NapoliTeatroFestival/3
 

"Un genio, prima di parlare, annusa"
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Sarebbe facile affrontare il lavoro di Gaetano Ventriglia con uno sciabordio di citazioni e di rimandi che dal suo Shakespeare tracimasse nei dibattiti sul teatro contemporaneo, e senza dubbio i commenti che hanno cercato di interpretarlo in questo modo hanno colto aspetti condivisibili, soprattutto nella loro pars destruens: meglio essere perfino cairologici come Ascanio Celestini, quando dice che “Il più grande attore del ventunesimo secolo si chiama Gaetano Ventriglia. […] Tutto quello che è passato per il teatro negli ultimi 500 anni è morto”, piuttosto che dimenticare le forme odierne alquanto stantie degli spettacoli in serie, dei teatri sfarzosi e della mancanza di esseri umani vivi, mentre “all'estero il verbo recitare o interpretare quasi non esiste. Ti raccontano che si usa il verbo giocare”.

È stato il primo spettacolo del Fringe Festival E45 cui ho assistito, e senza dubbio farò il possibile per seguirlo molto di più: la forza di ciò che ha rappresentato Ventriglia… no, fatemelo chiamare Gaetano, è stata imponente, precisa ed irrompente.

Gaetano ha scritto questo Otello alzati e cammina, ospitato dal Fringe al Teatro Trianon Viviani, pensando ad uno Iago piuttosto inutile, sicuramente sopravvalutato dalla sua scrittura originale e dall’importanza che ha avuto nei secoli a venire: Iago è colui che scrive le cose, che interseca le strade della trama, che fa il lavoro sporco che oggi facciamo ormai un po’ tutti… ed invece Otello, ecco… l’Otello di Gaetano, quello sì che è vivo.

Vive in una baia di Cipro, vive nella sua metamorfosi eterodiretta ma non solo per questo meno colpevole, vive nella maschera di Gaetano che riesce a disegnare con le sue parole un distacco perfetto con Brabanzio, Iago, Cassio e Desdemona, ma anche una totale aderenza al suo cadere nella feroce e sgomentata scoperta del suo Io, sconvolgente prima e sconvolto poi.
Forse questo vuole Gaetano, dirci con Otello che non serve un cannocchiale per non vedere niente, se non c’è niente da vedere.

E lui non usa nessun cannocchiale. Perché il suo attore fa il tentativo di essere onesto, di togliere qualche veste elegantemente drappeggiata di rosso all’uomo, e di regalargli l’anima che da secoli non veniva più ricordata, la verità delle sue parole e dei suoi sentimenti; ed è una verità fatta della poesia che ognuno può ricordare di aver provato, nel suo parallelo di sofferenza e di libertà richiamate da Otello.

Sta anche in questo fermarsi nei tanti attimi il senso di ciò che si deve capire, espresso con parole da scolpire: “Un genio, prima di parlare, annusa.”
È per questo, che se fossi stato il tecnico del suono, appostato davanti al suo volto su cui venivano via via solcati tutti questi Segni, personalmente sarei rimasto paralizzato per qualche secondo, e non avrei saputo proprio cosa accostare al suo gesto ed al suo viso, nel momento in cui (per ben tre volte), GaetanOtello ha alzato il suo sguardo verso di lui, e con voce lentissima, molto evocativa, ha esclamato: “Una musica consona a me…

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Un intervallo alle parole dei palcoscenici è giunto a metà settimana con il Concerto dell'Orchestra del Teatro di San Carlo, direttore George Pehlivanian, oboe Giuseppe Romito, il cui programma esaltava un richiamo di quattro partiture intorno a Franz Joseph Haydn, ed è una scelta originale forse quella di aver previsto proprio il Concerto per oboe ed orchestra in Do maggiore come quello dell’austriaco, laddove oggi pare che la sua attribuzione sia stata messa in dubbio.

L’ordine dunque era:

Wolfgang Amadeus Mozart, Sinfonia in do maggiore n.34 K338
Franz Joseph Haydn, Concerto per oboe ed orchestra
Johannes Brahms, Variazioni su un tema di Haydn op.56
Sergej Prokof’ev, Sinfonia n.1 "Classica" in re maggiore op.25

Non posso sottrarmi alla missione di adoratore mozartiano, né lo voglio, e dedico questo spazio al K338, che oltretutto mi aiuta ad arrivare al punto che ho avuto in mente per tutta la durata della serata, sin dalla prima nota ascoltata.

La scrittura risale all’agosto 1780, la terza del periodo salisburghese che va dalla fine dell’avventura parigina e la partenza per Monaco, ed è un momento nel quale riescono a confluire pressoché tutte le sue indoli: l’atto scherzoso se non buffonesco, la serietà e la profondità, così come l’allegria e la passione. Uno stato d’animo che non è solo una mirabile cascata di note, ma che come qui e come nelle successive Sinfonie, apre un intero mondo di visioni, ed una vastissima gamma di sensazioni al cuore.

Mozart riuscì a suonare questa Sinfonia, insieme con un Concerto per pianoforte, grazie al maestro Starzer, che lo inserì con grande insistenza nel programma del Teatro Carinziano in occasione di una giornata di beneficienza, ed in una sua lettera comunicò la gioia per l’accoglienza ricevuta con queste parole: “Hanno suonato 40 violini, ed i legni tutti doppi, 10 viole, 10 contrabbassi, 8 violoncelli e 6 fagotti! [..] Ieri posso dire di essere rimasto soddisfatto del pubblico viennese. Ho dovuto ricominciare da capo perché gli applausi non finivano mai. Ciò che mi ha maggiormente rallegrato e sorpreso è stato lo straordinario silenzio e le grida di “Bravo!” durante l’esecuzione […]”

Rammemoro questi legami con il suo tempo perché da una parte spero sempre di ritrovare quella energia e quell’entusiasmo, e la cerco ovunque risuonino le sue note, e dall’altra devo dire che di tanta esuberanza, e nonostante una esecuzione sempre mantenutasi ad un livello anche elevato, alla musica che abbiamo ascoltato stavolta è mancata una parte fondamentale: il cuore.