Sant'Orsola, permettimi, un esperimento...
 

Cara Sant'Orsola, ti chiedo scusa se importuno te, ma credo che alla fine potresti anche esserne contenta: ho deciso di sceglierti per un esperimento, mi è venuta l'idea dopo l'ultima passeggiata per via Roma durante la quale mi sono fermato per venirti a trovare.
Avevo pensato di scrivere un articolo, ed era il minimo che potessi fare, di fronte ad una scoperta così emozionante, poi ho rimandato, rimandato... ne ho anche scritto uno e l'ho perfino pubblicato, quando dopo poche ore ho richiamato l'editore pregandolo di ritirarlo, perchè ogni pensiero che avevo non andava bene... poi ancora ho lasciato passare un paio di mesi, ed oggi finalmente credo mi sia venuta l'idea giusta.
Io e te ci siamo visti spesso, ultimamente.
Sono venuto diverse volte a Palazzo Zevallos, perchè l'insieme mi restituisce delle sensazioni eccellenti, mi riempie, davvero, e tu sai bene di esserne la causa principale. Ed allora ho pensato: perchè un solo articolo? Ci sono tanti aspetti da descrivere, e molte cose da dipingere, davanti al tuo dipinto... perchè non immaginare una serie di interventi successivi, come pennellate, come impressioni, anche brevi, insomma quanto più vicine possibili alla realtà di quello che si percepisce entrando ed avvicinandosi a te, piuttosto che un classico "articolo"? E soprattutto, uno solo...?
Ci sono sempre così tante cose da dire sui restauri e sule meraviglie della nostra città, come avrai avuto modo di vedere o di sentir dire, che forse un articolo è proprio sprecato, anche come concetto, e lo dico su di te come potrei dirlo di mille altre meraviglie: facciamo così, allora... io comincio soltanto con la prima impressione, come se stessi là, e come quella che ricordo la prima volta che ti ho scoperto, pochi anni fa; poi di volta in volta continueremo a ritrovarci, ogni tanto, e magari scopriremo qualcosa di nuovo ogni volta... E' un esperimento, e volevo farlo proprio su di te.
Dunque, dicevo delle passeggiate per via Roma, e stavolta mi rivolgo a coloro a cui piace fare una scoperta: in una delle tante passeggiate che magari fate distrattamente più volte senza una meta particolare, fermatevi a
Palazzo Zevallos Stigliano, in via Toledo ("la strada più popolosa e allegra del mondo", scriveva Stendhal, e nessuno ne dubita...) al numero 185, ed entrate: lì dove i napoletani ricordano soprattutto la sede della Banca Commerciale Italiana, c'è uno scrigno che da poco si è aperto al pubblico, in cui poter affondare le mani e gli occhi in uno dei gioielli più entusiasmanti del Maestro, il Martirio di Sant'Orsola, ovvero l'ultimo Caravaggio, datato 1610.
Il primissimo spunto, dunque, vorrei fosse solo la traccia dell'emozione che parte dal fatto stesso di avere a disposizione in maniera così semplice la vista del Martirio, a pochi e splendidi gradini dalla passeggiata, e si ferma sulla panchina bianca posta di fronte: il volto della martire, angelicato proprio nel momento in cui dovrebbe esservi invece la più grande sofferenza, ed un drappo di una inaudita violenza visiva che scuote la coscienza stessa, sono i primi indelebili ricordi che lampeggiano nella sala degli stucchi. Un colpo. Bisogna sedersi per assorbirlo. E rimanerci anche a lungo.
Così come le facce ordinariamente insolite scelte per ogni personaggio, in modo che laddove ti aspetti di vedere la ferocia dell'assassino trovi la compassione di uno sguardo incredulo e quasi pietoso... trovo che nel Martirio vi sia una della più grandi quantità di combinazioni emotive capace di aggredire il nostro sguardo, di cui sia stato capace Caravaggio, che già di questa particolare fame della totale attenzione dello spettatore, a mio avviso, era sempre stato il più grande, famelico appunto, dei maestri.
E trovo che forse la sua storia di uomo, in quel momento giunta alla sua fine ed abbracciata da una città come la nostra, ha fatto tutto il resto, rendendolo unico.
(1-continua)