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Museo Egizio di Torino

 

La visita è iniziata, il 16/02/2016 dopo le 15, con la nostra guida Maria Grazia, che già aveva accompagnato il primo gruppo alla GAM per la mostra di Monet e invece delle due ore pattuite la visita si è prolungata a tre ore e mezza! Siamo stati gli ultimi a lasciare il museo ma ci è rimasta addosso la gioiosità e le spiegazioni dettagliate della nostra perfetta guida.

Iniziando dalla saletta dove c’è il papiro più lungo scritto in geroglificoda “Il libro dei morti” si passa alle varie sale divise per epoca:

Epoca predinastica del 500 AC,

Antico Egitto intorno al 3000/5000 AC,

Medio Regno del 2500 AC,

Nuovo Regno del 1500 AC,

per arrivare all’Epoca Tolemaica da 0 a 300 anni DC.

 

Così ci troviamo davanti ad un sarcofago in pietra calcarea, ad un corpo non mummificato ricoperto di una stuoia con intorno oggetti vari e sistemato in una fossa ovale ricavata nella sabbia dove il Natron, carbonato di sodio presente nella sabbia, asciuga le umidità del corpo e le conserva.

 

Si intravede una galleria superiore di vetrinette che custodiscono un’infinità di oggetti in visione, reperti recuperati nel vasto magazzino del museo.

Per gli appassionati di moda, è esposto un abito femminile in lino plissettato che neanche Chanel avrebbe potuto renderlo così invitante.

In un’altra vetrina c’è un pacco legato che non si capisce bene: il nuovo direttore, molto esperto, l’ha trovato sempre nel magazzino e ha richiesto una Tac. All’interno c’è un corpo umano in posizione fetale, mummificato e impacchettato! Fa però un certo effetto.

 

Nella galleria successiva ci sono gli affreschi della tomba di ITI e NEFERU: la guida ci ha spiegato che le pitture sono state scollate dalle pareti con un sistema tipo la ceretta per depilare. Ahi ahi poveri affreschi, che dolore!

Gli uomini si rasavano la testa e le sopracciglia per l’igiene; indossavano quindi parrucche; nelle tombe delle donne si trovano specchi di bronzo, contenitori per unguenti, pettini.

Nel nuovo regno si cambiano i sarcofagi che cominciano ad essere più squadrati e più semplici.

 

Una grande sala è dedicata alla città di DEIR el-MEDINA, era un villaggio abitato dai pittori e dagli artigiani chiamati dai faraoni a costruire le piramidi. Si sfata così il detto che erano gli schiavi a lavorare, perché si sono trovati dei papiri in cui si legge il compenso dato ai lavoratori; compenso in natura con generi alimentari; si legge dei primi scioperi quando la retribuzione veniva a mancare.

Al fondo della sala c’è la ricostruzione della CAPPELLA DI MAIA, che era un architetto: non era la tomba ma il luogo dove porre offerte. In un video si possono vedere gli affreschi salvati dai colori accesi.

  

Questa sala di Deir el-Medina è stata dedicata a Giorgio Regeni, il ragazzo italiano ucciso al Cairo nel mese scorso.

 

Si passa ad una grande sala che custodisce la tomba di KHA e MERIT; anche KHA era un architetto che ha lavorato sotto diversi faraoni e MERIT era sua moglie.

Solo al museo del Cairo esiste una sala contenente una tomba e questa di Torino è veramente ricca di tutto: i sarcofagi con dentro i corpi, il corredo, il cibo, i vestiti, i trucchi.

Questi allestimenti sono nuovi e le teche di vetro dove ci sono le mummie sono climatizzate; non ci sono più odori sgradevoli.

 

Con la GALLERIA SARCOFAGI si è nel pieno del Nuovo Regno ed ecco che i sarcofagi sono ricchi di disegni e colori, ma i materiali sono più poveri.

Si prosegue con la spiegazione della mummificazione, che fa comunque un po’ “sgiai”; mi piace però che per gli egiziani era il cuore il simbolo dell’intelligenza, mentre il cervello non aveva valore.

In un’altra sala si parla di mummificazione degli animali ed alcuni erano sacri.

 

Al fondo di questo spazio c’è una grande teca che contiene i sarcofagi e i corpi delle “TRE SORELLE”, morte in giovane età e della più piccola si vede il cranio con i capelli.

Ed ecco la GALLERIA DEI RE, la sala che si vede in TV quando si parla dell’Egizio. E’ veramente spettacolare: tutta nera con tante lucine sul soffitto e ai lati tante statue sapientemente illuminate. E’ un bel colpo d’occhio e non puoi fare a meno di dire “Che bello!” in tutte le lingue, a seconda di dove arriva il visitatore.

 

Ci sono circa 20 statue di SEKHMET, divinità con la testa di leone e il corpo di donna; c’è la statua di TUTMOSI III; c’è la statua di SETHI II che con i suoi 5 metri di altezza ci sovrasta. Leggendo la didascalia scopro che pesa circa 6 tonnellate e nel 1819 è stata portata intera a Livorno su una sola nave. E’ rimasta lì “parcheggiata” per 5 anni per dar modo di preparare il trasporto a Torino, avvenuto via terra attraverso gli appennini con un carro da artiglieria trainato da 16 cavalli. E si parla del 1824!!!

La guida ci ha fatto notare “le ferite” delle statue: per trasportarle, visto la dimensione e il peso, sono state rotte e poi incollate per esporle; alcune sono state così ben aggiustate che quasi non si vedono le rotture, in altre invece si notano bene.

 

Ancora una sosta al tempio di ELLESYA in pietra dorite, un saluto alla statua di RAMESSE II il cui volto è meraviglioso, uno sguardo alle sfingi e via a recuperare i cappotti perché gli addetti al museo ci fanno capire che siamo gli ultimi, è ora di chiusura per loro e per noi di levare le tende.

 

Grazie di cuore a Maria Grazia che ci ha accompagnato in questo lungo percorso con entusiasmo e gioiosità senza annoiarci, ma anzi stimolando la nostra curiosità.

 

 

 Jose Rista



       

     

       

      

         




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