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Ci sono molte poltrone, in un teatro, sulle quali ci si può sedere.
Da ognuna di esse si gode spesso di una diversa visuale, ancor più se in senso metaforico: c'è la poltrona dello spettatore che ha acquistato il biglietto e che ha un'aspettativa di un certo tipo, a sua volta scindibile in molti e diversi altri tipi di aspettative, anche secondo il biglietto acquistato, c'è quella dell'addetto ai lavori, che guarda con occhi partecipi dettagli che sfuggono ai più, e ci sono quelle sulle quali siede chi, come me, in questo fine settimana si è trovato seduto su alcune poltrone con un badge al collo con la scritta "Napoli Teatro Festival Italia - Press 09".
Ed una responsabilità, oltretutto.
Viene da chiedersi quale punto di vista, quale Sguardo ci si aspetterebbe da chi si siede con una penna in mano, ed è la domanda che mi pongo davanti ad un lavoro come Pièce Noire (di Enzo Moscato, Teatro Mercadante, venerdì 5 giugno ore 22,30).
Pièce Noire è un testo concepito già 30 anni fa, narra vicissitudini personali e sociali tali da meritare una serie di stratificazioni di pensieri psicanalitici ed antropologici, e riesce a legarli in maniera molto stretta alla visceralità napoletana, ma anche a rimanerne fuori, come in un disperato tentativo di non trascinare un'ala bianca nel fango delle strade dei Quartieri Spagnoli.
Allora faccio così. Mi alzo da questa poltrona, e mi vado a sedere su quella affianco, vuota, dove ci sarebbe dovuto essere uno spettatore di quelli che hanno acquistato un biglietto, ma diciamo non a prezzo intero, bensì ridotto grazie alla mycard, quella formula di sconti e promozioni prevista in concomitanza del Teatro Festival, e per una ragione precisa: potrebbe essere quel tipo particolare di pubblico che forse ha una voglia più ampia di aprirsi alla stagione, di trovare in questo mese di Giugno, dopo il Maggio dei Monumenti, un continuum di cui personalmente sento la necessità, perché potrebbe far rinascere quel sentimento particolare che significa godersi una vita culturale che non si limiti ad uno o due mesi, e che potrebbe dar vita anzi ad una stagione unica, per continuità, e versatile, che non si fermi nè a Gennaio, nè a Ottobre; quella vita che Napoli offre sempre la possibilità di respirare, ovunque, e che per ogni artista è sempre così facile riprodurre e reinventare, da secoli.
Bene, sono seduto.
Ho una predisposizione a superare sia il pensiero della barriera psicanalitica di un Desiderio trasformato nell'impossibile mutazione genetica di se stessi (la quasi-figlia della protagonista, trasmutata nella sua versione impossibilmente depurata di tutto quanto il dolore le aveva inciso nell'anima), sia il discorso su un popolo identificato facilmente con quello dei Quartieri e del Porto, dentro cui sondare i molti livelli non della disperazione, ma direi invece della sua autoreferenzialità, a volte necessaria, altre perfino orgogliosa.
In questa poltrona, invece, guardo all'insieme dello spettacolo che vorrei avere di questo continuum culturale di manifestazioni: guardo le luci, guardo i suoni, guardo le battute ed i tempi.
E penso subito che c'è qualcosa che non va.
Il testo e l'intreccio della mente e dell'anima portato sul palcoscenico è interessante, soprattutto per coloro che hanno voglia di guardare a se stessi ed al proprio vissuto, e viene affidato a personaggi ideali convincenti, eppure in questa edizione ci sono troppe slegature: gli attori non sono discutibili, eppure non agiscono in sinergia quanto da solisti, non si intrecciano ma si alternano, facendo mancare il respiro di un’armonia complessiva. E va lamentata una imperizia tecnica addirittura fastidiosa riguardo ai suoni, fuori dal contesto sia nei volumi che nei tempi rispetto ai dialoghi, sebbene la scelta sia stata felicemente ideata su alcune canzoni che si sarebbero altrimenti integrate perfettamente, come quelle di Patty Pravo…
Sabato sera, invece, la poltrona è quella dello splendido San Carlo restaurato ed ammodernato, nel quale è sufficiente anche solo entrare per ritrovare sempre la stessa gioia del cuore: lo spettatore stavolta vi trova L'Européenne di David Lescot, prodotta da Napoli Teatro Festival Italia e dal Théâtre de la Ville - Paris.
La prima impressione, che resterà poi la migliore, è la bellezza degli stimoli insita nella stessa concezione della struttura, che si dipana in lingua italiana, francese, slovacca, portoghese, tedesca e bulgara.
Come si percepisce facilmente anche in giro per l’Europa, soprattutto dopo il referendum francese sull’approvazione della Costituzione Europea, L'Européenne propone domande molto chiare, e colorate come con pastelli in mano a bambini: politicamente e culturalmente, è l’ora di riflettere sul senso dell’Europa, e gli attori riescono perfettamente a trasmettere questa necessità/ricerca di interrelazione.
Con un apprezzamento particolare per l’illuminazione e per l’effetto della caduta di un pannello su cui per tutta la durata della rappresentazione, erano stati contati i voti del Referendum; quello che colpisce di più, è il riuscire a trasmettere uno spirito che unisca il piacere della propria originalità culturale identitaria all’impegno per l’intercomprensione, sia essa attiva che passiva, come ben suggerito anche dal testo.