conosciuto solo dai suoi studenti inglesi dell’Università di Toronto–e da una cerchia di ammiratori accademici che seguivano i suoi articoli astrusi su qualche rivista trimestrale a bassa tiratura. Ma poi apparvero due libri degni di nota—“The Gutenberg Galaxy” (“La Galassia Gutenberg”) (1962) e “Understanding Media” (“Gli strumenti del comunicare”) (1964)—e il grigio professore proveniente dai sobborghi occidentali del Canada si trovò presto ad essere indicato dal San Francisco Chronicle come “il più richiesto accademico in circolazione.” Da allora, egli ha trovato seguaci in tutto il mondo per le sue brillanti—e spesso sconcertanti— teorie sull’impatto dei media sull’essere umano; e il suo nome ha dato vita, nella lingua francese, al neologismo mucluhanisme, usato come sinonimo per il mondo della cultura pop.

Benché i suoi libri siano scritti in uno stile difficile—allo stesso tempo enigmatico, epigrammatico e permeato da arcani letterari e allusioni storiche—le idee rivoluzionarie che vi fanno capolino hanno permesso a McLuhan di raggiungere i primi posti delle classifiche di vendita. Nonostante le proteste provenienti da schiere di scolastici scandalizzati e da umanisti della vecchia guardia che affermano che le idee di McLuhan vanno dal demente al pericoloso, le sue teorizzazioni, che non si pongono destinatari privilegiati, hanno attratto l’attenzione di alti dirigenti della General Motors (che lo hanno profumatamente pagato per spiegare loro che le automobili erano una cosa del passato), della Bell Telephone (ai quali ha spiegato che essi non comprendevano davvero la funzione del telefono) e di una delle maggiori società di design nel campo del packaging (alla quale è stato detto che il packaging diverrà presto obsoleto). Alzando la posta fino a 5.000 dollari, un’altra grossa corporation gli ha chiesto di prevedere–tramite un sistema di televisori a circuito chiuso—per cosa sarebbero stati utilizzati i loro prodotti in futuro; e l’attuale primo ministro del Canada Pierre Trudeau s’intrattiene con lui in conversazioni informali ogni mese per migliorare la sua immagine televisiva.

Le osservazioni di McLuhan—“indagini,” preferisce chiamarle—pullulano di aforismi ostentatamente indecifrabili come “La luce elettrica è informazione pura” e “La gente non legge veramente i giornali—ci si immerge ogni mattina come in un bagno caldo.” A proposito della sua stessa opera, McLuhan ha notato: “Non fingo di comprenderla. Dopotutto, quello che scrivo è molto difficile.” Nonostante la sua intricata sintassi, le sue fulminee metafore e le sue battute condite con giochi di parole, la tesi di base di McLuhan è, comunque, relativamente semplice.

McLuhan sostiene che tutti i media—in se stessi e indipendentemente dal messaggio che comunicano—esercitano un’irresistibile influenza sull’uomo e sulla società. Gli uomini preistorici, o tribali, vivevano sperimentando un equilibrio armonioso dei sensi, e percepivano il mondo nella stessa misura tramite l’udito, l’odorato, il tatto, la vista e il gusto. Ma le innovazioni tecnologiche sono estensioni delle capacità e dei sensi umani che alterano questo equilibrio sensoriale—un’alterazione che, a sua volta, rimodella inesorabilmente la società che ha dato vita alla tecnologia. Secondo McLuhan, vi sono state tre innovazioni tecnologiche di base: l’invenzione dell’alfabeto fonetico, che scagliò l’uomo preistorico fuori dal suo equilibrio sensoriale, consegnando la predominanza alla vista; l’introduzione della stampa a caratteri mobili nel 16° secolo, che accelerò questo processo; e l’invenzione del telegrafo nel 1844, che preannunciò la rivoluzione elettronica, la quale finirà per re-tribalizzare l’uomo ristabilendo il suo equilibrio sensoriale. McLuhan si è assunto il compito di spiegare e di estrapolare le ripercussioni di questa rivoluzione elettronica.

Per le sue fatiche, i critici lo hanno soprannominato “il Dr. Spock della cultura pop,” “il guru del tubo catodico,” un “Nkrumah canadese che si è unito alla battaglia contro la ragione,” un “genio metafisico posseduto da un senso spaziale della follia,” e “il sacerdote del pensiero pop che celebra una Messa Nera per dilettanti davanti all’altare del determinismo storico.” Il professor Benjamin DeMott dell’Università di Amherst ha osservato: “E’ trascinante, intelligente, sempre “sul pezzo” e ADESSO. E si sbaglia.”

Ma come ha convenientemente domandato Tom Wolfe, “E se avesse ragione? Ammettiamo che egli sia quello che sembra— il più importante pensatore dopo Newton, Darwin, Freud, Einstein e Pavlov?” Lo storico delle società Richard Kostelanetz afferma che “la qualità più straordinaria della mente di McLuhan è quella di discernere un significato laddove gli altri vedono solo dei dati, o nulla; egli ci dice come misurare dei fenomeni la cui misurazione era precedentemente impossibile.”

L’oggetto imperturbabile di questa controversia è nato a Edmonton, Alberta, il 21 luglio 1911. Figlio di un’ex-attrice e di un agente immobiliare, McLuhan si iscrisse all’Università di Manitoba con l’intenzione di diventare un ingegnere, ma si laureò nel 1934 con un master in letteratura inglese. Quindi trascorse un periodo come dottorando a Cambridge, a cui fece seguito il suo primo incarico di insegnamento—all’Università del Wisconsin. Fu un’esperienza cruciale. “Mi trovavo davanti a dei giovani americani che non ero in grado di comprendere,” ha allora notato. “Sentii un ardente bisogno di studiare la loro cultura popolare per poter comunicare.” Una volta piantati i semi, McLuhan li lasciò germogliare, mentre otteneva un dottorato, prima di passare a insegnare in alcune università cattoliche. (Egli è un devoto convertito al cattolicesimo).

La sua carriera di scrittore iniziò con alcuni articoli che si inserivano nello standard accademico; ma, alla metà degli anni Quaranta, il suo interesse per la cultura popolare tornò alla superficie, ed iniziarono ad apparire i veri lavori di McLuhan, come “The Psychopathology of Time and Life” (“Psicopatologia del tempo e della vita”). Il primo lavoro sotto forma di libro si realizzò nel 1951 con la pubblicazione di “The Mechanical Bride” (“La sposa meccanica”)—un’analisi delle pressioni psicologiche generate dalla stampa, dalla radio, dai film e dalla pubblicità—e da quel momento McLuhan trovò la sua strada . Nonostante il libro ebbe scarso successo di pubblico, esso gli valse la presidenza di un seminario della Fondazione Ford su cultura e comunicazione e una sovvenzione di 40.000 dollari, parte della quale egli utilizzò per dar vita a “Explorations,” una piccola pubblicazione periodica sulle scoperte derivate dal seminario. Alla fine degli anni Cinquanta la sua reputazione era giunta fino a Washington: nel 1959, egli divenne il direttore del Progetto Media dell’Associazione Nazionale Emittenti per l’Istruzione e dell’Ente Statunitense per l’Istruzione, e i resoconti derivanti da queste attività costituirono la prima bozza del libro “Understanding Media” (“Gli strumenti del comunicare”). Dal 1963, McLuhan ha diretto il Centro per la Cultura e la Tecnologia dell’Università di Toronto, che fino a poco tempo fa era formato dal solo ufficio di McLuhan e che ora si è sviluppato fino a includere un edificio di sei stanze all’interno del campus.

Al di là dell’insegnamento, delle conferenze e dei suoi doveri amministrativi, McLuhan è divenuto egli stesso una sorta d’industria della comunicazione in scala ridotta. Ogni mese pubblica, per gli abbonati, un report mensile su diversi media intitolato “The McLuhan Dew-Line”; e, sfruttando un gioco di parole, ha anche dato vita a una serie di registrazioni chiamate “The Marshall McLuhan Dew-Line Plattertudes.” McLuhan ha contribuito con un articolo tipicamente “psichedelico” sui media—“The Reversal of the Overheated- Image” (“Il rovescio dell’immagine surriscaldata”)—al nostro numero del dicembre 1968. Autore dalle molteplici collaborazioni, i suoi lavori svolti in tandem con diversi colleghi includono un libro di testo per le superiori e un’analisi della funzione dello spazio nella poesia e nella pittura. “Counterblast” (“Contrattacco”), il suo prossimo libro, è un viaggio ossessivo all’interno del panorama delle sue teorie.

Con l’intento di fornire ai lettori una mappa di questa labirintica terra incognita, PLAYBOY ha chiesto al giornalista Eric Norden di realizzare un’intervista con McLuhan nella sua nuova e grande casa situata nel ricco sobborgo di Toronto, Wychwood Park, dove egli vive con sua moglie, Corinne, e con cinque dei suoi sei figli. (Suo figlio maggiore vive a New York, dove sta completando un libro su James Joyce, uno degli eroi di suoi padre.) Norden rileva: “Alto, grigio e allampanato, con una piccola bocca sempre in movimento e un volto altrimenti tutt’altro che memorabile, McLuhan indossa un abito in tweed marrone, poco adatto alla figura, scarpe nere e un cravatta a clip. Mentre ci apprestiamo a svolgere la nostra conversazione di sera, davanti a un fuoco scoppiettante, McLuhan esprime le sue riserve sull’intervista—in realtà, sulla parola scritta in sé—come mezzo di comunicazione, suggerendo che la formula delle domande e risposte non è in grado di permettere alle sue idee di fluire in profondità. Lo rassicuro circa il fatto che avrà tutto il tempo—e lo spazio—che desidera per sviluppare i suoi pensieri.”

Da queste premesse sono scaturite una chiarezza e una lucidità considerevolmente maggiori rispetto a quelle a cui sono abituati i lettori di McLuhan–forse perché la modalità a domanda e risposta, permettendo di circoscriverlo, neutralizza la sua abitudine a cambiare volubilmente l’oggetto del discorso nel bel mezzo del suo flusso di coscienza. L’intervista si presenta anche, secondo noi, come un distillato proteiforme e provocatorio non solo delle originali teorie di McLuhan sul progresso umano e le istituzioni sociali, ma anche del suo stile intricato, quasi paralizzante–definito dal romanziere George P. Elliott come “deliberatamente anti-logico, circolare, ripetitivo, totale, aforistico, anti-convenzionale” e, meno benevolmente, dal critico Christopher Ricks come “una densa nebbia in mezzo alla quale si profilano incerte metafore.” Ma altri autorevoli pensatori sostengono che il portato stilistico di McLuhan sia parte integrante del suo messaggio—che le modalità strettamente “lineari” a cui si attiene il pensiero e il discorso tradizionale siano obsolete nell’era “post-alfabetica” dei media elettronici. L’intervista di Norden inizia con un’allusione al mezzo di comunicazione preferito da McLuhan: la televisione.

L’Intervista:

Intervistatore: Per utilizzare la tanto citata breve frase di Henry Gibson nella serie tv “Rowan and Martin’s Laugh-In”—“Marshall McLuhan, cosa sta facendo ?”

McLuhan: A volte me lo chiedo. Sto esplorando. Non so dove ciò mi porterà. Il mio lavoro è rivolto allo scopo pratico di cercare di comprendere il nostro ambiente tecnologico e le sue conseguenze psichiche e sociali. Ma i miei libri fanno parte del processo, piuttosto che essere il prodotto finale della scoperta; il mio scopo è quello di utilizzare i fatti come strumenti d’indagine, come mezzi di comprensione e di ricerca di modelli, invece che di impiegarli nel senso sterile e tradizionale di classificazione di dati, di categorie e contenitori. Voglio creare mappe per nuovi territori, piuttosto che segnalare dove si trovano le vecchie postazioni.

Ma non ho mai presentato queste esplorazioni come la verità rivelata. In quanto ricercatore, non ho punti di vista prefissati, non ho da essere fedele a una teoria–la mia o quella di chiunque altro. Di fatto, sono del tutto pronto a gettare alle ortiche qualunque affermazione io abbia mai fatto su qualunque argomento se i fatti non mi supportano, o se scopro che la cosa non contribuisce alla comprensione del problema. La parte migliore del mio lavoro sui media è in questo momento qualcosa che assomiglia all’opera dello scassinatore. Non so cosa c’è all’interno; forse nulla. Semplicemente, mi siedo e inizio a lavorare. Procedo a tentoni, ascolto, verifico, accetto e respingo; sperimento diverse sequenze–finché la serratura non cede e la porta non si apre.

Intervistatore: Una tale metodologia, non è un po’ mutevole e inconsistente–se non addirittura, come affermano i suoi critici, eccentrica?

McLuhan: Qualunque approccio alle problematiche ambientali dev’essere abbastanza flessibile e adattabile da poter abbracciare l’intera radice dei fenomeni dell’ambiente, che è come un flusso costante. Mi considero un generalista, non uno specialista che ha circoscritto un ristretto campo di studi come suo orticello intellettuale ed è ignaro di tutto il resto. In realtà, il mio lavoro è un’operazione “in profondità”, pratica accettata in molte discipline moderne, dalla psichiatria alla metallurgia e all’analisi strutturale. Uno studio efficace dei media non coinvolge solo il loro contenuto, ma anche i media stessi, e l’ambiente culturale complessivo nel quale essi funzionano. Solo allontanandosi da un fenomeno e guardandolo nell’insieme se ne possono scoprire i principi operativi e le linee di forza. Non c’è nulla che sia davvero intrinsecamente sorprendente o radicale in questo studio–eccetto il fatto che per una qualche ragione, pochi hanno una visione che permetta d’intraprenderlo. Negli ultimi 3500 anni di storia del mondo occidentale, gli effetti dei media– sia che si tratti di lingua parlata, scrittura, stampa, fotografia, radio o televisione–sono stati sistematicamente trascurati dagli osservatori dei fenomeni sociali. Anche nell’odierna epoca della rivoluzione elettronica, gli studiosi mostrano ben pochi segni che facciano pensare a un cambiamento di questo tradizionale atteggiamento d’indifferenza, del tutto paragonabile a quello di un’ostrica.

Intervistatore: Perché?

McLuhan: Perché tutti i media, dall’alfabeto fonetico al computer, sono estensioni dell’essere umano che causano modificazioni profonde e durature alla sua natura e che trasformano il suo ambiente. Una tale estensione è come un’intensificazione, un’amplificazione di un organo, di un senso o di una funzione, e quando ciò si verifica, il sistema nervoso centrale sembra dar vita a un cuscinetto protettivo attorno all’area interessata, anestetizzandola e isolandola dalla coscienza chiara e distinta di cosa stia accadendo. E’ un processo abbastanza simile a quello che accade a un corpo sotto pressione o stress, o alla mente secondo il concetto freudiano di repressione. Chiamo questa particolare forma di auto-ipnosi narcosi di Narciso, una sindrome per la quale l’essere umano non ha coscienza degli effetti psichici e sociali di una nuova tecnologia così come un pesce non ha coscienza dell’acqua in cui nuota. Conseguenza ne è che, proprio nel momento in cui l’ambiente creato da un nuovo media diviene omnipervasivo e modifica il nostro equilibrio sensoriale, esso diviene anche invisibile.

Questo problema è doppiamente acuto oggi, poiché l’uomo deve, per una mera strategia di sopravvivenza, divenire cosciente di quello che gli accade, malgrado la sofferenza che si accompagna a tale comprensione. Il fatto che una simile coscienza non si sia manifestata nell’epoca elettronica è ciò che ha fatto sì che questa divenisse l’epoca dell’ansia, che a sua volta è stata trasformata nel suo doppio–l’epoca della reazione terapeutica dell’anomia e dell’apatia. Ma nonostante i nostri meccanismi protettivi di fuga, il campo totale di coscienza creato dai media elettronici ci sta permettendo–invero, ci sta costringendo– a procedere verso la coscienza di ciò che non è cosciente, verso la realizzazione del fatto che la tecnologia è un’estensione dei nostri stessi corpi. Viviamo in un’epoca in cui, per la prima volta, i cambiamenti avvengono in maniera sufficientemente rapida da poter essere osservati da tutti nel loro svolgersi. Finora, questa coscienza è sempre stata riflessa prima degli altri dall’artista, che aveva la capacità–e il coraggio–del visionario, in grado di leggere il linguaggio del mondo esteriore e metterlo in relazione con il mondo interiore.

Intervistatore: Perché dovrebbe essere l’artista, e non lo scienziato, a percepire queste relazioni e a prevedere questi sviluppi?

McLuhan: Perché inerente all’ispirazione creativa dell’artista è il processo che coglie in modo subliminale i cambiamenti dell’ambiente. E’ sempre stato l’artista a percepire le alterazioni causate nell’uomo da un nuovo mezzo, a riconoscere che il futuro è il presente, e a utilizzare il proprio lavoro per prepararne il terreno. Ma molte persone, dal camionista al Bramino letterato, sono ancora beatamente ignoranti del modo in cui i media agiscono su di loro; sono inconsapevoli del fatto che, a causa del suo effetto pervasivo sull’uomo, è il mezzo in sé ad essere il messaggio, non il suo contenuto, non concepiscono che il mezzo è anche il messaggio–che, a parte tutti i giochi di parole, esso letteralmente li domina, saturando, modellando e trasformando i rapporti tra i sensi. Il contenuto o il messaggio di un particolare mezzo ha più o meno la stessa importanza delle scritte stampate sul contenitore di una bomba atomica. Ma la capacità di percepire le estensioni umane causate dai media, una volta appannaggio dell’artista, si sta ora espandendo mano a mano che l’informazione elettronica permette un nuovo livello di percezione e di coscienza critica anche da parte di chi artista non è.

Intervistatore: Il pubblico, quindi, sta almeno iniziando a percepire i contorni “invisibili” di questi nuovi ambienti tecnologici?

McLuhan: Le persone stanno iniziando a capire la natura della loro nuova tecnologia, ma il loro numero non è ancora sufficiente–e la loro comprensione non è abbastanza profonda. Molta gente, come ho indicato, si tiene ancora avvinta a quella che ho chiamato una visione del loro mondo dallo specchietto retrovisore. Con ciò intendo dire che, a causa dell’invisibilità di ogni ambiente durante il periodo della sua prima manifestazione, l’essere umano è cosciente solo dell’ambiente che lo ha preceduto; in altre parole, un ambiente diviene pienamente visibile solo quando è stato soppiantato da un ambiente nuovo; quindi, siamo sempre un passo indietro nella nostra visione del mondo. Visto che siamo storditi da ogni nuova tecnologia–che a sua volta crea un ambiente totalmente nuovo–tendiamo a rendere più visibile il vecchio ambiente; e lo facciamo trasformandolo in una forma d’arte e attaccandoci agli oggetti e all’atmosfera che lo caratterizzavano, proprio come è successo con il jazz, e come stiamo facendo ora con le scorie dell’ambiente meccanico, attraverso la pop art.

Il presente è sempre invisibile poiché è ambientale e satura l’intero campo dell’attenzione in modo totale; nessuno quindi, eccetto l’artista, l’uomo dalla coscienza integrale, è vivo quando un nuovo giorno inizia. Nel bel mezzo dell’era elettronica del software e del movimento istantaneo dell’informazione, crediamo ancora di vivere nell’era meccanica dell’hardware. Al culmine dell’era meccanica, l’uomo guardava indietro, verso i secoli precedenti, alla ricerca di valori “pastorali”. Il Rinascimento e il Medioevo erano completamente orientati verso Roma; Roma era orientata verso la Grecia, e i Greci erano orientati verso gli arcaici pre-omerici. Capovolgiamo così l’antica norma del cercare di apprendere procedendo da ciò che è familiare verso ciò che è sconosciuto, andando in realtà da ciò che sconosciuto verso ciò che è familiare, il che non fa altro che tradurre il meccanismo annebbiante che si verifica ogni volta che un nuovo mezzo estende drasticamente i nostri sensi.

Intervistatore: Se questo effetto “annebbiante” svolge un ruolo benefico nel proteggere l’uomo dal dolore psichico causato dall’estensione del sistema nervoso che lei attribuisce ai media, per quale motivo lei cerca di dissiparlo e di rendere gli uomini percettivi verso i mutamenti dell’ambiente?

McLuhan: Nel passato, gli effetti dei media venivano sperimentati in maniera più graduale, e ciò permetteva all’individuo e alla società di assorbire e attutire in una certa misura il loro impatto. Oggi, nell’era elettronica della comunicazione istantanea, credo che la nostra sopravvivenza, e alla fin fine il nostro benessere e la nostra felicità, si fondino sulla comprensione della natura del nostro nuovo ambiente, poiché, diversamente dai mutamenti che avvenivano nel passato, il mezzo elettronico realizza una trasformazione della cultura, dei valori e delle attitudini totale e pressoché istantanea. Un tale sconvolgimento genera sofferenza e perdita d’identità, che possono essere curate solo con il raggiungimento della consapevolezza delle dinamiche in opera. Se comprendiamo le trasformazioni rivoluzionarie causate dai nuovi media, possiamo prevederle e controllarle; ma se perseveriamo nella nostra trance auto-indotta, ne diverremo gli schiavi.

A causa dell’impressionante velocità con cui oggi si muovono le informazioni, abbiamo la possibilità di conoscere, prevedere e influenzare le forze ambientali che ci modellano–e quindi riprendere il controllo del nostro destino. Le nuove estensioni dell’essere umano e l’ambiente che esse generano sono le manifestazioni centrali del processo evolutivo, e tuttavia ancora non siamo in grado di liberarci dall’illusione che sia il modo in cui un mezzo è utilizzato che conta, e non tanto che cosa esso fa a noi e con noi. Questo è l’atteggiamento da zombie dell’idiota tecnologico. E’ per sfuggire a questa trance da Narciso che ho cercato di scoprire e far conoscere l’impatto dei media sull’essere umano, dall’inizio della storia conosciuta fino al presente.

Intervistatore: Potrebbe tracciare la storia di questo impatto per noi–in forma breve?

McLuhan: E’ difficile condensarlo nella forma di un’intervista come questa, ma cercherò di fare un breve resoconto delle principali svolte avvenute nei mondo dei media. Occorre ricordare che la mia definizione di media è ampia; essa include qualunque tecnologia crei un’estensione del corpo umano e dei sensi, dall’abbigliamento al computer. E un punto fondamentale, che ripeto, è quello che le società sono sempre state modellate più dalla natura dei media con cui gli uomini comunicano che dal contenuto di tale comunicazione. Qualunque tecnologia possiede il tocco di re Mida; quando una società sviluppa un’estensione di se stessa, tutte le altre funzioni di quella società tendono a trasformarsi per adattarsi alla nuova forma; una volta che una nuova tecnologia penetra una società, essa ne satura ogni istituzione. Le nuove tecnologie sono, quindi, agenti del cambiamento. Lo vediamo oggi con i media elettronici e lo abbiamo visto diverse migliaia di anni fa con l’invenzione dell’alfabeto fonetico, che è stata un’innovazione di portata altrettanto vasta–e che ha avuto conseguenze altrettanto profonde per l’uomo.

Intervistatore: Quali?

McLuhan: Prima dell’invenzione dell’alfabeto fonetico, l’uomo viveva in un mondo in cui tutti i sensi erano in equilibrio e operavano simultaneamente, un mondo chiuso di profondità e risonanza tribali, una cultura orale strutturata da un senso della vita prevalentemente uditivo. L’orecchio, diversamente dalla vista, fredda e neutrale, è sensibile, iperestetico e inclusivo, capace di contribuire alla rete ininterrotta e all’interdipendenza tribali, nelle quali tutti i membri di un gruppo esistono in armonia. Il mezzo di comunicazione principale era il linguaggio parlato, e per tale motivo nessun uomo ne sapeva molto di più o di meno di qualunque altro–il che significa che vi erano meno individualismo e specializzazione, i capisaldi dell’uomo occidentale “civilizzato”. Le culture tribali, anche oggigiorno, semplicemente non possono comprendere il concetto di individuo o di cittadino separato e indipendente. Le culture orali agiscono e reagiscono in modo simultaneo, mentre la capacità di agire senza reagire, senza farsi coinvolgere, è il dono speciale dell’uomo alfabetizzato “distaccato”. Un’altra caratteristica fondamentale che distingue l’uomo tribale dal suo successore alfabetizzato è il fatto che il primo viveva in un mondo fatto di spazio acustico, che dava vita a un concetto radicalmente diverso delle relazioni spazio-temporali.

Intervistatore: Cosa intende per “spazio acustico”?

McLuhan: Intendo uno spazio che non ha centro né perimetro, diversamente dallo spazio strettamente visuale, che è un’estensione e un’intensificazione della vista. Lo spazio acustico è organico e integrale, percepito attraverso l’interazione simultanea di tutti i sensi, laddove lo spazio “razionale” o pittorico è uniforme, sequenziale e continuo e dà vita a un mondo chiuso che non permette il manifestarsi di nessuna delle ricche risonanze presenti tra gli echi del mondo tribale. I nostri concetti spazio-temporali occidentali derivano dall’ambiente creato dalla scoperta della scrittura fonetica, similmente all’intero concetto di civiltà occidentale. L’uomo tribale conduceva un’esistenza complessa e caleidoscopica proprio perché l’orecchio, diversamente dall’occhio, non può essere focalizzato ed è sinestetico, non analitico e lineare. La lingua parlata è un’espressione, o più precisamente, un’esteriorizzazione, di tutti i nostri sensi insieme; il campo uditivo è simultaneo, il campo visuale successivo. I modelli di vita dei popoli non letterati erano impliciti, simultanei e discontinui, e molto più ricchi di quelli dell’uomo alfabetizzato. Dipendendo dalla parola parlata per le informazioni, le persone erano portate a far parte di una rete tribale; e dal momento che la parola parlata è più emozionalmente carica della parola scritta–trasmettendo, con l’intonazione, emozioni profonde come rabbia, gioia, dolore, paura–l’uomo tribale ne risultava più spontaneo e appassionatamente volatile. L’uomo tribale di tipo uditivo-tattile partecipava all’inconscio collettivo, viveva in un mondo magico e integrale ritmato dal mito e dal rito, possedeva valori divini e incontestati, laddove l’uomo alfabetizzato, o visuale, crea un ambiente fortemente frammentato, individualistico, esplicito, logico, specializzato e distaccato.

Intervistatore: E’ stata l’alfabetizzazione fonetica da sola a creare un tale profondo abisso di valori tra il coinvolgimento dell’uomo tribale e il distacco “civilizzato”?

McLuhan: Sì. Ogni cultura è un ordine di preferenze sensoriali, e nel mondo tribale i sensi del tatto, del gusto, dell’udito e dell’olfatto erano sviluppati, per ragioni molto pratiche, a un livello assai maggiore del senso della sola vista. L’alfabeto fonetico è piombato in quel mondo come una bomba, collocando la vista a capo della gerarchia dei sensi. L’alfabetizzazione ha spinto l’uomo fuori dalla tribù, gli ha dato un occhio in cambio di un orecchio e ha sostituito la sua profonda interazione comunitaria con valori visivi lineari e con una coscienza frammentata. In quanto intensificazione e amplificazione della funzione visiva, l’alfabeto fonetico diminuisce il ruolo dell’udito, del tatto, del gusto e dell’odorato, permeando la cultura discontinua dell’uomo tribale e trasformando la sua armonia organica e la sua complessa sinestesia nella modalità visuale uniforme e continua che consideriamo ancora oggi la norma dell’esistenza “razionale”. L’uomo integrale divenne l’uomo frammentato; l’alfabeto disperse il cerchio incantato e la magia echeggiante del mondo tribale, frantumando l’umanità in un agglomerato di unità, o “individui” specializzati e psichicamente impoveriti, funzionanti all’interno di una realtà formata da un tempo lineare e uno spazio euclideo.

Intervistatore: Ma diverse società in cui era presente la scrittura sono esistite nel mondo antico, molto prima dell’alfabeto fonetico. Perché non hanno avuto effetti de-tribalizzanti?

McLuhan: L’alfabeto fonetico non ha modificato o ampliato l’essere umano in modo così drastico solo perché gli ha permesso di leggere; come lei fa notare, la cultura tribale aveva già convissuto con altri linguaggi scritti per migliaia di anni. Ma l’alfabeto fonetico era radicalmente diverso dalle antiche e ricche culture geroglifiche o ideogrammatiche. La scrittura degli Egizi, dei Babilonesi, dei Maya o dei Cinesi era un’estensione dei sensi poiché forniva un’espressione pittorica della realtà, ed erano necessari molti segni per coprire l’ampia gamma di dati presenti in tali società–diversamente dalla scrittura fonetica, che usa lettere semanticamente insignificanti da far corrispondere a suoni semanticamente insignificanti ed è in grado, con una manciata di lettere, di coprire tutti i significati e tutte le lingue. Una tale realizzazione ha richiesto la separazione sia della visione che del suono dai loro significati semantici e drammatici, al fine di rendere visibile l’effettivo suono del linguaggio, creando così una barriera tra l’uomo e gli oggetti e dando vita a un dualismo tra la visione e il suono. Ha separato la funzione visiva dall’interazione con gli altri sensi e ha portato, in tal modo, all’espulsione dalla coscienza di aree vitali della nostra esperienza sensoriale e alla risultante atrofia dell’inconscio. L’equilibrio dei sensi–o l’interazione dell’insieme unitario dei sensi–e l’armonia psichica e sociale che ne derivavano sono stati sconvolti, e la funzione visiva ha subito un ipersviluppo. Questo non è accaduto con nessun altro sistema di scrittura.

Intervistatore: Come può essere sicuro che ciò sia accaduto solo in conseguenza dell’alfabetizzazione fonetica–o, in effetti, che ciò sia realmente accaduto?

McLuhan: Non è necessario risalire a 3000 o 4000 anni fa per vedere questo processo in atto: in Africa, oggi, una singola generazione di alfabetizzazione fonetica è sufficiente per strappare l’individuo dalla rete tribale. Quando l’uomo tribale subisce un’alfabetizzazione fonetica, potrà avere una concezione del mondo più sviluppata dal punto di vista dell’astrazione intellettuale, ma una gran parte della sensazione profondamente emozionale derivante dall’appartenenza collettiva sarà estromessa dalle sue relazioni con l’ambiente sociale. Questa separazione di vista e suono e significato causa profondi effetti psicologici ed egli subisce una corrispondente divisione e un impoverimento nella sua vita immaginativa, emozionale e sensoriale. Inizia a ragionare in modo sequenziale e lineare; a categorizzare e classificare dati. Quando il sapere viene espresso il forma alfabetica, esso viene localizzato e frammentato in specializzazioni, dando vita a una separazione di funzioni, classi sociali, nazioni e conoscenze–e, nel mentre, la ricca interazione di tutti i sensi che contraddistingueva la società tribale viene sacrificata.

Intervistatore: Ma non vi sono dei corrispondenti miglioramenti nella comprensione, nelle cognizioni e nella diversità culturale che compensano l’uomo de-tribalizzato per la perdita dei suoi valori comunitari?

McLuhan: La sua domanda riflette tutti i pregiudizi istituzionali dell’uomo alfabetizzato. L’alfabetizzazione, contrariamente all’opinione comune che, come si evince dalla sua domanda, la considera un processo “civilizzatore”, crea persone molto meno complesse e diversificate di quelle che si sviluppano all’interno dell’intricata rete delle società tribali a cultura orale. L’uomo tribale, diversamente dall’uniforme uomo occidentale, non si differenziava per i suoi talenti specialistici o per le sue caratteristiche visibili, ma per la sua miscela emozionale irripetibile. Il mondo interiore dell’uomo tribale era un mix creativo di emozioni e di sensazioni complesse che gli uomini alfabetizzati del mondo occidentale hanno lasciato prosciugare o hanno soppresso nel nome dell’efficienza e della praticità. L’alfabeto ha potuto neutralizzare tutte le ricche divergenze delle culture tribali traducendo la loro complessità all’interno di semplici forme visive; e il senso della vista, occorre ricordare, è il solo che ci permette di distaccarci; tutti gli altri sensi ci coinvolgono, mentre il distacco nutrito dall’alfabetizzazione allontana e de-tribalizza l’uomo. Egli si separa dalla tribù in quanto essere prevalentemente visivo che condivide attitudini, abitudini e diritti standardizzati con gli altri uomini civilizzati. Ma egli acquisisce anche un enorme vantaggio sull’uomo tribale non alfabetizzato che, oggi come in passato, è sfavorito a causa del suo pluralismo culturale, dell’unicità e della discontinuità– valori che fanno dell’africano odierno una facile preda dei colonialisti europei nello stesso modo in cui i barbari lo erano per i greci e i romani. Solo le culture alfabetiche sono riuscite a servirsi del collegamento di sequenze lineari come di un mezzo di organizzazione sociale e psichica; la suddivisione di ogni tipo di esperienza in unità continue tra loro omogenee al fine di generare un’azione rapida e un’alterazione della forma–in altre parole, il sapere applicato–è stato il segreto che ha permesso all’uomo occidentale di esercitare un dominio sugli altri uomini e sul suo ambiente.

Intervistatore: Il senso del suo discorso è, allora, che l’introduzione dell’alfabeto fonetico non sia stato un progresso, come generalmente si crede, ma un disastro psichico e sociale?

McLuhan: E’ stato entrambe le cose. Cerco di evitare giudizi di valore in questi campi, ma vi sono molte prove che suggeriscono che l’uomo potrebbe aver pagato un prezzo troppo alto per il suo nuovo ambiente formato da tecnologia e valori specialistici. La schizofrenia e l’alienazione potrebbero essere le conseguenze inevitabili dell’alfabetizzazione fonetica. Credo sia significativo, dal punto di vista metaforico, che l’antico mito greco veda Cadmo, che aveva portato l’alfabeto agli uomini, seminare i denti del drago, dai quali usciranno uomini armati. Ogni volta che vengono seminati i denti di drago del cambiamento tecnologico, raccogliamo un vortice di violenza. Si è visto chiaramente nell’epoca classica, anche se in termini in un certo senso attenuati, dal momento che l’alfabetizzazione fonetica in quel caso non ha riportato una vittoria fulminea sui precedenti valori e istituzioni; essa ha permeato invece l’antica società attraverso un processo evolutivo graduale, anche se inesorabile.

Intervistatore: Quanto tempo ha resistito l’antica cultura tribale?

McLuhan: In sacche isolate, ha resistito fino all’invenzione della stampa nel 16° secolo, che è stata un’estensione qualitativa di grande importanza dell’alfabetizzazione fonetica. Se l’alfabeto fonetico era esploso come un ordigno sull’uomo tribale, la stampa lo ha colpito come una bomba H da 100 megatoni. La stampa è stata l’estensione finale dell’alfabetizzazione fonetica: i libri potevano ora essere riprodotti all’infinito; l’alfabetizzazione universale diveniva davvero possibile, anche se realizzata gradualmente; e i libri diventarono possedimenti personali trasportabili. Il tipo, prototipo di tutte le macchine per stampa, garantì il primato del preconcetto visivo e segnò definitivamente il destino dell’uomo tribale. Il nuovo mezzo rappresentato dal tipo lineare, uniforme, ripetibile, permise di riprodurre informazioni in quantità illimitata e a una velocità fino ad allora impossibile, garantendo all’occhio una posizione di totale predominio rispetto agli altri sensi. In quanto drastica estensione dell’essere umano, esso modellò e trasformò il suo intero ambiente psichico e sociale, e fu direttamente responsabile della nascita di fenomeni tra loro disparati come il nazionalismo, la Riforma, la catena di montaggio e il suo sviluppo, la Rivoluzione industriale, l’intero concetto di causalità, le concezioni cartesiana e newtoniana dell’universo, la prospettiva in arte, la narrativa cronologica in letteratura e una modalità psicologica d’introspezione e di direzione interiore che intensificò grandemente le tendenze all’individualismo e alla specializzazione generatesi già 2000 anni prima a causa dell’alfabetizzazione fonetica. La separazione tra pensiero e azione fu istituzionalizzata e l’uomo frammentato, inizialmente spezzettato dall’alfabeto, fu alla fine frantumato in una serie di dati infinitesimali. Da quel momento in avanti, l’uomo occidentale fu l’uomo-Gutenberg.

Intervistatore: Anche accettando il principio che le innovazioni tecnologiche generino profonde modificazioni ambientali, molti dei suoi lettori faticano a comprendere come lei possa sostenere che lo sviluppo della stampa sia responsabile di fenomeni così apparentemente tra loro indipendenti come il nazionalismo e l’industrialismo.

McLuhan: La parola chiave è “apparentemente”. Guardando più da vicino sia il nazionalismo che l’industrialismo si noterà che entrambi derivano direttamente dall’esplosione della tecnologia della stampa nel 16° secolo. Il nazionalismo non esisteva in Europa prima del Rinascimento, quando l’avvento della tipografia ha permesso a ogni uomo alfabetizzato di vedere la propria lingua madre in modo analitico, come un’entità uniforme. La macchina tipografica ha permesso di diffondere in tutta Europa libri e altri prodotti a stampa, creati in massa, trasformando le lingue regionali vernacolari dell’epoca nei sistemi chiusi e uniformi delle lingue nazionali–solo un’altra variante di quelli che chiamiamo mass media–dando vita al concetto stesso di nazionalismo.

L’individuo reso omogeneo dalla stampa vide il concetto di nazione come un’immagine intensa e accattivante di un destino e uno status di gruppo. Con la stampa, anche l’omogeneità della moneta, dei mercati e dei trasporti divenne possibile per la prima volta, e ciò diede vita a un’unità sia economica che politica e innescò le energie dinamiche centralizzanti del nazionalismo contemporaneo. Creando una velocità di movimento delle informazioni impensabile prima dell’avvento della stampa, la rivoluzione di Gutenberg produsse quindi un nuovo tipo di entità nazionale centralizzata di tipo visuale che si fuse gradualmente con l’espansione commerciale, finché l’Europa non divenne una rete di stati.

Promuovendo la continuità e la competizione all’interno di un territorio contiguo e omogeneo, il nazionalismo non solo forgiò nuovi stati, ma chiuse definitivamente la porta all’antica organizzazione sociale medievale fondata sulle corporazioni e le famiglie, caratterizzata da una forma non competitiva, collettiva e discontinua; la stampa richiedeva sia la frammentazione personale che l’uniformità sociale e la naturale espressione di tali aspetti era lo stato nazione. L’enorme velocità delle informazioni legata al nazionalismo letterario accelerò la tendenza alla specializzazione che era stata originata dall’alfabetizzazione fonetica e ampliata da Gutenberg, e rese obsolete figure generaliste e di stampo enciclopedico come Benvenuto Cellini, l’orafo-condottiero-pittore-scultore-scrittore; fu il Rinascimento a distruggere l’Uomo rinascimentale.

Intervistatore: Perché ritiene che Gutenberg preparò il terreno anche alla Rivoluzione Industriale?

McLuhan: Le due cose procedono di pari passo. La stampa, va ricordato, fu la prima meccanizzazione mai realizzata di una manifattura complessa; creando una sequenza analitica di processi che si svolgono passo dopo passo, essa divenne il modello di tutte le meccanizzazioni successive. La qualità più importante della stampa è la sua ripetibilità; si tratta di un’affermazione visuale che può essere riprodotta indefinitamente, e la ripetibilità è la base del principio meccanicistico che ha trasformato il mondo a partire da Gutenberg. La tipografia, producendo la prima merce uniformemente riproducibile, ha creato anche Henry Ford, la prima catena di montaggio e la prima produzione di massa. I tipi mobili furono l’archetipo e il prototipo di tutti gli sviluppi industriali successivi. Senza l’alfabetizzazione fonetica e la stampa, l’industrialismo moderno sarebbe impossibile. E’ necessario riconoscere l’alfabetizzazione come una tecnologia tipografica, che modella non solo la produzione e le procedure di marketing, ma anche tutti gli altri campi della vita, dall’istruzione alla progettazione delle città.

Intervistatore: Lei sembra affermare che praticamente ogni aspetto della vita moderna è una conseguenza dell’invenzione della stampa fatta da Gutenberg.

McLuhan: Ogni aspetto della cultura meccanica occidentale è stato modellato dalla tecnologia della stampa, ma l’epoca moderna è l’era dei media elettronici, che forgia ambienti e culture in antitesi rispetto alla società meccanica dei consumi derivata dalla stampa. La stampa ha strappato l’uomo dalla sua radice culturale tradizionale mostrandogli come accatastare un individuo sopra l’altro all’interno di un enorme agglomerato di potenze nazionali e industriali, e la trance tipografica dell’occidente è durata fino a oggi, momento in cui i media elettronici stanno finalmente rompendo l’incantesimo in cui siamo immersi. La Galassia Gutenberg è stata eclissata dalla costellazione di Marconi.

Intervistatore: Lei ha parlato in generale di questa costellazione, ma quali sono, precisamente, i media elettronici che ritiene abbiano sostituito la vecchia tecnologia meccanica?

McLuhan: I media elettronici sono il telegrafo, la radio, i film, il telefono, il computer e la televisione, i quali, nei diversi casi, non solo hanno esteso un determinato senso o funzione, come avevano fatto i vecchi media meccanici– p.es., la ruota come estensione del piede, l’abbigliamento come estensione della pelle, l’alfabeto fonetico come estensione dell’occhio–ma hanno ampliato ed esternalizzato il nostro intero sistema nervoso centrale, trasformando così ogni aspetto della nostra esistenza sociale e psichica. L’utilizzo dei media elettronici costituisce un punto di rottura e un legame tra l’uomo-Gutenberg frammentato e l’uomo integrale, proprio come l’alfabetizzazione fonetica ha rappresentato un punto di rottura e un legame tra l’uomo tribale basato su una cultura orale e l’uomo visuale.

Infatti, oggi possiamo guardare agli ultimi 3000 anni dominati, a diversi livelli, dalla visualizzazione, dall’atomizzazione e dalla meccanizzazione e riconoscere, infine, che l’era meccanica è stata un interludio tra due grandi ere organiche della cultura. Il necrologio dell’età della stampa, che ha esercitato la sua massima influenza approssimativamente tra il 1500 e il 1900, è stato scritto dal telegrafo, il primo dei nuovi media elettronici, mentre altre esequie sono poi arrivate con la percezione dello “spazio curvo” e con la matematica non-euclidea agli inizi del XX° secolo, che hanno rilanciato i concetti di tempo e spazio discontinui, propri dell’uomo tribale–e che perfino Spengler oscuramente percepiva come delle campane a morto per l’occidente alfabetizzato. Lo sviluppo del telefono, della radio, dei film, della televisione e del computer hanno poi sigillato definitivamente la bara. Oggi, la televisione è il più significativo dei media elettronici poiché essa entra praticamente in ogni casa, estendendo il sistema nervoso centrale di ciascuno spettatore, colpendo e modellando l’intero apparato sensoriale con il suo messaggio estremo. E’ la televisione ad essere la prima responsabile della fine della supremazia visuale che ha caratterizzato tutta la tecnologia meccanica, anche se ognuno degli altri media elettronici ha fatto la sua parte.

Intervistatore: Ma la televisione non è un mezzo prevalentemente visuale?

McLuhan: No, è l’opposto, anche se l’idea che la TV sia un’estensione della vista è un errore comprensibile. Diversamente dai film o dalla fotografia, la televisione è un’estensione del senso del tatto piuttosto che di quello della vista, ed è il senso del tatto a richiedere la maggior interazione tra i sensi. Il segreto del potere tattile della TV è che l’immagine video è a bassa intensità o definizione e perciò, diversamente dalla fotografia e dai film, non offre informazioni dettagliate su oggetti specifici, ma richiede invece la partecipazione attiva dello spettatore . L’immagine televisiva è come il telaio di un mosaico fatto non solo di linee orizzontali, ma anche di milioni di minuscoli punti, che lo spettatore è fisiologicamente in grado di cogliere solo nella misura di 50 o 60, e sulla base di questi egli forma l’immagine; lo spettatore, quindi, è continuamente costretto a riempire immagini che appaiono vaghe e indistinte, facendosi coinvolgere intensamente dallo schermo e dando vita a un costante dialogo creativo con l’iconoscopio. I contorni dell’immagine che ne risulta vengono riempiti dall’immaginazione dello spettatore, e ciò rende necessario un alto grado di coinvolgimento e di partecipazione personale; lo spettatore, infatti, diviene lo schermo, mentre nel film egli diviene la telecamera. Richiedendoci costantemente di riempire gli spazi del mosaico, l’iconoscopio sta tatuando il messaggio direttamente sulla nostra pelle. Ogni spettatore, allora, diviene un puntinista inconsapevole, come un Seurat, che disegna nuove forme e immagini mentre l’iconoscopio pervade il suo intero corpo. Dal momento che il punto focale di un apparecchio TV è lo spettatore, la televisione ci sta orientalizzando, spingendoci a guardare dentro noi stessi. L’essenza del guardare la TV è, in breve, una partecipazione intensa e una bassa definizione–quella che chiamo un’esperienza “fredda”, opposta a un tipo di partecipazione “calda” o ad alta definizione, fornita da mezzi come la radio.

Intervistatore: Buona parte delle perplessità che circondano le sue teorie è proprio riferita a questo postulato dei media caldi e freddi. Potrebbe fornirci una loro definizione?

McLuhan: Fondamentalmente, un mezzo caldo esclude e un mezzo freddo include; i media caldi sono a bassa partecipazione, o a basso completamento da parte dell’audience, mentre i media freddi inducono un’alta partecipazione. Un mezzo caldo estende un singolo senso attraverso un’alta definizione. Alta definizione significa una saturazione completa di dati da parte del mezzo senza una partecipazione intensa dell’audience. Una fotografia, per esempio, è ad alta definizione, o calda; un cartone animato, invece, è a bassa definizione, o freddo, poiché la sagoma approssimativa del profilo disegnato fornisce pochi dati visuali e richiede all’osservatore di completare da solo l’immagine. Il telefono, che fornisce relativamente pochi dati, è freddo, come il linguaggio parlato; entrambi richiedono un considerevole sforzo di riempimento da parte dell’ascoltatore. D’altro canto, la radio è un mezzo caldo poiché fornisce acutamente e intensamente una gran quantità d’informazioni uditive ad alta definizione che lasciano all’audience poco o nulla da completare. Nello stesso senso, una conferenza è calda, ma un seminario è freddo; un libro è caldo, ma una conversazione o un dialogo informale sono freddi.

In un mezzo freddo, l’audience è una parte costituente dell’esperienza visiva o uditiva. Una ragazza che indossa calze a rete di seta o occhiali da sole è inerentemente “fredda” e sensuale poiché l’occhio agisce come un surrogato della mano nel riempire l’immagine a bassa definizione così creatasi. Questo è il motivo per cui i ragazzi fanno delle avances alle ragazze che indossano occhiali da sole. In ogni caso, la stragrande maggioranza delle nostre tecnologie e dei nostri mezzi d’intrattenimento, a partire dall’introduzione della stampa, è stata di tipo caldo, frammentato ed esclusivo, ma nell’era della televisione assistiamo a un ritorno verso valori freddi, con il profondo coinvolgimento e la partecipazione che essi generano. Questa è un’ulteriore ragione per cui è il mezzo ad essere il messaggio, e non il contenuto; è la natura partecipativa dell’esperienza televisiva ad essere importante, piuttosto che il contenuto di qualsivoglia immagine televisiva venga invisibilmente e indelebilmente impressa sulla nostra pelle.

Intervistatore: Anche se, come lei afferma, il mezzo è il vero messaggio, come può trascurare interamente l’importanza del contenuto? Il contenuto dei discorsi radio di Hitler, ad esempio, non ha avuto alcun effetto sui tedeschi?

McLuhan: Mettendo in evidenza il fatto che il mezzo, e non il contenuto, è il messaggio, non voglio suggerire che il contenuto non svolga alcun ruolo—ma semplicemente che il suo ruolo è di tipo subordinato. Anche se Hitler avesse tenuto conferenze sulla botanica, qualche altro demagogo avrebbe utilizzato la radio per re-tribalizzare i tedeschi e per riaccendere il lato atavico della natura tribale che ha dato vita al fascismo europeo degli anni Venti e Trenta. Dirigendo tutta l’attenzione sul contenuto, e praticamente nessuna sul mezzo, perdiamo l’occasione di percepire e di influenzare l’impatto delle nuove tecnologie sull’essere umano, e rimaniamo perciò sempre sbalorditi—e impreparati—davanti alle trasformazioni ambientali rivoluzionarie prodotte dai nuovi media. Sopraffatto da cambiamenti ambientali che non può comprendere, l’uomo fa risuonare l’ultimo grido lamentoso del suo antenato tribale, Tarzan, mentre precipitava al suolo: “Chi ha oliato la mia liana”? Anche l’ebreo tedesco perseguitato dai nazisti a causa del suo antico tribalismo che collideva con la loro nuova forma tribale, non poteva comprendere perché il suo mondo fosse messo sottosopra, nello stesso modo in cui gli americani di oggi non comprendono la riconfigurazione delle istituzioni politiche e sociali causata dai media elettronici in generale e dalla televisione in particolare.

Intervistatore: In che modo la televisione sta ridefinendo le nostre istituzioni politiche?

McLuhan: La TV sta rivoluzionando tutti i sistemi politici del mondo occidentale. Un esempio su tutti ne sia il fatto che essa sta creando un tipo completamente nuovo di leader nazionale, un uomo che assomiglia molto più a un capo tribale che a un politico. Castro è un buon esempio di nuovo capo tribale che guida il suo paese attraverso un dialogo e un feedback televisivo basato sulla partecipazione di massa; egli governa il suo paese attraverso la telecamera, dando al popolo cubano l’esperienza di essere direttamente e intimamente coinvolto nel processo decisionale collettivo. L’abile amalgama d’istruzione politica, propaganda e guida paternalistica creata da Castro è il modello per i capi tribali in altri paesi. Il nuovo politico di spettacolo deve letteralmente, e figurativamente, indossare il proprio pubblico come indosserebbe degli abiti e trasformarsi in un’immagine tribale collettiva—come Mussolini, Hitler e F.D.R. nei giorni della radio e come Jack Kennedy nell’era della televisione. Tutti questi uomini erano imperatori tribali operanti su una scala fino ad allora sconosciuta al mondo, proprio perché essi padroneggiavano i propri media… La riorganizzazione del nostro sistema politico tradizionale è solo una manifestazione del processo di re-tribalizzazione generato dai media elettronici, che sta trasformando il pianeta in un villaggio globale.

Intervistatore: Vorrebbe descrivere più dettagliatamente questo processo di re-tribalizzazione?

McLuhan: L’estensione tecnologica del sistema nervoso centrale provocata dai media elettronici, della quale ho parlato in precedenza, ci sta facendo immergere in un mondo di informazioni in movimento, permettendo all’uomo di incorporare in sé il resto dell’umanità. Il ruolo distante e dissociato dell’uomo occidentale alfabetizzato sta soccombendo davanti alla nuova e intensa partecipazione generata dai media elettronici e ci sta facendo ritrovare il contatto con noi stessi, oltre che con gli altri. Ma la natura istantanea del movimento dell’informazione elettronica sta decentralizzando—piuttosto che ampliando—la famiglia umana in un nuovo stato composto da una moltitudine di esistenze tribali. Specialmente nei paesi in cui i valori alfabetici sono profondamente istituzionalizzati, si tratta di un processo altamente traumatico, poiché lo scontro tra la vecchia cultura visuale segmentata e la nuova cultura elettronica integrale crea una crisi d’identità, un vuoto del sé, che genera enorme violenza—violenza che è semplicemente una ricerca d’identità, privata o collettiva, sociale o commerciale.

Intervistatore: Lei relaziona questa crisi d’identità con gli attuali disordini sociali e la violenza presenti negli Stati Uniti?

McLuhan: Sì, e anche con il boom di lavoro per gli psichiatri. Tutte le nostre alienazioni e atomizzazioni si riflettono nel crollo di valori sociali per tanto tempo venerati come il diritto alla privacy e all’inviolabilità dell’individuo; mentre si arrende alle intensità del circo elettronico delle nuove tecnologie, all’individuo pare che il mondo stia crollando. Mentre l’uomo viene modificato in senso tribale dai media elettronici, diveniamo tutti come tanti Chicken Littles, che si agitano freneticamente avanti e indietro alla ricerca delle nostre precedenti identità, generando in tal modo un’enorme quantità di violenza. Mentre il pre-alfabetizzato affronta l’alfabetizzato nell’arena post-alfabetizzata, mentre nuovi modelli informativi sommergono e sradicano i vecchi, diversi livelli di crollo mentale—incluso il crollo nervoso collettivo di intere società incapaci di risolvere la propria crisi d’identità—diverranno assai comuni.

Non è un periodo facile in cui vivere, in particolare per i giovani condizionati dalla televisione i quali, diversamente dai loro padri alfabetizzati, non possono rifugiarsi nella trance da zombie della narcosi di Narciso, capace di attutire lo shock psichico indotto dall’impatto con i nuovi media. Da Tokyo a Parigi a Columbia, i giovani inscenano incoerentemente sui palcoscenici della strada la loro ricerca d’identità, inseguendo non degli obiettivi, ma dei ruoli, cercando disperatamente un’identità che sfugge loro.

Intervistatore: Perché pensa che non trovino quello che cercano all’interno del sistema educativo?

McLuhan: Perché l’istruzione, che dovrebbe aiutare i giovani a comprendere e ad adattarsi ai nuovi ambienti rivoluzionari, viene invece utilizzata solamente come strumento di aggressione culturale, che impone ai giovani re-tribalizzati i valori visuali obsoleti dell’era morente dell’alfabetizzazione. Il nostro intero sistema educativo è reazionario, orientato ai valori e alle tecnologie del passato, e ciò continuerà probabilmente così finché la vecchia generazione non cederà il potere. Il gap generazionale in questo momento è un abisso che separa non due gruppi d’età, ma due culture enormemente divergenti. Posso capire il fermento che attraversa le nostre scuole, poiché il nostro sistema educativo funziona interamente attraverso lo specchietto retrovisore. E’ un sistema morente e sorpassato, fondato su valori alfabetici e su dati frammentari e cataloganti, totalmente inadatto ai bisogni della prima generazione televisiva.

Intervistatore: Come pensa che il sistema educativo possa essere adattato per venire incontro ai bisogni della generazione televisiva?

McLuhan: Bene, prima d’iniziare a fare le cose nel giusto modo, dobbiamo riconoscere che le stavamo facendo nel modo sbagliato—cosa che molti pedagoghi e amministratori, nonché molti genitori, ancora si rifiutano di accettare. Il bambino di oggi cresce in modo assurdo poiché si trova sospeso tra due mondi e tra due sistemi di valori, nessuno dei quali lo conduce verso la maturazione poiché egli non appartiene interamente a nessuno di essi, ma esiste in un limbo ibrido composto da valori perennemente in conflitto tra loro. La sfida della nuova era è semplicemente quella del processo totalmente creativo della crescita—e il mero fatto d’insegnare e ripetere dei fatti è del tutto irrilevante nei confronti di questo processo, nello stesso modo in cui un rabdomante lo è nei confronti di un impianto nucleare. Aspettarsi che il bambino “sempre acceso” dell’era elettronica risponda ai vecchi modelli educativi è un po’ come aspettarsi che un’aquila nuoti. Semplicemente, ciò non fa parte del suo ambiente ed appare, perciò, incomprensibile.

Il bambino dell’era della TV trova difficile, se non impossibile, adattarsi agli obiettivi visuali e frammentati del nostro modello educativo, dopo che tutti i suoi sensi sono stati coinvolti dal mezzo elettronico; egli brama un coinvolgimento in profondità, non un distacco di tipo lineare e dei modelli uniformi e sequenziali. Ma all’improvviso, e senza preparazione alcuna, egli viene strappato dal grembo freddo e inclusivo della televisione ed esposto—all’interno di un’enorme struttura burocratica fatta di corsi e credenziali—al mezzo caldo della stampa. Il suo istinto naturale, condizionato dal mezzo elettronico, è quello di far entrare tutti i suoi sensi in rapporto con il libro che gli viene ordinato di leggere, ma la stampa rifiuta risolutamente questo approccio, postulando la sola attitudine visuale della lettura piuttosto che l’approccio gestaltico dei sensi unificati. Le posizioni di lettura dei bambini della scuola elementare sono una patetica testimonianza degli effetti della televisione; i bambini della generazione televisiva pongono tra l’occhio e il libro una distanza media di quasi 12 centimetri, cercando in modo psicomimetico di trasportare sulla pagina scritta l’esperienza inclusiva di tutti i sensi che essi sperimentano con la TV. Stanno diventando dei Ciclopi, che cercano disperatamente di crogiolarsi nel libro come fanno nello schermo televisivo.

Intervistatore: Pensa sia possibile, per il “bambino dell’era della TV” trovare adattamenti al proprio ambiente educativo attraverso una sintesi tra le tradizionali forme alfabetiche-visuali e le manifestazioni della sua nuova cultura elettronica—oppure il mezzo della stampa sarà destinato a essere, per lui, totalmente non assimilabile?

McLuhan: Una tale sintesi è del tutto possibile, e potrebbe dar vita a una miscela creativa delle due culture—se l’establishment educativo fosse consapevole del fatto che esiste una cultura elettronica. In assenza di una tale elementare consapevolezza, ho paura che il bambino dell’era della TV non avrà futuro nelle nostre scuole. Occorre ricordare che il bambino dell’era della TV è stato esposto senza sosta a tutte le notizie “adulte” del mondo moderno—guerra, discriminazione razziale, rivolte, criminalità, inflazione, rivoluzione sessuale. La guerra del Vietnam ha scritto il suo sanguinoso messaggio sulla sua pelle; è stato testimone dell’assassinio e dei funerali di leader nazionali; è stato mandato in orbita, attraverso gli schermi televisivi, e ha partecipato alla danza degli astronauti nello spazio, è stato inondato da informazioni trasmesse via radio, telefono, film, registrazioni e persone. I suoi genitori lo hanno piazzato davanti allo schermo TV all’età di due anni per tranquillizzarlo, e, raggiunta l’età per andare all’asilo, ha già macinato almeno 4000 ore di televisione. Come mi disse un dirigente dell’IBM, “i miei figli hanno già vissuto diverse vite rispetto ai loro nonni quando hanno iniziato la prima elementare.”

Intervistatore: Se avesse figli abbastanza piccoli da appartenere alla generazione televisiva, come li educherebbe?

McLuhan: Di certo non nelle nostre scuole attuali, che non sono altro che istituti penali intellettuali. Nel mondo odierno, per parafrasare Jefferson, la minore educazione è la migliore educazione, poiché solo poche piccole menti riescono a sopravvivere alle torture intellettuali del nostro sistema educativo. L’immagine a mosaico dello schermo televisivo genera una simultaneità e una presenza profondamente coinvolgenti nelle vite dei bambini, e ciò li porta a disdegnare i lontani obiettivi visuali del sistema educativo tradizionale in quanto irreali, irrilevanti e puerili. Un altro problema fondamentale è il fatto che nelle nostre scuole c’è semplicemente troppo da imparare secondo il metodo analitico tradizionale; questa è un’epoca di sovraccarico informativo. Il solo modo per far sì che le scuole non siano prigioni senza sbarre è ricominciare da capo, con nuove tecniche e nuovi valori. . . .

Intervistatore: [Lei ha affermato che gli Stati Uniti sono una nazione spacciata.] Su cosa basa la sua previsione che gli Stati Uniti si disintegreranno?

McLuhan: In realtà, in questo caso, come in gran parte del mio lavoro, sto “prevedendo” quello che è già accaduto e sto semplicemente estrapolando un processo in atto nelle sue logiche conclusioni. La balcanizzazione degli Stati Uniti come struttura politica continentale è in atto già da diversi anni e il caos razziale è solo uno dei numerosi catalizzatori del cambiamento. Non si tratta di un fenomeno specialmente americano; come ho indicato prima, i media elettronici producono sempre effetti psichicamente integranti e socialmente decentralizzanti, e ciò coinvolge non solo le istituzioni politiche all’interno degli stati esistenti, ma anche le stesse entità nazionali.

In tutto il mondo possiamo vedere come i media elettronici stiano stimolando la nascita di mini-stati: in Gran Bretagna, il nazionalismo gallese e scozzese è in una fase di grande recrudescenza; in Spagna, i Baschi chiedono l’autonomia; in Belgio, i Fiamminghi insistono sulla separazione dai Valloni; nel mio stesso paese, gli abitanti del Quebec sono ai primi stadi di una guerra d’indipendenza; e in Africa abbiamo assistito alla nascita di diversi mini-stati e al collasso di molti schemi ambiziosamente irrealistici di confederazione regionale. Questi mini-stati sono esattamente l’opposto dei tradizionali nazionalismi centralizzanti del passato, che hanno forgiato gli stati di massa in grado di omogeneizzare diverse etnie e gruppi linguistici all’interno di un unico confine nazionale. I nuovi mini-stati sono agglomerati decentralizzati di tipo tribale di quelle stesse etnie e gruppi linguistici. Benché la loro creazione possa essere accompagnata dalla violenza, essi non rimarranno in una condizione di ostilità e competizione tra loro, ma scopriranno alla fine che i loro legami tribali trascendono le loro differenze e arriveranno a vivere quindi in armonia, mettendo in atto scambi e contaminazioni culturali incrociate.

Questo modello di mini-stati decentralizzati si realizzerà negli Stati Uniti, anche se mi rendo conto che molti americani considerano ancora inconcepibile il pensiero di una dissoluzione dell’Unione. Gli USA, che sono stati la prima nazione nella storia a iniziare la loro esistenza nazionale come entità politica centralizzata e alfabetizzata, ora ripercorreranno il film all’inverso, procedendo verso una molteplicità di stati decentralizzati di Neri, di Indiani, di stati regionali, linguistici, etnici, ecc. La decentralizzazione è oggi all’ordine del giorno nei 50 stati, dalla crisi della scuola a New York fino alle richieste dei giovani re-tribalizzati affinché le oppressive “multiversità” vengano ridotte a una scala umana e affinché lo stato venga sburocratizzato. Le tribù e la burocrazia sono mezzi di organizzazione sociale tra loro antitetici e non possono mai coesistere pacificamente; uno deve distruggere e sostituire l’altro o nessuno dei due sopravvivrà.

Intervistatore: Ammettendo, per il momento, che, come lei afferma, gli Stati Uniti subiranno una balcanizzazione dando vita a una serie di mini-stati etnici e linguistici, non è forse probabile che il risultato ne sarà il caos sociale e una guerra intestina?

McLuhan: Non necessariamente. La violenza può essere evitata se comprendiamo il processo di decentralizzazione e re-tribalizzazione, e se accettiamo il suo esito mentre cerchiamo di controllare e modificare le dinamiche del cambiamento. In ogni caso, il tempo dello stato confusionale è finito; quando gli uomini, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo, sono uniti in una singola tribù, essi forgeranno una pluralità di istituzioni politiche e sociali fattibili e decentralizzate.

Intervistatore: Seguendo quali linee guida?

McLuhan: Si tratterà di un mondo totalmente re-tribalizzato, costituito da coinvolgimenti profondi. Attraverso la radio, la TV, il computer, stiamo già entrando in un teatro globale il cui Happening è il mondo intero. Il nostro intero habitat culturale, che un tempo concepivamo semplicemente come un contenitore di persone, è stato trasformato da questi media e dai satelliti spaziali in un organismo vivente, esso stesso contenuto all’interno di un nuovo macrocosmo o connubio di natura sovra-terrestre. Il tempo dell’individualismo, della privacy, della conoscenza frammentaria o “applicata”, dei “punti di vista” e degli obiettivi specialistici è stato sostituito dalla consapevolezza globale di un mondo a mosaico nel quale lo spazio e il tempo sono superati dalla televisione, dai jet e dai computer—un mondo simultaneo e “tutto in una volta” nel quale ogni cosa risuona con ogni altra cosa in un campo elettronico totale, un mondo nel quale l’energia è generata e percepita non attraverso le connessioni tradizionali che creano processi mentali lineari e causali, ma attraverso gli intervalli, o i salti, che Linus Pauling considera essere il linguaggio delle cellule, e che danno vita a un tipo di coscienza integrale sinestetica e discontinua.

La società aperta, progenie visuale dell’alfabetizzazione fonetica, è irrilevante per la gioventù re-tribalizzata di oggi; e la società chiusa, prodotto di tecnologie connesse con il discorso parlato, il tam tam e l’udito, sta quindi rinascendo. Dopo secoli di sensibilità dissociate, la coscienza moderna sta diventando di nuovo integrale e inclusiva, poiché l’intera famiglia umana si ritrova racchiusa all’interno di una singola membrana universale. La natura compressiva e implosiva della nuova tecnologia elettronica sta facendo tornare l’uomo occidentale dagli altopiani aperti dei valori alfabetizzati verso il cuore dell’oscurità tribale, in quella che Joseph Conrad chiamava “l’Africa interiore”.

Intervistatore: Molti critici pensano che la sua “Africa interiore” si preannunci come un mondo collettivo rigidamente conformista, nel quale l’individuo è totalmente subordinato al gruppo e la libertà personale è sconosciuta.

McLuhan: I talenti e le prospettive individuali non sono destinati a disseccarsi in una società tribale; semplicemente, essi interagiscono all’interno di una coscienza di gruppo che ha il potenziale per liberare molta più creatività di quella manifestatasi all’interno della vecchia cultura atomizzata. L’uomo alfabetizzato è un essere alienato e impoverito; l’uomo re-tribalizzato può condurre una vita molto più ricca e completa—non la vita di un automa senza cervello, ma quella di qualcuno che è parte di una rete ininterrotta d’interdipendenza e armonia. L’implosione della tecnologia elettronica sta trasformando l’uomo alfabetizzato e frammentato in un essere umano complesso e strutturalmente profondo, in possesso di un’intima coscienza emozionale della sua completa interdipendenza con il resto dell’umanità. La vecchia società “individualista” dell’epoca della stampa era un luogo in cui l’individuo era “libero” soltanto di essere alienato e dissociato, un outsider senza radici, privato dei suoi sogni tribali; il nostro nuovo ambiente elettronico costringe all’impegno e alla partecipazione e soddisfa i bisogni psichici e sociali dell’essere umano in profondità.

La tribù, vede, non è conformista per il fatto di essere inclusiva; dopo tutto, vi è molta più diversità e meno conformità all’interno di uno stesso gruppo familiare di quante non ve ne siano in un conglomerato urbano che ospita migliaia di famiglie. E’ nel villaggio che si manifesta l’eccentricità, mentre nella grande città allignano l’uniformità e l’impersonalità. Le condizioni da villaggio globale forgiate dalla nuova tecnologia elettronica stanno stimolando maggiore discontinuità, diversità e divisione di quante non ve ne fossero nella vecchia società meccanica standardizzata; infatti, il villaggio globale rende inevitabile il maggior grado possibile di disaccordo e dialogo creativo. L’uniformità e la tranquillità non sono caratteristiche del villaggio globale; molto più probabilmente, lo sono il conflitto e la discordia, così come l’amore e l’armonia—il tipo di vita consueto per ogni popolazione tribale.

Intervistatore: Nonostante quanto da lei affermato, non sono state forse le culture alfabetizzate le sole a valorizzare i concetti di libertà individuale, e non sono state invece le società tribali tradizionali a imporre rigidi tabù sociali—come lei ha suggerito in precedenza, riguardo al comportamento sessuale—punendo spietatamente coloro che non si conformavano ai valori tribali?

McLuhan: Ci troviamo dinnanzi a un fondamentale paradosso quando confrontiamo la libertà personale all’interno delle culture alfabetizzate e di quelle tribali. La società meccanica alfabetizzata ha separato l’individuo dal gruppo nello spazio, dando vita alla privacy; nel pensiero, dando vita ai punti di vista; e nel lavoro, dando vita alla specializzazione— forgiando così tutti i valori associati all’individualismo. Ma nello stesso tempo, la tecnologia della stampa ha omogeneizzato l’uomo, creando il militarismo di massa, la mentalità di massa e l’uniformità di massa; la stampa ha dato all’uomo l’attitudine privata dell’individualismo e il ruolo pubblico della conformità. Ecco perché i giovani d’oggi accolgono a braccia aperte la re-tribalizzazione, per quanto confusamente la percepiscano, come una liberazione dall’uniformità, dall’alienazione e dalla de-umanizzazione della società alfabetizzata. La stampa crea una centralizzazione sociale e una frammentazione psichica, laddove invece i media elettronici riuniscono gli uomini in un villaggio globale costituito da un mix ricco e creativo, dove vi è effettivamente più spazio per la diversità creativa di quanto non ve ne sia nell’omogenea società urbana di massa dell’uomo occidentale.

Intervistatore: Sta sostenendo, ora, che non vi saranno tabù nella società tribale globale da lei immaginata?

McLuhan: No, non voglio dire questo, né voglio affermare che la libertà sarà assoluta—semplicemente intendo dire che la libertà sarà meno limitata di quanto la sua domanda lasci supporre. La tribù globale sarà essenzialmente conservativa, è vero, come tutte le società iconiche e inclusive; un ambiente mitico vive al di là del tempo e dello spazio e genera perciò pochi cambiamenti sociali radicali. Tutta la tecnologia diviene parte di un rituale condiviso che la tribù cerca disperatamente di stabilizzare e di rendere permanente; per sua stessa natura, una società tribale di tipo orale—come l’Egitto dei Faraoni—è molto più stabile e duratura di qualunque società visuale frammentata. La società tribale orale e uditiva è modellata dallo spazio acustico, un campo totale e simultaneo di relazioni estraneo al mondo visuale, nel quale invece i punti di vista e gli obiettivi rendono il cambiamento sociale un sottoprodotto costante e inevitabile. Una società tribale nata dall’implosione elettronica rigetta il movimento lineare del “progresso”. Possiamo vedere anche oggi stesso come, man mano che iniziamo a reagire in profondità alle sfide del villaggio globale, diventiamo tutti reazionari.

Intervistatore: Questo non si può certo dire dei giovani, i quali, secondo quanto lei afferma, stanno guidando il processo di re-tribalizzazione e che, secondo la maggior parte delle valutazioni, sono anche la generazione più radicale della nostra storia.

McLuhan: Ah, ma lei sta parlando di politica, di obiettivi e problematiche, che sono in realtà piuttosto irrilevanti. Io sto dicendo che il risultato, non il processo ora in corso, della re-tribalizzazione ci renderà reazionari nelle nostre attitudini e nei nostri valori fondamentali. Una volta intrappolati nella magica risonanza della camera dell’eco tribale, lo smascheramento dei miti e delle leggende viene sostituito dal loro studio religioso. All’interno della cornice consensuale dei valori tribali, sarà presente un’ininterrotta diversità—ma ci saranno pochi ribelli, se non nessuno, a sfidare la tribù in quanto tale.

Il coinvolgimento istantaneo che accompagna le tecnologie istantanee innesca nell’uomo una funzione conservativa, stabilizzatrice e giroscopica, come appare nel caso della bambina di seconda elementare che, alla richiesta della maestra di comporre una poesia dopo che il primo Sputnik fu lanciato in orbita, scrisse: “Le stelle sono così grandi / La terra è così piccola / Resta come sei”. La bambina che ha scritto questi versi è parte della nuova società tribale; essa vive in un mondo infinitamente più complesso, vasto ed eterno di quello che qualsivoglia scienziato sia in grado di misurare con i suoi strumenti o di descrivere con la sua immaginazione.

Intervistatore: Se la libertà personale esisterà ancora—benché limitata da alcuni tabù consensuali— in questo nuovo mondo tribale, cosa dire del sistema politico più intimamente associato con la libertà individuale: la democrazia? Anch’essa sopravviverà alla transizione verso il suo villaggio globale?

McLuhan: No, non sopravviverà. Il tempo della democrazia politica come la conosciamo oggi è finito. Mi permetta d’insistere sul fatto che la libertà individuale in se stessa non verrà sommersa nella nuova società tribale, ma sicuramente assumerà forme diverse e dimensioni molto più complesse. L’urna elettorale, per esempio, è il prodotto della cultura occidentale alfabetizzata—come una serra calda circondata da un mondo freddo—e di conseguenza obsoleta. La volontà tribale si esprime in modo consensuale attraverso l’interazione simultanea di tutti i membri di una comunità tra loro profondamente coinvolti e interconnessi, e perciò considererebbe l’espressione di un voto “privato” all’interno di una cabina elettorale nascosta come un grottesco anacronismo. I computer dei network televisivi, effettuando le “proiezioni” di vittoria in una competizione presidenziale mentre le urne sono ancora aperte, hanno già reso obsoleto il processo elettorale tradizionale.

Nel nostro mondo permeato dai software e rappresentato dal movimento istantaneo della comunicazione elettronica, la politica sta passando dal vecchio modello di rappresentazione realizzata attraverso la delega elettorale a una nuova forma di coinvolgimento comunitario spontaneo e istantaneo in tutte le aree decisionali. In una cultura tribale e immediata, l’idea del “pubblico” come un agglomerato differenziato di individui frammentati, tutti diversi ma capaci di comportarsi fondamentalmente allo stesso modo, come ingranaggi meccanici intercambiabili di una catena di montaggio, è sostituita da una società di massa nella quale la diversità personale viene incoraggiata mentre ognuno, contemporaneamente, reagisce e interagisce simultaneamente a ogni stimolo. Le elezioni come le conosciamo oggi non avrebbero senso in una società di questo tipo.

Intervistatore: Come verrà registrata la volontà popolare nella nuova società tribale, se le elezioni saranno cosa superata?

McLuhan: I media elettronici permettono di sfruttare mezzi totalmente nuovi per registrare le opinioni popolari. Il vecchio concetto del plebiscito, per esempio, potrebbe trovare nuova rilevanza; la TV potrebbe condurre plebisciti giornalieri presentando dei fatti a 200.000.000 persone e fornendo un feedback computerizzato della volontà popolare. Ma il voto, in senso tradizionale, è finito poiché non è più l’era dei partiti politici, delle istanze e degli obiettivi politici; stiamo entrando in un età in cui l’immagine tribale collettiva e l’immagine iconica del capo tribale costituiranno la realtà politica predominante. Ma questa è solo una delle infinite nuove realtà con cui avremo a che fare nel villaggio globale. Dobbiamo capire che sta nascendo una società totalmente nuova, una società che rigetta tutti i nostri vecchi valori, le risposte condizionate, le attitudini e le istituzioni. Se trova difficile immaginare qualcosa di così banale come la fine imminente del sistema elettorale, si troverà totalmente impreparato di fronte alla prospettiva della prossima fine del linguaggio parlato e della sua sostituzione da parte di una coscienza globale.

Intervistatore: Ha ragione.

McLuhan: Lasci che l’aiuti. L’uomo tribale è intimamente racchiuso all’interno di una coscienza collettiva che trascende i limiti convenzionali di tempo e spazio. Come tale, la nuova società sarà una società d’integrazione mitica, un mondo risonante simile all’antica camera dell’eco tribale, nella quale la magia rivivrà: un mondo di percezioni extrasensoriali. L’attuale interesse dei giovani verso l’astrologia, la chiaroveggenza e l’occulto non è una coincidenza. La tecnologia elettronica, vede, non richiede parole più di quanto un computer digitale richieda numeri. L’elettricità rende possibile—e neppure in un futuro distante—un’amplificazione della coscienza umana su scala planetaria, senza bisogno di alcuna verbalizzazione.

Interviewer: Sta parlando di telepatia globale?

McLuhan: Precisamente. Già ora i computer offrono il potenziale per poter tradurre istantaneamente qualunque codice o linguaggio in qualunque altro codice o linguaggio. Se il feedback di dati è possibile attraverso i computer, perché non dovrebbe essere possibile un inserimento-feedback di pensiero attraverso il quale una coscienza globale si connetta all’interno di un computer globale? Passando per il computer, potremmo procedere logicamente dal tradurre le lingue ad eluderle completamente in favore di una forma d’incoscienza cosmica integrale abbastanza simile all’inconscio collettivo immaginato da Bergson. Il computer, quindi, permette d’intravedere la prospettiva di uno stato tecnologicamente generato di comprensione e unità universali, uno stato di assorbimento nel logos capace di connettere l’umanità in un’unica famiglia, creando una forma perpetua fatta di armonia e pace collettive. Questo è il vero uso del computer, non quello di facilitare il marketing o di risolvere i problemi tecnici, ma quello di velocizzare il processo di scoperta e orchestrare nuovi ambienti ed energie terrestri—e, alla fine, cosmici. L’integrazione psichica collettiva, resa infine possibile dai media elettronici, potrebbe creare l’universalità della coscienza prevista da Dante quando preconizzava che gli uomini avrebbero proseguito la loro vita come null’altro che frammenti spezzati finché non sarebbero giunti a unificarsi all’interno di una coscienza inclusiva. In senso cristiano, si tratta semplicemente di una nuova interpretazione del corpo mistico di Cristo; e Cristo, dopo tutto, è la massima estensione dell’essere umano.

Intervistatore: Una simile proiezione di una coscienza globale elettronicamente generata non è più mistica che tecnologica?

McLuhan: Sì—altrettanto mistica delle più avanzate teorie della moderna fisica nucleare. Il misticismo non è altro che la scienza di domani sognata oggi.

Intervistatore: Lei ha affermato qualche minuto fa che tutti i valori, le attitudini e le istituzioni dell’uomo contemporaneo stanno per essere distrutti e sostituiti dall’era e nell’era elettronica. Si tratta di una generalizzazione dai margini abbastanza vaghi. A parte le complesse metamorfosi psico-sociali che ha indicato, potrebbe spiegare più in dettaglio alcuni degli specifici cambiamenti che prevede avverranno?

McLuhan: Le trasformazioni stanno avvenendo ovunque intorno a noi. Sgretolandosi i vecchi sistemi di valori, cadono anche tutti i costumi e le scorie istituzionali da essi fabbricati. Le città, estensioni collettive dei nostri organi fisici, si stanno sfaldando e stanno per essere trasformate, insieme ad altre estensioni, in sistemi informativi, mentre la televisione e il jet—comprimendo il tempo e lo spazio— fanno del mondo un unico villaggio e distruggono la vecchia dicotomia città-campagna. New York, Chicago, Los Angeles—tutte scompariranno come i dinosauri. Anche l’automobile sarà presto obsoleta, come le città che essa contribuisce a soffocare, sostituita da una nuova tecnologia anti-gravitazionale. Il mercato e la borsa come li conosciamo oggi saranno presto estinti come il dodo, e l’automazione metterà fine alla tradizionale concezione del lavoro, sostituendolo con un ruolo e concedendo all’uomo il respiro del tempo libero. I media elettronici creeranno un mondo di persone estromesse dalla vecchia società frammentata, con le sue funzioni analitiche nettamente compartimentate e faranno sì che esse si inseriscano nella nuova comunità integrata del villaggio globale.

Tutti questi convulsi cambiamenti, come ho già fatto notare, portano con sé un carico di dolore, violenza e guerra—le usuali stigmate della ricerca d’identità—ma la nuova società sta nascendo così rapidamente dalle ceneri della precedente che credo sarà possibile evitare la temporanea anarchia che molti prevedono. L’automazione e la cibernetica possono giocare un ruolo essenziale nel mitigare la transizione verso la nuova società.

Intervistatore: In che modo?

McLuhan: Il computer può essere utilizzato per dirigere un network di termostati globali in grado di modellare l’esistenza in forme capaci di ottimizzare la consapevolezza umana. E’ già oggi tecnicamente possibile utilizzare il computer per programmare le società in forme vantaggiose.

Intervistatore: Come si può programmare un’intera società—in forma vantaggiosa o meno?

McLuhan: Non vi è nulla di difficile nel porre i computer in posizione tale da permettergli di realizzare una programmazione accuratamente studiata della vita sensoriale d’intere popolazioni. So che sembra fantascienza, ma se comprendesse cos’è la cibernetica capirebbe che una cosa del genere potrebbe essere realizzata oggi stesso. I computer potrebbero programmare i media per determinare quali messaggi una certa popolazione dovrebbe ascoltare in relazione ai suoi bisogni complessivi, creando un’esperienza totale dei media assorbita e modellata attraverso tutti i sensi. Potremmo programmare cinque ore in meno di TV in Italia per promuovere la lettura dei giornali durante un’elezione, o aggiungere 25 ore di TV in Venezuela per raffreddare la temperatura tribale creata dalla radio nel mese precedente. Attraverso una simile interazione organizzata di tutti i media, intere culture potrebbero essere oggi programmate al fine di aumentare e stabilizzare il loro clima emotivo, nello stesso modo in cui stiamo imparando a mantenere l’equilibrio tra diverse economie mondiali tra loro in competizione.

Intervistatore: In cosa una simile programmazione ambientale, per quanto d’intenti illuminati, differirebbe dal lavaggio del cervello pavloviano?

McLuhan: La sua domanda riflette il classico panico delle persone che si trovano davanti a tecnologie inesplorate. Non dico che tale panico sia ingiustificato, o che una simile programmazione ambientale non possa configurarsi come un lavaggio del cervello, o anche molto peggio—ma solo che simili reazioni sono inutili e dispersive. Anche se penso che la programmazione d’intere società potrebbe effettivamente essere condotta in modo abbastanza costruttivo e umanistico, non voglio trovarmi nella posizione di un fisico di Hiroshima che magnifica il potenziale dell’energia nucleare nei primi giorni d’agosto del 1945. Una comprensione degli effetti dei media rappresenta, comunque, una difesa civile contro le loro ricadute.

In ogni caso, l’allarme provato da così tante persone all’idea della creazione programmata e collettiva di un ambiente integrale su questo pianeta è abbastanza simile al timore che un sistema d’illuminazione cittadino potrebbe privare il singolo del diritto a regolare ciascuna luce secondo il livello d’intensità da lui preferito. La tecnologia informatica può—e senza dubbio lo farà—programmare interi ambienti al fine di soddisfare i bisogni e le preferenze sensoriali d’intere comunità e nazioni. Il contenuto di tale programmazione, tuttavia, dipende dalla natura delle società future—e questo futuro è nelle nostre mani.

Intervistatore: E’ davvero nelle nostre mani—o non sarà che, supportando, come sembra, l’uso dei computer per manipolare il futuro d’intere culture, lei sta in realtà incoraggiando l’uomo ad abdicare al controllo sul proprio destino?

McLuhan: Prima di tutto—e mi spiace dover ribadire una tale smentita—io non sto supportando nulla; sto semplicemente indagando e prevedendo delle tendenze. Anche se fossi ad esse contrario, o se pensassi che siano disastrose, non potrei fermarle, quindi perché sprecare il tempo a lamentarsi? Come disse Carlyle a proposito dell’autrice Margaret Fuller dopo che questa aveva osservato, “Accetto l’Universo”: “Farà meglio ad accettarlo.” Non vedo la possibilità di una ribellione Luddista mondiale che farà a pezzi le macchine, quindi potremmo anche starcene tranquilli a osservare ciò che ci accade in un mondo cibernetico. Provare antipatia per una nuova tecnologia non ne fermerà il progresso.

Ciò che occorre ricordare qui è che quando utilizziamo o percepiamo una qualunque estensione tecnologica di noi stessi, necessariamente la facciamo nostra. Ogni volta che guardiamo uno schermo televisivo o leggiamo un libro, assorbiamo queste estensioni di noi stessi nel nostro sistema individuale e sperimentiamo una “chiusura” automatica o un dislocamento della percezione; non possiamo evitare questo perpetuo abbraccio con la nostra tecnologia quotidiana, a meno di non sottrarci ad essa ritirandoci in un eremitaggio. Adottando costantemente tutte queste tecnologie, inevitabilmente ci relazioniamo ad esse come fossimo servomeccanismi. Perciò, al fine di utilizzarle, dobbiamo servirle come serviamo gli dei. L’eschimese è un servomeccanismo del suo kayak, il cowboy del suo cavallo, l’uomo d’affari del suo orologio, il cibernetico—e presto il mondo intero—del suo computer. In altre parole, il vincitore appartiene al bottino. Questa trasformazione continua dell’uomo da parte della sua stessa tecnologia, lo spinge a cercare continuamente delle maniere per modificarla; l’uomo, allora, diventa l’organo sessuale del mondo meccanico, così come l’ape lo è del mondo vegetale, ciò che permette, cioè, a questi mondi di riprodursi e di evolvere costantemente verso forme superiori. Il mondo meccanico ricambia la devozione dell’uomo ricompensandolo con beni, servizi e abbondanza. Il rapporto dell’uomo con le sue macchine è quindi inerentemente simbiotico. E’ stato sempre così; è solo nell’era elettronica che l’uomo ha avuto un’opportunità per riconoscere questo matrimonio con la propria tecnologia. La tecnologia elettronica è un’estensione qualitativa di questa relazione, vecchia quanto il mondo, tra uomo e macchina; il rapporto tra l’uomo del XX secolo e il computer non è di natura molto diversa da quella dell’uomo preistorico con la sua barca o con la ruota—con l’importante differenza che tutte le tecnologie o estensioni dell’uomo precedenti erano parziali e frammentarie, mentre quella elettronica è totale e inclusiva. Ora l’uomo sta iniziando a proiettare il suo cervello al di fuori della sua scatola cranica e i suoi nervi al di fuori della sua pelle; la nuova tecnologia produce uomini nuovi. Un recente cartone animato mostrava un bambino affermare davanti alla madre sbigottita: “Quando sarò grande diventerò un computer.” L’umorismo è spesso una profezia.

Intervistatore: Se l’uomo non può evitare questa trasformazione di se stesso causata dalla tecnologia—o questa trasformazione di se stesso in tecnologia—come può controllare e dirigere il processo di cambiamento?

McLuhan: Il primo e più importante passo, come ho detto al principio, è semplicemente quello di comprendere i media e i loro effetti rivoluzionari sulle istituzioni e sui valori sociali e psichici. Capire è metà del lavoro. Lo scopo centrale di tutta la mia opera è di trasmettere questo messaggio: che, comprendendo i media nel mentre essi estendono l’uomo, conquistiamo la possibilità di controllarli. E questo è un compito vitale, poiché la congiunzione immediata tra la percezione uditiva-tattile e la percezione visuale si sta sviluppando ovunque attorno a noi. Nessun civile può sfuggire a questa guerra-lampo ambientale poiché non vi è, letteralmente, nessun posto in cui nascondersi. Ma se sappiamo riconoscere ciò che ci sta capitando, possiamo ridurre la violenza del vento di cambiamento, portando gli elementi migliori della vecchia cultura visuale, durante questo periodo di transizione, a coesistere pacificamente con la nuova società re-tribalizzata.

Se invece persistiamo nel nostro approccio convenzionale a questi sviluppi sconvolgenti, continuando ad osservarli dallo specchietto retrovisore, tutta la nostra cultura occidentale sarà distrutta e gettata nel cestino della storia. Se l’uomo occidentale alfabetizzato fosse davvero interessato a preservare gli aspetti più creativi della propria civiltà, non si rinchiuderebbe nelle sua torre d’avorio a lamentarsi del cambiamento, ma si tufferebbe nel vortice della tecnologia elettronica e, comprendendolo, dominerebbe il suo nuovo ambiente—trasformando la torre d’avorio in una torre di controllo. Ma posso capire la sua attitudine ostile, poiché anch’io un tempo condividevo i suoi pregiudizi visuali.

Intervistatore: Cosa le ha fatto cambiare idea?

McLuhan: L’esperienza. Per molti anni, finché non scrissi il mio primo libro, The Mechanical Bride (La sposa meccanica), avevo adottato un approccio estremamente moralistico verso tutto l’ambiente tecnologico. Ero riluttante nei confronti delle macchine, odiavo le città, la Rivoluzione Industriale equivaleva per me al peccato originale e i mass media alla caduta. In breve, rifiutavo praticamente ogni elemento della vita moderna in favore di un utopianesimo alla Rousseau. Ma gradualmente ho iniziato a percepire quanto una tale attitudine fosse sterile e inutile, cominciando a realizzare come i più grandi artisti del XX secolo—Yeats, Pound, Joyce, Eliot—avessero scoperto un approccio del tutto differente, basato sull’identità del processo di cognizione e creazione. Compresi che la creazione artistica è la riproduzione in playback dell’esperienza ordinaria—trasformata dall’immondezzaio allo scrigno d’un tesoro. Smisi di essere un moralista e divenni uno studente.

Come esperto di letteratura e di tradizioni letterarie, iniziai a studiare il nuovo ambiente che minacciava i valori alfabetici, e presto mi resi conto del fatto che non era possibile congedare la cosa semplicemente con uno sdegno morale o una pia indignazione. Lo studio mi mostrò che era necessario un approccio totalmente nuovo, sia per salvare ciò che meritava di essere salvato del nostro bagaglio occidentale, sia per aiutare l’uomo ad adottare una nuova strategia di sopravvivenza. Utilizzai in parte questo approccio nella Sposa Meccanica, cercando d’immergermi nei media pubblicitari al fine di comprendere il loro impatto sull’uomo, ma alcuni dei miei vecchi “punti di vista” alfabetici fecero comunque capolino all’occasione. Il libro, in ogni caso, apparve proprio nel momento in cui la televisione stava rendendo irrilevanti la maggior parte delle osservazioni in esso contenute.

Mi resi presto conto che il riconoscere i sintomi del cambiamento non è abbastanza; occorre comprenderne le cause, poiché senza la comprensione delle cause, gli effetti psichici e sociali della nuova tecnologia non possono essere contrastati o modificati. Ma capii anche che un solo individuo non può realizzare tali modificazioni auto-protettive; esse devono nascere dallo sforzo collettivo della società, poiché riguardano l’intera società; l’individuo è indifeso davanti alla pervasività dei cambiamenti dell’ambiente. Solo l’organismo sociale, unito e capace di riconoscere la sfida, può affrontarla.

Sfortunatamente, nessuna società nella storia ha mai compreso le forze che la modellano e la trasformano abbastanza profondamente da permetterle di agire per controllare e dirigere le nuove tecnologie, mentre esse si estendono e trasformano l’uomo. Ma oggi, il cambiamento procede in modo così istantaneo, grazie ai nuovi media, che potrebbe essere possibile istituire un programma educativo globale che ci permetta di prendere le redini del nostro destino—ma per farlo dobbiamo prima riconoscere il tipo di cura necessario per gli effetti dei nuovi media. In tale sforzo, l’indignazione verso coloro che percepiscono la natura di tali effetti non può sostituire la consapevolezza e la conoscenza.

Intervistatore: Si sta riferendo agli attacchi da lei subiti per alcune delle sue teorie e previsioni?

McLuhan: Sì. Ma non voglio sembrare impietoso verso i miei critici. In realtà, apprezzo la loro attenzione. Dopo tutto, i detrattori lavorano per noi senza sosta e gratuitamente. Vale quasi quanto essere espulsi da Boston. Ma, come ho detto, posso capire la loro attitudine ostile verso il cambiamento ambientale, avendola anch’io condivisa in passato. Vi è questa tipica reazione umana quando si affronta l’innovazione: quella di dibattersi cercando di adattare le vecchie risposte alle nuove situazioni o semplicemente di condannare o d’ignorare gli araldi del cambiamento—una pratica perfezionata dagli imperatori cinesi, che erano soliti giustiziare i messaggeri latori di cattive notizie. I nuovi ambienti tecnologici generano i problemi maggiori in coloro che sono meno predisposti a modificare le proprie vecchie strutture di valori. Le persone colte trovano il nuovo ambiente elettronico molto più pericoloso rispetto a coloro che sono meno coinvolti in un tipo di vita da intellettuali. Quando un individuo o un gruppo sociale sente che la propria identità è messa a rischio dal cambiamento psichico o sociale, la sua reazione naturale è quella di scoppiare in una rabbia difensiva. Ma nonostante tutte le loro lamentazioni, la rivoluzione è già avvenuta.

Intervistatore: Lei ha spiegato perché evita di manifestare approvazione o disapprovazione per questa rivoluzione nel suo lavoro; ma avrà pure un’opinione personale. Qual è?

McLuhan: Non mi piace dire alla gente cosa penso sia buono o cattivo a proposito dei cambiamenti sociali e psichici causati dai nuovi media, ma se insiste nel volermi mettere alle strette circa le mie reazioni soggettive davanti alla re-primitivizzazione della nostra cultura, dirò che guardo a questi sconvolgimenti con totale avversione e insoddisfazione personali. Vedo in realtà emergere la prospettiva di una società re-tribalizzata più ricca e creativa—libera dalla frammentazione e dall’alienazione dell’era meccanica—da questo periodo traumatico di scontro di culture; ma non provo che ripugnanza per il processo di cambiamento. In quanto uomo plasmato all’interno della tradizione alfabetica occidentale, non esulto, personalmente, per la dissoluzione di questa tradizione causata dal coinvolgimento elettronico di tutti i sensi: non godo per la distruzione dei quartieri causata dai grattacieli e non mi crogiolo nel dolore della ricerca d’identità. Nessuno potrebbe più di me essere poco entusiasta di questi cambiamenti radicali. Non sono un rivoluzionario né per temperamento né per convinzione; preferirei un ambiente stabile e senza cambiamenti fatto di cose modeste e a misura d’uomo. La TV e tutti gli altri media elettronici stanno disgregando l’intero tessuto della nostra società e, in quanto uomo costretto dalle circostanze a vivere all’interno di tale società, non trovo alcun gusto nella sua disintegrazione.

Vede, non sono un attivista; immagino sarei molto felice di vivere in un ambiente sicuro di tipo pre-alfabetico; non cercherei mai di cambiare il mio mondo, nel bene o nel male. Per cui, non provo nessun diletto nell’osservare gli effetti traumatici dei media sull’uomo, benché tragga soddisfazione dal comprendere il loro modo di operare. Un tale tipo di comprensione è inerentemente effettiva, poiché è nello stesso tempo un coinvolgimento e un distacco. Questa attitudine è essenziale nello studiare i media. Bisogna incominciare con l’essere estranei all’ambiente, ponendosi al di fuori del campo di battaglia, al fine di poter studiare e comprendere la configurazione delle forze. E’ vitale adottare una posizione di arrogante superiorità; invece di nascondersi in un angolo a lamentarsi di quello che i media ci stanno facendo, bisognerebbe andare alla carica e colpirli dritti negli elettrodi. Essi rispondono magnificamente a un trattamento così risoluto e presto divengono i servi invece che i padroni. Ma senza questo coinvolgimento distaccato, non potrei mai osservare i media obiettivamente; sarei come una piovra che lotta corpo a corpo contro l’Empire State Building. Quindi utilizzo il maggior vantaggio fornito dalla cultura alfabetica: il potere dell’uomo di agire senza reagire—quella sorta di specializzazione data dalla dissociazione che è stata la forza motrice di tutta la civiltà occidentale.

Il mondo occidentale si sta rivoluzionando a causa dei media elettronici tanto rapidamente quanto l’Oriente si sta occidentalizzando, e anche se la società che alla fine ne risulterà sarà superiore alla nostra, il processo di cambiamento risulta straziante. Mi devo muovere all’interno di quest’era di transizione piena di dolore e distruzione come un medico all’interno di un mondo di malattia; se il chirurgo si lascia personalmente coinvolgere e turbare dalle condizioni del suo paziente, perde il potere d’aiutarlo. Il distacco clinico non è una sorta di posa altezzosa che voglio assumere—né riflette una mancanza di compassione da parte mia; è semplicemente una strategia di sopravvivenza. Il mondo in cui viviamo non è quello che avrei creato sulla mia tavola da disegno, ma è quello nel quale devo vivere, e nel quale devono vivere gli studenti ai quali insegno. Se non altro per dovere nei loro confronti, devo evitare il lusso dell’indignazione morale o della sicurezza trogloditica della torre d’avorio e devo immergermi nel rottamaio del cambiamento ambientale, scavandomi la via verso la comprensione dei suoi contenuti e delle sue linee di forza—al fine di comprendere come e perché esso sta trasformando l’uomo.

Intervistatore: Nonostante la sua personale avversione verso gli sconvolgimenti indotti dalla nuova tecnologia elettronica, lei sembra pensare che se comprendiamo e influenziamo gli effetti che questa produce su di noi, una società meno frammentata e meno alienata potrebbe scaturirne. E’ quindi corretto affermare che lei è essenzialmente ottimista riguardo al futuro?

McLuhan: Vi sono motivi sia per essere ottimisti che per essere pessimisti. L’estensione della coscienza umana indotta dai media elettronici potrebbe plausibilmente dare inizio a una nuova età dell’oro, ma essa possiede anche il potenziale per realizzare il regno dell’Anticristo—la rozza bestia di Yeats, che “finalmente giunto il suo tempo avanza, verso Betlemme per esservi incarnata”. Dei cambiamenti ambientali catastrofici come questi sono, in se stessi, moralmente neutri; è il modo in cui li percepiamo e reagiamo ad essi che determinerà le loro conseguenze psichiche e sociali ultime. Se ci rifiutiamo di vederli, diverremo i loro schiavi. Inevitabilmente, il movimento globale dell’informazione elettronica ci sbatterà qui e là come turaccioli su un mare in tempesta, ma se manteniamo i nervi saldi durante la discesa nel maelstrom, studiando il processo mentre questo si manifesta e pensando a cosa fare, possiamo cavarcela.

Personalmente, ho grande fiducia nella resistenza e nell’adattabilità dell’essere umano, e tendo a guardare al domani con uno slancio di eccitazione e speranza. Sento che ci troviamo sulla soglia di un mondo liberatorio ed esaltante nel quale la tribù umana potrà diventare davvero una sola famiglia e la coscienza dell’uomo, liberata dai ceppi della cultura meccanica, sarà in grado di vagare libera per il cosmo. Credo profondamente nel potenziale umano di crescita e conoscenza, penso che l’uomo sia in grado di tuffarsi nelle profondità del proprio essere e imparare le musiche segrete che orchestrano l’universo. Viviamo in un’era transitoria di profondo dolore e tragica ricerca d’identità, ma il tormento della nostra epoca è quello delle doglie che precedono la rinascita.

Penso che vedremo i decenni futuri trasformare il pianeta in una forma d’arte; l’uomo nuovo, connesso all’interno di un’armonia cosmica che trascende il tempo e lo spazio, accarezzerà e modellerà e plasmerà con i suoi sensi ogni sfaccettatura dell’artefatto terrestre come se fosse un’opera d’arte, e l’uomo stesso diverrà una forma d’arte organica. Vi è molta strada da fare, e le stelle sono solo una tappa sul percorso, ma il viaggio ha avuto inizio. Essere nati in quest’epoca è un dono prezioso, e rimpiango l’idea di dover morire solo perché dovrò rinunciare a leggere—mi si perdoni l’immagine Gutenbergiana—così tante pagine del destino dell’umanità. Ma forse, come ho cercato di dimostrare nel mio esame della cultura post-alfabetica, la storia comincia solo una volta che il libro è stato chiuso.

(L’intervista a Playboy: Marshall McLuhan, Playboy Magazine, Marzo 1969)



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