Memorie vegetali
 

Nella trasmissione quotidiana di Radio 3 Fahrenheit - I libri e le idee, c’è una rubrica dal nome Caccia al Libro, che si occupa di trovare libri fuori catalogo con l’aiuto degli ascoltatori: ogni giorno alcuni di questi regalano un libro che qualcun altro sta cercando senza trovarlo, per il solo gusto di condividere il piacere della lettura.
Personalmente non so se riuscirei a regalare un libro, e ricordo per ognuno di loro che non sta più sui miei scaffali a chi è stato dato, perché e da quanto tempo. E lo rivorrei indietro.
Forse perciò sono in debito con la loro esistenza materiale, essendone un accumulatore senza speranza, uno che ha bisogno di tenerli davanti agli occhi e di toccarli di tanto in tanto, e qualcuno saprebbe ritrovarlo anche ad occhi chiusi.
Ed anche per questo mi piace pensare al loro senso materiale, al di là di quello che racchiudono le lettere e le parole contenute.
Umberto Eco in un suo prezioso volume li ha chiamati
la memoria vegetale, e ne ha tracciato una strada prossima ventura particolarmente inquietante, perché sembra molto realistica la sua prospettiva secondo cui i libri, soprattutto i più recenti, sono destinati a scomparire materialmente, e con una certa fretta.
Quando nacquero le prime forme di scrittura, la memoria, quella che si affida ad un Segno per essere tramandata, divenne subito
minerale, poiché i segni vennero dapprima incisi su tavolette di argilla o su pietra.
E se ci riflettiamo, dopo millenni di trasformazioni, l’evoluzione attuale e senza dubbio quella futura sarà ancora e sempre di più proprio minerale: la materia prima delle memorie cui stiamo affidando l’intera esistenza della società, quelle dell’informatica, è il silicio…
In mezzo, c’è stata e c’è ancora la memoria vegetale, in quanto affidata a papiri, poi stracci di lino, canapa bambù, gelso, salice e tela, infine carta (e ricordo che “carta” deriva dal greco
charasso = incido, perché era il senso che appunto si era sempre connesso all’uso delle tavolette).
Ed è tanto importante questa “materia prima” della memoria, che gli stessi termini che ancora oggi usiamo per indicare il libro, ovvero
biblos (greco) e liber (latino), significano entrambi “la scorza interna dell’albero”.
Il libro come oggetto, insomma, ha una sua vita autonoma. È di questo conviene parlare un po'.
Nel 1844 nacque la produzione industriale della carta dalla pasta di legno, procedimento scoperto da Frederick Gottlieb Keller, e purtroppo da quel momento gli stracci vennero sostituiti dagli alberi per l’intera produzione mondiale di carta. Solo oggi ci si sta accorgendo con quali risultati.
Quando si prende in mano una cinquecentina oppure un testo del ‘700, è facile rimanere appagati al tatto, toccando le pagine, oltre che per l’odore inconfondibile che non sa affatto di vecchio, quanto piuttosto di antico; poi il colore caratteristico che degrada verso il giallo, tutto fa parte di un sistema di comunicazione di cui si percepisce il senso molto diverso da quello dei libri di oggi, ma soprattutto è diversa la consistenza chimica: è stato calcolato che un tascabile degli anni ’40, ad esempio, già oggi dovrebbe essere in avanzata fase di decomposizione, diciamo così, proprio per paragonarlo degnamente alla nostra specie, e che l’intero patrimonio librario dalla fine dell’800 in poi, si estinguerà con una rapidità enormemente superiore a quella dei testi stampati dal ‘500 alla metà dell’800 (a proposito, la fotografia in apertura l'ho scattata nel Museo del Tesoro di San Gennaro).
Anche se l’idea della memoria antica
che sopravvive a quella moderna è meravigliosa e pure molto, molto eccitante, devo anche dire che il pensiero che tutto ciò che ho qui davanti agli occhi scomparirà in così breve tempo, quasi atterrisce.
Affianco a loro vedo un certo numero di bottiglie di vino, e penso che beate loro, sopravvivranno molti altri secoli ai libri (sebbene vuote...), ma sospendo il giudizio ormai su quali significati potrebbero derivarne, dato che la sopravvivenza è questione di fortune alterne di molecole vaganti fra mondi e specie… ho idea, però, che quella renitenza al prestito dei libri, di cui ho sofferto finora, magari peggiorerà.