Repetita iuvant. E qualche volta pure munnezza iuvat...
 

In uno dei momenti in cui si cominciava ad avvertire che qualcosa non andava proprio, nella questione-rifiuti, ricordo che non era ancora l'estate del 2007, feci una riflessione che voleva essere un punto di vista concreto, non ironico nè disfattista, su un argomento che si prestava fin troppo a speculazioni di vario genere, quasi tutte inutili, se non perfino disutili.
Lo rileggevo oggi, in un momento in cui sembra si sia usciti dall'emergenza (ma sotterraneamente, è il caso di dire, dubito che si stia risolvendo definitivamente...) e nei giorni in cui pare debba avviarsi il primo termovalorizzatore: mi sembra uno di quei pensieri che ogni volta possa essere riletto trovandone una certa rispondenza con l'attualità, quella rispondenza forse destinata ad essere ripetuta ancora per molti anni, poichè per sua stessa natura non incontrerà per molto tempo la vera rispondenza, quella con la mente dei singoli individui che contribuiscono con i loro scarti a costruire una società incartata. Una società disutile.
Lo ripubblico sempre con la stessa convinzione, sotto lo sguardo, questo si, ironico, di un editto del 1748:

L’avanguardia della munnezza

Della munnezza ormai sappiamo tutto. O forse no. Potrei stare qui a mettere insieme le molte e tristi distorsioni del malfunzionante sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti, di cui però sono già piene le cronache, che ci raccontano come questa sia l’unica terra nella quale non esiste un’organizzazione decente che riesca a farci sembrare un posto civile, ma ci sono altri aspetti tuttavia che mi sembrano ancora più utili da osservare.
Il fatto è che a Napoli
siamo all’avanguardia, come spesso accade, anche su questo, ma forse non lo sappiamo.
Come anche non sappiamo mantenere lo sguardo insieme sul complesso e sul dettaglio, anche per quell’atteggiamento che ci fa materialmente voltare dall’altro lato, e cambiare strada.
Eppure basta fermarsi a guardarla. La munnezza, si, proprio quella sulla quale spesso dobbiamo camminare per attraversare un marciapiede. Se la guardiamo, probabilmente sarà facile cominciare anche a vedere qualcosa, oltre e dentro quei sacchetti (quando va bene) accatastati.
La nostra avanguardia è la stessa nella quale si trovava Tatanka I'yotanka, conosciuto a noi come
Toro Seduto, quando profetizzò che l’uomo bianco sarebbe stato sommerso dai suoi stessi rifiuti. Gli era bastato fermarsi a guardarli, ad osservare cosa spingeva l’uomo bianco a consumare, e cosa, e con quale atteggiamento, per diventare spettatore privilegiato del tempo futuro.
Se fossimo in grado di ricavarne un pensiero costruttivo e lungimirante, oggi Napoli avrebbe l’occasione di diventare l’avanguardia del pensiero sul futuro: proprio perché sommersa di munnezza, la vedo come avamposto del pensiero progressista, occasione di sviluppo della visione o della utopia positiva allo stesso livello di una ideologia pacifista, poiché fra il distruggere
l’altro ed il distruggere se stessi, forse non c’è nessuna differenza.
Abbiamo costruito un mondo nel quale è direttamente proporzionale il rapporto fra l’elevazione degli standard di vita e la quantità di munnezza prodotta, e questo è vero perfino a livello relativo: le unità di PIL aggiuntive hanno una intensità di spazzatura maggiore. Incredibile ma vero, la munnezza oggi in economia costituisce uno degli indicatori più significativi dello sviluppo economico…
Il motivo materiale è semplice: le nostre merci
nascono come munnezza: la produzione industriale del corpo-merce si compone di una parte cadaverica enorme, in percentuale, tanto che il suo disfacimento post-mortem, quello di cui siamo sommersi in questo periodo per le nostre strade, occupa lo stesso assurdo spazio cimiteriale di quello che occupiamo noi con i nostri, di corpi da seppellire.
La merce nasce morta.
In gran parte, ne prendiamo in mano già il suo corpo esanime quando allunghiamo la mano sullo scaffale del supermercato, ma per sentirne la puzza di morte dobbiamo uscire poi per strada ed accorgerci di cosa ne rimane una volta che noi con pigrizia di pensiero riteniamo esaurito il suo ciclo di vita: se non sbaglio, sappiamo bene che la vita dei nostri corpi non si esaurisce dopo l’ultimo respiro; perché allora nel loro caso tendiamo a dimenticarcelo?
Si tende a pensare che sia solo una fase storica difficile causata dalla nostra incapacità inqualificabile di creare sistemi efficaci ed efficienti di smaltimento dei rifiuti: non è vero.
Non è vero perché anzitutto ogni sistema di smaltimento è imperfetto, dato che resterà sempre una parte ineliminabile che andrà ad occupare lo
Spazio nel Tempo. Che sul nostro pianeta sono gli unici due valori materiali a disposizione.
Richiede un cimitero, insomma, e per sempre. Ed inoltre, assai spesso i conti non tornano, e si scopre che anche i sistemi più avanzati di smaltimento e riuso, alla fine hanno dei costi perfino peggiori, non solo in termini economici ma soprattutto per l’ambiente, di quanto non sia invece l’effetto positivo che apportano al sistema.
È evidente che solo politiche di prevenzione e minimizzazione potrebbero servire, in una civiltà in cui siamo tanto felici di acquistare una scheda elettronica di pochi grammi accompagnata da un cadavere di etti di materiale di scarto che durerà qualche minuto prima di chiederci di cercare per lui un cimitero.
Tremila anni fa. Civiltà minoica. Fu lì, a Creta, che venne in mente per la prima volta di scavare grandi fosse fuori dal centro abitato, e di riempile con tutti i loro rifiuti, ricoprendole poi di terra. Forse detto così suonerà strano, per il semplice motivo che riscoperte oggi, quei rifiuti li chiamiamo preziosi reperti archeologici, cosa che infatti sono. Ci sarebbe da chiedersi cosa penserà fra tremila anni lo scopritore di una nostra discarica di pneumatici, sacchetti di plastica e lurido ma soprattutto inutile packaging con cui avvolgiamo tutte le merci del nostro desiderio di ingannarci in ogni modo ed ogni giorno, nella mente e nel corpo.
Ho detto inutile…?
È una parola che suona più rivoluzionaria di una guerra, ed è chiaro che non sia "inutile" bensì "utile" a qualcosa che tuttavia non dovremmo riconoscere come tale.
A me sembra che questo spreco, rappresentato così elegantemente dai rifiuti, sia l’estrema materializzazione del concetto di
dépense proposto da uno dei più nobili pensatori contemporanei, Georges Bataille.
La
dépense (il dispendio) illustra una tragica antinomia, e descrive una storia dell'uomo e della civiltà centrata sui concetti di lusso, abbondanza, consumo, distruzione, eccesso, spreco di mezzi e di beni: guarda caso, l’esatto contrario di quella religione dell'Utile che ispira la cosiddetta scienza economica…
È incredibile a pensarci, ma ancora più incredibile è che
nessuno si fermi abbastanza, a pensarci: abbiamo costruito una struttura sociale che sostiene lo sviluppo di molte forme economiche fondate su un apparato di leggi e di regolarità, un’organizzazione di comunità sufficientemente stabili da prevedere un futuro sotto il segno del cosiddetto utile; ma tutto questo apparato, a sua volta, è mosso dalla necessità di esimersi dall’appartenere al ciclo dell’utile per poterlo governare, e compie questo atto attraverso l’esercizio del dispendio.
Quell’Utile così rigidamente descritto nei libri di economia, è fondato invece sul fasto, e l’accumulazione sul dispendio; si potrebbe definire il
paradosso dell’Eccedenza, quello per il quale al massimo dell’esuberanza produttiva corrisponde sempre il massimo della perdita… ed ogni volta che il senso di una regola economica dipende dal valore della parola "utile", la si può ritenere fondamentalmente falsata, ed eluso il problema principale, poiché non esiste alcun modo corretto di definire cosa sia, l’utile, per gli uomini. Tanto che per parlarne devono sempre essere tirati fuori principi e concetti che si collocano al di là sia dell’utile che del piacere: l’onore, il dovere, lo spirito…
Il risultato è che l’essere munnezza, in potenza o in atto, fa parte integrante dell’essenza delle cose di cui ci circondiamo, che hanno nella loro "scoriaceità" un loro aspetto strutturale e fondante.
Mi sento di ringraziarla, questa munnezza, per essere stata così presente, per averci invitato a guardarla così da vicino e per averci aperto i suoi sacchetti per leggerne la storia ed il probabile futuro. Un po’ quello che faceva Marina Confalone nel Mistero di Bellavista, quando leggeva il passato del vicinato attraverso le sue scorie. Oggi invece dobbiamo leggerci il futuro, e magari anche in fretta, magari prima che la Terra si stanchi di ospitarci.

11 /06 /2007