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Giulio Cavalli sta in piedi (in senso letterale ma anche metaforico) per un’ora: e stare in piedi a parlare di ecologia, oggi significa affacciarsi quasi necessariamente dal palcoscenico di un teatro.
Non sfuggirà più a nessuno, infatti, che siamo arrivati al punto in cui, per parlare di quella che è forse la cosa più seria di cui si dovrebbe parlare ogni giorno nelle stanze dei bottoni, bisogna
andare quasi soltanto a teatro, e ad assistere allo spettacolo scritto da due artisti come Dario Fo e Franca Rame.

Ed è altrettanto chiaro che la colpa è nostra.
Nostra e della disabitudine cui ci siamo abituati, a voler sapere il mondo dove sta andando, e del vedere solo dove sta andando il mutuo o la strada che ci riporta a casa, magari con qualche buca in meno.
Per guardare oltre, Dario e Franca hanno affidato stavolta del Teatro Festival L'apocalisse rimandata ovvero Benvenuta catastrofe, messa in scena da un Giulio Cavalli che potrebbe stare anche appollaiato sul leggendario quanto inutile Speaker’s corner, nell’angolo nord-orientale di Hyde Park, per dare l’idea di quanto l’argomento sia ancora scandalosamente inascoltato da noi passanti.
Trovo sempre utile poi ricordarsi, come ha fatto Fo, della teoria del picco di Hubbert, che già nel 1956 inventò un modello che, guarda caso, si sta realizzando proprio in questi anni… e far presente anche che quel modello si esauriva nel 2020 con l’estinzione delle risorse petrolifere.
Così come è notevole l’aggancio giornalistico all’inchiesta sui rifiuti in Campania di Emiliano Fittipaldi pubblicata su "L'Espresso".
L’argomento in sé, ma soprattutto il suo stare in modo immanente eppure nascosto, in mezzo a noi ed alla nostra quotidianità, somiglia davvero tanto alla citata Barca dei folli di Bosch (datele uno sguardo qui): ci imbarchiamo, partiamo, andiamo, banchettiamo, cantiamo… e dove arriviamo?
È stato molto bello anche trovare un monologo accompagnato da una scena essenziale quanto curata nel disegno e negli accostamenti poetici della catastrofe, così come l’idea centrale della catastrofe stessa vista come salvezza: la natura che prima o poi si ribella e semplicemente rimette tutto a posto da sola, con un atto catartico che sarebbe, lo immagino così, come quando ci si danno alcuni piccoli colpi sdegnati sulla spalla, come per toglierci qualche fastidioso granello di polvere, e nulla più.

Poi scendiamo in uno dei miracoli del sottosuolo napoletano.
In via dell’Anticaglia, laddove fino a poco fa si entrava nei sotterranei attraverso una botola ricavata in uno dei bassi adiacenti, si sta recuperando un pezzo magnifico della Napoli imperiale: Il Teatro Antico di Napoli.
Come mi ha raccontato chi ha sempre abitato in uno dei palazzi del 600 che si affacciano sul Teatro, una volta lì c’era un giardino bellissimo con alberi di limoni ed aranci che profumavano tutto l’anno.. ed ora hanno scavato tutto per lasciare solo quelle pietre…
questa osservazione un po’ nostalgica ed un po’ no, mi ha restituito il senso preciso di tutta l’operazione messa in piedi dalla performance Il Teatro Sommerso, progetto ideato e realizzato da Ettore Massarese.
Partiamo dall’inizio, e l’inizio è l’ingresso di via S. Paolo, uno dei cuori nel cuore del centro storico.
Entriamo in un percorso che somiglia tanto alle Napoli sotterranee sparse un po’ ovunque, che sono il vero sotto dove il tempo altro vive, come ben ci dice Massarese, la faccia trainante, la cassa delle pulsazioni enormi nella quale la memoria del sottosuolo è molto più di una metafora, perché è
la poesia di un’archeologia urbana poetica ed inglobante.
E ciò che viene inglobato, qui dentro, insieme con il canto di Nerone che ne ha calcato le scene, sono sia le voci del passato, sia le voci del popolo che l'ha sommerso via via con le sovrapposizioni edilizie, visibili soprattutto qui con il 5oo, il 600 ed il 700.
Una meraviglia assoluta, ed un capolavoro di assorbimento ed assimilazione di cui Napoli è sempre maestra, nella gente e nelle pietre.
Gigi Savoia, Giovanna Capone Massarese, Vincenzo Merolla ed Hedy Caggiano, accompagnando i fortunati visitatori del sommerso, fanno attraversare nei secoli mille stili e richiami letterari-teatrali incrociati, contribuendo all’atmosfera perfettamente integrante di tutta l’invenzione, che riesce ad essere un ascolto attento delle voci che finalmente riemergono.

Gli orari consentono poi di spostarsi in un'altra splendida location, ovvero quella ricavata all’interno del Real Albergo dei Poveri in piazza Carlo III, per assistere alla serata in cui alla presenza del Presidente Napolitano, è stata messa in scena Le città visibili di Chay Yew.
Devo spendere il mio spazio per onorare una scenografia che il luogo rende magica, e per la centralità semovente della platea rispetto alle scene suddivise fra i corridoi enormi e senza fine, ovvero una di quelle soluzioni che desidererei sempre trovare in alternativa alla staticità classica del rapporto platea-palcoscenico, che ha permesso di lasciare un indelebile ricordo di una notte leggera ed imperdibile.

Ah, poi c’era lo spettacolo.