Velázquez sotto casa


 

 Ci sono occasioni in cui abbiamo il mondo sotto casa, ed invece percorriamo migliaia di chilometri per guardarlo: spero siano poche, ma una di queste vorrei raccontarla.

Avevo in mente da quasi un anno un quadro di Diego Velázquez, Las Meninas, che è forse uno dei quadri più celebri e studiati degli ultimi due secoli, e precisamente dal 1865, data in cui Édouard Manet visitò Madrid e lo vide al Prado, dopo che solo da pochi anni era stato esposto, chiuso com’era stato, dal 1656 al 1819, nelle stanze dei palazzi reali spagnoli.

Da quel momento, Velázquez venne riconosciuto come uno degli artisti che meglio avevano descritto la moderna tradizione occidentale.

Avevo in mente Las Meninas perché avevo apprezzato molto lo sguardo che aveva posato sulla sua tela Michel Focault, che in così tanti campi riesce invariabilmente ad essere sempre un punto di riferimento assoluto. Leggendo il suo straordinario Le Parole e le Cose – Un’archeologia delle Scienze umane (1966), si scoprono entusiasmanti spunti per avvicinare il quadro di Velázquez al processo di affermazione dell'ordine occidentale moderno nei confronti della devianza, della follia, della conoscenza e della sessualità, attraverso soprattutto il paradosso proiettivo da cui fa discendere anche la genesi del pensiero critico moderno, caratterizzato da una dominanza semiotica per la quale è sommamente importante l'appartenenza del segno al sistema dei segni, prima che la sua stessa essenza.

Osservando Las Meninas, ad esempio, si scopre man mano che i dettagli appaiono per i segni che sono, e per la loro relazione, e che l’apparente centralità nella tela (l’Infanta Margarita) non è ciò che è realmente in primo piano, ma piuttosto una presenza incidentale, che rimanda chiaramente alla parte essenziale (Filippo IV e sua moglie, la regina Marianna), completamente fuori quadro, se non nel quadro nel quadro, ed allo specchio… il soggetto in realtà è un testimone, mentre il soggetto-Re compie perfino un atto di rinuncia alla propria centralità psicologica per diventare il suddito della rappresentazione.
Nel 1692 il nostro Luca Giordano, tra i pochissimi ad essere autorizzati a visionare i capolavori presenti negli appartamenti privati di Filippo IV, fu così impressionato da Las Meninas che la definì addirittura "teologia della pittura", ispirandogli poi l’omaggio a Velázquez che si trova ora alla National Gallery di Londra.

Dopo di lui, decine di altri artisti hanno trovato spunti di ogni tipo per celebrare questo quadro, ma fra loro, quello che mi ha più colpito è stato forse Picasso.

A Barcellona, dunque, poche settimane fa, al Museo Picasso mi sono imbattuto in una mostra temporanea a dir poco magnifica: Oblidant Velázquez. Las Meninas, di cui il bellissimo sito dedicato troverete qui nella versione inglese, mentre in questo link si trova un video sulla presentazione della mostra.

Una fortuna insperata: pensi da mesi ad un particolare quadro, ed ecco davanti a te una intera mostra a parlare di lui; non solo, ma comprensiva delle 58 (cinquantotto!) tele dedicate nel 1957 da un Picasso già settantaseienne a quel quadro, una vera e propria analisi, direi, che andò ben oltre l’interpretazione.

Picasso metteva in cima ai suoi riferimenti culturali, anche in quanto nazionali, sia El Greco che Velazquez, unificando quindi il naturalismo accademico di quest’ultimo al più stimolante stile spiritualista, fantasioso ed arbitrario del Greco. Nel 1957 appunto, per cinque mesi si chiude nel suo atelier de La Californie e sfidò la luce delle Meninas, quella che la critica considerava alla base dell'atmosfera magica del quadro, e la ridefinizione di figure e spazi.

E ancora, in quella mostra erano state concepite anche una intelligente opera di sovrapposizioni ed un gioco di specchi per riunificare opere che 3 secoli hanno distanziato, e soprattutto un cortometraggio proiettato in una sala apposita, che ho trovato semplicemente entusiasmante: 89 Seconds at Alcázar di Eve Sussman.

Il video è l’animazione delle figure del quadro di Velázquez, nell’ambiente della stanza ritratta, dove tutti i personaggi arrivano, si muovono, si spostano, insomma vivono fino a raggiungere ognuno la posizione conosciuta nel quadro, che diventa uno spazio fermo soltanto nella frazione di secondo dello scatto di una fotografia… e facendo così, incarna esattamente quella sensazione che Velazquez voleva trasmettere, ovvero la scena di vita quotidiana della famiglia reale.

Ed ecco apparire il motivo per il quale ho voluto scrivere queste righe: tornato a Napoli, continuando l’indagine su Las Meninas, scopro che nella primavera del 2005, alla mostra di Capodimonte era stato già presentato proprio 89 seconds at Alcazar, all’interno della mostra Velázquez a Capodimonte.

Non ricordo bene come ho fatto a perdermela per ben quattro mesi consecutivi, ma ci sono riuscito. Forse è stato un record, o almeno lo spero. Non siamo a Londra o a Berlino, dove si moltiplicano gli eventi ed è difficile starvi dietro, ma anche da noi arrivano mostre eccellenti, ed anzi proprio la loro rarefazione impone una presenza costante ad ognuno di essi. Insomma, è questo il pensiero ed il rimprovero che faccio a me stesso: questo cortometraggio, insieme con tutti quei Velazquez, stava qui a due passi, nella mostra di Capodimonte, ed io l’avevo perso.

Se non l’avessi trovato a Barcellona, non l’avrei mai conosciuto. E sarebbe stata una discreta perdita di cui ora non mi perdonerei. Quando ho realizzato questa cosa mi sono arrabbiato molto: ho scritto tutto questo, in fondo, soltanto per pregarvi di non perdere nulla, delle eccellenti cose che passano anche per Napoli e dintorni… è vero, da noi nemmeno è facile essere informati su molti eventi, ma fate uno sforzo: non perdete nulla…